Per una narrazione efficace




    Valerio Bocci

    (NPG 1983-10-20)

     


    QUALE STRUTTURA LINGUISTICA PER L'ANNUNCIO?

    La comunicazione dell'annuncio salvifico dell'evento di Dio si realizza nella mediazione dei normali processi linguistici, si rende comunicabile attraverso le parole umane che lo esprimono.
    Ma come esprimere una realtà che appartiene ad un ordine superiore in una struttura linguistica fedele al contenuto e in un codice comprensibile a tutti?
    Pur accettando la presenza e la possibilità di più linguaggi, riteniamo che la scoperta della narrazione possa offrire valide chances per una risposta al problema, e tanto più indicata in considerazione della situazione culturale giovanile e delle stesse esigenze della fede.

    La narrazione come adeguato modulo comunicativo

    Le ragioni che ci portano a questa affermazione possono essere individuate in una serie di caratteristiche del modulo narrativo stesso, che enunciamo in tre momenti successivi, seguendo da vicino quanto elaborato dai cosiddetti autori della teologia narrativa (TN).

    La comunicazione dell'evento

    Stigmatizzando la riduzione del processo di evangelizzazione a una esposizione secondo criteri oggettivistici, con la mediazione di formule corrette e complete ma distanti dal mondo in cui sono nate e in cui vengono annunciate, la TN ritiene fondamentale il contesto esperenziale: il quale trova espressione soprattutto nella dimensione evocativa.
    Il parlare del Dio di Gesù Cristo, non può risolversi in un parlare su Dio, me nel proprio «esserne coinvolti».
    Il suo annuncio non può essere limitato alla presentazione di formule che chiedono ai destinatari solo l'impegno di essere accolte nel mondo concettuale. Va invece servito secondo la sua composizione più completa, giustificata dal fatto che il cristianesimo è «esperienza di fede» prima di essere «messaggio di fede».[1]
    Questo significa fare dell'annuncio una comunicazione pratica dell'evento di salvezza, rivissuto attraverso l'esperienza di colui che narra.
    Il soggetto narratore sa di essere impegnato a dare non una serie di informazioni, ma a rendere nuovamente attuale l'esperienza narrata, a parlare della storia della salvezza come se riguardasse la propria persona prima ancora di quella del destinatario.
    Poiché il narratore parte da fatti in cui crede e che ha vissuto come «significativi per sé» e in cui è stato coinvolto, possiede le credenziali necessarie per comunicare l'esperienza come racconto di un evento passato e come testimonianza di fede che lo rende valido per l'oggi.
    Queste sottolineature servono a riportare l'annuncio nel suo contesto di provenienza: esso non è l'elaborato teorico della mente di un pensatore ma il condensato di esperienze umane, di incontri interpersonali, di vicende esistenziali e di parole, comunicazioni verbali, comunque inseriti nel mondo dell'esperienza: «il cristianesimo non è tanto un messaggio che deve essere creduto, bensì un'esperienza di fede che diventa messaggio, e che, come messaggio annunciato, vuole offrire agli altri che lo hanno percepito nella loro esperienza di vita, una nuova e sperimentabile possibilità vitale».[2]
    Il narratore che si allinea su questa posizione rispetta, da una parte, la struttura dell'annuncio e, dall'altra, si pone sul versante più indicato della comunicazione verbale, poiché incontra i destinatari sul piano della evocazione e non della fredda razionalità.
    Il diritto alla narrazione di una esperienza e quindi la possibilità di un coinvolgimento in essa da parte del destinatario proviene al narratore da una competenza «salvifico-narrativa», acquisita nell'ascolto della storia narrata da altri testimoni narratori.
    «Il narratore si dichiara competente a raccontare la storia solo per averla egli stesso ascoltata. Il destinatario attuale del racconto, ascoltandolo, acquista potenzialmente la stessa autorità».[3]
    Sottolineando questa prima dimensione, la TN non ha la pretesa di risolvere comunque il complesso problema della comunicazione del messaggio di fede. Intende renderla più fattibile, facendo recuperare la dimensione della comunicazione pratica e coinvolgente propria di una narrazione cristiana.

