Intervista a mons. Alessandro Plotti
(NPG 1986-02-10)
Domanda. In base alla sua esperienza, come si sta evolvendo la figura del prete in genere, e quella con i giovani in particolare? E i rapporti con i laici che collaborano nella pastorale?
Risposta. Siamo davanti ad un ripensamento dei rapporti tra preti e laici nell'ambito pastorale. È un cammino lento, positivo, che spesso trova molti ostacoli, ma con una direzione precisa che riassumerei in questi termini: il prete non è l'unico responsabile della pastorale. La vita pastorale (oserei dire: la politica pastorale) dal Concilio in poi non è più affidata ai preti, ma ai consigli pastorali e alle commissioni pastorali.
La conseguenza di questa scelta è duplice. Anzitutto non sono più possibili, non hanno più senso attività pastorali, ad esempio in parrocchia, in cui il prete o i preti decidono e i laici sono soltanto degli esecutori. Mi rendo conto che il clericalismo pastorale non è morto... ma questo non riesce ad affossare una chiara scelta conciliare.
La seconda conseguenza è che al prete viene dato un incarico specifico, un ministero e dunque un servizio originale. La gente oggi non gravita più attorno al prete come una volta. Non è un male, perché libera il prete da compiti non suoi. In fondo non è neppure chiamato ad essere il leader, il trascinatore della comunità. Anche in ambito pastorale i laici sono più autonomi e spesso non hanno bisogno della leadership del prete. L'essere liberato da alcuni compiti permette al prete di avere più tempo ed energia per dedicarsi a quella che io chiamerei la «consulenza presbiterale».
LA CONSULENZA PRESBITERALE
D. Come può essere delineata questa consulenza presbiterale?
R. Faccio un esempio per introdurre la risposta.
Il prete in questi anni ha dovuto seriamente mettersi a studiare la bibbia e la teologia in genere. Era un servizio richiesto dai cristiani ed egli ha dovuto mettersi a studiare, pregare, qualificarsi. Per fare questo ha dovuto abbandonare altri compiti, direi di natura più organizzativa.
L'esempio mi permette di chiarire come il compito presbiterale si stia evolvendo verso un servizio spirituale, dove il termine non va inteso con una connotazione intimistica, ma come capacità di accompagnamento dell'uomo oggi, preso da preoccupazioni e affanni tali che non trova lo spazio interiore e fisico per curare la dimensione spirituale della sua esistenza.
La consulenza o competenza presbiterale si esprime anche in un'altra direzione: il servizio della «sintesi». E uno dei ministeri più difficili oggi.
Per comprendere questo compito del prete basta guardarsi attorno.
La chiesa a livello mondiale, diocesano e anche parrocchiale è un moltiplicarsi di iniziative, carismi, movimenti, associazioni... C'è una ricchezza spirituale enorme, rispondente al moltiplicarsi delle esigenze delle persone e delle situazioni. Viviamo davvero un'epoca di pluralismo spirituale e pastorale. È un bene, è appunto una ricchezza.
Ma proprio questo bene e questa ricchezza richiedono uno specifico «servizio di sintesi», che è compito principalmente del prete e, ad altro livello, del vescovo.
Mi rendo conto che molti preti al riguardo sono immaturi. Prevalgono ancora le sterili contrapposizioni e l'andare controcorrente. Al pluralismo e alla tolleranza pastorale si preferisce il rifugiarsi in un singolo movimento, fino a diventarne succubi e a disinteressarsi di tutto il resto, compresa la pastorale della propria chiesa locale. Oppure si preferisce chiudersi nel proprio oratorio o gruppo giovanile. Cambiano le forme, ma non l'esito.
Oggi al prete è richiesto di non separare né di separarsi, ma di faticare per far valere la sintesi. Questo richiede un minimo di «distanza interiore» dalle cose che si fanno per vederle in un'ottica più ecclesiale, e un'opera paziente di chiarificazione dei carismi per un loro «travaso» nella chiesa locale.
Si comprende che il prete prigioniero di personalismi e movimenti non offre le garanzie per svolgere tale servizio di sintesi.
D. Ma esistono preti che svolgono questo servizio di sintesi? E quali altre condizioni sono richieste, oltre alla «distanza interiore» a cui ora accennava?
