Giacomo Grasso
(NPG 1980-3-80)
Nel riflettere con un gruppo di amici sull'argomento in questione, per preparare questo contributo, ci si è resi conto della possibilità di arrivare ad una proposta educativa in questo campo. Ci si è però anche resi conto della necessita di chiarire alcuni dati che continuamente emergono. Il chiarimento è indispensabile se non si vogliono parlare linguaggi diversi usando le stesse parole e arrivando così a confusioni che non aiutano certo né il lettore né l'eventuale educatore. Le premesse riguardano un rapido esame delle due principali realtà emergenti dal titolo di questo testo: l'educazione e la contemplazione.
PREMESSE RELATIVE ALL'EDUCATORE
Incominciamo da alcune premesse a proposito dell'educazione.
Lavorare sui tempi lunghi
Per noi educare presuppone i tempi lunghi. Usando un'immagine: educare è un po' come organizzarsi per far crescere una foresta. Si possono piantare pioppi: verranno su abbastanza rapidamente ma chiederanno altrettanto rapidamente un ricambio. Si possono, invece, piantare conifere, per esempio abeti. I tempi di crescita sono terribilmente lenti, ma una foresta di abeti sfida i secoli. Se poi ci si limitasse non a volere una foresta ma solo una qualsiasi vegetazione, si potrebbero sistemare, a pochi centimetri dalla superficie, bulbi di tulipano: fioriranno in poche settimane, e dopo poche settimane saranno sfioriti e per un anno non si avrà più nulla da loro. Educare è un po' come piantare conifere. Altrimenti non ci si pone sul piano dell'educazione ma su quello della propaganda, dell'arruolamento o al massimo dell'informazione. Propaganda, arruolamento, informazione possono anche servire: se si vogliono raggiungere rapidamente alcuni risultati (per esempio dare a molti un'idea di quello che è, nel nostro caso, la contemplazione), l'informazione ha già un suo ruolo; lo hanno anche la propaganda e l'arruolamento: ben inquadrati, entusiasmati da uno che sappia presentare con passione e forza il prodotto (la contemplazione), tanti possono vivere alcuni giorni, o alcuni anni, in un clima dove gli elementi della contemplazione trovano un loro spazio. Passati gli entusiasmi, non più presente l'appassionato presentatore, tolto l'ambiente carico di pathos, è forte il rischio di assistere ad un crollo. Alcuni avvenimenti degli ultimi trent'anni lo stanno a dimostrare. In questo senso, e lo si ridirà parlando di «metodo», se possono essere utili alcuni momenti forti, alcuni tempi forti e alcuni riferimenti forti a personalità eccezionali, bisognerà però essere molto guardinghi perché l'educazione non può che impostare un programma che valga per tutta la vita, e la vita è lunga, e gli entusiasmi sono passeggeri, e il tempo della giovinezza - che pure è un tempo privilegiato perché in esso, se si è docili allo Spirito, molto si può impostare del proprio futuro - è tempo breve.
Evitare l'affanno dei risultati
Se educare presuppone tempi lunghi, non ci si affanni sui tempi brevi. L'affanno nasce nell'educatore che non vede risultati, oppure assiste a sconfortanti cadute (ma il proverbio dice che fa più chiasso un albero che cade che non una foresta che cresce...). Dall'affanno la domanda: «Quel che sto facendo, i metodi che sto usando, valgono?». La domanda è legittima, purché fatta nella fermezza e nella stabilità, nella grande pazienza: tutte virtù che appartengono a colui che sa di essere quaggiù in pellegrinaggio. Se queste virtù l'educatore le ha, se è educatore (e non informatore o arruolatore), se non sente impellente il bisogno di vedersi circondato da tanti ma piuttosto desidera che ciascuno sia ben pieno e ricco (fisicamente non si cresce perché ci si ingozza - cresce così il fegato delle oche allevate per il foie gras - ma perché si assimila lentamente...), controlli pure il suo metodo, ma cerchi di capire che i lunghi tempi di maturazione non possono che portare a risultati che quel giovane, o quei giovani, divenuti adulti, lentamente esprimeranno. Teresa d'Avila è passata attraverso vent'anni di aridità spirituale: se chi gli stava spiritualmente vicino ne avesse fatto una cavia per sperimentare metodi svariati che sarebbe successo? Se non altro avrebbe mancato nei confronti della personalità di quella donna che come ogni persona non poteva essere strumentalizzata...
