Maria Teresa Bellenzier
(NPG 1983-7-11)
NUOVE GENERAZIONI E FEMMINISMO
Il femminismo si è presentato ed è stato recepito come un fenomeno a tinte rivoluzionarie, e come tale anzitutto contestatore e demolitore di aspetti della vita culturale e sociale propri del passato. Fenomeno innovatore quindi, logicamente sostenuto e vissuto soprattutto dalle donne più giovani.
Ciò risulta in gran parte vero per quanto riguarda la nascita e l'affermarsi del neofemminismo, che in Italia si può far coincidere con la contestazione studentesca del '68. Ma non lo è più altrettanto quando si guardi agli ulteriori sviluppi di un discorso e di una prassi le cui protagoniste sono rimaste per buona parte le stesse, oggi perciò con quindici anni in più. Le giovani si sono via via aggiunte e interessate alle tematiche e alle prese di posizione su problemi politico-sociali (specialmente il referendum sul divorzio, la battaglia per la legalizzazione dell'aborto e il dibattito sul progetto di legge contro la violenza sessuale), ma non certo nella quantità e con l'impegno che ci si sarebbe attesi. Tanto da rendere oggi legittimo l'interrogativo circa il femminismo delle più giovani generazioni femminili (si veda in proposito la nota nella rubrica Fatti e opinioni, «Sono femministe le giovani?», in NPG, maggio '83).
Poiché nella condizione femminile vi sono stati indubbiamente dei cambiamenti, spesso proprio in questi ultimi anni, molte giovani ritengono forse che la battaglia sia ormai vinta, che la parità uomo-donna sia ormai cosa fatta dato che in Italia non esiste più alcuna norma giuridica che in qualche modo la contrasti.
Ma accanto ai cambiamenti vediamo anche sopravvivere tanti aspetti di una cultura e di un'impostazione di vita sociale che non è ancora riuscita - nell'accostarsi alla realtà femminile - a rinunciare a pregiudizi, proposte o imposizioni di schemi comportamentali, aspettative foggiate su stereotipi sociali.
Prima o poi quindi, anche se in misura ben diversa che in passato, riemergono i nodi principali della questione femminile. Ma in che modo le giovani li assumono, se li assumono?
C'è da chiedersi se una certa estraneità delle masse giovanili femminili nei confronti del problema non sia segno di una difficoltà più radicale, e cioè il non volere affrontare (con quel che il termine affrontare comporta) questo come altri problemi. Se infatti si può rilevare una notevole sensibilità giovanile per i grandi temi sociali che suscitano un impegno sporadico e stimolante (la marcia e la manifestazione di piazza, il viaggio-raduno a grandi distanze da casa, il sit-in pittoresco, cose che rispondono anche ad esigenze anticonformistiche e avventurose), non altrettanto si può dire per quel che riguarda un costante e quotidiano lavoro, poco appariscente e certo faticoso, ma indispensabile per cambiare veramente qualcosa.
E se poi si riflette sull'assenza di appropriati ed efficienti interventi educativi in ordine alla presa di coscienza delle dimensioni e del significato della questione femminile, si capisce perché le giovani si chiedono: cambiare perché? che cosa, e come?
RILETTURA DELLE TEMATICHE FEMMINISTE DAL PUNTO Dl VISTA GIOVANILE
L'itinerario del neofemminismo si è svolto - a volerlo sintetizzare in due termini - dall'emancipazione alla liberazione, mentre in ambito cristiano per la questione femminile si è usato il termine di promozione. Cosa rappresentano questi concetti per le giovani?
Le giovani di fronte alle proposte dell'«emancipazione»
L'emancipazione, che l'analisi marxista del problema riteneva raggiungibile solo con l'inserimento della donna nel mondo produttivo, ha certo oggi cambiato di segno. Il lavoro infatti non rappresenta più tanto, per la donna, una conquista da raggiungere vincendo ostacoli dovuti a disposizioni giuridiche o a normative discriminanti, e opposizioni nascenti dalla visione tradizionale del ruolo femminile. Sempre più il lavoro viene considerato il logico sbocco di una qualifica professionale che la donna ottiene con i suoi studi.