R. Questi preti esistono. Dei tentativi non mancano. Questa nuova figura del prete come «ministero della sintesi» è, tuttavia, ancora in gestazione. È più facile trovare un prete che si identifica totalmente in un movimento o in una singola esperienza, che un prete il quale, pur vivendo la ricchezza spirituale di un movimento, si sente a servizio dell'armonizzazione pastorale e della comunione ecclesiale.
Bisogna riconoscere che in questi anni si è affievolita la figura del «prete di parrocchia» con una sua specifica spiritualità e impostazione teologico-pastorale. Anche i vescovi, in certi casi, hanno abbandonato a se stessi questi preti.
Per preti di parrocchia intendo quelli legati a una chiesa locale con un originale progetto pastorale. Molte diocesi hanno faticato a nutrire i loro sacerdoti.
A questo hanno reagito i movimento spirituali e le varie associazioni che hanno aiutato, consolidato interiormente, ridato energie a molti sacerdoti.
Oggi mi sembra necessario accogliere e valorizzare questa ricchezza e, allo stesso tempo, procedere oltre. Verso dove?
Mi limito a indicare due direzioni.
La prima è la creazione del presbiterio della chiesa locale, a livello parrocchiale, di prefettura o zona, di diocesi.
Oggi il prete non può fare pastorale da solo, magari aiutato da alcuni laici. Egli deve continuamente verificarsi con il presbiterio che diventa un luogo privilegiato per elaborare le linee di pastorale. Compresa la pastorale giovanile.
Capisco che la creazione di questo presbiterio non è facile, ma la ritengo sempre più un compito improrogabile per i singoli preti e per i responsabili diocesani.
I preti vanno aiutati a fare vita comune, a stabilire rapporti personali. Ma vanno aiutati soprattutto a elaborare insieme progetti di pastorale.
Proprio il progetto pastorale e la sua elaborazione è la seconda pista di lavoro per meglio utilizzare le energie attuali.
Non è sufficiente, lo dice l'esperienza, preparare a tavolino dei perfetti progetti di pastorale, come spesso hanno fatto in questi ultimi anni gli organismi diocesani. Questi progetti sono importanti, ma non bastano. Essi devono nascere dal presbiterio attraverso un lavoro faticoso di convincimento, ripensamento, messa in comune delle esperienze.
Del resto, finché non si arriva a questi progetti elaborati insieme, è inutile chiedere al singolo prete di esercitare il ministero della sintesi, perché un servizio del genere ri‑
chiede un progetto da realizzare con la dovuta intelligenza e fantasia. Solo davanti a un simile progetto ha senso chiedere ai preti di confrontarsi tutti con la chiesa locale.
D. Ma fino a che punto sono oggi «componibili» le diverse forze pastorali? Basta pensare alla tensione fra pastorale delle associazioni e pastorale di una diocesi o di una parrocchia. Come comporre le tensioni e quale compito ha il prete al loro interno?
R. Alcuni progetti pastorali non sono componibili con la pastorale parrocchiale. Hanno altri punti di riferimento, altre scelte operative, altre procedure decisionali... Ma se è da combattere la riduzione di una chiesa locale a somma di associazioni fino a distruggere il tessuto organico di una parrocchia o di una diocesi, è altrettanto da combattere il parrocchialismo.
Con questa brutta parola intendo riferirmi all'idea secondo cui tutto deve fare capo alla parrocchia e, concretamente, al parroco.
Il parroco deve svolgere un «servizio di sintesi», ma tenendo presente la distinzione fra pastorale parrocchiale e pastorale d'ambiente.
Molta della pastorale è svolta nell'ambiente, ma non direttamente dalla parrocchia e, in fondo, neppure in forma strettamente dipendente dalla parrocchia.
Si pensi alla scuola cattolica e al suo lavoro educativo in mezzo ai giovani. Si pensi a movimenti come lo scoutismo, il quale non è una associazione parrocchiale, anche se lavora quasi sempre nell'ambito di una parrocchia. Si pensi alla stessa idea di oratorio che aveva lanciato don Bosco, come servizio a quei giovani che la parrocchia non può o non riesce a raggiungere. L'oratorio non è necessariamente una struttura parrocchiale, ma una struttura educativa nell'ambiente. Stringere troppo da vicino l'oratorio alla parrocchia può diventare una sorta di tradimento della sua missione. La parrocchia deve riconoscere l'autonomia di una pastorale d'ambiente, senza strumentalizzarla o volerla ridurre al parrocchialismo.
Positivamente questo significa, per quel che riguarda i giovani. aiutarli a sentirsi parte della chiesa mentre si vive una chiesa d'ambiente e ad entrare in contatto in modo sempre più ricco con la chiesa locale, verso la quale la stessa pastorale d'ambiente li incammina.
