E continuare a sperare. Una proposta per iniziare la Quaresima con i giovani


     


    Franco Lever

    (1980-1/2-92)

    Un «messaggio» offre informazione solo quando è possibile ricevere al suo posto un «messaggio»» diverso: quando ci sono delle alternative.
    Quando chiedete ad un ospite se gli è piaciuto il pranzo che gli avete gentilmente offerto, di per sé fate una domanda inutile, in quanto la risposta è scontata. L'ospite infatti non può dirvi che è stato uno schifo. Può solo dirvi: «Sì, era squisito!». E voi non ricavate alcuna informazione sullo stato reale della situazione. Anche quando chiediamo al macellaio, se la carne che vende è fresca o se le uova sono di giornata, la risposta è sempre e soltanto: «Certamente!».». Il macellaio non può rispondere che così, e il suo messaggio vi lascia tutte le incertezze di prima.
    Ho il sospetto che a volte i nostri «messaggi» religiosi siano formulati e accolti come qualcosa di analogo alla risposta: «Certo, signore, sono fresche di giornata!». Sono cose cioè che si «sanno»» da sempre, che ci si aspetta che vengano dette in chiesa, in qualsiasi chiesa, da qualsiasi prete...
    Per uscire da questo «pasticcio» c'è una sola strada: bisogna dire, almeno qualche volta: «Mi dispiace, ma oggi le uova non sono fresche». Questo è l'unico modo per rendere significativa la risposta di sempre.
    Nel nostro caso, dobbiamo riuscire a scoprire - e far scoprire - che ciò a cui ci richiamano il Vangelo, Paolo, la Liturgia... non sono cose di chiesa. Dobbiamo, per così dire, rendercele estranee per poterle vedere con occhi nuovi, interessati. Volevamo prepararci alla Pasqua, riflettendo sull'invito alla conversione. Se di conversione parla Paolo, ... non c'è nulla di nuovo. Ma se ne parla Lucio Dalla, Bozzetto, se ne parla Gaber o il Manifesto o la Repubblica? Da costoro una predica non ce l'aspettiamo e loro una «predica» non la sanno fare! Dunque il loro messaggio potrebbe essere ricco di informazione.
    Proprio perché inatteso è l'oratore, inattesa è la predica, si ha una disposizione nuova all'ascolto: e si finisce poi per andare a leggere Paolo o Isaia con occhi nuovi, sentendoli autori contemporanei. (Pochi tra noi avevano colto la verità delle parole di Paolo [Romani 7,14-251, come dopo l'ascolto e la discussione sulla canzone di Ga-ber «L'ingranaggio»).
    Il «canovaccio» che presentiamo qui è servito per vivere un primo momento di preparazione alla Pasqua: salta subito agli occhi infatti che la parte che si riferisce alla celebrazione della Speranza non è così sviluppata. Il secondo momento è stato il triduo della Settimana Santa. (Non nascondiamo che ci sarebbe piaciuto dare una trasparenza più piena e un fascino più immediato alla liturgia! Qualcosa si è fatto. Ma ci è rimasta la nostalgia di celebrazioni in cui abbia spazio - un pochino almeno -la creatività: e pensare che i nostri padri si sono presi la libertà di introdurre nella celebrazione della messa la lavanda dei piedi! Anche se il tutto è divenuto talmente «rituale» che la parola stessa «lavanda» si usa solo qui con questo significato!).
    L'idea da cui siamo partiti è dunque questa: la necessità di riscoprire quali esperienze autenticamente, soffertamente umane sono significate dall'invito quaresimale alla «conversione». Conversione come «prendere coscienza della realtà, per agire, e continuare a sperare»... Certo, non è solo questo. Ma prima di tutto questo: «prima di tutto» nel senso che si trova risposta solo se si vive la domanda relativa.
    Un'indicazione sull'iter del lavoro.
    La proposta di costruire una «celebrazione della parola» del tipo che si è detto è stata accolta da un gruppo di giovani e di adulti. La ricerca dei testi e delle canzoni si è fatta per gruppi: si è dedicato parecchio tempo alla scelta delle canzoni. Si è scelto il filmato di Bozzetto tra altri disponibili nel catalogo della S. Paolo. Tutto il materiale scritto venne riunito in un fascicolo, che si è dato a ciascun partecipante, la sera in cui ci siamo riuniti nella sala della comunità parrocchiale: l'invito rivolto a tutti. Alcune delle canzoni sono state eseguite da solisti, altre le abbiamo semplicemente ascoltate nell'edizione originale.
    Non abbiamo curato sufficientemente la partecipazione di tutti, prevedendo ritornelli o testi da dire insieme. Alla fine si è aperta una conversazione sul significato di quanto era stato proposto.
    Il fascicolo ci è poi servito per una giornata di riflessione. La cosa ci è sembrata utile, interessante. Forse lo può essere anche per qualche altro.

