Lezione di vita



    Paolo Risso

    (NPG 1977-03-66)

    P. Risso, insegnante di lettere nella scuola media, autore con i suoi allievi dei tre volumi «Ragazzi protagonisti», editi dalla LDC a cura del C.S.P.G., presenta in queste pagine le considerazioni che lo spingono ad un rinnovamento costante del metodo scolastico. La conoscenza e l'incontro quotidiano aperto con gli allievi rendono l'insegnamento aderente alla vita dei ragazzi e li stimolano a divenire i «protagonisti» del loro futuro.

    DALLA PARTE DEI RAGAZZI

    Il professore di lettere nella scuola media –come ogni operatore scolastico – è un educatore: a lui viene affidata una classe di preadolescenti, perché contribuisca a promuovere la loro crescita umana. Egli inizia e prosegue la sua opera, illuminato dalla sua visione dell'uomo e dell'educazione, dalla quale trae senso e orientamento il suo impegno quotidiano. «L'educatore... suppone per la sua stessa natura una visione dell'uomo» (1).
    La formazione dei «suoi» ragazzi – in tutte le sue dimensioni – gli deve stare più a cuore che non tutta la cultura nozionistica messa insieme: questa serve, se educa gli alunni come uomini che maturano e realizzano un progetto personale e sociale di vita, inseriti nel nostro tempo. La scuola ha una funzione educativa alla quale nessun insegnante può abdicare, senza squalificarsi e perdere la propria identità. Pertanto l'autorità del docente deve essere vissuta come una continua «promozione» della personalità dei giovani in comunione di intenti con le loro famiglie.
    Lo studio della psicologia, l'esperienza, l'essere insieme ai ragazzi, offre all'operatore scolastico indicazioni e prospettive di lavoro.

    Prima Media: classe degli «incontri»
    L'educatore cerca di capire i suoi alunni: «Chi siete? Da dove venite? Quali sono le vostre difficoltà e i vostri desideri? Che cosa volete da me?». Si parla a lungo e si stringe amicizia: le prime discussioni e le prime letture maturano nei ragazzi, appena giunti dalla scuola elementare, aperture nuove, desideri nuovi, problematiche nuove.
    Il lavoro può raccogliersi attorno ad alcuni temi significativi per il ragazzo perché riflettono il mondo nel quale vive: l'incontro con la nuova scuola, con la famiglia, con la gente del suo ambiente, con tipi di uomini esemplari, la scoperta della natura.

    Seconda Media: classe della «scoperta di sé»
    Gli allievi non sono più bambini. Si aprono alla giovinezza, ma conservano ancora tutta la genuinità che li rende vivaci ed autentici. Comincia per loro il periodo della desatellizzazione dalla famiglia e l'esigenza di scoprire la propria identità e di rivendicarne l'autonomia. Difficilmente colgono il valore artistico di un dramma del passato, scritto in endecasillabi, quando essi scoprono e soffrono i loro drammi personali.
    Il professore, per mezzo di letture e di esperienze, guida ogni alunno a scoprire «chi è»: servendosi di questionari – parlati o scritti – promuove la discussione orale e l'esposizione scritta delle sue idee per orientarlo a compiere delle scelte come persona che si apre alla vita e comincia a costruirsi.
    I temi possono essere la crescita del preadolescente, i primi rapporti ragazzi-ragazze, il nuovo posto nella famiglia, nella scuola, tra gli amici.

    Terza Media: classe dei «progetti»
    Giunto alla frontiera della adolescenza, il ragazzo scopre i problemi del mondo e percepisce il suo ruolo di protagonista nella costruzione di se stesso, e della società. Deve essere sempre più maturo per «progettarsi» verso la sua piena statura di uomo e a servizio degli altri. Può iniziare un discorso sugli orientamenti di fondo della sua esistenza, sull'amicizia, sull'incontro con il partner dell'altro sesso, sull'impegno sociale e comunitario, sulla scelta della propria professione. Il ragazzo, che è già qualcosa in divenire, vuole essere «qualcuno». Chi sarà?
    Analisi di sé e della società, formulazione di progetti personali e sociali, sono i temi significativi e interessanti attorno a cui può articolarsi il lavoro.

