Italo De Sandre
(1980-05-25)
ALCUNE PREMESSE
Cosa intendere oggi per giovani e come parlarne?
Un breve schema non può che contenere degli spunti di riflessione, e quindi più problemi che spiegazioni. Tanto più che normalmente si parla dei giovani secondo alcune tipiche distorsioni (in cui cadiamo magari anche noi, ma che almeno è corretto enunciare per valutarne la portata).
C'è chi considera i giovani come un insieme sociale chiaramente delimitato. (ad esempio quando si procede con un criterio puramente istituzionale di racchiudere questa fase del ciclo di vita dall'età a cui la legge consente di lavorare - dopo i 14 anni - all'età dell'unione legale in matrimonio - 24 anni circa per le donne e 27 circa per gli uomini -, criterio comodo ma poco sostanziale) e come un insieme omogeneo.
Difatto anche nel linguaggio scientifico oltre che comune, si parla il più di frequente dei giovani, accettando involontariamente ma infondatamente delle proposizioni per cui, ad esempio, gli uomini «adulti» sono effettivamente diversificati in classi, in categorie economico-politiche, i «giovani» ancora no, essendo a priori meno vincolati dal lavoro e dalla famiglia acquisita e quindi fondamentalmente liberi ed uguali; oppure - secondo l'antropologia poetica di un Pasolini - i giovani sono «omogeneizzati» antropologicamente appunto quale che sia la classe sociale e l'area economico-politica cui appartengono, per cui vestono, parlano, amano, sono violenti, si drogano, in fondo tutti secondo gli stessi modelli.
C'è poi chi considera che i giovani, non avendo - come appena detto - vincoli strutturali, abbiano problematiche prevalentemente di «valori», di fini ultimi, concezioni della vita e quindi ovviamente del futuro più che del presente.
Da questo derivano due approcci più frequenti di ricerca: una analisi «doxologica» dei giovani, cioè basata essenzialmente su indagini di opinione (e seriamente conosciamo i limiti conoscitivi, ma anche solo di verbalità che sono propri di quelle indagini se non sono inserite in studi anche di tipo strutturale), ed una analisi pedagogica, su che cosa e come i giovani dovrebbero o devono assimilare per socializzarsi «adeguatamente».
Non ci sono ricerche sufficienti sulle pratiche di vita dei giovani
Quelle che sono del tutto carenti sono invece delle indagini empiriche, ripetute nel tempo, che precisino quali sono, «al di sotto» dei valori e all'interno di un certo ciclo di età, le condizioni reali, le pratiche di vita, i comportamenti, le relazioni concrete vissute da giovani, per i quali non si perda mai di vista la connessione tra opportunità-vincoli materiali in senso generale, cultura familiare e di ceto, e atteggiamenti personali. La più grossa è la ricerca ISVET curata da Scarpati, e alla quale si riferiscono la maggior parte dei dati di base delle riflessioni di Tullio-Altan sui giovani, ed è l'unica - soprattutto nel lavoro di questi - ad esplicitare seppur in modo semplificato, la matrice sociale degli atteggiamenti giovanili. Ma oltre a detta semplificazione, la ricerca ormai ha circa dieci anni, «questi» dieci anni. E in essa non era esplicitato in modo analitico il tema degli atteggiamenti e comportamenti verso la famiglia ascritta (e acquisita eventuale).
ALCUNE IPOTESI INTERPRETATIVE
Forse chi legge si sarà scoraggiato a causa di questo tipo (relativamente) lungo di premessa; ma soprattutto in questo campo così complesso e dinamico è opportuno e corretto evitare di avere certezze debolmente fondate o impropriamente elaborate. Per questo io mi permetto di proporre delle ipotesi di interpretazione dei rapporti tra giovani e famiglia, dei nodi particolarmente problematici nella trasformazione di questi rapporti che sembrano assumere una complessità velocemente crescente ed una altrettanto crescente dispersione. Il fatto che neanch'io posso evitare di cadere in alcuni dei limiti da me stesso indicati comporta una precisa indicazione: nella propria area di attività ogni «animatore» professionista o volontario che lavori con dei giovani deve porsi in una prassi di ricerca, che deve confrontarsi con altre esperienze analoghe ma che non può essere delegata alle complesse, lunghe, costose e perciò rarissime ricerche accademiche. E la prassi di ricerca non deve ridursi a compilare e di stribuire questionari su opinioni.