    UNA SERATA PER RIPENSARE LA QUARESIMA

    Presentatore: Siamo in quaresima. In cammino verso la Pasqua.
    Ci siamo trovati insieme alcuni gruppi della parrocchia. Specialmente giovani. Per ripensare i contenuti della quaresima, ascoltando non solo i testi tradizionali cristiani, ma anche le voci varie del nostro mondo, gli appelli e le testimonianze che ci vengono dai nostri contemporanei.
    Un testimone del nostro tempo, Juan Arias, ci richiama - con le parole che adesso ascolteremo - il significato originario della quaresima, il vero compito dei cristiani in questo periodo particolare:

    La nostra quaresima, oggi (J. Arias, Il Dio in cui credo)
    Oggi gli studi biblici e l'approfondimento della teologia patristica hanno posto in una nuova luce la realtà liturgica della quaresima. Sappiamo che il concetto di «penitenza» nella Scrittura significa soprattutto «conversione».
    Perciò la vera preparazione alla quaresima, tanto individuale che comunitaria, deve consistere in un processo di conversione profonda del nostro essere.
    Il tempo della preparazione pasquale deve essere il ricordo «allegro» della nostra conversione all'AMORE. È il ricordo della nostra risposta definitiva al Cristo: Convertitevi, nascete di nuovo, cercate il regno di Dio e la giustizia, amate gli altri.
    Se oggi i giovani scendono di più in strada con le loro proteste, se la Chiesa si sente sempre più coinvolta nelle angosce degli uomini è perché si comincia ad intuire che se non si sta decisamente, apertamente con impegno, dalla parte di Cristo, dell'uomo, della storia, si finisce per mettersi contro questa realtà.
    Quindi non affacciarsi alla finestra
    non aprire la porta di casa
    non levare le braccia al cielo chiedendo pace e giustizia per gli uomini non significa solo essere malati, indifferenti.
    È qualcosa di più: significa essere morti.

    Presentatore: La Quaresima è - nella vita di ogni cristiano - un «tempo forte., un «momento eccezionale», un tempo di grazia che non dovremmo lasciarci sfuggire. Dovrebbe essere uno di quei momenti della vita, uno di quei a giorni» particolari in cui riusciamo a vedere il fondo di noi stessi, in cui ci sentiamo di essere veramente liberi. Sono pochi, purtroppo, questi giorni, come ci dice nella sua canzone Mia Martini:

    Ma sono solo giorni (Mia Martini)
    Ci sono giorni che
    scoppi di felicità
    e non nascondi il viso nella serietà
    che indossi tutti i giorni.
    Ci sono giorni che
    rinneghi la tua dignità
    quel personaggio che sa stare in società
    che recita ogni giorno.
    Sono giorni che
    ritrovi all'improvviso la tua verità
    il gusto della libertà la perduta fantasia
    e uccidi quella pecora che sta in te
    da tanto tempo ormai
    e che non morde mai che dice sempre sì
    e ruminando vegeta ogni giorno.
    Ci sono giorni che
    bruceresti la città
    solo per vedere cosa cambierà
    nel mondo di ogni giorno.
    Ci sono giorni che
    fai quello che non si fa mai
    e sono i soli giorni che sai ciò che fai
    ma sono solo giorni.
    I soli giorni che
    ridendo dici pure un po' di verità
    ti godi un po' di libertà
    con un po' di fantasia
    e uccidi quella pecora che sta in te
    da troppo tempo ormai
    e che non morde mai
    che dice sempre sì
    e rumina cicuta tutto il giorno.