    L'intenzionalità performativa

    Ad una narrazione spetta il compito che «possa essere di aiuto» non solo a chi la narra ma anche a chi la ascolta. Il suo è un lavorare in funzione educativa e salvifica.
    Questa particolare incombenza è assolta in buona parte con il ricorso alla seconda dimensione caratteristica che esprime il valore performativo di ogni narrazione.
    La narrazione utilizza in pieno una delle qualifiche del linguaggio religioso: la caratteristica evocativa.
    È l'elemento ulteriore che integra la componente informativa e descrittiva. Il suo valore evocativo si completa nel coinvolgimento delle persone con le cose, nell'appello all'interiorità, nel predisporre a un incontro che modifica l'uomo e il suo universo di valori.
    Per sua natura non lascia neutrali, costringe ad una presa di posizione per una trasformazione della vita personale e sociale.
    La struttura narrativa, assumendo il dinamismo auto-implicativo del linguaggio religioso, è orientata a creare decisioni esistenziali, nella direzione di una proposta da accogliere in un nuovo stile di vita e in una sequela da portare a compimento.
    Alla base c'è sempre la percezione di un dono ricevuto che va reso nuovamente dono per i destinatari. Il valore performativo è l'espressione di quel «di più» di rilevanza, quella verità per la vita, documentata in maniera esemplare nei racconti della Bibbia: «quel che interessa ai racconti biblici e per i loro narratori è non accertare fatti storici, non il sì o no della verità», bensì «un più o meno di rilevanza».[4]
    Il loro intento consiste nel coinvolgere l'ascoltatore, nell'evocarne la fede, una fede che, avviata e incitata dalla narrazione, si realizzi e comprovi nei fatti.
    Le parabole sono lo spazio privilegiato in cui l'intenzionalità performativa raggiunge la sua massima consistenza.

    Produzione di significato

    Il terzo irrinunciabile dato di una buona narrazione riguarda la sua capacità di produrre anche oggi l'evento di salvezza. La narrazione, in quanto è un condensato dell'esperienza vissuta come fatto di salvezza dal narratore, deve potersi riesprimere nella carica salvifica sperimentabile dal destinatario.
    Il significato pieno di questa dimensione può essere compreso rifacendosi all'uso particolare riservato alla «parola» nell'ambiente orientale.
    La comunità occidentale è portata a servirsi delle parole esclusivamente come veicolo del pensiero che si vuole esprimere. Per lo spirito orientale, e specialmente quello ebraico, invece, la parola è qualcosa di più che un mezzo per comunicare l'idea. È il veicolo che trasmette una forza. La mentalità semitica concepisce la parola come realtà vivente, che ha già in se stessa potenza, attività, movimento. Per questa ragione gli ebrei nutrivano una fede speciale nella «parola parlata». Le imprimevano una realtà dinamica, una potenza creatrice.
    In questa prospettiva si comprende come la Parola di Dio non è solo insegnamento, è anche ordine, atto creatore. Dio parla e la sua Parola crea il mondo, la luce, le acque, gli animali. Gesù parla e la Parola fa guarire i malati, cessare le tempeste; il pane si moltiplica, i peccati vengono perdonati, le reti si gonfiano di pesci, i morti tornano a vivere. La Parola di Dio è sempre efficace, produce immancabilmente sempre qualcosa, non va mai a vuoto.
    Un rimando ai segni sacramentali conferma, per similitudine, la potenzialità significativa della narrazione.
    I sacramenti posseggono formule che hanno carattere performativo, ma soprattutto la capacità di realizzare il significato di quanto esprimono. La dimensione sacramentale dell'espressione narrativa è perspicua soprattutto nel racconto dell'ultima Cena e nella liturgia, luogo peculiare in cui sono narrati i fatti avvenuti con Gesù, affinché possano farsi sempre di nuovo fatto presente.
    La narrazione, in definitiva, ha «la sacralità di un rito».
    Come le parole e i gesti dei riti liturgici sono sempre anche evocazioni di eventi passati (in questo hanno carattere narrativo), così le narrazioni hanno un'efficacia sacramentale.
    Sono simboli vitali che offrono ciò che rievocano.

    CHE SIGNIFICA «NARRARE» OGGI?

