Itinerario di fede con il Vangelo di Matteo
Agostino Buccoliero - Luigi Orlando
(NPG 1987-05-43)
Presentiamo la seconda unità di un itinerario di fede per gruppi giovanili che utilizza il Vangelo di Matteo. La prima unità, dedicata all'analisi di Mt 1,1-24; 2,1-23 con il titolo «Dio signore della storia», è stata pubblicata nel numero di aprile.
Obiettivo: il giovane nella logica delle beatitudini avvia il processo di maturazione cristiana.
Tempo liturgico: «per annum».
Contenuto:
* Biblico:
- 1. le beatitudini (Mt 5,1-12);
- 2. il vero culto (Mt 6,2-6,16-18); - 3. preghiera del Regno (Mt 6,7-15).
I testi sono tratti dal Discorso della montagna: Mt 5,1-8,1. Gesù trascorre la sua giovinezza a Nazareth nel silenzio della vita quotidiana. Un giorno inizia a predicare: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino» (Mt 5,17). La gente rimane sconvolta e scandalizzata; aspetta un messia pdtente per realizzare il Regno dei cieli con una guerra santa. Il Regno dei cieli si sarebbe poi identificato con il regno di Israele. Tutti i popoli si sarebbero sottomessi e la capitale del regno sarebbe stata Gerusalemme.
«Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino» è un invito ad accogliere l'imprevedibile di Dio. Lo scandalo è maggiore perché non comincia a predicare dal centro, dal tempio di Gerusalemme, ma dalla periferia, nelle vie della Galilea, in umiltà e senza manovre politiche. È un'impresa ardua, ma Gesù ci prova. Vuol correggere le false concezioni del Regno dei cieli e non si limita a dire: il Regno dei cieli è vicino, ma vuole dimostrare chi sono i privilegiati in questo regno, in che còsa consiste, come lo si può riconoscere e raggiungere.
Il Discorso della montagna è un grande passo verso questa chiarificazione.
* Ecclesiale: la chiesa si confronta con le beatitudini e ridiviene povera, mite; affronta anche la persecuzione, perché possa agire concretamente nell'apertura costante verso l'altro e favorire l'accoglienza del Regno e la sua giustizia.
La tensione per interiorizzare e agire secondo le beatitudini, fa divenire la chiesa «pura di cuore», cioè trasparente davanti a Dio.
La comunità si può rivolgere a Dio, chiamandolo Padre, fare richieste per il Regno e per le necessità di chi cerca il Regno.
* Francescano: Francesco ha maturato l'identità cristiana secondo la prospettiva delle beatitudini.
Tale affermazione è sufficiente a richiamare globalmente l'esperienza di Francesco soprattutto come povero e operatore di pace.
È necessaria la scelta di un criterio per non disperdersi nella ricchezza degli stimoli. Seguiamo le indicazioni dei suoi scritti: la seconda metà delle Ammonizioni (Am 14-18: 163-178), il commento delle beatitudini definito «il poema della povertà interiore e della cristiana fraternità» (Esser) e il commento al Pater poster (FF 266-275).
Per l'attualizzazione
Alcuni suggerimenti per una «unità» molto vasta.
Beatitudini: probabilmente le possibili precomprensioni dei giovani sono inadeguate e moralistiche. Trattandosi delle dimensioni fondamentali della maturazione cristiana, ci si inserirà pienamente nella proposta biblica. Probabilmente nel dialogo si dimostrerà più sensibilità per alcune beatitudini (pace, giustizia) a motivo dell'attualità. L'operazione da compiere è di ritrovare l'unità delle beatitudini nella successione qualificante, proposta dall'esegesi: le beatitudini dell'interiorizzazione, del fare, della sintesi tra essere e fare.
Si rinvia ad un dossier di Note di Pastorale Giovanile (1985)6, 6-34, per indicazioni di un metodo che permetta di riscriverle nella concretezza della vita a partire da una «grande beatitudine» in cui si inserisce chi cerca la vita e la felicità e si affida a Dio. Dalla «grande beatitudine» alle «beatitudini quotidiane» che interpellano l'esistenza personale e portano all'impegno etico.
Le beatitudini quotidiane siano condivise e diventino un punto di riferimento per la vita della fraternità.
Molto utile nella fase di attualizzazione possono essere alcune pagine di J. F. Six, Le beatitudini oggi, EDB, 1986.
