NPG 2026
    QuartinoNPG2025


    Alzati e vai
    Proposta pastorale 2025-26


    Il numero di NPG
    maggio-giugno 2026
    600 NPG COVER MARZO APRILE 2026


    Il numero di NPG
    marzo-aprile 2026
    600 NPG COVER MARZO APRILE 2026


    Newsletter
    maggio-giugno 2026
    NL 3 2026


    Newsletter
    marzo-aprile 2026
    NL 2 2026


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Post it


    Le ANNATE di NPG 


    I DOSSIER di NPG 


    Le RUBRICHE di NPG 


    Gli AUTORI di NPG


    Gli EDITORIALI di NPG 


    VOCI TEMATICHE 


    I LIBRI di NPG 

     


    IN VETRINA


    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani 


    Semi di spiritualità


    Animazione, animatori


    Sussidi, Materiali, Esperienze


    Recensioni e Segnalazioni


    Letti & apprezzati


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono: 06 4940442

    Email

    Il precetto festivo nella società industriale



    Karl Rahner

    (NPG 1983-04-25)

    Articolo ripreso da K. Rahner, Sollecitudine per la Chiesa, Nuovi Saggi VIII, Edizioni Paoline 1982. Per gentile concessione della casa editrice.
    L'articolo solleva un problema al quale, spesso, si dà una risposta insufficiente, sia da parte di chi si appella rigidamente alla «oggettività» del precetto festivo, sia da parte di chi tende a «giustificare» l'assenza all'Eucaristia domenicale.
    L'autore non risolve il problema, ma lo ripropone in termini nuovi. Anche se è da pensare che destinatari dell'articolo siano gli adulti, molti stimoli sono da utilizzare, opportunamente ripensati, per i giovani-in-formazione.


    Memoria della salvezza

    Per dire sulla domenica qualcosa di ragionevole e che comprenda in qualche misura tutti i problemi, bisognerebbe in primo luogo chiedersi quale fosse propriamente il senso veterotestamentario del precetto e della santificazione del sabato. Esso aveva indubbiamente motivi religiosi e sociali e riguardava tutti coloro che vivevano in Israele, perfino gli eventuali schiavi e le persone normali e comuni, i benestanti e perfino gli animali. Qui però non intendo dire altro al riguardo.
    In secondo luogo bisognerebbe fare qualche considerazione storica e teologica sul fatto che il precetto è stato adottato nella Chiesa di Gesù Cristo. E qui viene in evidenza un particolare: la Chiesa - cosa che non ha niente a che fare primariamente e direttamente con Israele - celebra con cadenza settimanale la risurrezione di Gesù quale evento salvifico storico e fondamentale irripetibile. Qui siamo di fronte a un nuovo contenuto teologico non presente nella celebrazione veterotestamentaria del sabato, anche se alla base di tutte queste celebrazioni esiste un dato umano fondamentale, cioè il fatto che l'uomo celebra, può e deve celebrare con un ritmo cronologico l'anamnesi (la memoria) di eventi unici sotto il profilo storico salvifico. Ciò rappresenta naturalmente un problema teologico a se stante, che abbraccia globalmente tutte le celebrazioni in questione.
    Non so con precisione come stessero le cose nell'Antico Testamento o nel tardo- giudaismo, se cioè e in quale misura la celebrazione del sabato avesse riferimento anche con l'uscita dall'Egitto. In ogni caso possiamo dire che il precetto del sabato ha avuto una dimensione anamnestica (commemorativa) storico-salvifica anche in Israele e che è stato messo in rapporto perlomeno col «riposo di Dio» nel settimo giorno della creazione.
    In breve: la celebrazione cristiana della domenica comporta un riferimento a un evento storico-salvifico ben determinato, per cui viene da domandarsi: come, perché e per quali motivi ontologico- esistenziali l'uomo è l'essere che può celebrare eventi storici che sono ritenuti in maniera netta come «passati»? Inoltre che significa una simile anamnesi? Si tratta solo di un ripensamento storicistico, accompagnato da una certa curiosità storica, di un evento trascorso, che tuttavia non pub essere propriamente recuperato dall'abisso del passato? Una memoria del genere è realmente in grado di mantenere presente in un senso vero e proprio o di far continuamente rivivere il proprio oggetto? Non intendo soffermarmi neppure su questo secondo punto del trapasso del precetto del sabato nella memoria cristiana della morte e risurrezione di Gesù.