    Ma come si può pensare ad un ritorno del narrativo nella pastorale e nella catechesi oggi? Quali caratteristiche dovrebbe possedere?
    Il primo e basilare elemento, ripreso dalle proposte della TN, riguarda il recupero dell'annuncio secondo la struttura linguistica del Vangelo. Questa operazione dovrebbe far riemergere la forza e la potenza di vita contenuta nell'annuncio di Cristo fatto ai primi discepoli. A questo riguardo, conviene riguardare l'episodio di Pietro e lo zoppo del villaggio (At 3,1-9) e la trasformazione operata dall'annuncio grazie alla narrazione della storia di Cristo e al contemporaneo coinvolgimento del destinatario.
    Ebbene, ciò che è stato reso possibile nella prima comunità, dovrebbe potersi ripetere nella Chiesa d'oggi: l'annuncio di ieri era essenzialmente narrato, l'annuncio di oggi va ripresentato in narrazione, nuovo luogo di salvezza in cui si compiono cose meravigliose, perché in chi parla e in chi ascolta si rinnovano i segni dell'amore di Cristo.
    Il fatto dello zoppo del villaggio, come i testi degli antichi racconti dei Chassidim, vanno tenuti presenti per il loro valore di simbolo. La forza dell'annuncio, proclamato correttamente secondo le caratteristiche narrative, ha le possibilità di risolversi in un cambiamento, in una conversione, in un nuovo stadio di vita. Nei casi ricordati, ha avuto la potenza di una trasformazione essenzialmente fisica (salvezza materiale), nelle vicende del destinatario moderno può diventare trasformazione-conversione di mentalità, atteggiamenti, modo di vivere (salvezza totale).

    Il soggetto della narrazione oggi: la comunità cristiana

    La comunità ecclesiale, nella sua diversificata e gerarchica composizione di credenti, è la prima responsabile dell'evangelizzazione. Lo ripete molto esplicitamente la Evangelii Nuntiandi al numero 14, qualificando l'impegno e la fisionomia della stessa comunità cristiana: «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare».
    La responsabilità dell'annuncio quindi appartiene a tutta la Chiesa, anche se in ripartizioni diverse, secondo la situazione e le funzioni dei soggetti. Questa affermazione, che in linea teorica è accolta senza particolari precomprensioni, incontra difficoltà non indifferenti sulla strada della applicazione pratica. Tuttavia, gli insuccessi incontrati sulla propria strada, rimandano a precise responsabilità.
    La frattura tra l'annuncio e la sua accoglienza non può essere addebitata unicamente al mistero della libertà umana capace di rifiutare anche la proposta di una salvezza totale. Forse il messaggio non ha incontrato la giusta mediazione di una comunicazione carica della tensione evocativa del «vieni e vedrai», ricorrente nella prassi di Cristo e dei suoi discepoli.
    Questa osservazione ci pare importante. Il messaggio cristiano si attualizza non soltanto nei segni-sacramentali, ma anche nei segni-parola e nei segni-persona. Questi ultimi due non sono meno decisivi dei primi. Da qui l'urgenza di riassumere la decisività provocante e performativa della narrazione. Ma questo non può avvenire se mancano testimoni-adulti credibili.
    Molti itinerari di fede pongono come tappa fondamentale l'incontro, il confronto con le persone che vivono già una matura esperienza di fede.
    Nella prassi di molte comunità cristiane è stato riscoperto con successo il ruolo decisivo degli adulti nella fase di iniziazione dei piccoli e dei giovani.
    L'adulto nella fede ha la funzione importante di farsi testimone del passato da accogliere gioiosamente, per comprendere il presente e vivere in prospettiva di futuro.
    «Chi deve venire alla fede - afferma K. Rahner - ha il diritto di esigere che i predicatori del vangelo rendano conto della loro speranza, come afferma già il Nuovo Testamento (1 Pt 3,15). Predicatore del vangelo è anche l'adulto che attraverso la sua storia di salvezza conosciuta e vissuta riporta i giovani al contatto con la storia fondante del Cristo. Il compito è reso più urgente per la riconosciuta mancanza di memoria "storica" da parte delle nuove generazioni».[5]
    L'esercizio della narrazione, da parte del testimone/narratore, ci riporta a uno dei dati fondamentali realizzati da questa categoria: il soggetto da una parte è depositario di una tradizione narrativa, ma dall'altra è testimone di una storia che va sperimentando e che narra in prima persona.
    La Parola udita in precedenza, impegna il narratore a tradurla in storia personale, e questa può diventare materia narrativa in quanto espressione delle cose grandi operate da Dio. A ragione può ripetere: «Il Signore mi ha amato ed è morto per me» (Gal 2,20).
    Il racconto della propria storia può diventare paradigma per l'oggi, inizio di altre storie di salvezza, se il narratore non si limita a comunicare eventi neutrali, ma si ritrova nel racconto, ne afferra la verità e la ripresenta con intensità. Altrimenti avviene una degenerazione in parodia.