Inoltre con la presente unità si ha l'opportunità di qualificare il rapporto con Dio nella preghiera.
Più concretamente:
- si impostino le giornate di spiritualità, esercizi spirituali... sul tema delle beatitudini;
- si avviino esperienze di preghiera, in cui confluiscano le condivise modalità e contenuti;
- nel confronto tra commento esegetico del Padre nostro e quello di S. Francesco, può scaturire un commento «sensato» e attuale per tutti i giovani.
1. LA PROCLAMAZIONE DELLE BEATITUDINI
Testo base: Mt 5,1-12.
Commento esegetico
Le beatitudini sono l'introduzione al Discorso della montagna. Gesù rivela chi è beato e cosa bisogna fare per diventare beati. Si rivolge ad ogni uomo credente o meno, ed evidenzia quali sono gli atteggiamenti spirituali che bisogna acquisire per aver parte ai beni del Regno.
Le beatitudini si dividono in tre parti. Ad esempio:
- beati (costatazione);
- i poveri (destinatari);
- perché di essi... (motivazione);
«Beati» è ripetuto sempre in modo puntuale. Gesù vuole che i suoi discepoli siano felici e non tristi.
Cosa sono le beatitudini? Sono delle sintesi in una frase di discorsi vari pronunciati da Gesù nel suo ministero. Ogni beatitudine suppone uno o più discorsi di Gesù, che per motivi catechetici e di trasmissione è stato sintetizzato.
Raggruppiamo le beatitudini secondo questo schema:
- essere (interiorizzazione): poveri, miti, afflitti, perseguitati;
- fare (azione): misericordiosi, operatori di pace, fame e sete di giustizia;
- sintesi (interiorizzazione e azione): beati i puri di cuore.
Beatitudini relative all'essere (interiorizzazione)
Poveri, miti, afflitti, perseguitati sono rappresentativi di ogni tipo di emarginazione. Ma proprio essi sono stati i più sensibili alla parola di Gesù. Sono proclamati beati perché Dio è stanco di vederli soffrire e li vuole circondare delle sue premure. Dio in Gesù finalmente esce in modo evidentissimo allo scoperto: non è un Dio neutrale ma interessato, si schiera per i bisognosi e sofferenti, pur essendo il creatore di tutti. Ascolta il loro grido d'angoscia che percorre tutta la bibbia.
Per Mt bisogna farsi come loro, assumere tutta la loro carica interiore, come condizione ed esigenza per poter essere veri discepoli di Gesù ed entrare nel Regno dei cieli.
Sono beati perché la loro sofferenza li avvicina al Regno dei cieli e perché Dio ormai è il loro difensore.
* I poveri e i miti. Il termine più adoperato in ebraico per indicare «poveri» è anawim, che è tradotto in greco ora come «poveri» ora come «miti». Questo significa che il termine anawim ha in sé due sfumature che il termine «povero» da solo non rende.
I poveri in spirito: per noi oggi il povero è l'indigente che non possiede beni economici. Per la bibbia si sottolinea non tanto la mancanza di beni economici, quanto la realtà morale in cui si trova l'indigente per la mancanza di quei beni. Gli anawim sono coloro che si curvano, che dipendono dagli altri, che sono oppressi e che non possono difendere i propri diritti di fronte alla arroganza dei potenti. Se poi aggiungiamo «in spirito» il termine «povero» assume un significato nuovo. «I poveri in spirito» sono coloro che si curvano interiormente davanti al Signore e si mettono davanti a lui a mani vuote, senza pretese. Essi per maturità interiore sono non-violenti, pazienti, distaccati dai propri beni; utilizzano le proprie capacità senza prepotenza e conservano il silenzio davanti a Dio a cui si affidano.
I miti. Cerchiamo di capire questo termine con l'aiuto di altri testi. Solo Mt riporta l'ultima parte dell'inno di giubilo di Gesù: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi ed imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il fnio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30). Gesù ci rivela alcuni tratti della sua sensibilità e ci introduce mirabilmente nel suo cuore: «imparate da me che sono mite ed umile di cuore». Gesù vuole:
- che impariamo direttamente da lui e non dai dottori della legge che rendono impossibile l'osservanza religiosa;
- che entriamo nella sua famiglia, e accanto a lui i poveri e i miti si sentono rivalutati e vengono incoraggiati ad essere suoi discepoli.