Ci vuole un metodo
Educare presuppone un metodo. Qualche volta l'educatore può esserne lui stesso l'inventore. La prudenza (è una virtù, e il cristiano la vive meglio attraverso quel dono dello Spirito Santo che gli è connesso, dono che chiamiamo del «consiglio») chiede anzitutto di passare attraverso metodi già sperimentati nella grande Tradizione ecclesiale. Che altrimenti c'è davvero il rischio di strumentalizzare l'educando facendone il terreno di prova di intuizioni anche geniali ma non sempre ben concluse. In campo educativo la tentazione di essere inventivi e creativi è costante: la chiamo «tentazione» non per chiudere all'inventività e alla creatività. Voglio solo annotare che una cosa è essere molto attenti alla situazione concreta, e al singolo giovane; una cosa è ritenere sempre d'essere profetici portatori di metodi nuovi; e che novità non coincide sempre con verità e bontà.
Occorre comunque un metodo. E ogni metodo, in questo caso un metodo di educazione alla contemplazione, presuppone strumenti adeguati. Gli strumenti non sono sempre e necessariamente «neutri». Di qui la necessita di alcuni chiari collegamenti teoretici con quanto si intende per contemplazione (se ne riparlerà), con quanto si intende per uomo (perché è lui il soggetto della contemplazione, ma esiste anche una cultura egemone che condiziona molto la comprensione dell'uomo offrendo antropologie che non perché dominanti sono necessariamente le migliori...), con quanto si intende per realtà e per conoscenza della realtà (quella Realtà con la erre maiuscola che è Dio, il vertice della contemplazione ma: cosa ne dice, al riguardo, la cultura egemone? Anche a questo livello occorre procedere con molta attenzione per non dare per scontato nulla, e neppure per cedere a fronte di ogni tipo di aggressione culturale).
PREMESSE RELATIVE ALL'UOMO E ALLA REALTÀ
Prima di offrire un metodo, qualche breve cenno all'uomo e alla realtà, anche a costo di passare per semplicisti.
Il rifiuto di ogni idolatria
Se è vero (e il Vaticano II ce lo ha puntualmente ricordato) che l'annuncio cristiano non prerichiede un annuncio culturale perché ogni cultura può aprirsi all'evangelo, è altrettanto vero che chi avesse il «culto» del denaro, o della forza, o della bellezza, o dell'intelligenza (cioè chi avesse, in qualche modo, «idoli») non potrebbe contemporaneamente dire si all'evangelo e crogiolarsi nella propria idolatria. E allora è possibile delineare alcuni elementi di antropologia che non sono in quanto tali propri ed esclusivi dei cristiani, e di chi si avvia alla contemplazione cristiana, ma che solo se presenti rendono possibile una proclamazione anti-idolatrica e un'attitudine contemplativa.
Tali elementi sono intanto la convinzione della propria condizione di creatura, o almeno di essere limitato, partecipato. Poi la consapevolezza di non esaurire tutto né nella sola estensione sperimentalmente misurabile, né all'assolutezza di un io pensante occasionalmente limitato da un corpo. Ancora nella convinzione di poter conoscere con una buona approssimazione la verità e anche la verità stessa, pur nell'incidenza in molti possibili errori. Infine nella autogestione delle proprie azioni, per lo più libere, perciò responsabili, azioni che tendono a costruire un'esistenza che è virtuosa se le azioni tendono al vero bene, viziosa se tendono ad un bene creduto ma non tale. Tale esistenza virtuosa comprende globalmente l'uomo, è dunque la sua intelligenza, la sua volontà, la sua corporeità sia nei desideri che nella aggressività. Nell'ambito dell'esistenza virtuosa l'uomo si relaziona con se stesso e con i suoi programmi di vita (virtù della prudenza), con gli altri e con l'Altro per eccellenza (virtù della giustizia e, in questa, virtù della religione), con i beni verso cui puntano i suoi desideri corporei (virtù della temperanza), con i beni o i mali che eccitano la sua aggressività (virtù della fortezza). Quest'uomo, proprio in quanto tale, è colto come persona, entità a sé stante e dinamicamente aperta.