    PER CAMMINARE INSIEME

    Alla luce di queste considerazioni di fondo, come può svilupparsi una metodologia che veicoli la formazione del preadolescente? Che cosa può fare il professore, quando agisce concretamente nella sua classe?
    Le vie, i metodi possono essere molteplici e diversi, secondo i «tipi» di ragazzi tra i quali ci si trova a operare. Volendo esemplificare, viene proposta una traccia di lavoro, indicativa, che può essere sviluppata, integrata e forse anche corretta.
    1) Si comincia a parlare di un «fatto», di un «gesto», di un «comportamento», partendo dalla vita dei ragazzi. Si sentono coinvolti. La vita finalmente è entrata nella scuola e con la vita si è svegliato l'interesse degli alunni.
    2) Il docente offre un'esperienza di vita. Quasi sempre una lettura, corredata qualche volta da una filmina, da diapositive, dal commento di foto simbolico-esistenziali. Si cerca di capire dal punto di vista della lingua e del contenuto.
    3) Si discute insieme. In questo modo si scoprono i valori che la lettura contiene. Ci si rende conto dell'attualità, del significato di questi valori. Si ritorna alla vita per maturare «atteggiamenti» e «scelte». Qui viene usato il questionario. Questo momento viene vissuto nella discussione o nella rielaborazione scritta o l'una e l'altra insieme.
    4) Esaurito «l'argomento», si dedica un'ora a rivedere insieme le esperienze, a fissare i problemi, le idee, gli atteggiamenti maturati, a voce o per iscritto.
    Ogni argomento (che può durare anche più di un mese) è suddiviso in alcune tappe o lezioni, di una o due ore, semplici e soprattutto vive e concrete.
    Come letture ed esperienze possono servire le pagine più autentiche dei nostri scrittori e poeti, ma sempre molto collegate alla vita del ragazzo. Sono tuttavia più utili ed interessanti pagine del nostro tempo e di uomini d'oggi.
    Il discorso umano-educativo ha sicuramente la preminenza su tutto, ma non sono trascurate le «nozioni»: le conoscenze linguistiche e grammaticali sgorgano dall'analisi delle strutture dei testi; i dati culturali, letterari e storici, sono appresi con maggiore interesse in quanto sono sempre presenti nella «ricerca» e nello studio dei ragazzi.
    Metodo socratico del dialogo, momento di scuola attiva, tentativo di pedagogia della liberazione, tutto questo? Forse. Sicuramente è un continuo «camminare insieme» dell'educatore con i suoi allievi, profondamente da lui amati, verso la scoperta della Verità e l'adesione al Bene.
    Pertanto questo metodo di lavoro permette all'insegnante di raggiungere alcuni obiettivi immediati.
    – Lo sviluppo degli alunni è più facilmente compreso, cosa non semplice, perché il preadolescente della scuola media tende spesso a chiudersi in se stesso e a tenere i primi segreti, specialmente di fronte ai professori, considerati estranei.
    – Scompare la «scuola cattedratica» e la «lezione» tradizionale del docente con la relativa passività dell'alunno. Anzi il ragazzo è reso attivo, perché continuamente chiamato a pensare, a discutere, a collaborare con l'insegnante e con i compagni, nello scambio di idee, nel lavoro di gruppo, nell'interpretazione delle foto simboliche e delle diapositive.
    – Vengono potenziati i poteri dell'intelligenza e sviluppata la socialità: il ragazzo diventa più critico, più capace di intuire e di ragionare, di superare le vedute individuali integrandole con quelle degli altri, di percepire lo spirito della democrazia e della partecipazione.
    – Il professore diventa «amico» dei ragazzi, facendosi accettare da loro: pur nella distinzione dei ruoli, è ormai un fratello maggiore, una guida, solidale e critica insieme, della loro crescita. Può così orientare e valorizzare i ragazzi, offrendo loro, non come esortazione esterna, ma dal di dentro, luce e calore per interiorizzare i valori umani più autentici.
    – L'educatore fa iniziare i primi passi di un progetto-uomo, guidando il preadolescente a percepire la fondamentale direzione del suo essere a Dio, affermata, oltre che dalla Rivelazione, anche da numerosi ed autorevoli psicologi contemporanei quali A. Gemelli (2), A. Vergote (3), G.W. Allport (4), e a scoprire la risposta ai suoi interrogativi umani di fondo nel Cristo che viene incontro e fa crescere l'uomo, portandone alla pienezza gli appelli e le aspirazioni.

