(NPG 1979-02-21)
Questo dossier è la continuazione logica del precedente sui gruppi giovanili ecclesiali (cfr. 1978/9).
In quel contesto ci siamo messi ín ascolto delle linee di tendenza attuali; e ci siamo ritrovati soprattutto con molti interrogativi.
Volevamo problematizzare l'educatore, per fargli toccare con mano, in modo riflesso, il nuovo che attraversa oggi i gruppi giovanili ecclesiali.
Ora, invece, presentiamo un fatto riuscito: una esperienza stimolante di gruppo; e sottolineiamo le molte concrete proposte che essa può rappresentare. I due dossier vanno letti assieme,
in logica continuità.
Non solo perché l'uno risolve, almeno in parte, i problemi che l'altro ha sollevato. Ma soprattutto perché le prospettive operative di questo dossier vanno collocate (e problematizzate) nel fuoco degli interrogativi del precedente. Solo così, infatti, il gruppo «funziona» nell'oggi.
Il fatto
Presentiamo un'esperienza: la storia di un gruppo nell'arco di quattro anni di vita. L'autore è uno degli animatori del gruppo; ha quindi le mani in pasta a sufficienza per raccontare tutti i particolari di un cammino, ricco e complicato. Gli abbiamo chiesto di tracciare soprattutto questo itinerario, per aiutare i molti gruppi giovanili che si ritrovano in panne, e non sanno dove sbattere la testa.
Un'attenzione speciale è stata riservata alla fase attuale del gruppo, per verificare i riflessi che i problemi dell'oggi riversano su un gruppo giovanile ecclesiale, impegnato a restare fedele alla sua identità e alla storia del suo territorio.
Prospettive
In redazione, abbiamo analizzato a lungo questa esperienza. Il nostro lavoro ha dato due risultati. Prima di tutto abbiamo constatato la presenza di molti aspetti interessanti, che possono essere facilmente riproposti agli animatori dei gruppi. In secondo luogo, abbiamo scoperto alcuni temi problematici: per l'esperienza studiata e per i gruppi in generale.
Su questi argomenti, abbiamo consultato degli esperti.
Sono maturate così quattro «proposte», che allargano il quadro dell'esperienza e formano gli «approfondimenti» di questo dossier:
1. La funzione dell'animatore
Non è più facile come una volta trovare «animatori» per i gruppi giovanili. E soprattutto non è facile fare bene l'animatore. Molti problemi di gruppo sono il riverbero dei problemi del suo animatore. Di qui l'articolo di Pollo.
2. Ragazzi e ragazze in gruppo
La compresenza di ragazzi e ragazze nel gruppo non pone solo problemi di coeducazione, ma spinge verso tensioni e modi di fare che risentono di fattori socioculturali (i temi del «femminismo», per esempio). Ci aiuta a riflettere l'articolo di Ghetti.
3. Quale aggregazione?
L'aggregazione è il gruppo.
Lo stile con cui nel gruppo «si sta assieme» determina la vita profonda di gruppo.
La voce «aggregazione» è equivoca, perché è abusata e perché risente di problematiche e di orientamenti che superano il gruppo stesso.
L'articolo di Tonelli suggerisce un quadro di riferimento.
4. Operazione sbocco
Verso quale obiettivo cammina il gruppo: tutti assieme, per sempre? oppure la dispersione? L'orientamento scelto dall'esperienza analizzata è corretto? è praticabile? Grossini ci parla dello sbocco, confrontando le scelte della «Speranza» con la sua larga esperienza in merito.
PROSPETTIVE
In redazione abbiamo riflettuto sul significato dell'esperienza che abbiamo presentato. Gli articoli che seguono sono la punta emergente di un discorso più ampio, che ora indichiamo a veloci battute.
1. Perché «proporre» un'esperienza?
Abbiamo raccontato un'esperienza.
Ci è sembrata interessante, ricca di molti stimoli, capace davvero di diventare proposta.
Non per questo, però, la presentiamo come un modello, da trasportare di peso nelle proprie situazioni di vita, quasi a scatola chiusa.
Nelle nostre intenzioni, essa è un discorso dal concreto. E cioè un modo di riflettere sui problemi che attraversano oggi i gruppi giovanili ecclesiali, fatto «a partire» dalla prassi.
Quello che conta, quello che è proposta, non è la prassi, ma la riflessione sulla prassi. Solo la riflessione è capace di produrre una prassi.
Il lavoro redazionale suggerisce qualche battuta per «riflettere» su questa concreta prassi.
Mentre manipolavamo questo materiale, ci siamo preoccupati di evitare due inconvenienti: la valutazione e l'enfatizzazione.