Il ruolo della realtà e della sua conoscibilità
Quanto alla realtà e alla sua conoscibilità anche qui alcuni rapidi cenni: si tratta di una realtà creata, cioè limitata, partecipata, ma anche in qualche modo definita dal creatore, è dunque non manipolabile a proprio arbitrio, e insieme non adorabile (non è Dio); è una realtà conoscibile, dove quello che per comodità si chiama «caso» è in effetti limite di conoscibilità per indefinita presenza di variabili; tale conoscibilità certo passa attraverso approssimazioni successive, è anche attraverso modalità culturali che possono condizionare, ma non si esclude totalmente se non per la cattiva volontà dell'uomo che responsabilmente manipola la propria libertà o quella degli altri. Talora i condizionamenti possono essere del tutto accidentali, spiegabili per i limiti umani, al di fuori di ogni responsabilità: non sono però il dato costante. Manifestano piuttosto delle incidenti patologie.
A questo punto la o le culture dominanti possono anche sorridere, o accusare di manipolazione: Il cristiano non pretende conversioni culturali ma non può neppure accettare, per restare alla page, testimonianze idolatriche. Se ritiene di dover offrire questi piccoli elementi, lo fa comunque con grande circospezione e umiltà, secondo lo stile del figlio dell'uomo, del servo del Signore, di chi ha svuotato se stesso rendendosi schiavo, perché sa bene che talora, nei secoli c'è stata una pretesa egemonica di alcuni cristiani che non si è mossa in modo propriamente evangelico, anche se buone intenzioni potevano anche essercene.[1] Di buone intenzioni, dice il proverbio, è lastricato l'inferno...
San Tommaso d'Aquino, nel XIII secolo, in un momento di cambio culturale e di grande vivacità politica, ha assunto tutto quello che di umanamente ricco gli si offriva (e non gli importava se l'Autore da lui citato fosse un pagano, o un arabo, o un ebreo, un aristotelico o un platonico, un giurista o un architetto, uno scienziato o un filosofo). Lo ha fatto, però, lucidamente e virtuosamente, senza mercanteggiare.[2] Senza accogliere idolatrie di ogni genere, quelle dei cui, secondo Calvino, il cuore umano è continua fucina. La cultura egemone non va respinta, quasi che il naïf o il balbettante sia da privilegiare. Tutto quello che l'uomo ha, nei secoli, approfondito, sofferto e vissuto diventa un luogo teologico per il credente, senza confusioni, però. Un'esasperazione del ruolo della ragione, o un'esasperazione del ruolo della volontà, una proclamazione che tutto è spirito o che tutto è materia, in conclusione: ogni assolutizzazione è passaggio facile all'idolatria. Ad essa il credente dice no, anche se chi la sostiene, questa idolatria, è gente acuta e talora simpatica.
PREMESSE RELATIVE ALLA CONTEMPLAZIONE
Per contemplazione qui intendo «uno sguardo semplice sulla Verità.[3] La contemplazione si caratterizza senza dubbio come «uno sguardo dell'intelletto», ma sarebbe semplicistico ridurla esclusivamente a questo aspetto. Alla radice di questo « sguardo» sta l'amore e questo «sguardo» porta all'amore. È perché amiamo Dio che noi ci prepariamo a contemplarlo: se Dio ci fosse indifferente, non ci metteremmo in ascolto di quanto Egli ci vuol dire, non rimugineremmo fra noi tutto quanto Egli ci dice fino a riposare in quello sguardo in Lui che è, si, uno sguardo dell'intelletto, ma dell'intelletto che, contemplando Dio, si sente tutto infiammato d'amore in questo contatto con la persona amata.