    Il precetto festivo è un precetto ecclesiastico

    In terzo luogo intendo parlare di un aspetto del tutto diverso. Secondo la dottrina comune della Chiesa - per quanto un po' sottaciuta nella predicazione corrente - non esiste alcun precetto veterotestamentario, che in quanto tale permanga vincolante per i cristiani. E tra i precetti aboliti c'è anche quello della celebrazione del sabato.
    Il predicatore cristiano che inculcasse il precetto festivo della Chiesa richiamando i fulmini e i tuoni che accompagnarono la definizione della santa alleanza di Dio al Sinai, bara e afferma una cosa che in fondo non è vera.
    Dobbiamo perciò dire: il precetto festivo vero e proprio non è un comandamento divino, non deriva dall'essenza permanente naturale o soprannaturale elevata dell'uomo, non deriva dall'Antico Testamento, ma è e rimane un precetto della Chiesa. Il fatto che la Chiesa abbia il diritto di imporlo e che questo diritto, nonché l'adempimento da parte dei singoli cristiani, godano di fondamenti e motivi più profondi e generali, è un'altra questione. Il fatto che l'uomo è un essere cultuale, che il cristiano deve riferirsi necessariamente e continuamente alla morte e alla risurrezione di Gesù nella propria esistenza religiosa, che egli - per dirla in termini teologico-morali sobri - debba di quando in quando partecipare di conseguenza anche alla celebrazione eucaristica commemorativa della morte e risurrezione di Cristo, sono altrettanti solidi motivi della giustificazione del precetto festivo ecclesiastico.
    Questo - consistente, come si diceva una volta, nell'ascoltare messa la domenica e nelle altre feste comandate e nell'astenersi dai lavori servili - è comunque un precetto della Chiesa e nulla più. Inoltre negli ultimi decenni abbiamo anche sperimentato quanto sia in rapporto alla storia per quanto riguarda la sua forma concreta, la sua spiegazione, il rigore o il lassismo della sua interpretazione.

    Sotto pena di peccato grave?

    Quarto: una volta riconosciuto con oggettività, onestà e correttezza che qui si tratta di un precetto positivo della Chiesa, è in ogni caso chiaro che esso sottostà a tutte le giuste limitazioni e interpretazioni, cui sottostà un precetto umano che non contiene appunto direttamente l'essenza eterna dell'uomo e, di conseguenza, neppure la sua determinazione soprannaturale permanente ad opera della grazia. Un precetto positivo della Chiesa ha ovviamente molte più possibilità di essere interpretato, molte più possibilità di andare incontro a motivi scusanti nel caso concreto, di risultare meno impegnativo in determinate situazioni, ecc., di quanto non ne abbia un comandamento divino vero e proprio della legge naturale o un comandamento divino dell'ordine soprannaturale in quanto tale.
    È perciò evidente che anche oggi, per esempio, un individuo possa ritenersi dispensato dal partecipare alla messa domenicale non solo per motivi di malattia, ma in un caso concreto anche per altri motivi ragionevoli...
    In ogni caso, da un lato dobbiamo prendere molto sul serio il precetto festivo - anche se si tratta di un precetto ecclesiastico! - e dall'altro abbiamo la libertà del cristiano di interpretare e applicare prescrizioni e precetti umani con una certa larghezza e libertà interiore. Non so se questa sia una regola pratica solida - lo giudichino i moralisti; - però io direi: dove, quando e in tutti i casi in cui il precetto festivo non risulti motivato anche in maniera interiormente esistentiva e soprannaturale, allora non può essere considerato obbligatorio, in quel singolo caso, sotto pena di peccato grave.
    Potremmo cercare di giustificare questa affermazione da vari lati e fors'anche dire che la Chiesa non può affatto obbligare a compiere qualcosa sotto pena di peccato grave, qualora nel caso concreto ciò non sia già comandato per motivi più profondi dalla legge morale naturale o soprannaturale. Ma, astraendo da una simile motivazione più generale, possiamo dire: di fatto oggi esiste nella Chiesa questa mentalità (non contraddetta dalla Chiesa ufficiale) che là dove la partecipazione al sacrificio eucaristico non risulta seriamente vincolante a motivo di una necessità esistentiva e spirituale, il precetto ecclesiastico non obbliga propriamente sotto pena di peccato grave (anche se esso nel suo contenuto e nella sua autorità formale va al di là di questo). Che intendo dire, più precisamente, con una simile affermazione?