Abbiamo, prima di tutto, cercato di evidenziare le dimensioni più interessanti dell'esperienza, stando ben attenti a non giudicarla. Siamo convinti che la vita
è così ricca e così seria, che nessuno può arrogarsi il diritto di «giudicarla», con i piedi al sicuro dei propri principi. In secondo luogo, non abbiamo voluto enfatizzare questo fatto, fino a sopprimere gli aspetti carenti, per farne un prodotto da museo.
Ogni lettore può trovarci tratti problematici, come gliene abbiamo trovato anche noi. Ma proprio per questo l'esperienza ha qualcosa da dire: perché è «viva», è «umana».
Certo, però, non possiamo pretendere di aver fatto un lavoro oggettivo.
Le nostre scelte redazionali, la nostra collocazione antropologica e teologica hanno giocato nel momento in cui abbiamo interpretato l'esperienza e quando abbiamo deciso di approfondirne particolari dimensioni.
Il lettore dovrà perciò avvicinarsi all'esperienza e alla sua interpretazione con grande senso critico.
2. Cosa non dice
Ci sono degli argomenti su cui l'esperienza non dice nulla. Vogliamo incominciare la nostra interpretazione sottolineando proprio alcuni di questi argomenti-non-svolti, perché crediamo che una corretta prassi di gruppo non possa ignorare questi problemi scottanti. Come appare bene da tutto il contesto, la «Speranza» è un gruppo ecclesiale inserito in una comunità parrocchiale.
Nel racconto non si parla però molto dei rapporti che corrono tra gruppo, responsabili della parrocchia e comunità. Questo è un problema che non può essere dimenticato. La vita del gruppo, la sua maturazione, la sua reale dimensione ecclesiale richiedono un rapporto stretto con la «parrocchia». Isolarsi, perché la collaborazione è difficile, ritagliarsi un proprio angolo caldo e tranquillo, perché il dialogo con il fuori-gruppo è teso, significa inserirsi in una spirale che conduce progressivamente alla morte per soffocamento. La crisi verso l'esterno (consapevole o inconscia) viene risolta non quando si restringono i limiti di tolleranza del gruppo, ma quando ci si apre, rompendo la spirale falsamente rassicurante delle norme.
Non sappiamo bene cosa si faccia alla «Speranza»: quello che abbiamo sottolineato non è un giudizio sulla loro prassi, ma una raccomandazione importante per tutti i gruppi.
La seconda cosa di cui non parla l'esperienza è la scelta dei destinatari. All'inizio il gruppo si rivolge a tutto il territorio, con quella preoccupazione tanto evangelica del passare quasi di porta in porta. Nelle tappe successive
il discorso non torna più. E le cose che il gruppo fa, tutte molto serie e impegnative, possono far nascere il dubbio che lentamente si sia instaurato un processo di autoselezione.
Quando la vita di un gruppo si consolida, c'è sempre il rischio di farne una proposta strutturata, da prendere o lasciare. E così coloro che all'inizio erano i destinatari (tutti i giovani), lentamente vengono emarginati, perché il gruppo si fa proposta discriminante (una proposta per quelli che ci stanno).
Se il gruppo non si struttura almeno un poco, non può essere proposta per nessuno, perché non ha nulla di concreto da proporre. Se si struttura troppo, taglia molti potenziali membri; e così la «politica dei nuovi» è pura retorica. Non è facile inventare l'equilibrio giusto, tra questi due pericolosi estremi.
La terza cosa di cui si parla poco è il collegamento tra gruppo e territorio e, sul territorio, con le altre istituzioni che operano per la sua promozione. Nessun gruppo può evidentemente pensarsi come l'unica agenzia promozionale. Soprattutto deve acquisire questa consapevolezza il gruppo ecclesiale, per evitare di scivolare nell'integrismo. Il rapporto gruppo-territorio pone molti e gravi problemi. Ne abbiamo parlato in un dossier (1978/6). Non li ricordiamo, ma rimandiamo invece a quelle pagine. Qui sottolineiamo solo l'esigenza di fondo: la capacità di conservare e approfondire l'identità di gruppo, senza vanificarla in una dissoluzione territoriale, evitando nello stesso tempo di fare del gruppo una microsocietà «perfetta» e autonoma.
3. Due interessanti proposte
Tra le molte cose assai stimolanti che l'esperienza della «Speranza» rilancia agli operatori della pastorale giovanile, vogliamo sottolineare soprattutto due temi: l'itinerario di crescita nel e del gruppo e il suo modello educativo.