Anche l'aspetto economico, pur conservando tutta la sua importanza specie come mezzo di indipendenza dalla famiglia di origine o come fattore di equilibrio nella coppia e nella ripartizione dei compiti casalinghi fra i due, non è in genere il motivo predominante nella decisione femminile di lavorare prima e dopo l'eventuale matrimonio.
Il problema è piuttosto un altro, in comune con i coetanei maschi e cioè l'obiettiva difficoltà di inserimento nel mondo produttivo. E di fronte a una simile situazione, le tesi emancipazionistiche, ancora avanzate, possono suonare beffarde. Esse sono quindi passate di moda non solo perché criticate dalla più recente riflessione femminista, ma anche e soprattutto perché l'enfatizzazione dell'importanza del lavoro extradomestico ai fini di risolvere i problemi della donna susciterebbe frustrazioni e amare considerazioni.
Il fascino ambivalente della «liberazione» femminile
Vediamo allora se le giovani si ritrovano meglio nel termine attuale di liberazione. Esso è certo suggestivo, ma proprio per la carica di coinvolgimento emotivo che la tematica della libertà porta sempre con sé, può risultare mistificante. Per buona parte ciò è accaduto con l'uso che di questo termine è stato fatto da chi ha ridotto il messaggio neofemminsta a quest'unica nota, applicata, oltre tutto, nel campo dove più evidenti ed eversivi potevano risultare gli effetti, e cioè quello della sessualità. La liberazione della donna è così stata tradotta - complici ammiccanti tutti coloro che ne potevano trarre vantaggi economici, di successo e di potere - in permissività totale nei confronti del comportamento sessuale femminile.
Un massiccio conformismo - di segno esattamente opposto a quello di una volta - domina la considerazione sociale di tale problema, ridotto alla sempre più precoce ed efficace informazione sui contraccettivi. Che la questione abbia rilevanti implicazioni psicologiche, che un uso troppo precoce della sessualità possa minare forse per sempre la capacità di viverla in tutte le sue potenzialità espressive e di comunione, sembra non preoccupare nessuno. Salvo poi a riscoprire, sull'onda di una moda culturale che ci arriverà d'oltre Atlantico, l'utilità e la funzionalità della castità!
Il termine di liberazione usato dal neofemminismo ha una portata ben più ampia e profonda, poiché comporta anzitutto un lavoro interiore del soggetto che si libera; è quindi problema di faticosa costruzione di un'identità personale che la donna non intende più mutuare da modelli comportamentali precostituiti. Ma alle generazioni più giovani è arrivato quasi soltanto il facile distillato di slogans provocatori di cui i mass media si sono impadroniti nell'abituale operazione di volgarizzazione (nel senso più letterale del termine) di un discorso ben altrimenti fondato.
L'atteggiamento delle nuove generazioni verso la «promozione» femminile
Si diceva più sopra di un terzo termine usato per indicare una ulteriore possibile via di uscita dalla questione femminile: quello di promozione, ampiamente presente in ambito cattolico. Non sappiamo però quanto esso sia recepito fra le giovani, anche perché, volere o no, esso ha un che di scolastico e può suonare anacronistico accanto a termini tanto più «moderni» e alla moda che vengono da altre campane.
Il neofemminismo del resto si è scagliato senza pietà contro una prassi formativa ecclesiale ritenuta colpevole di aver pesantemente collaborato a fissare la donna nel ruolo «naturale» di sposa e madre, ed ha abbondantemente citato espressioni antifemministe presenti nella teologia, nel Magistero e in disposizioni disciplinari talora ancora vigenti. Tale critica radicale ha lasciato le sue tracce, tanto più persistenti quanto più si fermano a denunciare una situazione senza indagare adeguatamente le cause. Si pensi ad esempio al ribadito rifiuto del sacerdozio ministeriale alle donne: la mentalità contemporanea coglie in ciò solo il fatto (un'esclusione, per ciò stesso ingiusta) e non dimostra intenzione di cercare e valutare i motivi che la determinano.