I presupposti di ogni contemplazione
Ogni contemplazione, anche quella più semplice e quotidiana che passa attraverso un vissuto abituale, chiede alcuni presupposti. Essi sono, genericamente, un vivere virtuoso in un'attitudine di apertura-ascolto; per il cristiano quel vivere in Cristo che dice costante proclamazione che solo il Signore è Dio, contro ogni idolatria; costante riconoscimento di Cristo nella realtà, secondo un'attitudine quasi-sacramentale; abituale confessione di peccato. Vivere in Cristo che diventa anche qui attitudine di apertura-ascolto alla Parola intesa nella sua accezione più ampia, quella di cui parla la costituzione conciliare Dei Verbum.
Sono presupposti «morali», di morale naturale i primi; di morale cristiana i secondi: entrambi, poi, sia in riferimento a quanto detto prima a proposito di antropologia e di realtà, chiedono a loro volta un clima che non può che essere clima di rispetto e di silenzio. Si continua a rimpiangere il buon pane preparato nei cascinali di campagna e cotto in forno a legna. C'è ancora chi si ricorda che quel pane richiedeva levate a notte fonda e lavoro amoroso, per lo più a carico del capo famiglia che, più forte, impastava nella madia profonda la farina e attendeva con calma la lievitatura e preparava e scaldava il forno e lo ripuliva con cura. Senza tutta questa attenzione non si ha quel buon pane. Il consumismo veloce lo ha fatto dimenticare. La fretta, il rumore, le tensioni continue impediscono la contemplazione. Come l'impediscono una vita morale disturbata, tesa tutta alla soddisfazione rapida ed epidermica. Come l'impediscono comunicazioni ad un senso unico, fatte di parole e parole, di domande su domande, senza mai un momento tutto gratuito dato all'ascolto «inutile» (cioè a quello ritenuto tale perché non immediatamente produttivo). Riemerge qui il ricordo dei lunghi anni di silenzio pesante di santa Teresa d'Avila e la ricerca querula di chi dopo pochi minuti di silenzio afferma con una superficialità impressionante che «non ha sentito nulla». Certo: la seduta parapsicologica raggiunge gli effetti voluti in un batter d'occhio...
Senza questi presupposti tutto diventa abbastanza vano. Su questi presupposti, però, si gioca una vita e dunque non si possono considerare risolti in un'esperienza di pochi giorni: i pochi giorni al più possono essere considerati un'esperienza.
UN METODO
Ho già detto che è prudente rifarsi alla grande Tradizione cristiana. Si può essere forse inventori di metodi nuovi ma occorre sempre, nell'inventare, tener presente quello che tanti uomini prima di noi hanno saputo fare. Per chi poi vive la contemplazione cristiana diventa indispensabile il riferimento ai contemplativi credenti che, nei secoli, hanno sperimentato in semplicità «lo sguardo semplice sulla Verità» e sono cresciuti nell'Amore.
Allora questo paragrafo potrebbe intitolarsi «i metodi» e potrebbe elencarne svariati, tutti accreditati dalla santità di vita di migliaia di credenti che li hanno fatti propri. Il discorso diventerebbe amplissimo e uscirei dagli scopi di questo articolo. Di più: qui si vuole fare una proposta educativa, a giovani. Farò una scelta, e la faro, da una parte, tenendo presente quella che ho chiamato «la grande Tradizione». Al di sotto delle mie esemplificazioni si potranno ritrovare gli ammaestramenti dei grandi Maestri dello Spirito e il vissuto di una moltitudine di credenti, uomini e donne, giovani e adulti, noti e sconosciuti che hanno reso piena la loro esistenza, illustre o nascosta, arrivando con semplicità alla contemplazione di Dio in Gesù Cristo. Dall'altra, faro la scelta tenendo presenti i giovani d'oggi, quelli che ogni tanto o frequentemente si riuniscono in comunità di Chiesa, ma anche quelli che potrebbero riunirvisi, solo che vi fosse qualcuno che si facesse strumento del Cristo e li chiamasse da dove sono: non necessariamente al banco come Matteo, e più facilmente a rissare sugli spalti dei campi da calcio, o a trascorrere faticosamente il tempo nelle discoteche, ecc.
