Giovani e lavoro


     

    Luigi Rey

    (NPG 1980-05-33)


    Nel discutere i problemi del lavoro giovanile, si incontra spesso l'opinione che essi siano riconducibili in misura notevole al comportamento dei giovani. A questi verrebbe imputato di «accettare solo lavoro impiegatizio», di «avere poca voglia di lavorare», di non volere «far fatica». Tale opinione è emersa anche nel corso di una recente ricerca (1), sia con riguardo a risultati di inchieste specifiche presso adulti, sia relativamente ad interviste effettuate, a vario titolo. Nella medesima ricerca, però, gli incontri con i giovani di varia estrazione e localizzazione territoriale hanno permesso di verificare che si tratta di un'opinione in buona parte infondata, almeno per quanto riguarda il vero e proprio rifiuto del lavoro, con spiccati contenuti di contrapposizione ideologica e generazionale rispetto alle esigenze che, spesso confusamente, i giovani tendono ad esprimere.

    I giovani rifiutano il lavoro che sono costretd a fare per vivere

    Le informazioni raccolte hanno condotto ad accogliere favorevolmente l'ipotesi formulata in un recente volume (2) in cui vi è una ricca antologia di scritti sul comportamento dei giovani nei confronti del lavoro e della vita sociale organizzata. L'ipotesi cioè che più di un rifiuto puro e semplice del lavoro, i giovani tendano ad esprimere un «... rifiuto del lavoro che fanno, che sono costretti a fare per vivere...». In base ai risultati della ricerca effettuata, si potrebbe estendere tale ipotesi al rifiuto del lavoro che sono costretti a fare gli adulti a loro più vicini e che può loro presentarsi in prima approssimazione.
    Più in generale, emergerebbe che i giovani italiani tendono a comportarsi in modo analogo a quanto è largamente constatabile anche in altri Paesi industrializzati: i giovani offerenti lavoro presterebbero attenzione alle condizioni di lavoro, e soprattutto a quelle «non monetarie», nonché alle condizioni di vita proprie e dei familiari, in misura nettamente maggiore che non i lavoratori adulti.
    Se, ad esempio, si guarda all'esperienza statunitense, si può notare che sarebbero stati rilevati notevoli fenomeni di mobilità, specialmente per i giovanissimi, non solo da un posto di lavoro all'altro, ma anche dall'occupazione verso la disoccupazione, in vista di migliori condizioni di lavoro.

    Si spiega cosi anche la mobilità verso la disoccupazione

    L'elevata mobilità verso la disoccupazione spiegherebbe in misura tuttaltro che trascurabile anche i marcatissimi tassi di disoccupazione giovanile, specialmente nel caso in cui i posti di lavoro rivelino salari molto vicini al «livello minimo garantito» dal sistema di sicurezza sociale e presentino condizioni «non monetarie» (sicurezza, orario, ambiente di lavoro, prospettive di carriera, ecc.) di lavoro piuttosto insoddisfacenti. La mobilità verso la disoccupazione sarebbe accompagnata anche da un rilevante flusso di uscita dalle forze di lavoro, così da diminuire tra l'altro il significato dei dati sulla disoccupazione rilevata ufficialmente («esplicita»). Nello stesso tempo, d'altronde, la ricerca di migliori condizioni di vita (sulla base di criteri di giudizio espressi dagli stessi giovani oppure da familiari che possano direttamente od indirettamente incidere sulle relative scelte) condurrebbe a notevoli e crescenti (specie in un contesto inflazionistico) flussi dalle non forze di lavoro verso l'offerta «esplicita» in vista di un'occupazione, anche temporanea, capace però di attivare nuove fonti di reddito individuale o familiare.
    Anche alla luce di informazioni desumibili dall'esperienza di altri Paesi e della stessa Italia, si può rilevare che ciò non si riflette soltanto in una peculiare mobilità dei giovanissimi, sotto la spinta dell'insoddisfazione per le condizioni di lavoro ottenibili. Infatti, l'affermazione recente delle figure miste del lavoratore-studente e della lavoratrice-casalinga può essere almeno in parte ricondotta all'esigenza di svolgere lavoro retribuito senza però definitivamente inserirsi in un dato posto di lavoro, non ritenuto pienamente soddisfacente dal punto di vista delle condizioni ottenibili.

