Conversazione con Luciano Corradini
a cura di Domenico Sigalini
(NPG 86-2-21)
Una domenica sera nel clima di una semplice conversazione tra amici. Affrontiamo l'argomento senza particolari premeditazioni o piani. Il prof. Corradini è docente di Pedagogia all'Università degli studi di Milano e viene da una esperienza quotidiana di « animazione » nel mondo cattolico. Unisce alla competenza la partecipazione educativa di un padre che ha figli nell'età giovanile.
Il corsivo è il mio modo di partire o di aiutare semplicemente le osservazioni puntuali del professore, che qui sono state stese nella loro essenza sulla scorta di qualche appunto.
Le imprecisioni sono sicuramente della stesura. Di questo mi scuso con i lettori e col professore.
IL PROBLEMA: IL COLLEGAMENTO
L'angolatura da cui ci poniamo nell'affrontare il problema del rapporto tra preti e animatori è sostanzialmente pedagogica. Prete e animatore sono due figure educative appassionate del mondo giovanile, entrambe caricate di responsabilità nel far crescere nello stile dell'animazione.
È una compresenza che ha alle spalle una esperienza pluriennale, affonda la sua consistenza nella saggezza pastorale delle comunità cristiane, nella vivacità di risposte non mai definitive, sempre in evoluzione. E consumata nei gruppi, negli oratori, nei campi-scuola o nelle attività quotidiane. Si confronta nella partecipazione comune, sia del prete che dell'animatore, a corsi di animazione o a incontri di organizzazione pastorale.
Vive di una concordia di fondo, anche se si connota di alcuni problemi, che possono essere visti alla luce della pedagogia, inquadrati in esperienze più generali di crescita umana, di educazione e aiuto alla maturazione.
L'esperienza educativa pastorale che ci precede nell'immediato è quella che poneva ogni attività educativa al servizio del principio del «da mihi animas, coetera tolle»: tutto, anche l'attività ludica, doveva essere orientato nella direzione finale della salvezza.
Cultura, sport, divertimento, vita di gruppo, dovevano servire come una scala per salire più in alto. Quando non serve più, la si butta; meglio se si potesse farne a meno. Quello che conta è salvarsi l'anima.
L'esperienza stessa dell'oratorio come unità di vita in cui era possibile associare ad attività culturali, sportive e ricreative la proposta di una vita sacramentale, viveva il problema del confronto tra una visione pessimistica, talora giansenista, incarnata dal parroco preoccupato degli aspetti finali e dei sacramenti, e una visione laico-secolaristica, ingenuamente ottimistica, sostenuta dai giovani o dal giovane prete, che fornivano esperienze globalmente positive per togliere dalla strada i ragazzi, con il rischio di dedicare quasi tutto il tempo ad aspetti organizzativi.
Il problema era di trovare un equilibrio. Don Milani da parte sua risolveva il problema portandosi più sul piano degli strumenti culturali, vedendo nella cultura una vicinanza maggiore al mondo della fede, di quanto non lo fossero le attività ludiche.
DUE ESPERIENZE EDUCATIVE A SERVIZIO DEI GIOVANI
Ma se supponiamo che questo problema sia risolto, nel senso che si affinano le concezioni educative e il rapporto chiesa-mondo, fedevita, come tenta di fare l'animazione, il problema diventa ancor più chiaramente educativo. Investe in maniera più precisa i ruoli oltre che l'ambiente e la visione educativa.
Due persone con ruoli differenti che agiscono sulle stesse persone, hanno problemi tra loro.
In famiglia capita che esiste conflitto di ruoli tra padre e madre, quando ciascuno tende ad avere sia comportamento paterno che materno. Alla stessa maniera c'è conflitto tra suocera e nuora nei confronti dell'educazione dei figli-nipoti, quando ciascuna delle due vuole esercitare allo stesso livello autorità e affettività.
Anche nel mondo giovanile c'è l'animatore che specializza il gruppo nel fare certe attività e il prete che esprime la necessità dell'integrazione di tutto con il momento sacramentale.
Il prete ha la funzione del saggio, del maestro di umanità, del maestro di spirito. Ha una sua competenza che gli viene dagli studi che ha fatto, dalle esperienze vissute, dalla consuetudine con la parola di Dio.
L'animatore polarizza l'attenzione sul gruppo e sulle dinamiche, investe il suo fascino e la sua carica sulle interazioni reciproche, sulla comunicazione, sulla distribuzione dei ruoli.
Se non c'è chiarezza di ruoli, si creano conflitti. Bisogna che la «mamma» sia mamma, e la «nonna» sia nonna. I bambini hanno bisogno di ambedue, ma non allo stesso modo, allo stesso titolo.