Liberare l'intelligenza
Questo metodo deve poter far scoprire il ruolo dell'intelligenza,[4] il ruolo del corpo,[5] il ruolo del reale,[6] la dimensione limitata della nostra esistenza: limitazione non bloccante ma liberante, in tensione com'è verso la comprensione della propria creaturalità. Questo metodo deve permettere un'attenzione alla Parola,[7] al «quotidiano», fatto di uomini e donne, piccoli eventi, piccole cose, tutti da rispettare. Questo metodo deve evitare ogni tipo di fuga, assumendo invece gli aspetti positivi del cambiamento, del gratuito, del festoso.
Per arrivare alla contemplazione, infatti, occorre «liberare l'intelligenza» da ogni preconcetto, permettendo così all'uomo, ad ogni uomo indipendentemente dalla sua collocazione accademica, di rendere vivace la sua capacità di ispezionare tutto ciò che gli accade attorno, tutto ciò che lui stesso è, tutto ciò che attorno a se egli vede. Si parla molto di «liberazione» (o se ne è molto parlato); si trattava per lo più di una « liberazione della prassi». Non che questa non sia un bene. Lo è, pero, solo se viene preceduta da quella liberazione tutta interiore che dà la possibilità alla conoscenza di non lasciarsi imprigionare da sospetti che se metodologicamente è anche bene prospettarsi, possono diventare bloccanti e impedire qualsiasi ulteriore movimento prima del pensiero, poi di tutta la persona. L'intelligenza, così, acquista un suo ruolo: quello che non può che essere proprio dell'uomo che nella sua capacità di razionalità, almeno in potenza, individua la sua specificità di vivente.
Individuare il ruolo del corpo e del reale
Accanto al ruolo dell'intelligenza va individuato il ruolo del corpo. L'uomo ha un corpo. Esso non va ne relegato tra le realtà inferiori (è il corpo di un uomo, non di un bruto!), né esaltato come se l'uomo fosse solo corporeità. San Tommaso d'Aquino attribuisce alla corporeità un'importanza di prim'ordine, tanto da giustificare la convenienza dei sacramenti proprio per essa. Nelle culture che conosciamo si va da un estremo all'altro. O non la si considera affatto, o la si esalta nell'ambito di radicalismi che finiscono per esasperarla. Ciò non toglie che la corporeità umana abbia un suo ruolo e che anch'essa debba essere considerata nell'itinerario contemplativo. C'è poi il ruolo del reale che si pone davanti a me e che chiede insieme di essere preso per quel che è, ne divinità né demone. Il reale va anch'esso contemplato, ma contemporaneamente amato e superato, conosciuto in se stesso e nella sua dimensione di segno di quegli avvenimenti di Salvezza di cui, per il credente, già la Creazione e momento espressivo. Dimenticare il reale, come se esistesse solo l'uomo, o divinizzarlo: due estremi facendo i conti coi quali diventa estremamente difficile contemplare. Infine va colta la dimensione limitata della nostra esistenza. Vedersi limitati non vuol dire aprire un altro motivo di sofferenza ma accoglierci per quel che siamo, creature appunto che nella loro limitatezza assumono il senso non assoluto ma vero della propria libertà e possono capire cosa significhi «essere partecipato» dove Colui che partecipa non ha né il volto anonimo di una divinità olimpica e lontana, ne la brutalità di una forza ineluttabile, né la tragica scherzosità di chi, deus ex machina, risolve dal di fuori ogni umano problema.
Creare uno spazio per la Parola di Dio
Il metodo in questione deve rendere possibile un'attenzione alla Parola: non può dunque far mancare il silenzio, la solitudine, quella stanchezza fisica che abitua all'essenziale e con l'essenziale alla misurazione di ciò che è provvisorio e di ciò che resta. La Parola non la si ascolta nel chiasso delle vanità, né in quello del consumismo che abbruttisce. L'attenzione va pure rivolta al «quotidiano»: e il quotidiano è fatto di cose consuete. I grandi avvenimenti sono rari, talora assenti, dalla vita. Se uno attende questi grandi fatti per iniziare la sua strada di contemplazione arriverà all'unico episodio grande della sua esistenza, la morte, senza averne incontrato altri prima: e nel momento della morte sarà troppo tardi per abituarsi ad una contemplazione che - in specchio e in immagine - sia propedeutica alla visione «faccia faccia».
