Biagio Della Pasqua
(NPG 1986-02-25)
Sono tre gli interrogativi fondamentali che raccolgono come perni tante altre difficoltà e potenzialità.
Per tentare di rispondere, ci si è trovati insieme, alcuni animatori e alcuni preti: guardando le proprie vicende nel campo della pastorale giovanile sono emersi alcuni orientamenti.
LA VOCAZIONE DEL PRETE NELLA PASTORALE GIOVANILE
Il prete, strutturalmente, è l'uomo della comunità cristiana, chiamato per vocazione a presiederla, a santificarla con i sacramenti, abilitandola alla missione.
Vediamo come questo compito si specifica. Per farlo è necessario richiamare come la pastorale giovanile non possa vivere staccata da quello che è il cammino più ampio della comunità cristiana, intesa nella sua varietà di età e ministeri.
Il sacerdote ha il compito di aiutare tutta la comunità dei credenti a visibilizzare nella situazione concreta, data dal territorio, dalla storia di quella zona e di quelle famiglie, dalla mentalità, dall'economia... la vita di comunione generata dai sacramenti. Questa visibilizzazione è la vita stessa della comunità cristiana ed è il suo itinerario pastorale.
Ora, di fronte ai giovani che hanno la tentazione continua di esaltare le affinità generate dall'età, isolandosi da un rapporto reale e stabile con le altre età e situazioni, il sacerdote ha il compito di richiamare a vivere dentro alla vicenda umana e cristiana nella comunità.
Altra tentazione che vivono i giovani, assieme ai propri animatori, è di pensare e vivere la pastorale giovanile esclusivamente all'interno del proprio gruppo o della cerchia ristretta degli amici della parrocchia o dell'oratorio.
Una comunità cristiana che si lascia coinvolgere nella dinamica missionaria, è chiamata a vivere nella «santa inquietudine» per tutti quei giovani, e sono veramenti tanti, che la chiesa non sa più convocare e dei quali non ascolta più la voce.
Questo distacco della comunità cristiana dalla vita di tanti giovani è un impoverimento per la chiesa stessa.
Il sacerdote, segno concreto per quella comunità di Cristo pastore e guida, con la sua presenza e il suo ministero deve essere una contestazione permanente a ogni forma di esperienza cristiana che assolutizzi i legami psicologici, le affinità culturali, o le strutture di vita del gruppo. Spesso accade che la pastorale dei giovani si identifichi con i gruppi della parrocchia, dimenticando che la chiesa è mandata a tutti, e quindi a tutti i giovani.
La presenza del sacerdote nel gruppo ha questa funzione fondamentale di educare gli animatori e a camminare insieme a tutta la comunità cristiana e al servizio della comunità degli uomini.
L'educazione alla fede per i giovani dovrà tradursi in un itinerario pastorale dove l'incontro con il sacerdote è fondamentale per un cammino di chiesa. Non è corretto parlare di pastorale giovanile, se questa non viene collocata all'interno della pastorale della chiesa locale. La pastorale giovanile deve educare, fin dalla prima adolescenza, a uscire dalla logica del gruppo «rifugio» per abilitare a stare all'interno del popolo cristiano nella varietà di sensibilità, ministeri, esperienze.
Nella presenza e nel ministero del sacerdote, trova risposta anche la domanda di discernimento delle vocazioni che, per il mondo dei giovani, è particolarmente forte. Il sacerdote, per il suo ministero di pastore e guida nella chiesa, ha la possibilità di aprire le coscienze a quello che è il cammino della comunità cristiana e alle domande che emergono dalla comunità degli uomini.
Questo compito del sacerdote, che si identifica con quello classico della direzione spirituale, oggi è più difficile, perché si sta affievolendo la coscienza che la vita è risposta a una vocazione.
Infine, e particolarmente, la missione del prete nella pastorale giovanile è data dal suo essere ministro di alcuni sacramenti. Qui vanno ricordati il sacramento dell'eucaristia e della riconciliazione. È in questa azione sacramentale che il sacerdote esprime particolarmente la figura di Cristo che dona la vita piena, la sua vita, ad ogni uomo.