    I contenuti della narrazione

    «Chi Dio sia (...) è stato Dio stesso a mostrarcelo in una storia singolare, in un avvenimento che si fonda su Gesù e sulla sua preistoria. E questa storia dovrà essere narrata nel modo più chiaro possibile, perché gli uomini possano fare un'esperienza cristiana "con le loro esperienze umane"».[6]
    Tutti gli autori della TN convergono sull'oggetto principale di ogni discorso narrativo - Gesù Cristo - e sulla necessità di farlo in forma non argomentativa; nessuno però si preoccupa di andare oltre con proposte di esemplificazioni indicative.
    Da parte nostra, formuliamo una scelta di temi e le relative esigenze da rispettare.

    La storia di Gesù Cristo il Vivente

    Nella comunità cristiana primitiva il posto centrale della predicazione fu riservato all'annuncio di Cristo.
    Anche nella comunità cristiana attuale l'oggetto principale dell'annuncio resta Gesù il Cristo.
    Sulla centralità della figura del Salvatore sono tornati a più riprese i documenti magisteriali degli ultimi anni.
    Sappiamo, tuttavia, che Gesù Cristo non sempre e per tutti è la punta più profonda delle domande giovanili. La domanda si pone con urgenza: come mediare l'annuncio di salvezza oggettiva perché raggiunga nella soggettività in chiave di salvezza «una gioventù, che nonostante tutto, porta, anche se spesso in modo confuso, più ancora che una disponibilità ed un'apertura, un vero desiderio di conoscere questo "Gesù chiamato Cristo"?» (Catechesi Tradendae, 40).
    Riproponiamo una risposta che ruota attorno al principio della «significatività», riaffermando una realtà applicata in modo esemplare già nel Nuovo Testamento: il valore oggettivo di una esperienza, di un incontro, di un messaggio, hanno assunto dimensione di salvezza nel momento in cui sono stati avvertiti come significativi nel contesto della persona a cui erano destinati. «Il Nuovo Testamento conosce piuttosto una cristologia funzionale, cioè enunciati che esprimono il significato salvifico di Gesù. Al Nuovo Testamento non importa tanto dire chi è Gesù in sé, ma ciò che significa per noi».[7]
    Se l'esperienza-messaggio rimane al di fuori della cerchia di interessi del giovane, pur conservando la sua validità in assoluto, non raggiunge in situazione gli effetti sperati.
    Per cui l'evento Cristo, la sua proposta di significato pieno per la vita, può trasformarsi in evento di salvezza per il giovane, se questi lo recepisce, nel tessuto delle necessarie mediazioni, come «significativo per sé». La proposta di Cristo si risolve non in una sterile informazione, ma nell'integrazione in una precedente domanda di senso, avvertita qui-ora come risposta ai problemi giovanili.
    La narrazione può assolvere a questo compito. Riteniamo infatti che la narrazione della storia di Cristo, presentata in tutta la sua forza critico-liberante, raggiunga il potenziale di significatività necessario per coinvolgere il destinatario.
    Questa opzione metodologica predetermina anche la scelta dei contenuti cristologici: a questo proposito, infatti, risultano più indicati i tratti della personalità di Cristo e i fatti della sua vita che posseggono emblematicamente un dinamismo di liberazione e di innovazione, risultando perciò più vicini alla sensibilità dei giovani in cerca di futuro migliore e disposti a cambiamenti in favore di una nuova qualità di vita.
    Ricordiamo quanto dice il RdC: nella catechesi è importante mettere «particolarmente in luce i lineamenti della personalità di Cristo che meglio lo rivelano all'uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, i malati, i peccatori, la sua capacità di scrutare il cuore, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di nemico, la potenza capovolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità» (RdC, 60). Essendo il contenuto di questa narrazione «ricordo rischioso» non una formula astratta, una profondità senza nome, ma una persona, la sua opera, la sua sorte, l'incontro con «l'Uomo perfetto», presentato nel suo fascino di liberatore, esso deve portare all'obiettivo della confessione di fede. L'incontro risulta vero, autentico, se il giovane, che è venuto a contatto attraverso la narrazione con la storia di Cristo, arriva a professarlo come il Signore della vita, come il «Figlio di Dio»: «Scopo della catechesi è fare in modo che la comunità dei credenti proclami che Gesù, Figlio di Dio, il Cristo vive ed è Salvatore» (RdC, 7). Per il giovane, in definitiva, confessare che Gesù è il Signore, implica il riconoscimento di un fatto presente: Cristo salva la sua vita.
    Ma la confessione di fede, oltre che nell'azione dello Spirito, trova sostegno e compimento nella certezza che la salvezza è sperimentabile anche oggi, in uomini «salvati». Sono le mediazioni storiche esistenti nella Chiesa, come luogo della attualità della salvezza a dimostrare la significatività e la bontà di una scelta confessionale per Cristo.