D'altro canto non si può certo affermare che in ambito ecclesiale il discorso di promozione della donna venga sempre fatto con convinzione, segnato com'è da troppe riserve, precisazioni, distinzioni fra ciò che è liberazione «autentica» e ciò che non lo è. Non vi è quindi da meravigliarsi se anche nei gruppi giovanili più impegnati e sensibili, in ambito ecclesiale, l'attenzione al problema non è molto evidente e viva.
La fine della strategia del separatismo
Il neofemminismo anni '70 aveva con forza proposto il metodo dell'autocoscienza e la strategia del separatismo: le donne cioè imparavano a mettersi insieme, a confrontare esperienze e reazioni, a sviluppare tale verifica lontano da interferenze maschili. Il piccolo gruppo come prima sede di tale confronto, il collettivo come luogo di elaborazione di strategie operative, il separatismo come necessità/scelta indispensabile per far camminare le donne con le proprie gambe. Si è trattato di aspetti transitori del fenomeno femminista, o essi possono avere ancora una loro validità? Se le giovani attuali non sembrano più ritenerli così importanti è perché tale cammino esse hanno ormai compiuto, o non piuttosto perché i campi e le attività che le vedono a fianco dei coetanei non sollecitano abbastanza la presa di coscienza di eventuali diversità, divergenze o conflitti? I rapporti con l'altro sesso hanno certo perso molta della problematicità che li caratterizzava in altre epoche segnate da separatismi forzati e da ignoranza abissale delle realtà rispettive.
Ma se guardiamo al di là delle esperienze elitarie di gruppi e associazioni in cui ragazzi e ragazze s'incontrano con finalità di un certo impegno, ciò che sembra prevalere nei loro rapporti è pur sempre la dinamica dell'attrattiva/seduzione, dell'incontro/scontro affettivo e sessuale, più che quella del confronto di fede, del desiderio di una profonda conoscenza reciproca e di una collaborazione fattiva.
Si potrebbe osservare che ciò è inevitabile date le esigenze proprie dell'età e l'importanza essenziale del problema della scelta del compagno/a di vita. Ciò non toglie che se niente e nessuno aiuta le giovani generazioni a mettere in atto anche altre dimensioni nel loro incontro, non ci sarà poi da recriminare sulle unioni che risultano così effimere, sui sentimenti così fragili, sull'amore reso parola da canzonetta più che impresa affascinante e creativa.
L'interpretazione riduttiva del tema della corporeità
Altro tema femminista soggetto a interpretazioni riduttive e fuorvianti, è quello della corporeità.
La proclamazione femminista (riappropriarsi del proprio corpo) nei suoi aspetti più validi intende sostanzialmente recuperare l'unità della persona umana, superando la scissione manichea tra elemento spirituale ed elemento materiale che così spesso si è risolta ai danni della donna (identificata molto frequentemente con la materia, elemento negativo, più che con lo spirito, elemento positivo).
Ma una simile rivendicazione, che avviene in una società e una cultura già tanto intrise di «fisicità» per non dire materialismo, si è risolta spesso in un semplice ribaltamento della valutazione precedente, ossia nell'esaltazione del corpo e di tutto ciò che lo vede protagonista, senza altri criteri di giudizio etico che quello della consapevolezza e dell'autenticità dell'esperienza che si vive. E tutto ciò, come al solito mediato e deformato dai mass media, risulta un prodotto quanto mai appetibile per le generazioni più giovani, che all'insegna di una «coscienza» sganciata da ogni punto di riferimento oggettivo, ritengono eticamente valido ogni comportamento che risulti gratificante per il protagonista e minimamente dannoso per gli altri.
Ma, a indagare meglio, davvero le giovani hanno un rapporto migliore con il proprio corpo?