Genitori e figli nella crisi economica e culturale degli anni '70
Se consideriamo la famiglia sia come dinamica di socializzazione profonda e interpersonale (più o meno vincolata) di adulti e di figli sia come dinamica economico-politica di gestione di risorse materiali, organizzative, amministrative, per la riproduzione quotidiana, dobbiamo almeno sottolineare alcune caratteristiche storiche simbolicamente più note del periodo cui dobbiamo far riferimento (parlare di giovani e adulti in modo a-storico, è già dimostrato che non ha senso, vedi gli studi di Ariès o le riflessioni di Alberoni).
L'esperienza dei genitori
I genitori dal '55 al '61 hanno partecipato alle «aspettative crescenti» del boom economico, con una stabilità se non crescita dei tassi di fecondità e di natalità che finisce proprio verso la metà dei '60, periodo da cui ricominciano a diminuire i bambini neonati; in seguito, questi genitori hanno vissuto la crisi economico-politica della seconda metà degli anni '60; coloro che lavorano nella scuola o nell'università nel centro-nord Italia hanno visto da vicino il '68 e chi lavorava in fabbrica ha visto il '69 e il connesso movimento sindacale; tutti nel '73 hanno scontato lo shock della crisi petrolifera (eccettuato le famiglie ricche, con più di un'auto, ecc., che certamente non hanno come le altre dovuto ridurre i consumi «voluttuari») e, in seguito, l'inflazione elevata che di nuovo ha portato la maggior parte delle famiglie a rifare i conti con le risorse e con i bisogni, e ancora le difficoltà del mercato del lavoro e dell'economia generale che ha visto molti dipendenti in cassa integrazione e numeri crescenti di disoccupati, alcuni anche rientrati dall'estero.
L'esperienza dei giovani
I giovani, se accettiamo quel criterio «istituzionale» ricordato sopra e assai riduttivo sociologicamente, sono nati circa dal '55 al '65: il che vuol dire che i più «vecchi» nel '68 avevano 13 anni mentre nel '77 - soprattutto per gli operai delle grandi fabbriche del centro-nord e per gli studenti delle scuole superiori - avevano «già» 22 anni; i più giovani invece nel '77 erano ancora nella scuola dell'obbligo o ne erano appena usciti. E soltanto i «più vecchi», in particolare nelle scuole e nelle aree urbane, hanno visto direttamente il diffondersi del femminismo.
E genitori e figli giovani vivono oggi, in una crisi economica ed occupazionale che non accenna a ristrutturarsi positivamente, e che tocca non soltanto la classe operaia ma anche (anzi per alcuni aspetti di deprivazione relativa di più) le classi medie, la piccola borghesia dipendente e quella relativamente autonoma.
A questo punto propongo una prima grezza distinzione dei giovani, sulla base di una qualificazione strutturale, economico-politica:
- coloro i cui genitori sono economicamente «garantiti» (ed anche istituzionalmente) ma che non hanno - essi giovani - una propria indipendenza economica;
- coloro che non sono «garantiti» né personalmente né attraverso i propri genitori (o in generale dalla propria famiglia);
- coloro che hanno la propria indipendenza e garanzia economica e istituzionale unita a quella dei propri genitori;
- coloro che sono autonomi economicamente ma che hanno genitori o, complessivamente, famiglia non garantiti.
Il «ricatto economico» e la dipendenza dagli adulti
A me pare che quelli che vengono considerati «i» giovani siano soltanto quelli del primo insieme, che vivono interamente delle risorse procurate dai genitori, magari prevalentemente dal padre, e quindi implicitamente che sono o studenti o in cerca di occupazione; eppure sta emergendo un dato sempre più discusso e frequente: che un numero crescente di figli, anche durante gli studi, anche o soprattutto in modo irregolare e «nero», lavorano, cercano se necessario di essere di sostegno alla famiglia ma soprattutto di avere una propria minima sufficiente autonomia economica.
Il problema generale che ne emerge, e che intendo sottolineare con forza, è la consapevolezza oggettiva e soggettiva tra dipendenza economica e scambi affettivi e interazioni culturali-ideologiche. Quella interferenza che con semplificazione fin brutale molti giovani chiamano «ricatto economico»!