Educare a ricercare, cambiare, dare, fare festa
Il metodo deve evitare le fughe. C'è chi ha interpretato il ruolo di Maria (la sorella di Marta) in questo senso. Gli orientalismi di cui si fanno portatori alcuni oggi, anche tra i giovani, sanno di fuga. Talora lo sono drammaticamente. Non so fino a che punto siano vere le descrizioni di quel che capita sulle strade orientali della droga. Quanto riferiscono i giornali dicono di gente che vuol ormai dimenticare. Il '68 è finito; spazi di libertà sembrano ad alcuni non esistere più. Alla lotta si preferisce la tranquillità nirvanica. Porta alla morte? Pazienza. Questo stile di fuga è sufficientemente antiumano per essere compreso come alienante. La contemplazione si colloca al polo opposto dell'alienazione, ma talora può essere confusa con le fughe. Se queste sono lasciate da parte, con chiarezza, ecco che i veri spazi sono occupati dalla capacità di cambiare, lasciandosi conquistare dalla verità, espressa anche dagli avvenimenti compresi, indagati; dalla capacità di dare gratuitamente, servendo gli altri: sacrificando anche, se necessario, spazi di contemplazione alle necessità altrui; dalla capacita di fare festa, perché la gioia più grande un uomo la raggiunge quando conosce la Verità.
UN ESEMPIO: IL METODO DELLA STRADA
Dopo aver detto molte cose nelle premesse, dopo aver enumerato le caratteristiche che deve avere un metodo di contemplazione, dopo aver annotato che tale metodo va assunto dalla grande Tradizione ecclesiale, non resta che tracciare, concretamente, tale metodo. Qui sorge la difficoltà. Non tanto la difficoltà di proporne uno, ma piuttosto la difficoltà di fondo nella quale ci si imbatte quando si arriva ad esemplificare. È legittima l'esemplificazione?
Personalmente credo di sì, a due condizioni. La prima è richiesta a chi descrive l'esempio. Lo faccia avvertendo che si tratta ormai di una soluzione pratica che viene offerta come esempio, e la si offre non perché la si ritiene l'unica ma perché la si è sperimentata; si è annotato che non mancano le condizioni prima elencate; si è colta dal vivo la capacità di condurre lentamente ad alcuni risultati. La seconda condizione è richiesta a chi legge. Sappia bene discernere l'esempio. Non lo assuma come l'atteggiamento superbo di un maestro che tenta di produrre la sua merce. E neppure l'assuma come la pietra filosofale che permette di cambiare tutto in oro.
La strada come strumento di contemplazione
Detto questo io propongo ai giovani d'oggi il metodo della strada. La strada come strumento di contemplazione.[8] Ha scritto il padre Vincent de Couesnongle, maestro dell'Ordine dei Predicatori (Domenicani): «Io parlo volentieri della contemplazione della strada. Dico bene, della strada, non nella strada. Non si tratta di girovagare distrattamente in mezzo alla folla ma di rivolgere uno sguardo attento su tutto ciò che ci sta attorno... è saper cercare, indovinare, ciò che non si vede... La contemplazione della strada sa rendere sempre attuale lo sguardo insieme umano e divino di Cristo... sulla folla, sui malati, su tutti quelli che sono posseduti dal male»[9].
Non mi soffermo su tale metodo: annoto solo che esso riunisce in sé, quasi esaltandole, tutte le caratteristiche che ho enumerato. Ha un solido risvolto umano, è tutto un collegamento, attraverso la spiritualità della strada,[10] alla tradizione evangelica, preparata è già previssuta nell'Antico Testamento.
Ciò che si impara facendo strada, in momenti privilegiati che possono restare puntuali perché raramente ci si trasforma, come capitava nel medioevo in pellegrini per sempre, si trasferisce nella vita di ogni giorno. Lo si fa per quella parte di contemplazione che ha reso l'itinerante un piccolo «monaco delle cose». Lo si fa per quella parte di contemplazione che si è raggiunta attraverso l'ascolto della Parola in un silenzio che era, sulla strada, profondo. Lo si fa per quella parte di contemplazione che si è compiuta dicendo brevi parole al compagno di strada, o a chi si è incontrato per via. Lo si fa per quei momenti particolarmente lucidi durante i quali si è compiuto - mirabilmente, ma di solito ci se ne accorge dopo - un atto di contemplazione pura durante il quale si è goduto anche delle conseguenze estatiche di una comprensione quasi netta di quello che si è noi e di chi è Lui.