Un animatore che nel suo gruppo fa una proposta di educazione alla fede, inevitabilmente dovrà, ad un certo punto dell'itinerario, coinvolgere il sacerdote per un cammino eucaristico e di riconciliazione. Se questo non accade, significa che il gruppo non si apre alla proposta cristiana nella sua interezza. Quando la dimensione sacramentale non ha spazio nel cammino di fede di un gruppo, c'è il pericolo di ridurre la proposta cristiana a dei contenuti etici, dimenticando che l'esperienza cristiana è accogliere oggi Gesù Cristo, il Signore della vita.
LA VOCAZIONE DELL'ANIMATORE DI GRUPPO
C'è tutto un modo di animare un gruppo, che senza animatore non è possibile concretizzare.
Animare significa dare anima, vita alle varie situazioni che la persona incontra. L'animazione della pastorale giovanile non è significativa, quando questa si identifica con incontri di tipo catechistico e culturale.
Se invece il cammino del gruppo è pensato come occasione per cogliere nella vita il dono dello Spirito, come Gesù ce lo ha donato, allora l'animatore ha il compito di aiutare i singoli e il gruppo a maturare atteggiamenti di vita cristiana. Questo può essere attuato solo se l'animatore aiuta il gruppo a fare esperienza di fede, di carità, di speranza, educando ognuno, con mille occasioni, e spesso con fatica, ad accogliere in modo responsabile l'esistenza, e dentro a questa accoglienza scoprire che occorre rispondere all'amore di Dio che chiama.
L'animatore, nel suo ministero, porta una nota importante: la laicità. Questa è una dimensione tipica che abilita a fare discernimento sulla volontà di Dio, nelle situazioni feriali, quotidiane della vita, là dove gli uomini normalmente radicano la propria avventura umana.
Il compito dell'animatore si ricollega per molti aspetti a quello educativo dei genitori e della famiglia. Sono i genitori i primi educatori alla fede dei propri figli. L'animatore è, in un certo modo, come il prolungamento del compito educativo dei genitori i quali più che con le parole, educano attraverso il clima di amore, di accoglienza, di dialogo, di rispetto reciproco che sanno creare e vivere in casa. L'animatore è l'artefice di un clima buono, di accoglienza e di passione per la libertà e la vita all'interno del gruppo. È dentro a questo clima che potrà fare la proposta cristiana, come evangelizzazione e come occasione data alla persona, di libertà piena. Una pastorale pensata soprattutto dal clero, rimane verticistica e poco rispettosa della dignità del popolo cristiano. L'animatore, attraverso la dinamica tipica dell'animazione, chiama ognuno ad essere protagonista, nella chiesa, di un cammino formativo e missionario. Questa dinamica dell'animazione matura gradualmente e in modo organico la coscienza di popolo cristiano. L'animatore non serve in un tipo di pastorale decisa ai vertici. E un ministero importante se l'itinerario alla fede è pensato come «movimento», che ha la sua fondazione nella presenza dello Spirito che anima ogni cristiano e la vita di ogni uomo.
Essere animatori nella pastorale oggi è difficile, perché la comunità cristiana non si è ancora attrezzata di strumenti culturali per la lettura della condizione giovanile e quindi appare inceppata nel fare discernimento. Ciò impedisce una reale integrazione tra fede e vita.
In questa situazione è facile che l'animatore divenga esecutore di iniziative sganciate da una reale progettazione. Questo pericolo è tanto più grave quando si rifiuta di accogliere l'uomo e la sua storia, come luogo teologico. Del resto la comunità spende poco, come energie e come tempo, per la formazione degli animatori, presi sempre tra mille iniziative e per questo sprovveduti di vere strategie educative.
RACCORDARE LA VOCAZIONE DEL SACERDOTE E DELL'ANIMATORE
Molte indicazioni sono già emerse nei punti precedenti.
Qui si ribadisce come nel compito di educazione dei giovani alla fede debba essere coinvolta tutta la comunità cristiana. A incominciare dalla sua progettazione.
Dove si progetta la pastorale giovanile? Nel consiglio pastorale parrocchiale e diocesano si può ravvisare l'ambito più adeguato di progettazione e di verifica, poiché questa struttura di partecipazione, presieduta dal sacerdote o dal vescovo, può avere la visione unitaria di tutta la comunità.