Gesù quando entra a Gerusalemme non cavalca un cavallo da guerra, simbolo della potenza militare, ma un asino, simbolo, in oriente, della laboriosità e della mitezza (vedi Mt 21,1-11). Gesù vuole che tra lui e i suoi discepoli ci sia un comune atteggiamento interiore.
Essere miti significa imparare da Gesù e solo da lui per trovare ristoro per la propria vita. La mitezza è lo stato d'animo di chi è povero in spirito.
* Gli afflitti. Non è proclamata beata l'afflizione né viene decretata la sua fine. Gli afflitti sono dichiarati felici perché la loro fede in Gesù dà la capacità di trasformare l'afflizione in gioia. La loro afflizione, qualunque sia l'origine, diventa un capitale prezioso: nel Regno dei cieli Dio in prima persona è impegnato a consolarli.
* I perseguitati. Lo stile è diverso. Si rivolge alla seconda persona («voi») direttamente ai discepoli missionari e non ad ogni uomo. È la persecuzione derivata dall'annuncio del vangelo. Gesù vuole incoraggiarli.
I perseguitati sono configurati ai profeti e a Gesù stesso: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). La sofferenza prolunga la storia di Gesù nel discepolo: è una nobile eredità. Ci vuole una profonda aderenza interiore allo stile di vita di Gesù per affermare: «pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44), perché anche loro possano iniziare un cammino di conversione.
Gesù spinge all'amore anche quando si è perseguitati e, mentendo, si dice il falso contro il suo discepolo. È bene osservare che non è sufficiente che si dica male del discepolo, ma è necessario che questo male sia falso e che venga detto a causa di Gesù. Di fronte a tale situazione penosa, quale atteggiamento interiore deve maturare il discepolo?
- L'umiliazione per Gesù deve essere un motivo di onore (vedi At 5,41).
- Il bene ricambiato al male è la prova più evidente che gli altri dicono male di voi, ed è una coraggiosa testimonianza di fede in Gesù.
- Non viene esaltata la sofferenza in se stessa, ma la sofferenza per Gesù.
- La sofferenza autentica, la propria adesione a Gesù ha un valore in quanto il discepolo è candidato a partecipare alla gloria futura. «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche quando ci sarà la rivelazione della sua gloria, sarete nella gioia e nell'allegria» (1 Pt 4,13).
Beatitudini relative al fare (azione)
I misericordiosi, gli operatori di pace, coloro che hanno fame e sete di giustizia sono gli stessi personaggi precedenti (poveri, miti, afflitti, perseguitati). Essi si muovono non più in un ruolo di interiorizzazione del messaggio di Gesù, ma aperti al mondo si spingono all'azione per verificare nella vita concreta il proprio essere discepoli.
* I misericordiosi. Essere misericordiosi significa accogliere gli altri perdonandoli e aiutandoli nel bisogno. La misericordia è una qualità di Dio. Nell'AT Dio è paragonato alle viscere della madre. In Dio c'è presenza materna.
Una madre non può dimenticare il figlio delle sue viscere, ma anche se lo facesse, Dio non si dimenticherà mai (vedi Is 49,15).
La misericordia per Gesù è avere questa profonda carica di umanità e una tensione costante verso l'altro.
* Gli operatori di pace. È una frase singolare: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio». «Gli operatori di pace» ricorre solo qui in tutta la Bibbia. Ci manca la possibilità di confronto con altri testi. «Figli di Dio» ricorre solo qui in tutto il vangelo di Mt.
Gli operatori di pace non sono i potenti che con la forza impongono la pace, non sono i pacifici, cioè i senza pensiero amanti della quiete. Sono invece coloro che senza tornaconti personali compongono dissidi nella famiglia, nella società e appianano contese. Essi sono artefici di pace e saranno chiamati figli di Dio perché conformano il loro agire a quello di Dio.
* Coloro che hanno fame e sete di giustizia. Il termine «giustizia» ricorre in questa beatitudine e in quella dei perseguitati. In tutto il Discorso della montagna ricorre cinque volte: vi si dà grande rilievo. La fame sottolinea sempre un'esigenza. Coloro che hanno fame e sete di giustizia sono coloro che vogliono essere giusti davanti a Dio. È giustizia rispettare fedelmente gli obblighi e i doveri verso
Dio e il prossimo. Essere giusti significa essere rispettosi dei diritti di Dio su di noi.