    Un posto oggi, in vista di un posto migliore domani

    Tra l'altro, la figura del lavoratore-studente, che offre lavoro in determinati periodi dell'anno e/o per alcune ore del giorno nel corso degli studi pur essendo formalmente impegnato in processi formativi a pieno tempo, appare motivata in misura rimarchevole dal desiderio di sperimentare un primo inserimento nell'attività produttiva, in vista di più soddisfacenti posti di lavoro futuri.
    Del resto, la presenza di un atteggiamento apparentemente contraddittorio nei confronti del lavoro emergeva già anche in Italia in un'inchiesta effettuata dall'Isfol in collaborazione con il Censis all'inizio del 1977 (3). Da tale inchiesta risultava una spiccata propensione dei giovani dai 15 ai 24 anni ad offrire lavoro al di là dell'esperienza fatta, ed in misura notevole al di là delle 6 od anche delle 8 ore giornaliere, riducendo in parte il tempo dedicato allo studio ed in parte il tempo libero. Risultava pure, tuttavia, che nel corso dell'anno precedente, il 15% dei giovani intervistati avrebbe rifiutato le occasioni di lavoro che si sia loro presentate, per mancanza di tempo (nel 32,8% dei casi, con particolare riguardo ai giovani che continuavano a studiare), per mancanza di interesse nello specifico lavoro (23,1% dei casi, 37,3% per i giovani che già lavoravano), per scarsa retribuzione (17,4% dei casi, 19,5% per i giovani che già lavoravano), per difficoltà di trasporto (10,2% per i giovani che già lavoravano).

    La scelta del lavoro sulla base delle ragioni «non monetarie»

    D'altronde, l'esame delle condizioni di lavoro considerate più importanti per i giovani già occupati (nei confronti del lavoro svolto) o per i giovani desiderosi di un lavoro (per l'attività desiderata) conduceva a rilevare una particolare attenzione alle condizioni «non monetarie» del lavoro: tra le condizioni del lavoro svolto emergeva una rilevante insoddisfazione per la possibilità di studiare contemporaneamente, il prestigio del lavoro, i «vantaggi» dati al personale, le prospettive di miglioramento, la faticosità del lavoro; tra le condizioni del lavoro desiderato emergeva la sicurezza del posto di lavoro, il tipo di lavoro, l'interesse per il lavoro che si fa, prima del guadagno attuale che continuerebbe a rivestire un'importanza tuttaltro che trascurabile. La maggioranza degli intervistati aveva dichiarato che avrebbe accettato un lavoro attinente al titolo di studio, mentre il 60,5% aveva dichiarato che non avrebbe accettato (ed un altro 23,5% dichiarava che avrebbe potuto non accettare) qualsiasi lavoro manuale anche con qualifica molto bassa.
    Dall'indagine Isfol-Censis, dunque, emergeva per i giovani italiani all'inizio del 1977 una «...sottolineatura degli aspetti professionalizzanti, la ricerca di sicurezza e di tutela, la presenza di elementi di rigidità ma anche di disponibilità estrema...», dal lato dell'offerta di lavoro, con profonde differenze a seconda delle caratteristiche strutturali dei giovani coinvolti (4). Non mancava la constatazione di una non trascurabile propensione alla mobilità (per un terzo circa dei giovani che lavoravano), anche se in misura probabilmente inferiore a quella constatabile in Gran Bretagna o negli Usa. La propensione alla mobilità appariva motivata soprattutto dalla speranza di trovare un posto migliore, dall'insoddisfazione per il lavoro svolto e dal desiderio di un lavoro fisso. Essa riguardava prevalentemente i giovani maschi, sotto i 20 anni di età, appartenenti a gruppi sociali medi o bassi, residenti in regioni centromeridionali (5). La flessibilità maggiore dal lato dell'offerta di lavoro si rivelava per la figura mista dei lavoratori-studenti. La rigidità dei giovani studenti e ad elevato livello di istruzione si esprimeva in particolare nei confronti dei posti di lavoro incoerenti con il titolo di studio (e con le aspettative connesse) e sembrava notevole specialmente là dove il sostegno economico delle famiglie, anche se limitato, consentiva di attendere un posto di lavoro ritenuto soddisfacente.