Siamo di fronte a due chiese parallele? Mi rendo conto che il travaso è difficile. Ma sarebbe più pericoloso il non riconoscimento reciproco.
Ci sono e ci devono essere luoghi di sintesi. Ne ho già accennato parlando del presbiterio, degli organismi pastorali in cui sono presenti anche i laici, del progetto pastorale diocesano. Aggiungo ora: il luogo ultimo della sintesi è il vescovo.
TRATTI DI SPIRITUALITÀ
D. Ha identificato, prima, alcuni criteri per ridefinire il compito pastorale del prete come servizio di consulenza spirituale e servizio della sintesi pastorale. È possibile indicare dei tratti della fisionomia interiore, della spiritualità del prete in vista dei suoi compiti?
R. Credo che la cosa migliore sarebbe sfogliare insieme alcune pagine del Concilio, sia per rivedere il modo con cui presenta la chiesa e la sua missione nel mondo, sia per rileggere alcuni fondamenti teologici della missione specifica del prete.
La spiritualità del prete, alla luce del Concilio, viene ad assumere alcune connotazioni. Le raccolgo attorno a tre parole chiare che, a prima vista, sembrano scontate, ma sono di una grande attualità. In sintesi direi che il prete oggi è chiamato a sentirsi e vivere come un chiamato, un ordinato, un inviato.
Dire che il prete è un chiamato è riconoscere che è soggetto di una vocazione di Dio intima ed irreversibile. Il prete non lo si comprende a fondo ed egli stesso non può comprendere se stesso, se non in termini vocazionali. La sua vita è avvolta e sconvolta da un originale esperienza religiosa. Prima che scelta personale, fare il prete è radicarsi in un dono che antecede tutto. Questa chiamata radicale va continuamente interiorizzata, meditata, ripensata, fino a permeare l'esistenza del prete.
Dire che il prete è ordinato è, invece, riconoscere che egli esiste in funzione di un ministero dentro la chiesa, per la evangelizzazione integrale dell'uomo. E inutile fare retorica intimistica sulla missione del prete, quasi non esistessero altre missioni nella chiesa. È più salutare muoversi su questo terreno del servizio ecclesiale in vista della evangelizzazione. Toglie poesia, forse, ma radica nel concreto.
Dire che il prete è inviato, infine, è riconoscere che non svolge mai un compito a titolo personale e che non è un padrone, ma uno che ha accettato di farsi servitore di un progetto. Nella nozione di invio sono nascoste quella di precarietà, e dunque del passare da un compito ad un altro con la massima disponibilità, e quella dell'obbedienza. Il prete che si sente obbediente a un progetto in cui si riconosce ma di cui non è padrone, acquista una profonda libertà interiore.
Ovviamente, perché questo possa avvenire, è necessario che egli sia «realmente» inviato dal vescovo e dalla chiesa locale, dai quali a sua volta deve essere accompagnato, incoraggiato, difeso nei momenti difficili. Purtroppo non è così facile, per mille motivi, che un vescovo accompagni con continuità e fedeltà quelli che invia a servizio del popolo cristiano.
E, d'altra parte, che dire di quei preti che mantengono verso la chiesa una sorta di «appartenenza parziale»? Ci vuole più coraggio a sentirsi parte viva e in modo pieno di questa chiesa (peccatrice e santa, bisogna sempre ricordarlo!) che a limitarsi a critiche spesso sterili da lontano, magari dal chiuso del proprio movimento spirituale o dell'orticello pastorale che si coltiva a propria misura.
Le tre connotazioni ora accennate non mi sembrano però sufficienti ad esprimere la spiritualità del sacerdote come l'ha tratteggiata il Concilio. C'è una indicazione non puntuale ma diffusa come atteggiamento di fondo nelle sue pagine che può essere così riassunta: la capacità di giocarsi nella realtà.
GIOCARSI NELLA REALTÀ
D. Cosa intende con questi termini?
R. Intendo essenzialmente riferirmi all'umanità con cui il prete è chiamato a svolgere il suo servizio.
I preti «santi» sono sempre stati uomini di grande umanità. Essi non si sono mai nascosti dietro il loro ruolo per abbandonarsi alla grettezza.
Ecco, mi sembra che il prete sia oggi chiamato ad interpretare se stesso e il suo servizio in termini di ricca umanità.