Da una parte c'è un compito di apertura di orizzonti, di visione globale del mondo e della vita con una urgenza minore di interventi: è il ruolo del prete.
Dall'altra c'è un compito di organizzazione di percorso a breve termine con una tecnica specifica di relazioni umane: il compito dell'animatore.
Il conflitto poi si acuisce se accanto alla non chiarezza di ruoli si dà spazio a gelosie e chiusure umane: i giovani tendono a star bene insieme col loro animatore, nel loro mondo vitale, valutano ogni cosa secondo un loro indice di gradimento, si isolano. Il prete può ritenere buoni solo gli atti che ruotano attorno a lui, solo i comportamenti del gruppo che lo gratificano.
Non si può neanche dire che alla base dei conflitti ci siano concezioni antropologiche diverse, quasi che il prete interpreti di più il mondo dei ragionamenti e l'animatore il mondo dei simboli, perché la stessa vita del prete, per il rapporto stretto che ha con il messaggio cristiano che è di natura simbolica, ha ampia apertura a questo riguardo.
Piuttosto si può dire, accentuando il discorso, che il prete capisce di più l'istituzione e l'animatore capisce il movimento. Il prete è abituato, per la sua collocazione ministeriale nella comunità cristiana, ad affermare principi, a ricondurre i discorsi a schematicità e chiarezza, a prendere le difese di ciò che è struttura per esperienza e tradizione, difende un deposito, sta dalla parte della nave che sente il flusso del mare, ma si dondola con gravità e noncuranza, cambia direzione con lentezza, affronta il mare aperto con sicurezza.
L'animatore invece è come la scialuppa, è sempre collegato alla nave, ma percepisce con più intensità il movimento del mare, ne viene spesso ribaltato, si muove con rapidità se vuole sopravvivere, sente con più immediatezza ogni cambiamento, ne è dipendente, ma lo sa anche affrontare.
Da una parte il prete rischia il gelo, dall'altra l'animatore rischia il fuoco di paglia.
LA CONCORRENZA EDUCATIVA: ARRIVARE INSIEME
La tensione tra queste due figure comunque non è necessariamente un fatto equivoco. E abbastanza normale e spesso utile.
Avere punti di vista diversi, con il senso del proprio limite, senza pigrizia e chiusura, arricchisce l'esperienza educativa.
È del tutto naturale che ci siano parecchie persone e realtà che influiscono o intervengono nella educazione degli stessi soggetti.
Un principio fondamentale della pedagogia sociale è quello di armonizzare le funzioni di diversi enti che concorrono a un unico fine. Così avviene nella coppia padre e madre verso i figli, così nel rapporto scuola-famiglia, così per scuola e mondo giovanile, famiglia e gruppo giovanile.
Quello che un giovane fa nel suo gruppo, non lo fa in famiglia o a scuola; ciò che è impensabile entro una istituzione è bene che possa avvenire in un'altra. I genitori non potrebbero mai capire o accettare in famiglia alcuni comportamenti che i figli compiono abitualmente in un campo-scuola, non riuscirebbero a cogliere come educative certe libertà che si prendono nel loro gruppo. Un'altra esperienza, con un'altra logica, un'altra grammatica, un'altra sintassi può essere consentita e valida.
Così deve capitare anche di un gruppo giovanile all'interno di una istituzione come la chiesa. La stessa vita di un gruppo ecclesiale è caratterizzata da alcuni momenti più tipicamente umani che confinano con il mistico. Li comanda e costruisce un clima diverso e un insieme di momenti e di logiche diverse. Nel «mistico» uno non ha esigenze di distrarsi, di affermare la competitività caratteristica del momento ludico, non scatena certi aspetti della persona che invece emergono nel gruppo con le sue amicizie, con gli innamoramenti, le gelosie. Anzi tende a depurare il dialogo con Dio dagli ostacoli che lo vanificano.
Da qui l'esigenza di un animatore per alcuni momenti e di un prete per altri, dove però anche il prete coglie e vede i momenti «ludici» e l'animatore i momenti «mistici»; il prete li coglie intuitivamente nel profondo, ma non solidarizza col processo e si pone alla fine di esso, mentre l'animatore solidarizza con il tempo che passa, importante, consistente, ma orientato. Sta dalla parte della sua bellezza, deve inventare e interpretare la situazione. Il prete fa discorsi che vanno a tutta la vita, l'animatore ne esalta ogni momento.
Spesso nelle attività educative dell'oratorio o di una associazione giovanile, si insiste su una parola magica che è «piano pastorale, progetto, scelta di fondo». Gli oratori stanno cercando di nuovo con serietà linee di un progetto educativo. Le stesse diocesi, sollecitate da vescovi e consigli pastorali a prendere posizione, si incamminano su una più organica pastorale giovanile. Questa può influire sul rapporto prete-animatore.