    Lavoro sì, purché...: l'esperienza della legge 285

    La legge sull'occupazione giovanile n. 285/1977 ha fatto ancor più esplodere tali contraddizioni. Da un lato, si è avuto un effetto che si è denominato «di esplicitazione» della volontà di ricerca di un lavoro da parte dei giovani che si sono iscritti alle liste speciali di collocamento previste da tale legge. Dall'altro lato, è emersa una notevole resistenza da parte degli stessi iscritti alle liste speciali all'accettazione di sbocchi professionali permanenti, a condizioni di lavoro ritenute insoddisfacenti. Significativa è apparsa l'esperienza fatta, in relazione a tale Legge, con i contratti di formazione-lavoro nel pubblico impiego (i circa 650.000 posti di lavoro coperti con assunzioni al 30 novembre 1979). I contratti sono stati stipulati a condizioni di lavoro giudicate insoddisfacenti dai giovani, soprattutto con riguardo alla sicurezza di lavoro e ai livelli retributivi. I giovani hanno accettato normalmente il contratto nel presupposto (più o meno esplicito) o il rapporto a tempo determinato sarebbe sfociato pressoché automaticamente in un regolare rapporto a tempo indeterminato di pubblico impiego, o nel corso del contratto si sarebbe acquisita una formazione tale da evitare (o facilmente superare) i processi di selezione utilizzati per i regolari rapporti di pubblico impiego. Alla fine del contratto a tempo determinato, una volta costatata l'infondatezza del presupposto, si è imposta prepotentemente una situazione di conflitto che ha reso necessaria una revisione delle condizioni inizialmente attribuite a tale contratto. Significativa è apparsa anche l'esperienza dei contratti privati, in cui talvolta i posti disponibili sarebbero stati rifiutati dai giovani per l'indesiderabilità delle condizioni di lavoro proposte, al di là della generica disponibilità, dichiarata al momento dell'iscrizione alle liste speciali, a condizioni sproporzionate alle attese normali connesse al titolo di studio o ad altri fattori incidenti sulle caratteristiche qualitative degli offerenti.

    Conclusione: rifiuto del lavoro cosi come è oggi

    Dunque, tutti i risultati raccolti finora con la ricerca e con la riflessione sull'esperienza indicano che il rifiuto, salvo particolari eccezioni da spiegare sul piano socioculturale, non è tanto del lavoro in sé tale, quanto piuttosto del lavoro alle condizioni a cui si rende immediatamente accessibile.
    Il problema è comunque molto serio. Affrontarlo adeguatamente per evitare le conseguenze economico-sociali significa, come insegnano le ricerche, modificare profondamente, tra l'altro, l'organizzazione del lavoro (con particolare riguardo anche agli aspetti di gestione del tempo di lavoro) e la distribuzione dei redditi, in un contesto d'altronde di rimarchevole espansione dei posti di lavoro disponibili per le nuove leve, tenuto conto delle caratteristiche qualitative da loro presentate.
    Si tratta di un problema a cui tuttavia non si può sfuggire. Ogni politica dell'occupazione e del lavoro che voglia incidere efficacemente sulla problematica del lavoro giovanile deve necessariamente affrontarlo, trovando le strategie idonee a risolverlo.


    NOTE

    (1) Cf L. Frey, La problematica del lavoro giovanile e le sue prospettive negli «anni 80», F. Angeli, Milano 1980.
    (2) Cf L. Annunziata e R. Moscati, Lavorare stanca, Savelli, Roma novembre 1978.
    (3) Cf Isfol, Atteggiamenti dei giovani nei confronti del lavoro, «Quaderni di formazione», n. 38-39, aprile-maggio 1977.
    (4) Nel citato Atteggiamenti, ecc. (p. 106) si osserva: «...la maggior difficoltà a rapportarsi a lavori manuali da parte delle ragazze; la rigidità più evidente nei giovani delle regioni centrali verso lavori diversi da quello attinente al titolo di studio... e, da parte dei giovani meridionali, una più accentuata sottolineatura sia della ricerca di sicurezza (tendenza alla impiegatizzazione) sia della richiesta di un lavoro di qualunque tipo; una maggiore disponibilità alle attività normali (sia qualificate sia generiche) nei giovani di estrazione sociale inferiore; una propensione verso un'attività di qualsiasi genere da parte dei giovani che lavorano in agricoltura (riconducibili ad una ricerca di garanzie e sicurezza...); una sottolineatura degli elementi di professionalizzazione nei giovani che lavorano nell'industria, accompagnata da una tendenza... all'impiegatizzazione; una rigidità abbastanza accentuata nei giovani inseriti nel settore terziario, che polarizzerebbero le loro preferenze su attività attinenti al titolo di studio...».
    (5) Alcune precisazioni ulteriori in merito ai giovani residenti nelle regioni meridionali sono riscontrabili nel capitolo 2 del volume del Formez, La disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno, Ricerche e Studi n. 24, Roma 1978.