    La vita quotidiana

    La narrazione cristiana è come un linguaggio teso tra due versanti: il versante della fede e il versante della storia. L'annuncio non è mai espresso allo stato puro, ma è filtrato nelle esperienze realizzate nel tempo dalla comunità cristiana. Come nella vicenda delle prime confessioni di fede, riflesse nella storia e nella fede dei credenti, le nuove confessioni di fede rinnovano l'intreccio tra l'annuncio di un evento, la sua interpretazione e fusione con gli avvenimenti quotidiani. Questo fatto porta a concludere che l'annuncio della storia provocante di Cristo va coniugato con i molteplici aspetti, spesso contraddittori, dell'esistenza giovanile: la fede cristiana è essenzialmente una fede storica.
    «Nessuno è in grado di scandagliare ciò che per noi, oggi, precisamente significhi il messaggio evangelico, se non in riferimento alla situazione attuale. Possiamo impiegare il termine "Dio'' che Gesù ha posto al centro del suo messaggio di salvezza per gli uomini, nella nostra vita e in modo pienamente legittimo, soltanto (...) se questa parola "Dio" viene sperimentata come risposta liberatoria agli interrogativi vitali che realmente ci poniamo».[8]
    La narrazione salvifica coniuga insieme l'offerta di realtà da parte di Gesù in e mediante la sua presenza viva nella comunità, e l'interpretazione che nasce dalla situazione presente. La rivelazione può essere percepita solo attraverso delle esperienze umane e nelle esperienze umane.
    L'ascolto attuale della rivelazione cristiana, si effettua nelle esperienze interpretative contemporanee. È nella storia quotidiana che i cristiani incontrano Dio, le sue grandi azioni storiche da rivivere nella Parola e nel Sacramento. Mancando questo riferimento c'è lo svuotamento della stessa salvezza: la crisi dei cristiani è la mancanza di riferimento al presente.

    I destinatari della narrazione

    Le caratteristiche enunciate, hanno sufficientemente delineato la possibilità di un uso universale di questo modello linguistico. Tuttavia siamo del parere che esso favorisca, non esclusivamente, ma preferenzialmente, quella categoria di destinatari, refrattaria a una catechesi di tipo argomentativo e speculativo. Pensiamo, in particolare, a quei giovani che per questioni culturali e ambientali non hanno potuto maturare la loro scelta professionale in livelli di socializzazione elevata. Pensiamo a tutti i «poveri» culturali, privi di strumenti concettuali adatti ad accostare i contenuti formulati in un codice elitario.
    La narrazione è una scelta metodologica in consonanza con tutto l'impiano di pastorale giovanile che non vuole essere discriminante. Il punto delicato del problema consisterà nel trovare «nuovi moduli narrativi in grado di interpellare» tenendo conto ermeneuticamente della situazione post-narrativa dell'era della scienza e della tecnica.
    Ma questo è un compito a cui non si sottrae la creatività dell'educatore alla fede.


    NOTE

    [1] Cf H. WEINRICH, A favore di una teologia narrativa, in B. WACHER, Teologia narrativa, Queriniana 1981, p. 70.
    [2] E. SCHILLEBEECKX, La questione cristologica. Un bilancio, Queriniana 1980, p. 66.
    [3] J.F LYOTARD, La condizione post-moderna, Feltrinelli 1981, p. 41.
    [4] H. WEINRICH, Teologia narrativa, art. cit., p. 70.
    [5] K. RAHNER, Teologia dall'esperienza dello Spirito (= Nuovi saggi VI), Edizioni Paoline, Roma 1978, p. 20s.
    [6] E. SCHILLEBEECKX, La questione cristologica, o.c., p. 16.
    [7] W. KASPER, Introduzione alla fede, Queriniana 1977, p. 65
    [8] E. SCHILLEBEECKX, La questione cristologica, o.c., p. 12.