    PRIMA PARTE: IL PROBLEMA

    Presentatore: La nostra serata avrà due parti. Nella prima, vorremmo presentare il problema della nostra vita di oggi, coi suoi controsensi, le sue perplessità, le sue profonde delusioni... La seconda parte, invece, ci farà vedere le possibili risposte al problema, da quelle più negative e insoddisfacenti a quelle più ottimistiche, - «per continuare a sperare» - che troviamo nella fede cristiana.
    Prima parte: il problema. Tra molte voci del nostro tempo (cantanti, poeti, pensatori, artisti...) abbiamo scelto alcune, che vogliamo farvi sentire. Sono voci diverse, molto diverse, ma che coincidono nel denunciare il vuoto profondo di cui è piena la vita di molti uomini e donne di oggi. Sono voci che ci invitano a scoprire, dietro la maschera del lavoro, dei discorsi, dei rapporti umani, una terribile mancanza di senso, un vuoto angoscioso che renderebbe insopportabile la vita se la guardassimo da vicino e più spesso...

    Prima voce: Un filmato: L'uomo in scatola di Renato Bozzetto (San Paolo Film)

    Seconda voce: Da una intervista a Padre Pedro Arrupe, Superiore dei Gesuiti

    Più della metà degli uomini sono sottoalimentati e la responsabilità di questa situazione va indicata in un sistema che non si fonda certamente sulla giustizia e la carità, quanto piuttosto sull'interesse personale e nazionale. I popoli del terzo mondo hanno coscienza di essere sfruttati da un sistema di rapporti economici che mira in primo luogo al tornaconto del più ricco...
    Se il mondo non riuscirà a conquistarsi la fiducia della gioventù, il futuro potrebbe riservare un'esplosione e una pericolosa rottura... una guerriglia delle più crudeli e profonde, perché il suo campo di battaglia sarà la famiglia.
    Due gigantesche forze si fronteggiano nel mondo moderno: quella della distruzione e quella della conservazione; spesso infatti si sente proporre il ricorso alla violenza per risolvere situazioni intollerabili, ma la storia dimostra che la guerra e la rivoluzione violenta non risolvono nessun problema: esse infatti nascono dall'odio e l'odio tortura ma non risana. La vera risposta è data dall'antidoto dell'odio, cioè dall'amore, dal quale nasce la pace.

    Terza voce: L'ingranaggio (Giorgio Gaber)

    Un ingranaggio
    un ingranaggio
    un ingranaggio così assurdo e complicato
    un ingranaggio così perfetto e travolgente
    un ingranaggio fatto di ruote misteriose
    così spirtato e massacrante
    un ingranaggio come un mostro sempre in moto
    che macina le cose, che macina la gente,
    sì anch'io
    sì, sì anch'io devo andare sempre avanti
    senza smettere un momento
    devo andare sempre avanti
    e lavorare, lavorare, lavorare
    e continuare a lavorare, lavorare, lavorare
    e non fermarsi mai...
    ... e avere dentro il senso che non sei più vivo,
    e faticare tanto
    trovarsi con un vecchio amico
    e non saper che dire.
    Capire che non ho più tempo per il riso e il pianto
    saperlo, e non aver la forza di ricominciare.
    Non è che mi manchi la voglia
    o mi manchi il coraggio.
    È che ormai son dentro
    nell'ingranaggio...
    Ricordo quelle discussioni
    piene di passione
    di quando facevamo tardi
    dentro ad un'osteria.
    L'amore, l'arte, la coscienza la rivoluzione
    sicuri di trovare la forza per andare via.
    Non è che mi manchi la voglia
    o mi manchi il coraggio
    è che ormai son dentro nell'ingranaggio...
    ... e non fermarsi mai
    e non fermarsi mai ritornare a casa silenzioso e stanco
    senza niente dentro
    appena il cenno di un sorriso senza convinzione.
    La solita carezza al figlio
    che ti viene incontro
    mangiare e poi vedere il film alla televisione.
    Non è che mi manchi la voglia
    o che mi manchi il coraggio.
    È che ormai son dentro nell'ingranaggio...