3.1. L'itinerario di crescita
Una cosa risulta di immediata evidenza: la «Speranza» ha una storia segnata da tante tappe precise. Questo è bello e importante: perché non c'è crescita matura se non quando «si prende in mano» la propria crescita spontanea. Per rendere propositivo il cammino di questa crescita, sottolineiamo le dimensioni che ci sembrano più caratteristiche:
– La partenza. È sempre la cosa più difficile, perché chi parte con il piede sbagliato deve poi faticare assai per riaggiustare il tiro.
Alcuni gruppi crescono quasi per generazione spontanea. I più piccoli si inseriscono progressivamente in una struttura che loro preesiste. Non c'è problema di inizio; tutto sta nell'inventare i «riti» che determinino in forma simbolica il passaggio, e nel realizzarli nel tempo giusto.
Altri gruppi, invece, come la «Speranza», hanno bisogno di partire, perché nascono sul nulla: qualcuno che ci crede fa una proposta e cerca consensi.
L'esperienza che abbiamo raccontata suggerisce tre aspetti interessanti di questa difficile partenza. In primo luogo, ci si è mossi attorno ai bisogni dei giovani del territorio. Si è verificato un reale processo di incarnazione: non una proposta «per» qualcuno, ma la ricerca «con» qualcuno. In secondo luogo, si è usato il momento-forte (il campo-scuola) come strumento di sensibilizzazione. Ci si è sottratti al quotidiano, per comprendere meglio le sue domande.
In terzo luogo, come abbiamo già ricordato, si è adottato il metodo dell'avvicinamento personale, del bussare a tutte le porte, del «vieni anche tu», testimoniato da coloro che l'hanno provato in prima persona.
– Il metodo. Ogni momento della crescita del gruppo risulta segnato da una integrazione di tre dimensioni: i bisogni giovanili, lo stare assieme, l'esperienza cristiana. L'esperienza cristiana fiorisce «dentro» la comprensione dei bisogni dei giovani e la maturazione dello spontaneo stare assieme, come risposta sconvolgente. La «Speranza» si è spesso ispirata al progetto pastorale offerto dalla nostra rivista. La sua vita dimostra che, tutto sommato, esso è praticabile. Rileggendo il racconto dell'esperienza con questa chiave di lettura, si possono raccogliere molti suggerimenti proprio in questa direzione. Forse anche l'invito a superare la tentazione di dire: ora siamo sufficientemente maturati, quindi è tempo di dimenticare le cose meno serie (... i bisogni giovanili e lo «stare assieme»), per dedicare tutte le energie a quelle veramente serie (livelli di maturazione cristiana esplicita).
– Il «prepolitico». Uno dei problemi più rilevanti che attraversano oggi i gruppi è dato dal difficile rapporto tra «stare assieme» e «impegno». Ci sembra molto interessante la soluzione offerta dalla «Speranza».
Lo «stare assieme» e l'«impegno» sono ricercati contemporaneamente, come due cose molte importanti e tutt'altro che alternative. Il saldo tra queste due esigenze è offerto dal «prepolitico», da quell'insieme di interventi che hanno uno spessore già politico (per esempio: azione educativa, terzo mondo, sensibilizzazione ai problemi del territorio...), senza richiedere quella dose di conflittualità legata alla politica, in senso tecnico.
– I «tempi-forti». La storia della «Speranza» è tutta segnata da «tempi-forti» (soprattutto i campi-scuola). Essi assolvono all'esigenza di prendere un poco le distanze dal quotidiano, per comprenderlo meglio e ritornarci con maggior carica. Alla «Speranza» non solo si è compresa l'importanza del campo-scuola, ma è stato vissuto seriamente, come tempo di consolidamento del cammino percorso, nella sua revisione critica, e di progettazione del futuro, mediante l'evidenziazione di «mete». E perché questo non rimanesse nel dimenticatoio, i campi si concludevano con «documenti programmatici», da diffondere a tutti.
3.2. Il modello educativo
Forse il titolo non esprime bene il contenuto che vogliamo sottolineare. Ci pare però un discorso molto importante. Per questo ci spendiamo qualche parola. Quando si parla di gruppi, normalmente si pensa ad una di queste due ipotesi: il gruppo più o meno spontaneo oppure il gruppo tutto ben strutturato, espressione rigida e discendente di una istituzione più vasta.
Nel primo caso sono accentuate le dimensioni della creatività, della libertà di espressione, della partecipazione quasi totale, della programmazione autogestita. Tutte cose importanti, ma che in questi gruppi sono segnate dal limite strutturale dello spontaneismo:
la mancanza del principio di realtà che offrono le istituzioni produce ricambio continuo di presenze e di stili, spreco di energie per raggiungere autisticamente quello che altri hanno già consolidato, conflitti di leadership, facile e immatura morte del gruppo.