È necessario avere ciascuno convergenze su un progetto educativo condiviso, ma ancor più che l'animatore abbia una spiritualità che condivide con il suo prete, e il prete una conoscenza dei problemi psicologici e socioculturali non solo libresca, ma fatta di condivisione e di partecipazione.
Uno deve vivere e lambire l'esperienza del‑
l'altro nella distinzione. Non c'è niente che è affare appena di qualcuno, di cui non ci si deve per lo meno fare carico di conoscenza e empatia. Non è mai giusto dire: fin qui arrivo io, da qui in poi fai tu. Se non c'è conoscenza non c'è neanche stima dell'altro.
C'è un concetto di concorrenza che va sottolineato. Concorrere significa arrivare insieme o arrivare prima. Prete e animatore devono arrivare insieme. Nessuno deve mettere la bandiera sulla montagna per primo. L'azione educativa deve diventare sempre più opera di concorrenza, nel senso che ciascuno valorizza l'intervento dell'altro e si assume una corresponsabilità globale da portare assieme.
LA FLESSIBILITÀ TRA RUOLI
Esiste un altro problema dal punto di vista educativo, che è quello di leggere gli interventi di ciascuno non a partire dai ruoli, ma dalle attitudini personali. Non sempre chi assume un ruolo, lo sa condurre. Spesso chi fa il prete è appassionato di altri modi di porsi che non sono tipicamente suoi; oppure, temporaneamente, sente di riuscire meglio in certe mansioni che possono essere più dell'animatore. Può essere fascino, particolare capacità comunicativa e espansività, intuizione e coinvolgimento.
Ciò può capitare, per esempio, quando c'è in parrocchia un prete giovanissimo che solidarizza immediatamente e si lascia soprattutto coinvolgere, e l'animatore che fa il saggio, l' f< anziano» per la sua esperienza decennale.
In famiglia ci possono essere dei padri con atteggiamenti materni e delle madri con atteggiamenti paterni. Questo potrebbe essere scandaloso in una concezione dei ruoli rigida; non lo è più se si fa riferimento a personalità diverse. È allora importante che il risultato sia frutto di complementarietà e che non manchi nessun apporto essenziale ai giovani.
Uno può essere diventato prete sulla spinta di una umanità molto ricca, molto dialogica, fantasiosa e si realizza nell'animazione piuttosto che nell'approfondimento teologico. Dall'altra parte può esserci un animatore che per una vicenda particolare che sta vivendo, per degli studi o esperienze vissute si orienta maggiormente nel ruolo di guida spirituale. Bisogna comunque che ci sia molta sensibilità da ambo le parti, perché ciascuno può crescere e non può rinunciare permanentemente alla sua vocazione.
Esiste nella amministrazione francese, la figura educativa di un insegnante «attaché» in un certo ruolo preciso e «employé» utilizzato in un impiego diverso. Ciascuno mantiene e tende al suo ruolo anche se per un certo tempo viene impiegato in un altro. In Italia si parla di uno che ha un ruolo preciso, ma che è «comandato» a fare qualcosa d'altro. Si prevede comunque sempre un ritorno al proprio ruolo. La flessibilità permette un discreto arricchimento al prete, e all'anima- toe facilita quella mutua conoscenza e condivisione che talora è difficile ad avere, come si diceva sopra.
E utile allora fare qualche ulteriore distinzione per aiutare a capire e a risolvere certi conflitti. Distinguiamo tra «leadership» e «headship». La «leadership» è la capacità concreta di guidare e di organizzare con fascino e competenza: la «headship» è il ruolo istituzionale di capo.
L'intraprendenza dell'animatore o del laico non mette in dubbio il ruolo istituzionale del pastore, né questo mortifica la capacità dell'animatore.
Talora è l'animatore che sperimenta il momento dell'inutilità, talaltra è il prete o alla fine di qualche periodo evolutivo o quando si devono prendere decisioni difficili. E necessario allora poter contare su una presenza articolata e non egualitaria di figure educative. L'egualitarismo in pedagogia è sbagliato, perché manca di fondamenti psicologici. In alcune associazioni il prete è definito assistente, in altre consulente; molte iniziative educative contano su presenze articolate. Esse chiariscono, se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che c'è qualcuno che condivide alcuni aspetti e in questi gioca tutto il suo peso educativo, mentre qualche altro è più distante senza esserne assente.
Le collocazioni dei vari educatori nel mondo giovanile non sono simmetriche, ma proprio per questo si ricostruisce la buona famiglia, con strade diverse, con grande stima per ciascuno e con maggiore dinamismo.















