La risposta può essere affermativa dal punto di vista della conoscenza e della cura igienica. Ma tutta una serie di anomalie che si registrano nelle giovani (anoressia, dismenorrea e amenorrea, gravidanze a rischio e aborti spontanei) non possono essere attribuiti soltanto a condizioni e ritmi di vita sfavorevoli. Possono al contrario essere sintomo di un mancato sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, anche in conseguenza di un più difficile raggiungimento dell'identità personale, che nell'immagine corporea ha un elemento fondamentale.
D'altro canto forse solo apparentemente oggi il corpo è più curato, specie quando finisce l'età pediatrica e il controllo dei genitori sullo stato di salute dei figli.
Solo una minoranza di giovani (in maggioranza ragazzi) pratica uno sport con sufficienti vantaggi per la salute, e una minoranza ancora più esigua riesce a fare del proprio corpo un adeguato uso espressivo. La maggioranza è sempre meno allenata alla sia pur minima fatica fisica, ad un'alimentazione razionale, ad un esercizio armonico di tutto il fisico, mentre l'accento cade su una cura estetica volta ad accentuare il tradizionale aspetto della seduzione secondo i canoni estetici di moda, spesso anche a scapito della salute fisica. Il corpo, dunque, considerato ancora come strumento privilegiato di fascino, e questo a sua volta visto come aspetto fondamentale della femminilità.
Come intendono le giovani lo «specifico femminile»?
Il neofemminismo ha parlato molto di specifico femminile, intendendo però staccarsi nettamente dal modo tradizionale di considerare la femminilità come insieme delle caratteristiche che la natura ha assegnato alla donna rendendola essere affascinante e temibile in quanto riferita al piacere del maschio, e al tempo stesso creatura insostituibile e sublime perché a servizio della propagazione della specie umana.
Lo specifico femminile di marca femminista si riferisce alla originalità che deriva alla donna dal suo vissuto, dalla sua esperienza personale, in cui peraltro confluisce l'esperienza storica di generazioni femminili, che attraverso l'educazione e i vari condizionamenti sociali hanno in lei affinato certi aspetti, sviluppato determinate capacità e sensibilità. Per questo specifico femminile si chiede spazio nel mondo maschile (cultura, organizzazione sociale, economica, politica, ecclesiale). E lo si chiede non solo in nome della donna, ossia per riparare al torto di esclusioni secolari, ma soprattutto in nome di una possibile migliore qualità di vita per tutta l'umanità.
Lo specifico femminile può però ricadere negli schemi di una femminilità predeterminata, e in quanto tale non rispettosa dell'originalità della persona. Ed è un rischio da cui le giovani non sono immuni, dato il peso preponderante di condizionamenti massificanti, e la scarsità di interventi validi nella direzione di scelte operate a ragion veduta e con consapevolezza delle responsabilità personali che ne derivano.
In altri termini: se dello specifico femminile femminista resta solo il ricordo di gonne ed ornamenti fantasiosi, non si e fatta certo molta strada.
COSA CAMBIA NELLA VITA QUOTIDIANA
Dal confronto fin qui svolto non sembra dunque che nel mondo femminile giovanile il discorso neofemminista abbia inciso in maniera evidente. E tuttavia le ragazze di oggi assorbono in qualche misura elementi nuovi che hanno inevitabili riflessi nella vita quotidiana.
Aree di nuova ricerca femminile
L'accentuata importanza data al soggettivo, all'ambito del privato, esprime anche una ricerca di significati nuovi in un'esperienza che per la donna è di sempre.
Si può infatti rifluire nella dimensione del privato mossi dalla disillusione nei confronti di progetti rivoluzionari irrealizzati o dalla sfiducia in strutture e forme partecipative istituzionalizzate: e in una certa misura motivazioni di questo genere sono all'origine del disinteresse giovanile per le tematiche sociopolitiche.
Ma si può anche intuire in quella dimensione, più vicina alle esigenze primarie e profonde della persona, potenzialità finora non sfruttate appieno per un impegno sentito e vero dei singoli. Non a caso forse oggi è frequente in molti campi il termine di microrealizzazioni: una prospettiva che può risultare particolarmente consona alla donna, secolarmente alle prese con un'esperienza fatta di cose apparentemente piccole, ma in realtà attinenti agli eventi fondamentali della vita (nascita, crescita, infanzia e vecchiaia, salute e malattia, morte).