Come negare che alcuni oggi trovano difficoltà relazionali, oltre che affettive, che andavano risolte nel periodo della formazione? Chi è grezzo nel tratto e diffidente verso tutti crea molto disagio nella gente. Spiritualità del prete è capacità di comunicare, disponibilità e accoglienza gratuita.
Tuttavia non sopravvalutarei le componenti psicologiche delle persone. Uno può avere un temperamento irruente o impaziente... eppure essere un bravo prete. La gente è tollerante, capace anche di capire i difetti di temperamento. Ma ad una condizione: che il prete sappia giocarsi nella realtà, appassionarsi ai problemi, essere solidale con i poveri, saper davvero comprendere chi sbaglia. Nessuno vuole un prete impeccabile, sofisticato, ideale al punto da non essere vero.
Spiritualità del prete è la capacità di condividere e soffrire con la gente. Senza per questo mimetizzarsi e diventare uno di loro. Il prete rimanga tale; si immerga nei problemi fedele al suo servizio. Oggi la gente vive problemi drammatici. I preti, e parlo anche - e in certi casi soprattutto - dei giovani preti, fino a che punto sanno soffrire con la gente? Davvero i preti hanno una forte sensibilità sociale?
Nonostante tutto, siamo dei privilegiati. Certo abbiamo una vita impossibile, con una immensa mole di lavoro da svolgere ogni giorno. Ma siamo in una situazione protetta, garantita, al sicuro. Non posso che guardare con sofferenza la tendenza di diversi giovani preti a chiudersi nel servizio liturgico e catechistico, senza sentire l'urgenza di «stare con» la gente. Cosa ci sta dietro questa nuova ricerca di un ambiente protetto? E di questo che hanno bisogno i giovani dai preti?
LA MEMORIA DEL PRESBITERIO
D. Un ultima domanda per avviarci alla conclusione. Ci sono alcune priorità da richiamare pensando soprattutto ai preti che lavorano nella pastorale giovanile?
R. Il discorso andrebbe per le lunghe, perché la domanda è troppo vasta. Provo tuttavia a sbilanciarmi verso alcune direzioni. Una prima priorità la riprendo da quello che dicevo in precedenza, quando criticavo nei preti l'appartenenza parziale alla chiesa. Ecco, un prete che lavori con i giovani deve anzitutto sentirsi parte di «questa chiesa». Chiedo a questi preti che abbiamo il coraggio di sentirsi parte e concretamente frequentare la chiesa reale, senza fuggire in gruppi elitari dove troverebbero più accoglienza, ma rischiano di non incontrare la chiesa dei poveri, quella che sta vicino alla gente comune.
Una seconda priorità mi sembra quella del progetto diocesano di pastorale e, al suo interno (per non creare separazioni e fratture fin dal punto di partenza), il progetto di pastorale giovanile.
Una terza priorità riguarda il rapporto dei preti più giovani con gli altri preti. Abbiano il coraggio di fare propria la «memoria del presbiterio». Ogni presbiterio locale e diocesano ha una sua storia, una sua singolarità, dei percorsi pastorali privilegiati. Fin dagli anni di seminario questa memoria va studiata e interiorizzata, e naturalmente attualizzata e reinventata nella fedeltà alla tradizione e alle nuove urgenze pastorali. Senza questa memoria che lo canalizzi, l'entusiasmo pastorale va facilmente disperso.
Una quarta ed ultima priorità la vorrei enunciare nella direzione del rapporto tra preti e laici impegnati insieme nella pastorale: appassionarsi a strutture di partecipazione. Questo è il momento in cui vanno rimessi a nuovo, dopo tanti tentativi non sempre esaltanti, i consigli pastorali e le commissioni a livello parrocchiale e diocesano. L'impressione è che ci sia da parte dei laici una nuova disponibilità, una nuova attenzione e rispetto. Qui va fatto chiaramente un altro accenno. Bisogna evitare che questi consigli diventino il «consiglio della corona» in cui i cortigiani erano chiamati ad approvare le decisioni del re. Solo chi crede nella presenza dello Spirito nei laici, vuole seriamente queste strutture di partecipazione. Certo questi, non meno dei preti, vanno abilitati con pazienza a gestire la pastorale. Pochi preti, in fondo, sono disponibili a lasciar sbagliare i laici. Ma anche questo è uno sbaglio.















