Mt punta ad un cristianesimo concreto e incarnato nel quotidiano e senza ostentazione.
Beatitudini relative all'essere e al fare
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). I destinatari sono gli stessi delle precedenti beatitudini analizzate. Sono coloro che hanno fatto sintesi nella propria vita acquistando una vera trasparenza davanti a Dio.
Il puro di cuore nell'AT era colui che, mediante l'osservanza delle purificazioni corporali prescritte dalla legge, poteva partecipare al culto e «vedere Dio» cioè «stare alla presenza di Dio». Era una purificazione esteriore. I profeti invece insistono sulla purezza interiore per essere davanti a Dio. I rabbini al tempo di Gesù parlano di purezza esteriore ed interiore. Gesù chiede solo la purezza interiore per vedere Dio.
È molto importante capire che nella bibbia il genere pensiero e azione sono una cosa sola. Spesso «il cuore», sede dei pensieri e dei sentimenti, è legato con «le mani», con l'azione (vedi Sal 24). Non c'è dissociazione tra interiore ed esteriore. Cuore e mani sottolineano la totalità dell'uomo. Tutto l'uomo deve avvicinarsi a Dio. La dissociazione è ipocrisia.
La purezza di cuore non è un dono di Dio che viene incontro all'incapacità dell'uomo di essere totalmente puro davanti a lui, ma è un'esigenza di Dio che rinnova i cuori a chi si abbandona senza riserve a lui.
Il cuore è la sede dei disegni cattivi e buoni. Un cuore puro sfocia in una condotta di vita buona e ci fa entrare in rapporto con Dio (vedi Mt 15,1-20; 23,26).
Il vedere Dio nell'AT in più parti incute paura e timore. Per Gesù vedere Dio deve diventare l'aspirazione ultima del suo discepolo. Alcuni testi possono venire in aiuto: «Noi lo vedremo quale egli è» (1 Gv 3,2); «Noi lo vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13,12); gli eletti alla fine dei tempi «vedranno il suo volto» (Ap 22,3-4).
È la purezza di cuore che ci procura questa visione esaltante.
Il vedere Dio mi fa pensare ad una madre che contempla suo figlio. Lo guarda intensamente, il suo sguardo sembra penetrare nell'intimità della sua vita. Sono momenti di palpitante emozione interiore. Il vedere è cogliere il fascino dello stare insieme e di vivere alla sua presenza. E siccome il vedere può essere un attimo sfuggente, anche se carico e denso, c'è l'ardente desiderio di eternare quel momento. Alla trasfigurazione i tre discepoli, dopo che hanno intravisto la gloria di Gesù, vogliono prolungarla nel tempo: «facciamo qui tre tende...» (Mt 17,1-8).
La memoria ecclesiale
La chiesa per essere tale accoglie continuamente il messaggio delle beatitudini, ed è impegnata a dilatare il Regno dei cieli. In conformità alla sua identità e missione, la chiesa offre nella storia la sua testimonianza e la sua opera con accentuazioni e peculiarità in risposta e oltre le domande poste dall'uomo.
La chiesa oggi si confronta con le beatitudini e ridiviene povera, mite, affronta anche la persecuzione, perché possa agire concretamente nell'apertura costante verso l'alto e favorire l'accoglienza del Regno.
Certamente l'attualità di alcune beatitudini (ma son legate e inscindibili) è più evidente: dalla promozione della pace, al continuo rinnovamento per essere trasparente davanti a Dio e agli uomini.
«Beati i poveri...». Il commento esegetico ha illuminato il senso dell'affermazione di Mt. La chiesa sviluppa un'azione promozionale, profondamente legata al suo essere «povera» davanti a Dio.
«Lette e interpretate nell'integrità del loro contesto, le beatitudini esprimono lo Spirito di Dio che viene. Ma alla luce del destino definitivo della storia umana, in tal modo manifestato, appaiono nello stesso tempo, con più chiara evidenza, i fondamenti della giustizia nell'ordine temporale.
Infatti, insegnando la fiducia che si appoggia su Dio, la speranza della vita eterna, l'amore della giustizia, la misericordia che giunge fino al perdono e alla riconciliazione, le beatitudini permettono di stabilire l'ordine temporale in funzione di un ordine trascendente, che senza togliere al primo il suo specifico contenuto, gli conferisce la sua vera misura.