    Obbligo esistentivo

    E evidente che un cristiano normale sappia di essere obbligato a partecipare con una certa frequenza alla celebrazione dell'eucaristia per la natura stessa dell'atto e in ragione del suo cristianesimo, esista o no un precetto ecclesiastico al riguardo; ma non si può dimostrare che tale obbligo - derivante dalla natura stessa dell'atto e del tutto indipendente dal precetto ecclesiastico ufficiale quale ingiunzione istituzionale - impegni concretamente ogni domenica. Tuttavia un cristiano ragionevole sa bene ch'egli - anche se forse non espressamente - negherebbe il proprio rapporto interiore e fondamentale, stabilitosi con il battesimo, alla struttura incarnatoria della morte del Signore (e quindi alla sua presenza sacramentale nell'Eucaristia), qualora per lungo tempo non si curasse affatto della messa. Un obbligo del genere può naturalmente diventar concreto, anche se non possiamo dimostrare matematicamente quando e dove.
    Per esempio: non posso dimostrare quando debbo parlare con mia madre che vive nella mia stessa casa; non posso dimostrare in che giorno e con quali intervalli la devo visitare. Ciononostante in quanto uomo e in quanto figlio ho il grave obbligo morale di tradurre in pratica anche concretamente il mio rapporto personale verso di lei; la frequenza delle mie visite non può essere stabilita matematicamente. In modo simile anche il caso della messa può dipendere da mille circostanze: dal mio sviluppo religioso, dalla facilità o dalla difficoltà di assistervi, dalle mie disposizioni soggettive, ecc. Un determinato individuo può violare gravemente l'amore che deve a sua madre, qualora, per esempio, pur vivendo nella stessa città, lasciasse passare dei mesi senza farle visita, mentre in altri casi potrebbe anche bastare una visita ogni tre mesi.
    Una cosa del genere si verifica pure per la messa. Io dico che un cristiano dovrebbe sapere d'aver un rapporto vincolante - precetto della Chiesa o no - verso la celebrazione ecclesiale dell'Eucaristia quale memoria della morte e risurrezione di Gesù sorgente della sua redenzione. E là dove un simile obbligo si concretizza e si condensa nella celebrazione della messa in una determinata domenica, secondo una valutazione umanamente ragionevole, seria e indiscutibile, là il precetto della Chiesa diventa un obbligo moralmente grave, come siamo soliti dire, un obbligo sotto pena di peccato grave.
    Dove questo non si verifica, il cristiano dovrebbe perlomeno partecipare ogni domenica alla celebrazione eucaristica per un'altra ragione: egli è anche tenuto a compiere qualcosa di cristiano, la cui omissione non lo pone subito in grave conflitto con Dio. Però - astrazion fatta da quell'obbligo radicale - affermerei che il precetto della Chiesa non obbliga qui e ora in concreto sotto pena di peccato grave. Esso è un criterio orientativo, simile alla indicazione orientativa della velocità su un'autostrada, a cui uno deve contemporaneamente attenersi con libertà e serietà cristiana...

    La Chiesa potrebbe abolire il precetto festivo

    In quinto luogo bisogna tener presente lo sviluppo della moderna società industriale, la settimana lavorativa di cinque giorni, gli orari mobili di lavoro, il fatto che certe professioni (trasporti, addetti ai servizi, ecc.) ben difficilmente possono essere obbligate ad osservare il precetto festivo e a partecipare all'eucaristia. Inoltre quasi ovunque sono state introdotte le messe vespertine del sabato, le quali in fondo infrangono il precetto festivo, nonostante tutte le analogie bibliche; c'è la possibilità di assistere ad altre messe vespertine che, per l'uomo moderno, sotto il profilo religioso e esistentivo, si collocano più appropriatamente e opportunamente in un giorno della settimana diverso dalla domenica; il fatto che il fine settimana - sabato e domenica o soltanto la domenica - viene giustamente utilizzato dagli abitanti delle grandi città per uscire dalla loro gabbia di cemento armato e per usufruire di un periodo di distensione, ecc.
    Tutti questi fatti impongono oggi alla Chiesa di chiedersi quale sia, in linea di principio e in generale, la situazione del cosiddetto precetto festivo.
    Diciamo brevemente questo:

    a) Il precetto festivo sottostà in quanto tale - vale a dire in quanto precetto positivo della Chiesa, e non un comandamento imposto direttamente da Dio - alla discrezione pastorale della Chiesa e potrebbe quindi essere abolito. La Chiesa non può certo dispensarsi dal dovere di ricordare continuamente ai cristiani che essi hanno un rapporto verso la celebrazione sacramentale della messa e non solo verso la morte del Signore in se stessa, rapporto da tradurre in termini concreti. Però essa potrebbe abolire il precetto festivo vero e proprio e, per esempio, demandare ai singoli cristiani il compito di realizzare nella vita concreta questo loro riferimento essenziale alla celebrazione eucaristica, di stabilire la frequenza con cui farlo, in quale giorno farlo, ecc. Tale possibilità esiste realmente.
    Ma ci sono pure motivi che parlano a favore della tradizione.