Non è necessario che dentro la famiglia di questo tipo di giovani si espliciti in termini precisi una conflittualità di «classe-generazione», quale quella correttamente evidenziata da Alberoni nell'omonimo saggio; la sistematicità di contrasti dei giovani rispetto ai loro genitori li fa presto arrivare a porre in termini duri la spiegazione della loro dipendenza dagli adulti.
Il «ricatto affettivo» e la difficoltà di corretta interazione in famiglia
E al ricatto economico, il linguaggio di questa e di altra parte di giovani (anche non economicamente dipendenti) accomuna il «ricatto affettivo». Per i genitori che concepiscono la dipendenza dei loro figli come una realtà «naturale», meccanica, sacralizzata, tutto questo deve sembrare mostruoso ed implicare una enorme sofferenza sia personale che come coppia. Ecco allora che da un punto di vista analitico deve essere riaffrontato, in queste situazioni ed in generale, questo problema della dipendenza reciproca. In un folto seminario universitario di studenti sulla problematica della riproduzione nella propria famiglia, questo tema è stato in qualche modo anatomizzato, e le questioni che emergono sono fondamentali sia per i giovani che per i genitori; anche perché nello stesso momento in cui viene enunciata con durezza la «distruttività» plico-sociale di questo tipo di rapporti, ne affiora esplicitamente o in modo latente (e quest'ultimo anche nei rapporti più o definitivamente deteriorati) una ipotesi di interazione diversa.
Giovani in famiglia tra possesso ed estraniazione
Per esigenze di spazio indico alcune componenti principali di questa situazione distruttiva (vissuta come aggressivo-distruttiva da entrambi).
Alcuni comportamenti sistematici dei genitori vengono colti (e magari è anche l'intenzione loro) come pratiche di possesso operate dai genitori sui figli. Ora, se i geni- –tori sono riusciti ad inculcare una personalità autoritaria nei figli questo problema non si pone perché il ruolo di sottomesso-figlio e di capo-genitore viene interiorizzato. Ma se, come è più diffuso nei ceti medio-alti, i ruoli di autorità sono estremamente confusi, ora autoritari ora permissivi ora razionali ora emotivi, le comunicazioni influenti tra genitori e giovani sono contenute proprio da quelle pratiche di possesso attraverso cui quei giovani vivono, anche se in modo non elaborato, esperienze di estraniazione, sia nel senso di sconnessione e parzialità delle cose loro lasciate vivere, sia nel senso di estraneità degli obiettivi, del senso delle azioni quotidiane.
La dimensione istituzionale prevale su quella personale
A questo è legata la percezione da parte di certi giovani di un altro aspetto della stessa realtà: che il loro rapporto con i genitori si basa ampiamente su dei ruoli sociali, per cui non sono io, che sono anche «figlio», in rapporto con una persona, un uomo, che è anche «padre» e «mio», e con una donna, una persona, che è anche «mia» «madre». Ci sono invece delle persone che cercano disperatamente (anche in senso letterale) di fare il personaggio, il ruolo di padre, e di madre, parlando e comandando per massime, sempre intrisi di giudizi morali e di dover essere, e di esigere dalle per sone giovani che hanno in famiglia la rispondenza innanzitutto a ruoli, figlio, scolaro, apprendista, non iniziato sessualmente, ecc.
La testimonianza ad esempio di ragazze femministe (non necessariamente di movimenti) sottolineano con chiarezza l'importanza di re-incontrarsi con la propria madre con la sua persona complessa, con la sua storia, con le sue sofferenze, successi, sconfitte, nel realizzare i diversi ruoli sociali e nel rinunciare ad aspirazioni diverse eventuali.
Quando le famiglie hanno delle interazioni tra i componenti basate prevalentemente sui ruoli, esse mostrano appunto il prevalere della dimensione istituzionale (e le istituzioni sono appunto dei sistemi di norme e di ruoli) sulla dimensione personale; e questa è a mio avviso l'aspetto immediato, concreto, del cosiddetto rifiuto istituzio nale della famiglia da parte di molti giovani. Ma un incontro di convivenza tra persone è infinitamente più complesso, rischioso, e dinamico e creativo, che non un incontro tra ruoli organizzativi e gerarchizzati, codificati al di fuori anche degli stessi genitori.