Alla loro luce, l'impegno necessario nei compiti temporali a servizio del prossimo e della comunità degli uomini è allo stesso tempo richiesto con urgenza e mantenuto nella sua giusta prospettiva» (Libertà cristiana e liberazione, n. 62).
«Evento storico» è stato l'incontro ad Assisi di Giovanni Paolo II con tutti i capi delle religioni del mondo (27.10.1986) per pregare per la pace.
Qualsiasi citazione è nello stesso tempo sintesi e punto di partenza per cogliere la straordinaria ricchezza di una riflessione sempre più articolata: dalla pace interiore al disarmo totale. Una semplice citazione: «A tutti voi e a ciascuno di voi, giovani e anziani, deboli e potenti, io dico: abbracciate la pace come un grande calore che unifica le vostre vite. Dovunque voi viviate in questo pianeta, io vi esorto ardentemente a perseverare nella solidarietà e nel sincero dialogo» (Giovanni Paolo II, La pace valore senza frontiere, n. 7).
L'interiorizzazione delle beatitudini è, in definitiva, a fondamento della rinnovata autocomprensione e della nuova prassi della chiesa a partire dal Concilio Vaticano II.
L'esperienza di Francesco d'Assisi
Francesco ha maturato l'identità cristiana secondo la prospettiva delle beatitudini. Tale affermazione richiama immediatamente l'esperienza di Francesco soprattutto come povero e operatore di pace.
Seguiamo le indicazioni dei suoi scritti: la seconda metà delle Ammonizioni (Am 14-18:163-178) sono un commento delle beatitudini, definito «il poema della povertà interiore e della cristiana fraternità» (K. Esser), o «sermone francescano della montagna».
Le Ammonizioni parlano anzitutto di Francesco, della sua esperienza nel seguire Cristo e delle esortazioni, istruzioni, sostegno, conforto ai suoi frati, inviati per il mondo ad annunziare la parola.
Ma la testimonianza è tale quando è offerta con la vita. Le beatitudini insegnano ad integrare l'azione con l'essere: Francesco commenta brevemente le beatitudini evangeliche esemplificando le virtù della pazienza (Am 13:162), povertà (Am 14:163), umiltà (Am 17,20,24:166, 169,173), compassione del prossimo (Am 18:171), silenzio interiore (Am 21,22:170,171), correzione fraterna (Am 23:172), amore verso i frati infermi (Am 25:174).
Certamente una particolare importanza riveste la beatitudine della povertà. In uno scritto della prima comunità francescana, dal titolo: «L'alleanza del beato Francesco con madonna Povertà» (vedi FF 1959:2028), con linguaggio allegorico si narra come Francesco con alcuni compagni vada alla ricerca di madonna Povertà, chiedendo ai passanti, ai ricchi e sapienti, senza ottenere risposta. Finalmente due vecchi gli indicano la vetta di un monte.
Francesco trova madonna Povertà, banchetta con lei e accetta i suoi consigli.
Per Francesco la Povertà è la «signora» perché è la sposa di Gesù, amata in modo straordinario, alla quale ci si rivolge come ad una persona perché possa mediare l'incontro con Gesù: «Noi veniamo a te, signora nostra; accoglici pacificamente, te ne preghiamo.
Noi desideriamo diventare servi del Signore delle virtù, perché egli è il re della gloria.
Abbiamo sentito dire che tu sei regina delle virtù e continuamente l'esperienza ce l'ha confermato.
Perciò, prostràti ai tuoi piedi, ti supplichiamo umilmente che tu voglia degnarci di stare con noi e di essere anche per noi via che ci porta al re della gloria, come fosti via per lui» (FF 1974).
Per l'attualizzazione
Le beatitudini sono l'ampia e innovativa prospettiva da cui ricomprendere la vita e inserirsi nel progetto di amore del Padre. Una possibile «pista» di attualizzazione è una sequenza in tre momenti.
- Le beatitudini sono l'espressionesintetica della meravigliosa e straordinaria esperienza di Gesù di Nazaret che le ha proclamate con i fatti. Le ha narrate in forza della grande promessa di vita e di felicità, garantita dalla fedeltà a Dio.
Gesù annuncia che Dio ci rende «beati» in questa situazione, qualunque possa essere, perché affidiamo a lui la nostra vita e la nostra felicità. Le diverse modalità dell'essere beati (poveri, umili, puri di cuore...) indicano globalmente un mondo nuovo di accogliere la propria vita e di esprimerla nella felicità.