La pastorale giovanile ha come destinatari tutti i giovani, quindi dovrà offrire vari itinerari di educazione alla fede.
All'interno di questi itinerari, la presenza dell'animatore e del sacerdote troverà una propria normale collocazione in base alla specificità di ministero.
La conflittualità può essere sintomo che nel processo di educazione alla fede, qualche dimensione importante viene mortificata o censurata. In genere, le due dimensioni che possono subire emarginazione sono la dimensione sacramentale della chiesa, oppure la dimensione laicale.
Perché il consiglio pastorale sia luogo significativo di progettazione, occorre sia sussidiato da quegli ambiti specifici della pastorale giovanile, quali le consulte, il gruppo animatori, i centri giovanili...
Il problema oggi è dato dalla agibilità degli ambiti di partecipazione e di corresponsabilità della chiesa: A volte questi ambiti sono poco mobilitanti e il lavoro svolto è funzionale a un fare di «corto respiro». Di fronte a queste difficoltà occorre rivedere la possibilità di intervenire sulla formazione teologico- pastorale degli operatori pastorali e, particolarmente, dei giovani sacerdoti.
Gli ambiti della partecipazione pongono l'urgenza di ridefinire il ruolo dell'autorità, e quindi del sacerdote, nella pastorale.
In troppi casi si pensa al ruolo dell'autorità fuori dalla dinamica della vita comunitaria. Occorre camminare insieme come comunità, maturare insieme le mete e le modalità della pastorale, recuperare nella prassi la dimensione ministeriale della chiesa, dove il sacerdote ha il servizio per l'unità della comunità, ma all'interno della responsabilità ministeriale di tutti i battezzati.
Il raccordo tra sacerdote e laici va pensato nell'ottica della partecipazione ad una comune ricerca: il rapporto tra popolo cristiano e comunità degli uomini.
Intanto sono ancora poche persone, una élite, a pensare e programmare la pastorale per tutta la comunità. Salvo poi che la capacità di convocazione a livello popolare è scarsa, poco significativa, perché strutturalmente incapace di cogliere la vita e mobilitare le persone.
E così si parla dei giovani lontani dalla chiesa, ma di fatto sono poche le occasioni per incontrarli in modo «interpellante». Significativa a questo riguardo è l'esperienza di giovani credenti che, nella laicità della condizione scolastica, del lavoro, o dell'attività sportiva, sono proposta cristiana per i coetanei. Proposta discreta, fatta di solidarietà, amicizia, di un fare le cose con motivazioni ricche di significato. E la dimensione della laicità che apre la dinamica missionaria della chiesa.
Sono questi laici credenti, questi giovani che respirano l'aria dei coetanei nell'ambiente vario e secolarizzato della condizione giovanile, che possono stare con competenza negli ambiti pastorali di partecipazione.
Se l'animatore non vive questa dinamica di laicità, sarà solo lo specchio di una pastorale vecchia, chiusa nella cerchia ristretta dei fedelissimi, spesso clericalizzata, al di là della presenza e intenzione del prete.
Tutto questo riporta alla domanda di una reale e originale spiritualità laicale che oggi ha poca rilevanza nella vita della chiesa e, soprattutto, nel patrimonio culturale e teologico ufficiale.
Un punto forza per l'espressione di spiritualità laicale può essere l'animatore se, mediante itinerari di formazione, educa a cogliere la presenza di Dio nelle vicende della vita, a fare della vita nella sua ferialità il primordiale luogo dove Dio incontra l'uomo. Il gruppo giovanile diviene allora ambito permanente di verifica vocazionale e di abilitazione al discernimento. In questo ambito sacerdote e animatore esprimono funzioni necessarie e complementari. Nello stesso tempo occorre un raccordo con la ministerialità dei genitori e della famiglia. L'armonia di questi vari soggetti educativi è data dal fatto che soggetto pieno di educazione alla fede è la comunità cristiana. L'animatore che normalmente ha un rapporto privilegiato con i giovani, deve tradurre nella concretezza della pastorale questa dinamica ecclesiale per garantire da una parte l'integrità della proposta cristiana, e dall'altra evitare di sganciare la vita dei giovani dal cammino del popolo cristiano.















