Nel secondo caso, questi difetti sono ovviati, perché il rapporto stretto con le grosse istituzioni assicura continuità e circolazione di buoni valori. Ma, purtroppo, spesso a scapito della creatività e della partecipazione.
Anche gli esiti risultano diversi.
Chi è cresciuto prevalentemente nei primi tipi di gruppo, fa grosse difficoltà ad «inserirsi socialmente», perché è costretto a fare i conti con un clima molto diverso da quello respirato per tanto tempo nel suo gruppo (soprattutto, poi, se nel gruppo aveva una posizione di prestigio). E così gli viene spontanea la tentazione di «ritornare» nel suo gruppo, perpetuandone l'esistenza a scapito del sociale. Il gruppo diventa «totalizzante».
Chi invece si è abituato nei tempi della sua formazione, ad accettare la logica di ogni istituzione, non fa difficoltà ad accogliere quella più vasta e involvente del sistema sociale. La sua capacità critica si è annebbiata, per cui il passo verso l'integrazione sociale è molto facile. È chiaro che nella vita concreta le distinzioni non sono così nette e i rischi non risultano così pericolosi, anche perché nessuna ipotesi esiste allo stato puro e ogni giovane realizza una pluralità di appartenenze. In questo contesto ci preme soprattutto far vedere il problema; per questo abbiamo esagerato le tonalità. C'è una «terza via»?
La «Speranza», come del resto molte altre esperienze, offrono una alternativa formativa assai interessante.
Il gruppo si propone come «piccola istituzione», capace di accogliere il realismo di ogni istituzione e di fare spazio, nello stesso tempo, ad ogni persona. Come?
Sottolineiamo alcuni aspetti, evidenziando quelle condizioni ottimali, che amplificano l'esperienza stessa della «Speranza».
– Lo spazio dove si realizza questo processo di relativa istituzionalizzazione è la comunità ecclesiale. Essa prende decisamente in carico la formazione dei suoi giovani e mette al loro servizio le sue energie e le sue risorse. La responsabilizzazione della comunità ecclesiale connota, da una parte, la presa di coscienza di un compito che le è costitutivo (e che quindi non può essere delegato) e, dall'altra, permette di superare il rischio di «istituzioni parallele», di formare cioè un quadro educativo contrapposto (o, almeno, lontano) dalla comunità stessa.
– La comunità ecclesiale possiede una sua storia: una memoria a cui criticamente educa i suoi membri. Anche se le espressioni concrete possono (e debbono) variare, per l'irriducibilità della fede alle sue espressioni culturali, parola-comunione-sacramenti (la «storia» della comunità) determinano sicuramente continuità per ogni gruppo che nasce e vive nel suo grembo.
– Il gruppo incarna nella sua cultura questa storia e così la rende specifica e concreta: proponibile ai giovani. Questo gruppo cresce nel tempo. Ogni tanto qualche membro più maturo «lascia» il gruppo (non la «comunità ecclesiale», quando vive da cristiano nel vasto mondo, conservando il rapporto di fede con la comunità). Altri membri, invece, decidono di restare all'interno del gruppo, per servire educativamente la maturazione dei nuovi, dei più piccoli. Il gruppo accoglie progressivamente i nuovi. Essi si inseriscono in una storia, che imparano a conoscere e a condividere criticamente. Sono così iniziati alla Chiesa.
– Il rapporto nuovo-gruppo ripete lo schema del più generale rapporto giovani-società. Non deve trattarsi di un rapporto integrativo (questo è il gruppo: prendere o lasciare), né di un rapporto eversivo (quasi che il gruppo dovesse iniziare da capo ad ogni nuovo arrivo); ma di una presenza che accoglie e innova nello stesso tempo. Il gruppo offre la sua storia al nuovo e sa modificare la sua vita, per la novità che gli
è proposta. L'esperienza di molti gruppi dimostra che la crisi incomincia proprio quando non si riesce a mediare bene queste due esigenze: o il gruppo si fa rigido (e allora i nuovi non hanno posto, se non quando rinunciano alla loro personalità); o il gruppo diventa senza memoria, e quindi incapace di educare al senso di appartenenza ecclesiale.
– Una dimensione importante è costituita dal ricercare sempre il collegamento con tutti gli altri gruppi e persone presenti e operanti nella comunità.