- Emerge la prima e grande beatitudine a fondamento e, nello stesso tempo, sintesi delle beatitudini: beati coloro che cercano la vita e la felicità, perché, affidandoli a Dio, hanno già trovato un fondamento alla nostra speranza.
Ci affidiamo però ad un Dio che non può essere intrappolato nei nostri schemi e dalle nostre richieste. Dio interviene a modo suo nel donarci vita e felicità.
Come possono essere «beati» coloro che sono poveri, piangono, hanno fame e sete... nell'attuale cultura?
La certezza che le beatitudini non mentono, è in Gesù di Nazareth che le ha narrate con la propria vita.
- Se abbiamo affidato a Dio la nostra vita e la nostra felicità, dobbiamo andare oltre per riscrivere la grande beatitudine in beatitudini quotidiane, per ogni giorno, in atteggiamenti che rendano concreto il nuovo modo di vivere e di sperare.
Offriamo un esempio.
Beato te che accogli te stesso nel silenzio, perché il Padre ti rivelerà il suo progetto.
La solitudine per rientrare in se stessi, accogliere e accettare se stessi, come primo passo verso l'apertura a Dio.
Beato te che incontri tutti nel dialogo e nel perdono, perché fai avanzare il Regno.
La riconciliazione per incontrarsi nel dialogo con l'altro nell'attuale momento di forte conflittualità che porta a posizioni intransigenti... e il perdono, quale amore incondizionato nel momento in cui crolla ogni possibilità di mediazione e di dialogo.
Beato te che provi gioia nello stare insieme, perché dai testimonianza di fraternità.
La povertà come giusto rapporto con i beni, con la natura, a fondamento dello stare con tutti nella gioia e nella fraternità.
Beato te che vivi nella speranza, perché apri nuovi orizzonti.
La speranza come superamento dei condizionamenti del progresso per annunciare alla persona altre possibilità umane.
Beato te che nella solidarietà verso gli ultimi celebri la festa, perché il Padre è solidale con te e ti accoglie nella festa senza fine.
La festa come celebrazione della gioia che il cristiano si porta dentro e che condivide con tutti, soprattutto con i più poveri.
Domandiamoci
- L'elencazione di beatitudini quotidiane può continuare. Quali altre sembrano più urgenti per il vissuto quotidiano?
- Francesco d'Assisi ha maturato «beatitudini quotidiane» (vedi Am 13-25: 162-174). Confrontiamole con le nostre.
- Molti giovani soffrono per la situazione di marginalità da processi produttivi/gestionali della società e percorrono itinerari di adattamento (ricerca del successo e della riuscita) o di evasione (dal «vivere alla giornata» alla droga).
Con quali modalità possiamo annunciare la «grande beatitudine» della vita e della felicità?
2. IL VERO CULTO DEL DISCEPOLO
Testo base: Mt 6,2-6.16-18.
Commento esegetico
Mt mette in guardia il discepolo di Gesù, nel suo cammino verso il Regno, da alcuni pericoli già presenti nel culto giudaico e che forse già cominciano a serpeggiare nella comunità cristiana.
In Mt 6,1 si afferma: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli».
Le opere buone per i giudei sono: l'elemosina (Mt 6,2-4), la preghiera (Mt 6,5-6), il digiuno (Mt 6,16-18). «Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l'elemosina» (Tob 12,8).
Osserviamo attentamente due personaggi con il loro stile di vita.
L'ipocrita: carta d'identità
Atteggiamento: quando fa l'elemosina, suona la tromba nelle sinagoghe e nelle strade; prega ritto nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze; quando digiuna assume l'aria malinconica e si sfigura la faccia.
Motivazione: agisce «per essere lodato dagli uomni», «per essere visto dagli uomini», «per far vedere agli uomini».
Ricompensa: dal suo modo di agire ha già ricevuto la ricompensa (Mt 6,2.5.16). Si sottolinea: l'esteriorità, il riconoscimento umano, la comune ricompensa nel presente.
Il discepolo: carta d'identità
Atteggiamento: quando fa l'elemosina la sinistra non sa ciò che fa la destra; prega nella camera a porte chiuse; quando digiuna si profuma i capelli e si lava la faccia.
Motivazione: agisce cosí perché la sua elemosina è segreta; prega nel segreto il Padre; la gente non vede che digiuna ma solo il Padre.