I conflitti e le crisi familiari, in questo contesto, derivano non tanto da ruoli che non si integrano efficacemente, ma dal fatto che la gente adulta punta molto spesso sul gioco dei ruoli per realizzare la famiglia, la «ufficializza» pur in modo incoerente, pur con ottime intenzioni: cercano giustezza e sicurezza nei ruoli, e ne fanno nascere estraniazione sia per la propria vita che per quella dei figli così amati.
Manca ai giovani un'adeguata esperienza intergenerazionale
Mentre sono persuaso che questa spiegazione (o convinzione, vera o meno che sia oggettivamente caso per caso), dei rapporti di possesso e di estraniazione tra genitori e giovani incide dialetticamente su questi ultimi nel disporli a cercare dei rapporti di coppia «nuova» non reciprocamente riduttiva (dei riflessi sugli atteggiamenti verso l'eventuale futura maternità-paternità sarebbe interessante ma troppo complesso parlarne qui), sono altrettanto persuaso che va posta molta attenzione ad un tipo di rapporti e di atteggiamenti che i giovani non hanno ma che diventeranno sempre più una area problema, in famiglia e fuori. Oggi, essendoci in prevalenza uno o due figli per famiglia, con intervalli di età abbastanza ridotti, i giovani hanno una esperienza intergenerazionale con distanze di età-cultura molto elevate e discontinue: i figli, i genitori di almeno 25-30 anni più vecchi, e i nonni di un altro terzo o quarto di secolo più vecchi. Sono scomparse le generazioni intermedie di altri più numerosi fratelli, di altri più numerosi zii. Dall'esperienza di un continuum culturale-temporale, si passa ad una elevata discontinuità che rende notevolmente difficile la comunicazione.
Crisi di memoria e di appartenenza
In più, le famiglie da lungo urbanizzate e che hanno vissuto una qualche mobilità sociale da benessere non hanno più trovato motivazioni e consenso sociale a trasmettere (l'amore per) la memoria di costumi, linguaggio, significati di vita e di storia della gente passata, a trasmettere la memoria collettiva del popolo attraverso la memoria familiare della propria micro-storia passata.
Se coniughiamo la discontinuità intergenerazionale con la rottura, lo spegnersi, della memoria collettiva abbiamo come conseguenza il venir meno, già in famiglia, del «senso» di appartenenza e di riferimento ad un popolo concreto, locale. Ed è improbabile che senza l'intervento delle famiglie, a ridiffondere questa memoria e questo riferimento storico, affettivo e culturale insieme, siano adeguati i revivals di folklore e cultura «popolare» promossi da gruppi impegnati ma ristretti e labili.
Questo non sentirsi più «dentro» una storia familiare e di popolo concreto, fa sì che la maggior parte dei giovani abbia una appartenenza prevalentemente strumentale rispetto alla società così com'è; il significato storico del «tradere», del consegnare a degli uomini «dopo di loro» un qualche cosa, di comune e di personale nello stesso tempo, che unisce gente che in diversi tempi ha faticato e gioito in concreto, a moltissimi giovani non vuol dire assolutamente più nulla, non esiste semplicemente più.
La «consegna generazionale» a molti giovani non dice nulla
E così, per implicazione, anche gli anziani in casa diventano per i giovani quello che la società li ha fatti diventare: vecchi che vanno aiutati quando non se ne può fare a meno, che vanno assistiti, ma che non hanno più nulla da «produrre socialmente», di cui non serve più neanche la semplice «memoria», (che è una identità culturale!). Ora che la società, anche italiana, sta invecchiando sempre di più, molti giovani credo non abbiano questo importante nesso personale e sociale, che certo non viene volentieri accolto perché in fondo anche quello del vecchio (di cui a volte si discute con i giovani) è un ruolo, anzi un non-ruolo. Ma se si rompe la consapevolezza del flusso delle trasformazioni nel lavoro, nell'ideologia, nel costume, flusso comunicato tra persone di età ed esperienze diverse: senza passato come si fa a sentire un futuro, senza drammatizzarlo e disperarlo.
Le cose non dette sono infinitamente di più dei problemi accennati qui nel metodo e nel contenuto, e resta l'invito ad un approccio non angelicato (o demonizzato!) alle pratiche di vita dei giovani concreti.