    b) Bisogna però aggiungere contemporaneamente che è difficile dire se la Chiesa debba o anche solo possa - sotto il profilo pastorale e umano concreto - prendere una decisione pastorale in questo senso, decisione che non può mai essere arbitraria.
    Anzitutto, i sette giorni della settimana non sono del tutto livellati, in senso profano, neppure nella nostra odierna società industriale. Il periodo che va da lunedì al venerdì è diverso dal sabato e dalla domenica; in seguito allo sviluppo culturale e civile profano, i due giorni del fine settimana hanno acquisito una posizione particolare più chiara e piena di fronte agli altri giorni. Sono più liberi di quanto fossero una volta. Il contadino che la domenica mette in funzione in maniera relativamente rapida la mungitrice, ha in ogni caso più tempo libero di quanto ne avesse venti o trent'anni fa, allorché doveva mungere le mucche a mano una a una.
    Similmente esistono molti altri elementi, i quali dimostrano che il fine settimana possiede in maniera più chiara quello stato civile e culturale che fa risaltare anche sotto il profilo religioso la posizione particolare del sabato e della domenica o della domenica soltanto.
    Questi e altri simili motivi - pur con tutta la elasticità dei singoli casi e la diversificazione di determinati gruppi di persone - potrebbero indurre in maniera senz'altro ragionevole la Chiesa a mantenere in vigore la celebrazione comunitaria dell'Eucaristia e della morte del Signore in un determinato giorno.
    Potremmo indicare ancora molte altre ragioni in questo senso. Una prassi comune e stabile è senz'altro una cosa ragionevole e utile pure in una società moderna di cosiddetti uomini divenuti maturi. Potremmo dire che è irragionevole abbandonare gli uomini troppo e unicamente alla loro iniziativa anche per quanto riguarda le realtà religiose. Potremmo far notare che esistono celebrazioni profane, in cui avvenimenti storici importanti diventano temi di una celebrazione commemorativa in un giorno comune. Si tratti di feste nazionali o di «Jugendweihe»,[1] la cosa non fa differenza.
    In ogni caso potremmo chiederci se la Chiesa - nonostante la libertà di principio sottolineata nel punto a) di abolire il precetto festivo (qualora lo ritenga opportuno) - oggi non possa e non debba mantenere un precetto festivo rettamente inteso.
    Non è infatti vero che tutto ciò che non può essere dimostrato come necessario in maniera stringente in forza dell'essenza dell'uomo sia superfluo. Dobbiamo riflettere che l'uomo non vive e non può vivere soltanto di quelle cose di cui è possibile dimostrare la necessità metafisica e trascendentale. Dobbiamo riflettere che l'uomo non può ragionevolmente pretendere che gli si dimostri la necessità imprescindibile di tutto ciò che fa o deve fare o che gli è forse addirittura comandato. Non possiamo dimostrare con argomenti trascendentali che ci si debba dare la mano quando ci si incontra o ci si congeda; ciononostante è ragionevole fare così, e chi lo contestasse in linea di principio, dicendo che in teoria ci si potrebbe altrettanto bene strofinare il naso l'un con l'altro, sarebbe un idiota che non vuole semplicemente prendere atto di certe realtà ragionevoli della vita umana non dimostrabili eppur di fatto esistenti, realtà che vanno rispettate per poter vivere.
    E così la Chiesa potrebbe mantenere saggiamente in vigore il precetto festivo, pur accompagnandolo con una spiegazione, un'interpretazione ed eventualmente anche una casistica ragionevole, come abbiamo detto. A mio parere tale mantenimento - qualora il precetto venga interpretato con libertà cristiana - non comporterebbe difficoltà pastorali insuperabili neppure nella società attuale.