    Quarta voce: Una poesia: La madre poverella (Giuseppe Gloacchino Belli)

    Fija, nun ce sperà: fatte capace
    che qua li ricchi sò tutti un riduno:
    e un goccio d'acqua nun lo dà gnisuno,
    si te vedessi immezzo a una fornace.
    Tu bussa a li palazzi a uno a uno;
    ma pòi bussà quanto te pare e piace:
    tutti: «Iddio ve provedi: annate in pace».
    Eh! panza piena nun crede ar diggiuno.
    Fidete, fija: io parlo pe sperienza.
    Ricchezza e carità sò du' persone
    che nun potranno mai fà conoscenza.
    Se chiede er pane e se trova er bastone!
    Offeriamolo a Dio: ché la pacenza
    è un conforto che dà la riliggione.

    Presentatore: Queste voci, le abbiamo sentite, ci dicono in modo diverso che la vita, dietro la facciata, nasconde molte forme di schiavitù, anche se apparentemente tutti credono di essere liberi, di essere veri...
    Vien da domandarsi: è possibile sfuggire all'Ingranaggio?
    Molti dicono di no. Molti, come L. Dalla nella canzone che ora sentiremo, vogliono toglierci ogni illusione per il futuro. Non c'è da attendersi nessuna novità vera, nessuna possibilità di cambiamento. Solo una illusione, o una menzogna, ci potrà far pensare che l'anno prossimo sarà diverso dal precedente. Non c'è luogo per la speranza: solo è possibile inventare un futuro migliore «per poter riderci sopra e continuare a sperare».

    L'anno che verrà (Lucio Dalla)
    Caro amico ti scrivo
    così mi distraggo un po'
    e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
    Da quando sei partito
    c'è una grossa novità
    l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.
    Si esce poco la sera
    compreso quando è festa
    e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra
    e si sta senza parlare per intere settimane
    e a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane.
    Ma la televisione ha detto
    che il nuovo anno porterà una trasformazione
    e tutti quanti stiamo già aspettando.
    Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno
    ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno.
    Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno
    anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno
    e si farà all'amore ognuno come gli va
    anche i preti potranno sposarsi ma soltanto ad una certa età
    e senza grandi disturbi qualcuno sparirà
    saranno forse i troppo furbi
    e i cretini di ogni età.
    Vedi, caro amico, cosa ti scrivo e ti dico
    e come sono contento di essere qui in questo momento.
    Vedi, caro amico, cosa si deve inventare per poter riderci sopra
    E CONTINUARE A SPERARE.
    E se quest'anno poi passasse in un istante vedi, amico mio,
    come diventa importante che in questo istante ci sia anch'io.
    L'anno che sta arrivando tra un anno passerà io mi sto preparando
    è questa la novità.

    Presentatore: Ma non è possibile che tutto rimanga così, senza speranza... Rimane sempre il desiderio di uscire da questo circolo chiuso, di capire qualcosa dei mistero che è in noi. Rimane l'ansia di sapere che cosa c'è, «che cosa sarà», infondo alla nostra vita: perché siamo fatti così, perché facciamo il bene e il male, perché abbiamo amici e perché siamo soli, che cos'è, in fondo, «l'uomo e il suo cuore benedetto,, come sentiremo nella canzone di L. Dalla.

    Cosa sarà (Lucio Dalla)
    Cosa sarà che fa crescere gli alberi
    la felicità
    che fa morire a vent'anni anche se vivi fino a cento.
    Cosa sarà a far muovere il vento
    a fermare il poeta ubriaco
    a dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato.
    Cosa sarà
    che ti svegli al mattino e sei serio
    che ti fa morire ridendo di notte all'ombra di un desiderio.
    Cosa sarà
    che ti spinge ad amare una donna bruttina e perduta
    la bottiglia che ti ubriaca anche se non l'hai bevuta.
    Cosa sarà
    che ti spinge a picchiare il tuo re,
    che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c'è.
    Cosa sarà
    che ti fa comprare di tutto anche se è di niente che hai bisogno.
    Cosa sarà
    che ti strappa dal sogno.
    Cosa sarà
    che ti fa uscire di tasca dei «no! non ci sto!»
    ti getta nel mare, ti viene a salvare.
    Cosa sarà
    che dobbiamo cercare
    che dobbiamo cercare.
    Cosa sarà
    che ci fa lasciare la bicicletta sul muro
    e camminare a sera con un amico e parlar del futuro.
    Cosa sarà
    questo strano coraggio o paura che ci prende
    e ci porta ad ascoltare la notte che scende.
    Cosa sarà
    quell'uomo e il suo cuore benedetto
    che scende dalle scarpe e dal letto
    e si è sentito solo
    e come un uccello che in volo si ferma
    e guarda laggiù.

    Presentatore: L'eco di questa domanda: «cosa sarà i, si trova nel cuore di ogni esperienza autenticamente umana, si trova anche nelle tradizioni culturali e religiose degli uomini di tutti i tempi, attraverso le voci dei saggi, dei profeti, nella Bibbia, nelle origini del Cristianesimo. Ne sentiremo l'eco nelle parole di S. Paolo, nella lettera ai cristiani di Roma, che esprimono la tensione insopportabile di ogni uomo che si sente lacerato, diviso tra le spinte contrarie del bene e del male...

    Paolo apostolo ai cristiani di Roma (7,14-25)
    Io sono un essere debole, schiavo del peccato. Infatti non riesco nemmeno a capire quello che faccio: quello che voglio non lo faccio, faccio invece ciò che odio. Ma se io faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona.
    Allora non sono più io che agisco, ma il peccato che abita in me. So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me.
    Io scopro allora questa contraddizione: ogni volta che voglio fare il bene, trovo in me soltanto la capacità di fare il male. Nel mio intimo io sono d'accordo con la legge di Dio, ma vedo in me un'altra legge che contrasta fortemente la legge che la mia mente approva e mi rende schiavo della legge del peccato che abita in me.
    Eccomi dunque, con la mente pronto a servire la legge di Dio, mentre, di fatto, servo la legge del peccato. Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà?

    SECONDA PARTE: QUALE RISPOSTA, QUALE SOLUZIONE?

    Presentatore: Cominciamo ora la seconda parte del nostro programma.
    Ci è stato presentato un problema, una situazione drammatica, che chiede risposta, soluzione: Quale risposta, quale soluzione?
    Come reagire di fronte a queste voci preoccupanti? C'è una via di uscita a questa mancanza di senso, a questo vuoto di speranza?
    Qualcuno dice di no. E fugge impaurito, spaventato, stomacato, deluso... magari dopo essersi impegnati e dopo aver lottato per cambiare qualcosa...
    Qualcuno, anzi molti, ricorrono alla droga...
    Molti, anzi moltissimi, cercano di ignorare con indifferenza il problema... Qualcuno - pochi, per fortuna - si toglie la vita. Come Marco, 22 anni, militante nella sinistra extraparlamentare, che si è suicidato all'inizio di quest'anno. Ne hanno parlato abbondantemente i giornali. Ne è seguito un dibattito, una riflessione sofferta, tra compagni e amici, per capire il perché.

    Suicida a ventun anni il compagno Marco Riva del «Quotidiano dei lavoratori»
    Milano. A ventuno anni Marco Riva, redattore del Quotidiano dei lavoratori si è tolta la vita, lasciandosi asfissiare dai gas della marmitta della sua auto. Un ritorno di fiamma ha poi incendiato la vettura. Marco aveva militato in Ao e si occupava al giornale di politica interna. Ha indirizzato questa lettera ai suoi familiari.
    «Non vi chiedo perdono per quello che ho fatto. È stata una decisione meditata, una scelta precisa. La scelta dell'unica alternativa che mi restava ad una vita fatta ormai solo di angoscia e dolore.
    È troppo tardi, adesso, domandarsi perché. E sinceramente non mi sento di dare spiegazioni a nessuno. Quello che veramente mi rattrista è di avervi coinvolto direttamente in una scelta profondamente individuale e della quale, però, adesso anche voi pagate le conseguenze. Posso solo immaginare cosa significherà per voi ed è per questo che, se non è possibile la comprensione, vi chiedo almeno il rispetto per una scelta personale.
    Credo che ognuno abbia diritto di disporre della propria vita. Esistono situazioni nelle quali è preferibile morire piuttosto che continuare con una esistenza che, a volte, può trasformarsi in un vero e proprio inferno. Io mi sono trovato a scontrarmi con una realtà troppo grande e troppo diversa dalla mia e ho deciso di non voler tirare avanti una situazione veramente insostenibile e senza alcune prospettive (e credo proprio sia stata quest'ultima verità a farmi decidere).
    Una cosa sola non voglio, essere giudicato. Nessuna persona che non abbia conosciuto fino in fondo la mia realtà o che non abbia vissuto almeno per un istante una situazione simile alla mia ne ha alcun diritto. Le sentenze e i giudizi lasciateli agli ipocriti e agli stupidi. Avrei tanto voluto vivere, amare, essere amato. Non è stato il rifiuto della vita, ma l'impossibilità di vivere, di vivere la mia vita; la mia realtà, a farmi scegliere la morte. Mi spiace darvi questo colpo, ma non ce la facevo veramente più. Al mio funerale vorrei tanta musica, e poi, vorrei essere cremato.
    "Avevo vent'anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è l'età più bella della vita".
    Mi piacerebbe che questa frase (di Paul Nizan) fosse posta sulla mia tomba. Non piangete e
    pensate che questo è stato molto meglio di quello che avrebbe potuto offrirmi questa vita.
    Marco».

    Presentatore: Certo, comprendiamo che il suicidio non può essere l'ultima parola. È possibile reagire diversamente, ma senza sfuggire al problema? Tutti sentiamo che ci deve essere un'altra risposta. Ce lo dice un desiderio profondo e un senso di nostalgia che ogni tanto ci afferra.
    Come dice De Gregori nella sua canzone: «Un giorno credi».

    Un giorno credi (De Gregori)
    Un giorno credi di esser giusto
    e di essere un grande uomo in un altro ti svegli
    e devi cominciare da zero.
    Situazioni che stancamente
    si ripetono senza tempo
    una musica per pochi amici
    come tre anni fa...
    A questo punto non devi lasciare qui
    la lotta è più dura,
    ma tu se le prendi di santa ragione
    insisti di più.
    Sei testardo, questo è sicuro
    quindi ti puoi salvare ancora
    metti tutta la forza che hai nei tuoi fragili nervi...
    Quando ti alzi e ti senti distrutto
    fatti forza e va' incontro al tuo giorno
    non tornare sui tuoi soliti passi basterebbe un istante...
    Mentre tu sei l'assurdo in persona
    e ti vedi già vecchio e cadente raccontare a tutta la gente
    del tuo falso incidente...

    Presentatore: E noi cristiani, non abbiamo proprio niente da dire? Noi, che professiamo la nostra fede in un Salvatore? Noi che cantiamo l'avvento di «terra nuova e cieli nuovi»? Noi, che troviamo nei profeti di Israele i più bei canti di speranza, le promesse di un mondo diverso, più giusto e più felice?

    Il profeta Isaia (66,17-22)
    Ecco io creo nuovi cieli e terra nuova; Non si ricorderà più il passato,
    non verrà più in mente,
    poiché si godrà e si gioirà sempre
    di quello che sto per creare,
    e farò di Gerusalemme una gioia,
    del suo popolo un gaudio.
    Io esulterò di Gerusalemme,
    godrò del mio popolo.
    Non si udranno più in essa
    voci di pianto, grida di angoscia.
    Non ci sarà più un bimbo che viva
    per pochi giorni, né un vecchio
    che dei suoi giorni non giunga alla pienezza. Fabbricheranno case e le abiteranno pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non fabbricheranno perché un altro vi abiti, né pianteranno perché un altro mangi, poiché quali i giorni dell'albero,
    tali i giorni del mio popolo.

    Presentatore: Queste parole ci aprono un orizzonte di speranza. Ma abbiamo bisogno di voci di oggi, che dicano che tutto questo non è un sogno illusorio, una maschera in più per nascondere i nostri vuoti e la nostra incapacità. Abbiamo bisogno di vedere che è possibile essere diversi, trasformare la vita in fonte di bene e di amore, come ci testimonia un vero cristiano del nostro tempo: Martin Luther King.

    Non sarò vissuto invano (da un sermone di Martin Luther King)
    Ritengo che di tanto in tanto tutti noi pensiamo obiettivamente al giorno in cui saremo vittime di quel comune denominatore della vita che chiamiamo morte. Nessuno sfugge a questo pensiero. Anch'io ogni tanto penso alla mia morte e al mio funerale. Non si tratta a mio avviso di uno stato d'animo morboso.
    Mi chiedo: «Che cosa vorrei dicessero di me?». Oggi lascio a voi la parola.
    Se qualcuno di voi sarà presente quando verrà il mio giorno, ricordi che io non voglio un lungo funerale; se qualcuno volesse farmi il discorso funebre, raccomandategli di non essere troppo prolisso. Talvolta mi chiedo che cosa vorrei che dicesse. Ditegli che non parli del mio premio Nobel: non è cosa importante; non devono essere ricordati nemmeno gli altri tre o quattrocento riconoscimenti che ho avuto, non sono importanti. Nemmeno parli delle scuole che ho frequentato. Vorrei che quel giorno qualcuno dicesse che Martin Luther King cercò di offrire la sua vita per servire gli altri. Vorrei che quel giorno qualcuno dicesse che Martin Luther King junior cerò di amare qualcuno. Quel giorno vorrei che ricordaste che ho cercato di essere giusto sul problema della guerra. Desidero che possiate dire che ho veramente cercato di dare da mangiare all'affamato, di vestire coloro che erano ignudi. In tutta la mia vita ho davvero cercato di amare e servire l'umanità, di visitare coloro che stavano in carcere.
    Se poi volete dire che sono stato un grosso tamburo, dite anche che ho battuto il tamburo per la giustizia, che ho fatto la voce grossa solo per la pace e la rettitudine. Tutto il resto non ha importanza alcuna; non desidero lasciare ricchezze né ho cose belle e di lusso da lasciare dopo di me. Voglio lasciarmi alle spalle unicamente una vita impegnata.
    Questo è quanto desidero dire... Se potrò aiutare qualche persona che incontro sul mio cammino, farla sorridere con una parola o una canzone, farle comprendere che la sua strada non è quella giusta, allora la mia vita non sarà stata inutile. Se potrò adempiere i miei doveri di cristiano, se potrò portare la salvezza in un mondo agitato, se potrò diffondere, come il Maestro ci ha insegnato, la buona novella, allora non avrò vissuto invano.

    Preghiera
    Finché tramonta il sole - finché la terra va tu dona, o mio Signore, - a chi ti chiederà.
    A chi non vede, gli occhi - la pace a chi non l'ha ed il sorriso ai vecchi - che non sanno più sperar!
    Ma l'uomo non capisce - e cosa fa!
    Ha il mare in tasca e l'acqua va a cercar!
    A chi vuole da bere - dagliene a sazietà
    e a chi del pane chiede - dagliene a volontà.
    e poi dona il coraggio - a chi vuole fuggir
    e a tutti i vagabondi - un letto per dormir.
    Ma l'uomo...
    Finché tramonta il sole - tutto puoi fare Tu
    a chi sta nel dolore - non far soffrire più.
    La libertà agli oppressi - ai giusti l'umiltà.
    Io chiedo solamente - di me non ti scordar.
    Ma l'uomo non capisce e cosa fa?
    Ha il mare in tasca e l'acqua va a cercar!