Ricompensa: «e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.18).
Si sottolinea: l'interiorità, il segreto davanti a Dio, la comune ricompensa futura.
Si condanna ogni tipo di culto teatrale e chiassoso. È una santità costruita sulla sabbia. Si promuove un culto interiore, un atteggiamento discreto che nel silenzio trova la presenza del Padre. Mt afferma su Gesù: «Sali sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù» (Mt 14,23).
Al meschino riconoscimento del presente si contrappone l'attesa della ricompensa futura che è la comunione con Dio stesso nel Regno dei cieli.
La preghiera (Mt 6,5-6) è preparata dall'elemosina (Mt 6,2-4) ed è prolungata nel digiuno (Mt 6,16-18). La preghiera diventa l'elemento unitivo e vitale, e favorisce una riflessione più interiore che sociale dell'elemosina e del digiuno.
La memoria ecclesiale
Dall'interiorizzazione delle beatitudini scaturisce un'armoniosa esperienza che abbraccia il rapporto con Dio nel culto e l'aiuto verso i fratelli, privandosi di qualcosa per loro con l'elemosina e il digiuno.
È il volto della comunità che porta il cristiano a far vivere un'esperienza religiosa in cui i vari momenti e iniziative sono ricomprese a partire dalla centralità dell'incontro con Dio nella preghiera.
La presa di coscienza attuale ha portato ad enucleare modalità di promozione umana, forme di intervento per risolvere determinati problemi a favore dei poveri.
Digiuno è condivisione, nella consapevolezza che i beni della terra sono per tutti gli uomini. La giustizia, diversa da quella dei farisei, ha portato la chiesa, per la fedeltà a Dio incontrato nella preghiera, ad interrogarsi in modo nuovo per sviluppare la stessa fedeltà anche nei riguardi dei fratelli.
La comunità, tuttavia, sperimenta cedimenti tutte le volte che scompone l'esperienza religiosa, accentuando diversamente le varie componenti.
L'esperienza di Francesco d'Assisi
Per cogliere l'esperienza di Francesco occorre abbracciare in un solo sguardo le esperienze di preghiera, carità, mortificazione che hanno accompagnato la sua vita fin dall'inizio della conversione, e che hanno influito sulla formazione della sua identità.
Francesco trasforma la pura elemosina in carità. Il bacio dato al lebbroso non abbatte i limiti di separazione imposti, ma è lo sforzo di rifondare i rapporti interpersonali.
La preghiera è sempre al centro. Quando si ritira negli eremi per i lunghi periodi di penitenza, si porta nel cuore i fratelli. Con loro condivide il frutto della penitenza e della contemplazione.
Certamente Francesco insiste più sull'essere che non sulle apparenze, e dagli umili accetta preziose indicazioni perché veramente sia quello che viene creduto. «Guarda - disse il contadino - di essere tanto buono quanto tutti dicono che tu sia, perché molti hanno fiducia in te. Per questo ti esorto a non comportarti mai diversamente da quanto si spera. Francesco, a,queste parole, scese dall'asino e, prostratosi davanti al contadino, più volte gli baciò i piedi umilmente ringranziandolo che si era degnato di ammonirlo» (FF 726).
Per l'attualizzazione
Dalla proposta biblico-ecclesiale cogliamo alcune indicazioni che aiutino a disporre gli elementi essenziali per la maturazione della nostra identità di discepoli.
Anzitutto per un cammino di fede integriamo motivazioni, conoscenze, esperienze... dando a ciascun elemento la giusta collocazione.
Senza dubbio la preghiera è al centro, ma impariamo a farla precedere da un rapporto positivo con tutti e soprattutto con i più poveri, e ad accompagnarla con gesti di solidarietà.
Inoltre la nostra esperienza concreta deve potersi fondare sulla maturazione personale e comunitaria, nel senso che azione e motivazione devono avere una certa congruenza.
Le prassi unicamente originate e condotte dall'entusiasmo hanno breve vita e lasciano il vuoto. La fraternità e il giovane devono saggiamente conoscere e condividere i valori da tradurre in scelte concrete.
Il «farsi vedere» e l'incongruenza tra motivazione e prassi sono lo stesso fariseismo da abbandonare.
Domandiamoci
- A quali elementi si deve porre attenzione per maturare l'identità cristiana?