Le giovani generazioni appaiono meno contestatrici, meno polemiche verso gli adulti, anche se l'età adolescenziale non ha perso le sue caratteristiche di conflittuale ricerca di autonomia: e su questo fronte le ragazze sono più combattive che in passato, perché più sollecitate ad emanciparsi e meglio dotate degli strumenti necessari (più istruzione, possibilità di lavoro, modelli comportamentali nuovi).
Possono anche apparire più sicure e spavalde dei loro coetanei, più pronte all'atteggiamento anticonformista e addirittura provocatorio. Si tratterà di vedere se ciò è frutto di una maggiore sicurezza di sé, di una più chiara consapevolezza delle proprie capacità e aspirazioni, o se non sia soprattutto frutto minore - in quanto più superficiale che sostanziale - dell'esperienza neofemminista.
Il mondo giovanile appare inoltre meno segnato da esigenze razionalistiche, specie nella sua componente maschile: ciò può risultare positivo se non sia manifestazione di irrazionalità bensì rivalutazione degli aspetti intuitivi ed emotivi della persona, aspetti tradizionalmente ritenuti più «femminili». In tal caso le giovani generazioni potrebbero percorrere la strada di una più completa esperienza umana, fuor dalle costrizioni di preconcetti sul come essere uomo o donna.
Sarebbe in definitiva la strada di una maggiore libertà, premessa fondamentale per approdare a soddisfacenti soluzioni degli aspetti concreti della vita della coppia e della famiglia (ripartizione delle incombenze domestiche e delle cure nei confronti dei bambini).
Per andare avanti: la scelta dell'educazione
Elementi nuovi non mancano dunque, ed essi toccano entrambi i sessi, sia pure con diversa eco in quanto diversamente mettono in causa uomo e donna. Il punto è riuscire a cogliere il nesso che ci può essere fra questi vari sintomi e che può aumentarne la carica innovatrice.
Di fronte a un futuro che è luogo comune definire minaccioso, la modalità privilegiata di intervento appare più che mai quella educativa, fiduciosa più nelle risorse della persona umana (di tutte le persone) che non nel peso deterministico degli eventi mossi solo da pochi potenti.
Il discorso femminista sulla storia nascosta delle donne, ossia sull'importanza di una presenza invisibile agli strumenti storiografici ufficiali, ma essenziale di fatto nella costruzione e nella gestione della vita, mostra allora la sua importanza. Può sembrare illusorio avvicinare i termini di storia e di giovani generazioni, per le quali il passato non ha peso né significato, una volta demolito il valore dell'esperienza sul quale si basava l'autorità delle generazioni più adulte.
Eppure ciò è in una certa misura indispensabile, a patto però di uscire da una prospettiva solo culturale-scolastica (la storia come materia di studio) e riuscire invece a coglierne lo spessore umano: sofferenze e gioie, conquiste e fallimenti, speranza e disillusioni, generosità ed egoismo. Ciò è particolarmente importante per le donne, per le quali la «memoria storica» rappresenta una nuova acquisizione dallo sviluppo ancora difficilmente valutabile: a patto che tale sviluppo ci sia.
CONCLUSIONE
La fase attuale è quindi molto importante agli effetti dell'ulteriore cammino della questione femminile, proprio perché fase apparentemente di stanca.
Se non si vuole che si tratti di stasi, preludio magari a regressioni e rinunce, occorre non lasciar cadere il discorso, sollecitare tutti ad avere gli occhi aperti per individuare nuove prospettive e mani pronte a fare il lavoro necessario. Che non potrà più essere portato avanti dalla generazione delle madri, anche se queste ultime continueranno a dover testimoniare l'importanza di un tale lavoro, impedendo che le figlie si addormentino su risultati che non reggeranno all'urto del futuro se non saranno stati pagati da una personale e consapevole assunzione in proprio.















