    Influsso sulla società profana

    c) A ciò s'aggiunge la seguente riflessione: è di per sé vero che lo sviluppo culturale e civile della società attuale con la sua vita di massa, i suoi orari mobili di lavoro, ecc., comporta una situazione che non è particolarmente favorevole al precetto festivo ecclesiastico. Possiamo però almeno chiederci se la Chiesa debba rimanere indifferente o passiva di fronte a tale sviluppo profano e limitarsi poi a trarre le conseguenze pastorali - con semplici modificazioni sulla base di quanto là avviene o è avvenuto - dai dati profani, senza far altro.
    Possiamo senz'altro chiederci perché mai la Chiesa, per motivi ragionevoli e senza arrogarsi un predominio sulla società secolarizzata, non dovrebbe intervenire ad influenzare l'orientamento dello sviluppo di questa società. All'inizio del bolscevismo i russi avevano introdotto una settimana lavorativa mobile, eliminando così in partenza la possibilità di avere una domenica; poi però si sono pian piano accorti che la cosa non era poi tanto meravigliosa e plausibile dal punto di vista umano e della ragione e, se non sono male informato, hanno ristabilito un giorno comune di riposo.
    La Chiesa potrebbe eventualmente contribuire con un'argomentazione, forse solo profana e umana, a far sì che l'ulteriore sviluppo della società vada in una direzione che sia favorevole al riposo festivo, al precetto festivo, alla celebrazione della domenica più di quanto possa sembrare possibile a prima vista. Sarebbe bene che in un determinato giorno il frastuono delle strade cessasse più o meno completamente, che in un determinato giorno gli autocarri stessero fermi, ecc.; ne esistono molti di argomenti come questi. Non è un caso che in Germania gli incontri di calcio vengano disputati di sabato.
    Intendevo soltanto indicare e dire brevemente che la Chiesa ha eventualmente non solo il diritto astratto, ma pure la possibilità concreta di indirizzare lo sviluppo della società profana - senza far violenza ai non cristiani - in modo tale che il precetto festivo e la celebrazione della domenica si inseriscano meglio nella cornice globale della vita civile. Forse potremmo trovare ore più adatte per la celebrazione domenicale. Forse certe cose, che oggi appaiono solo concessioni fatte di malavoglia, potrebbero diventare normali e ovvie, mentre altre, che vengono ancora mantenute in piedi in forza della tradizione passata, potrebbero scomparire. Se vediamo la celebrazione della domenica - come J.A. Jungmann ha sempre sottolineato - anzitutto come un compito della comunità in quanto tale e non propriamente come dovere del singolo, allora un giorno potremmo anche capire che è un tormento superfluo del clero il fatto che alla domenica ci siano ancora messe alle 6 o 7 del mattino. Forse potremmo fare una celebrazione unica, grandiosa, bella e comune la sera della domenica o del sabato e dire: quel dato individuo (il tranviere costretto a lavorare in quelle ore) non è tenuto ad assistere alla messa questa domenica, perché la messa domenicale non costituisce primariamente un obbligo religioso privato, bensì - qualora si debba parlare di obbligo - è un obbligo per lui in quanto è membro di questa comunità, la quale deve appunto celebrarla comunitariamente e scegliere di conseguenza un tempo che pregiudizialmente non può andar bene per ogni persona.


    NOTE

    [1] Celebrazioni giovanili, a carattere quasi consa­cratorio in comunità profane, in parallelo con prima comunione e cresima.



    IN PRIMO PIANO


    Oratorio: noi ci crediamo!
    Tutto quello che... sull'oratorio


    Vivere l'anno
    Sussidio liturgico-esistenziale
    Tempo pasquale


    Buon giorno scuola
    Incontrarsi benevolmente
    Aprile 2026


    ALZATI E VAI
    Sussidio Proposta Pastorale MGS
    Febbraio 2026
    600 Logo MGS 25 26


    SNPG
    La Chiesa italiana per i giovani


    RUBRICHE ON LINE


    RUBRICHE NPG 2026


     Infosfera, AI
    e pastorale giovanile 


     PG oggi in dialogo
    con G.B. Montini 


     Accompagnamento 
     e proposta di fede 


     Incontrare Gesù
    nel Vangelo di Giovanni


    I sensi come
    vie di senso nella vita


    PG negli USA
    Sfide culturali e percorsi innovativi


    Noi crediamo
    Ereditare oggi la novità cristiana


    Pillole letterarie
    pillole letterarie


    Playlist generazioneZ
    I ragazzi e la loro musica


    Generazione Z
    Ultimi studi e ricerche
    adolescente


     Ragazzi e adulti
    pellegrini sulla terra


    CONTINUA DAL 2025


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una "buona" politica


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi