Crisi di speranza storica e evoluzione culturale e religiosa in Italia


    Gianni Baget Bozzo

    (1980-05-48)


    Il marxismo è stato il più grande investimento di speranza fatto dagli uomini nel secolo XX. Ciò che rimaneva della speranza cristiana in Europa si è in questo secolo concentrato nel marxismo, nonostante il pensiero di Marx fosse già così visibilmente datato, logorato quando la grande crisi della prima guerra mondiale lo pose veramente «nel cuore delle masse». La presente perdita di identità dell'uomo europeo pdtrebbe persino essere definita come la conseguenza dello spegnimento del sole marxista, la presa di coscienza che si estinguevano gli ultimi bagliori di un sole spento.

    Il dissolversi della speranza marxista

    Il marxismo aveva infatti espresso quella speranza escatologica, di una decisiva novità storica, che era stato il segreto di un cristianesimo popolare nascosto nel cristianesimo ecclesiastico: se esso mosse così il mondo europeo, era perché la preparazione secolare era stata minuta. Il cristianesimo generava una speranza che non aveva luogo nel presente, concentrava l'attesa nel futuro: era questo futuro un paradiso inteso come semplice reintegratore divino dell'ingiustizia storica o non era possibile anche una giustizia storica? La speranza del vangelo toglieva la speranza dei profeti ebrei? Il marxismo ha cambiato il mondo, ma il mondo non è cambiato a livello della speranza che si era condensata nel marxismo.
    Anche il marxismo diveniva, come il cristianesimo, ideologia, strumento di potere; giustificazione di un esercizio senza limiti del potere, guerra contro altri poteri. La società senza classi economiche conosceva le classi politiche. Le gerarchie si rifondevano con un rigore ancora più assoluti fornito proprio dall'idea di eguaglianza.
    Il secolo XX è dominato da questa esperienza. Visibile nel ritorno dall'URSS di Gide, dalla crisi di Silone, dai romanzi di Koestler già negli anni trenta, essa è dimenticata negli anni della grande alleanza antinazista, e ritorna poi puntuale: nel '47, nel '56. La Cina prima, il Viet-Nam poi le offrono nuove possibilità di condensazione, anche Cuba conosce il suo splendore...
    Ma sembra che la storia si accanisca a confutare, con terrificante puntigliosità, la grande speranza: la «banda dei quattro», Pol-Pot, la guerra cino-vietnamita, i campi profughi cambogiani... L'Europa ha mangiato l'uva acerba e l'Asia ne ha avuto i denti legati, per parafrasare Ezechiele.
    È comprensibile il grande scoramento, il riflusso, l'abdicazione: tutto embra finire con Sartre che firma assieme ad Aron un manifesto contro la partecipazione della Francia ai Giochi Olimpici...

    La crisi del marxismo non segna l'arrivo dell'«ora di Dio»

    Come rispondere al riflusso delle speranze, alla grande crisi della speranza atea, alla attesa della liberazione dell'uomo da parte dell'uomo?
    Sarebbe ben triste che il credente dicesse che questa è, per chi è stato coinvolto dalla tradizione marxista, l'«ora di Dio»: fa certo parte della migliore apologetica del secolo scorso di stabilire i trionfi della fede, sulle sconfitte della ragione, ma non è così. Nella sconfitta del marxismo, è stata sconfitta una grande speranza umana nata dal cristianesimo; anzi una nuova comprensione della speranza cristiana, una comprensione che non era nata nell'orizzonte ecclesiastico.
    E ciò è tanto vero che i marxisti che non sono più tali (e sono ormai veramente la quasi totalità di coloro che sono stati afferrati dal grande fascino della ideologia), pur comprendendo che nella sconfitta storica del marxismo è anche sconfitta la dottrina marxiana sulla religione, guardano con interesse alla fede ma non sono tentati di diventare credenti. Perché essi avvertono di portare ancora, nella loro speranza frustrata, una pars melior, che la apparente pacificità dei credenti, nutrita talvolta di positive opere buone (i marxisti non sanno occuparsi degli handicappati così bene come i cristiani perché non riescono ad identificarsi mediante l'opera buona), non contiene al medesimo livello. Sembra infatti che i credenti siano coloro che sfuggono i conflitti mentre invece l'ateo è colui che le porta.
    La crisi del marxismo non diviene perciò una crisi dell'ateismo, anzi in qualche modo ne genera un approfondimento. Appunto perché cadono le motivazioni e le sicurezze storiche della speranza marxista che rendevano la questione religiosa una questione superata, perciò stesso la scelta atea rimane ancora più netta, approfondita e conformata nelle sue ragioni spirituali.
    L'immagine di Dio che i marxisti ricevono dalla figura dei credenti, dalle parole, dal linguaggio della Chiesa è tale da rendere non superabile il loro ateismo. Questo è il punto più grave che si pone oggi alla meditazione dei cristiani.

    Misconoscimento della speranza cristiana e consenso dei «moderati»

    La connessione tra la speranza marxista e la speranza cristiana appare anche paradossalmente sotto un altro aspetto. La crisi della speranza storica marxista ha bloccato anche quel tanta di speranza storica cristiana che era emersa soprattutto dopo il secondo Concilio Vaticano. Stiamo andando di nuovo verso la congiunzione tra praticante e ben pensante, tra pratica domenicale e scelta moderata. Il nesso tra Chiesa e DC si secolarizza, e si stabilisce perciò ad un livello ancor più moderato, fondato sul rigetto e sulla riduzione a mero artificio verbale della prospettiva di cambiamento storico. Cadono la preghiera, la contemplazione, l'amore alla castità ed alla verginità, ma si estendono invece consensi di stima socia-
    le alla stabilità ed al prestigio della istituzione ecclesiastica: la classica forma dell'«uso d'ordine» della Chiesa.
    Ciò finisce per consolidare il nesso tra volontà di cambiamento ed ateismo anche dopo la crisi del marxismo.
    Su questo punto si stendono le posizioni più varie e diverse, ma che hanno appunto a fondamento il comune rigetto della proposta cristiana anche quando ne intendono in qualche modo il significato e la riconoscenza come alternativa. Cade l'idea marxista di un soggetto collettivo ideologico, e la significanza è posta in prassi che hanno nelle loro immediata efficacia la misura stessa del loro significato e del loro valore.
    E qui che si inseriscono i movimenti, anzi la forma movimento rispetto alla «forma partito». La forma partito è la forma che ha avuto nel marxismo la sua più piena fondazione: il partito ideologico (non la classe come tale) è la figura del marxismo che ha fatto storia. È quindi inevitabile che alla estinzione del marxismo come risposta alla domanda di mutamento, corrisponda la caduta della forma politica con cui il marxismo si è imposto. Il partito sopravvive a se stesso ma si trasforma, ed assume inevitabilmente il luogo di punto di incontro con i movimenti. Questa è la forma che immediatamente ha assunto la crisi del marxismo negli anni '70. Si pensi in modo particolare al movimento delle donne, ai movimenti dei diritti civili, alla forma di movimento che ha teso ad assumere la figura e soprattutto la prassi del sindacato. Una forma di partito fatto come una federazione di movimenti, come un collettore di una dinamica spontanea degli individui nella società è stata data dal Partito Radicale. Continuerà il tempo dei movimenti? Essi sono stati posti in crisi da un'altra forma che sorge dalla grande crisi delle speranze marxiste, cioè il terrorismo: una forma che ha dimensioni culturali comuni con l'area dei movimenti ma esito opposto.
    Sono i movimenti entrati in crisi? Ciò non sembra. Tuttavia esiste certamente la possibilità di un riflusso d'ordine anche all'interno delle forze storicamente schierate attorno al segno del cambiamento, così come una diffusione nella evasione nelle soluzioni esistenziali, nei piaceri privati. Le Monde ha dedicato una indagine ai «nuovi ghiottoni», cioè a coloro che ricercano, dopo le frustrazioni del '68, nuove consolazioni nei piaceri della cucina elaborata. Ma di questo riflusso esistenziale un'altra possibilità è la droga.

    Un mondo senza futuro o una speranza che non conosce il suo fondamento?

    La caduta della speranza cristiana esistente nella speranza marxista e la riduzione del credente ad uomo di pietà e di opere buone finisce per lasciare spazio ad un universo oscurato, uno sheol senza futuro, senza il senso del futuro o con il futuro come incubo.
    Leggo su La Stampa la pubblicità di un romanzo di Manlio Cancogni: «In una Italia del futuro quando tutte le istituzioni sono crollate e gli eserciti di ventura saranno i padroni, dove troverà l'uomo serenità e pace?». La risposta di Cancogni sembrerebbe offerta, secondo l'inserto pubblicitario, da una "avventuriera dalle gambe lunghe e dal grande cuore" che dà il titolo e l'immagine al libro: «Nostra Signora della Speranza».
    Un bel titolo per delle nuove litanie lanretane, un titolo attuale che mostra come infine i termini escatologici cristiani, «futuro» e «speranza», che si sono condensati nel marxismo, sopravvivono alla sua crisi come portatore di significato.
    Essi si incarnano come per in «nulla», appunto, nella «avventuriera dalle lunghe gambe e dal grande cuore»: a mostrare come basta anche poco di umano per permettere al cuore dell'uomo di manifestare la sostanza di cui è fatto, cioè appunto la speranza.
    Vi è dunque uno sguardo «oltre il terrorismo», come, secondo l'evocazione fatta da Massimo Boffa su Repubblica, uno sguardo che va oltre i limiti del presente e non si rassegna ad esso.
    Forse quello che rimane integro nel mondo postmarxista, come alternativa alla rinuncia al significato del vivere, è una speranza che non conosce il suo fondamento. Non potrebbe essere proprio questa la chiave della potenza teologale del loro ateismo? Non vi è più Dio in una speranza che non si possiede, che in una fede usata per lenire il trauma di esistere e poi garantirsi la pacificità mondana di una giustizia rassicurante?