    VERSO LA META

    Questa metodologia ha il pregio di tenere presenti le esigenze interiori e sociali dei preadolescenti e di offrire loro chiarificazioni e proposte. Tende a far vedere come una lezione di lettere può diventare lezione di vita. È un metodo di lavoro molto semplice, è la proposta di alcuni valori fondamentali, nella crisi attuale dei valori. L'insegnante si sforza di cogliere sempre l'aspirazione di ogni ragazzo a diventare uomo. Presenta loro esperienze vive e anche letterarie, come esige la scuola, ma sempre molto collegate alla vita. Si serve di «domande» per far parlare e far scrivere i ragazzi, pur consapevole che il questionario può in qualche modo influenzarli. Ma chi ha esperienza di ragazzi, sa che sono pochissimi gli alunni che parlano, senza essere aiutati a chiarirsi le idee. Altrimenti non parlano, cioè non maturano, perché in loro non si muovono i processi chiarificatori delle intuizioni e delle scelte. Nessun ragazzo costruisce la sua personalità da solo, ha bisogno di qualcuno che gli sia amico e guida. Da questo ruolo il professore non può dimettersi.
    I ragazzi offrono come risposte delle belle «intuizioni», fatte più con il cuore e con l'esistenzialità della vita che con la ragione. Ma questo è il livello della preadolescenza, età tipicamente di transizione, che non va mai lasciata a se stessa, ma va guidata e sorretta, pur nel rispetto di una sempre più larga autonomia del ragazzo. Le «motivazioni»sono a volte ancora embrionali, per cui il lavoro deve essere continuato, sulla stessa linea, ma con un altro tono, durante l'adolescenza, quando l'educatore lo aiuterà a sviluppare «gli atteggiamenti» di fondo.
    La mentalità di fede è l'ottica nella quale si fa questa proposta di educazione integrale. È offerta senza ambiguità, nella scuola, una visione della vita, perché un educatore non è un eclettico che va avanti secondo idee parallele, senza scegliere e senza invitare a scegliere. Un educatore cristiano crede che la formazione dell'uomo è finita, quando ha raggiunto la statura di Cristo, uomo perfetto. Del resto non c'è nessuno più umano e più riuscito di Lui, «non esiste niente di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più virile e di più perfetto del Cristo; e io lo dico a me stesso – e agli altri – con un amore geloso, che non esiste e non può esistere» (5).
    Questa posizione non offende la libertà di nessuno. In democrazia nessuno può negare ad un insegnante cristiano il diritto di proporre nella scuola deí valori cristiani, pur nel rispetto della libertà altrui, e un educatore cattolico non può e non deve autoeliminarsi tranquillamente dalla vita pubblica, tanto meno dalla scuola, tra l'applauso di quelle forze che mirano avidamente a sostituirlo sulla scena della società. Per un altro verso non si può aspettare la maggiore età degli alunni per educarli, come non si aspetta la maggiore età per nutrirli, vestirli... Anzi è proprio nella età evolutiva che la fede può e deve dimostrare di saper rispondere, meglio di altre formule, alle nuove esigenze emergenti nel ragazzo che cresce.
    Ogni uomo, ogni ragazzo cerca la luce per risolvere i problemi fondamentali della vita, per dare senso e risposta alle sue aspirazioni e ai suoi sogni. E Cristo è la luce che garantisce di trovare quell'umanesimo plenario che edifica umanamente l'uomo: «conosciamo noi stessi, unicamente per mezzo di Gesù Cristo» (6) scrisse Pascal, con un'affermazione profonda che sostiene ogni educatore che non voglia dimenticare la sua fede, quando entra nella scuola. Del resto, come nella scuola, anche oggi, c'è posto per Giulio Cesare e Napoleone, molto di più o almeno alla pari, dovrebbe esserci posto per il Cristo, il Salvatore dell'umanità. Non ha detto recentemente il regista Roberto Rossellini (7) che «le cose che Gesù dice sono assolutamente essenziali per l'uomo?».


    NOTE

    (1) J. MARITAIN, L'educazione al bivio, Brescia, La Scuola, 1963, p. 16.
    (2) «Non c'è sentimento religioso senza una disposizione psicologica di tutto l'uomo che tende ad affermare, più o meno esplicitamente, il rapporto di dipendenza da Dio» (A. GEMELLI, Psicologia dell'età evolutiva, Milano, Vita e Pensiero, 1956, pag. 180).
    (3) «L'esistenza è avvertita come tale da non possedere perfettamente in sé il principio della propria consistenza: questa si postula come esistente. Possiamo spiegare questa percezione come la captazione d'una dimensione in profondità. L'esistenza campeggia sull'orizzonte d'un Altro che l'origina, e che la tradizione religiosa c'insegna a chiamare Dio» (A. VERGOTE, Psicologia religiosa, Torino, Borla, 1967, 95).
    (4) Il sentimento religioso «è la parte di personalità che sorge nel cuore della vita ed è diretta verso l'infinito. È il settore della vita mentale che ha le intenzioni a più lungo termine e per questo è atto a conferire un'accentuata integrazione alla personalità, generando significato e pace in contrapposizione alla tragedia e alla confusione della vita» (G. W. ALLPORT, L'individuo e la sua religione, Brescia, La Scuola, 1972, p. 223).
    (5) F. DOSTOEVSKIJ, Correspondance I, Paris, Ed. Calmann-Levy, 1961, p. 157.
    (6) B. PASCAL, I pensieri, Milano, Ed. Paoline, 1961, Pensiero N. 548 secondo il testo di Brunschvig.
    (7) «Il Messia» di Roberto Rossellini, in La civiltà cattolica, 3010, 16 novembre 1975, p. 348.