Il collegamento è la condizione strutturale per realizzare il processo che stiamo' descrivendo. Senza un reale contatto, programmato e verificato, è infatti troppo facile aprire progressivamente un fossato tra gruppo, comunità, altri gruppi. Il collegamento (fatto di dare e ricevere), invece, attiva il confronto, arricchisce tutti: permette concretamente di sentirsi di fatto nel grembo della comunità.
– Un'altra condizione, per assicurare lo sviluppo reale del processo, è determinata dalla matura soluzione del problema del ricambio all'interno del gruppo. Troppi gruppi «esplodono» (e l'esperienza della «Speranza»
lo testimonia): alcuni membri si ritrovano stracarichi di lavoro, perché sono gli unici che si assumono impegni dentro il gruppo; mentre altri restano disoccupati, perché tutti gli spazi vitali sono già monopolizzati dai primi.
4. I problemi aperti
Una lettura critica dell'esperienza della «Speranza» pone molti problemi.
Lo abbiamo già detto. Alcuni di essi sono legati alle soluzioni che l'esperienza si e data, alle sue scelte caratterizzanti; altri emergono nella sensibilità del lettore, quasi in un gioco di «associazione di parole».
Gli articoli che seguono approfondiscono alcuni di questi problemi, allargando il discorso ai processi relativi alla conduzione dei gruppi giovanili ecclesiali. Una comunità ecclesiale può lavorare anche su altri argomenti, partendo proprio da questo concreto vissuto che è la «Speranza».
Possiamo trascrivere l'indice di quelli che noi abbiamo considerato nel nostro lavoro redazionale. Da questi abbiamo stralciato i quattro più grossi, sui quali abbiamo invitato esperti a reagire
(cfr. gli articoli).
– I momenti di qualificazione e di studio. La «Speranza» è un gruppo che studia forte. Il metodo di lavoro è corretto? Il materiale utilizzato è sufficiente? Si può pensare ad altro metodo? Lo studio provocato dai problemi concreti non è un poco riduttivo? Non c'è il rischio di non considerare mai alcuni argomenti solo perché la vita di gruppo non li ha ancora avvertiti sufficientemente problematici?
– L'ecclesialità di gruppo. Che ne pare della scelta ecclesiale del gruppo? L'orientamento di fondo funziona? I momenti espliciti di ecclesialità sono sufficienti? O, magari, troppi? fino a diventare quasi un'esperienza molto discriminante, perché molto impegnativa? Possono essere progettate altre linee di azione?
– Gli impegni di gruppo. Il gruppo ha scelto prevalentemente un'azione nel sociale (terzo mondo, droga, quartiere...). Siamo d'accordo con l'opzione?
E la dimensione specificamente politica? L'azione nel sociale è stata condotta in modo tecnicamente preciso? Quali linee alternative si possono ipotizzare?
– Il difficile dialogo con i genitori. Ogni gruppo ha problemi con i genitori dei suoi membri. Dove sta la responsabilità? Che si può fare per coinvolgerli di più? È possibile tagliare i ponti tranquillamente e fare una propria vita «a prescindere» dalla famiglia?
– Il gruppo e le tradizionali associazioni ecclesiali. Non si parla molto del contatto con i movimenti e le associazioni ecclesiali tradizionali (ACI, per esempio). Una Parrocchia può prescindere da questi contatti? Possiamo proporre questo gruppo come «modello»? Oppure non è meglio instaurare un certo rapporto con queste istituzioni più vaste? E con quali? E come?
– Lo «sbocco» è un problema certo molto serio. Nella sua soluzione, come tener conto del livello di maturazione dei membri del gruppo, delle nuove esigenze relative al bisogno di aggregazione? Basta una decisione teologicamente corretta?
– Molti oggi contestano l'affermazione che il gruppo è «insostituibile». È giusto? La «Speranza» ha fatto decisamente la scelta del gruppo.
Se si volesse elencare in modo serio i vantaggi e i rischi delle due opzioni, su quali elementi si dovrebbe mettere l'accento? È possibile una scelta intermedia, una terza via tra gruppo-sì e gruppo-no? Soprattutto se si tiene presente il problema già ricordato sopra: la necessità di rispondere positivamente alle esigenze di crescita di una persona che sarà chiamata a inserirsi pienamente in un sistema sociale, così diverso da quello costituito dal gruppo (anonimato contro personalizzazione, rigidità contro duttilità, integrazione contro creatività, decisionalismo contro partecipazione...).
– Per gli animatori: una comunità di vita o di servizio? Una comunità, cioè, in cui ciascuno esprime la totalità del suo esistere di uomo-cristiano impegnato e da cui parte per il suo servizio (come ogni altro cristiano); oppure una comunità centrata unicamente sul servizio da compiere, con funzioni prevalentemente tecniche?