La strada, un'esperienza che coinvolge ed educa tutta la persona
Per l'esperienza che ho di questo metodo, sperimentato da me con molte centinaia di giovani, mi limito ad aggiungere, rimandando al mio testo citato sopra, che esso coinvolge globalmente la persona, nella sua intelligenza, nella sua volontà, nella sua corporeità. È un metodo che evita la fuga, perché la strada facilita invece l'incontrarsi. È un metodo che separa piuttosto dalle superficialità di un consumismo facile. È un metodo che apre alla realtà, e a Dio. È un metodo che ci accosta quasi sacramentalmente a Cristo Gesù che si è proclamato «la strada». È un metodo che fa vivere, a livello di «momenti forti», esperienze per nulla epidermiche. Certo, si tratta di «momenti forti», con tutti i limiti che hanno questi momenti, nella loro brevità cronologica, che si vivono e poi passano. È possibile, comunque, ripeterli abitualmente e allora introducono ad abitudini che diventano forti nel soggetto, e possono cominciare a chiamarsi «virtù».
I giovani d'oggi sono in grado di apprezzare la strada: solo occorre proporla loro, e proporla come si propone un appello. Solo che si riesca a farla vivere essa travolge e innamora. Così uno si riabilita alla speranza, si riconcilia col Creato, riacquista la capacità di dialogare col fratello, con se stesso, e - nel profondo e faticoso silenzio del cammino - con Dio.
NOTE
[1] Questo atteggiamento «incarnazionista» non è l'atteggiamento di chi fugge, ne si oppone alla fede nella risurrezione. È solo atteggiamento fedele alla dinamica del Verbo che si fa carne, una dinamica che passa attraverso il mistero della Croce per giungere alla gloria della risurrezione.
[2] Cf M.D. Chenu, San Tommaso d 'Aquino e la teologia, Gribaudi, Torino 1977 e le altre opere scientifiche dello stesso Autore; sempre a livello scientifico C. Pera, Le fonti di san Tommaso d 'Aquino nella Somma teologica, Marietti, Casale 1979/2.
[3] San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae, II-II, q. 186. a. 6.
[4] Cf V. Possenti, La liberazione dell'intelligenza alle origini dell'impresa filosofica di J. Maritain, in Rivista di Filosofia neoscolastica, Anno LXXI (1979), fasc. II, pp. 403-425.
[5] Un ruolo da scoprire, con l'aiuto, ad es., del trattato sulle passioni di cui in san Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, pp. 22-48.
[6] Contro ogni idealismo, ma anche contro l'esasperazione materialista che riproduce quella idealista mutandole solo segno.
[7] Cf L. Bianchi, Pregare la Parola, Gribaudi, Torino 1976, e - più ampiamente - L. Deiss, Vivere la parola in comunità, Gribaudi, Torino 1976.
[8] Cf G. Grasso, Sulla strada. Una spiritua/ità per chi cammina, Gribaudi, Torino 1980. Un capitolo è dedicato a questo tema. Il libro si presenta insieme come testo di studio e «manuale "pratico, arricchito di diciotto itinerari di strada ciascuno della durata di cinque sei giorni di cammino.
[9] Cf La Stella di san Domenico, aprile 1979, pag. 20.
[10] Rinvio ancora al mio libro, citato in n. 15, Avvertendo che l'espressione «spiritualità» va presa analogicamente e che, comunque, una ricchissima tradizione, prima veterotestamentaria, poi neotestamentaria, è strettamente collegata alla «strada». In ebraico «convertirsi» (sub) significa «girare sui propri tacchi». Gesù dice di sé: «lo sono la strada» (Giov 14,6). In Atti più volte i cristiani sono chiamati «quelli della strada» (oi tu odu ontes, At 9,2).