- Nelle scelte di iniziative quale attenzione poniamo nel far maturare le motivazioni e l'interiorizzazione delleproposte che desideriamo trasmettere agli altri?
C'è, forse, più preoccupazione per l'organizzazione e la buona riuscita?
- L'impegno ecclesiale, sociale, familiare, scolastico sono ancora «obblighi» da soddisfare o l'espressione di un progetto di vita che gradualmente matura?
3. PADRE NOSTRO: LA PREGHIERA DEL REGNO
Testo base: Mt 6,7-15.
Commento esegetico
* Introduzione. Tra i requisiti del candidato al Regno c'è la preghiera. Il Padre nostro è inserito nel Discorso della montagna ed è la preghiera della comunità. Il candidato al Regno deve maturare la propria appartenenza alla comunità, e con essa ed in essa pregare Dio come Padre.
La preghiera del Padre nostro è vicina alla sensibilità della pietà giudaica. Tutte le petizioni si trovano ampiamente nella leggeratura giudaica. È merito di Gesù averne scelto solo alcune e averle disposte in modo nuovo e semplice. Dal modo con cui si chiede e da ciò che si chiede si capisce che crediamo nel Dio di Gesù.
* Struttura. È importante cogliere la struttura del testo di Mt:
- prologo: Mt 6,7-8: nella preghiera non sprecate molte parole perché il Padre già sa quello di cui abbiamo bisogno;
- corpo: Mt 6,9-13: la prima parte comprende tre domande circa il Regno: sia santificato il tuo nome; venga il tuo Regno; sia fatta la tua volontà; la seconda parte comprende tre domande per le necessità di chi cerca il Regno: dacci oggi il nostro pane; rimetti a noi i nostri debiti; non ci indurre in tentazione;
- conclusione: Mt 6,14-15: il perdono.
* II contenuto. Esaminiamo il contenuto:
- Padre nostro. Qua e là nel NT ci sono delle preghiere di Gesù. Il Padre nostro non è la preghiera di Gesù, ma è lapreghiera della comunità. Gesù insegnando a pregare rivela nello stesso tempo la sua intima relazione con il Padre nella quale vuole inserire tutta la comunità. Possiamo invocare Dio come Padre grazie allo Spirito che ci fa prendere coscienza che con il battesimo siamo diventati con Gesù un'unica realtà di fratelli. Dobbiamo comportarci da veri figli per essere degni dell'unico Padre celeste;
- che sei nei cieli. I cieli sono la dimora di Dio. Il termine «nostro» ci rende l'idea di un Dio vicino a noi, ma l'espressione «che sei nei cieli» sottolinea la sua trascendenza. Questo significa che Dio non è legato alla terra, e che la sua paternità è diversa da quella terrestre: è universale, è il Padre di ogni comunità in qualunque luogo si trovi e in qualunque tempo lo si invochi. «I cieli» esprimono anche la meta della comunità: essere con Dio nei cieli. È una forte tensione verso la propria pienezza;
- sia santificato il tuo nome. Nella mentalità ebraica il nome non è la semplice emissione di voce, ma è la stessa persona nominata. «Sia santificato il tuo nome» significa sia santificata la tua persona. La santità di Dio fa percepire all'uomo i propri limiti, perciò l'uomo prega Dio perché Dio stesso santifichi e glorifichi il proprio nome. «Padre glorifica il tuo nome» (Gv 12,28).
S. Cipriano nel suo commento alla «preghiera del Signore» dice: «Non auguriamo a Dio che il suo nome venga santificato in noi. Del resto chi potrebbe presumere di santificare Dio, quand'è lui stesso che santifica? Ma poiché egli ha detto: siate santi perché io sono santo, noi, che siano santificati dal battesimo, non chiediamo altro che di poter perseverare in quel che abbiamo cominciato ad essere»;
- venga il tuo regno. Forse abbiamo perso la freschezza e l'audacia di questa vigorosa invocazione. Nella chiesa primitiva si prega continuamente: maranathà, cioè, Signore Gesù, vieni. C'è una costante attesa del futuro e una tensione verso il futuro. «Venga il tuo Regno», cioè Gesù, il tuo Regno, a stabilire definitivamente il Regno dei cieli e realizzare le premesse delle beatitudini;
- sia fatta la tua volontà. Come il pio israelita, dobbiamo invocare Dio: «Insegnami a fare la tua volontà» (Sal 143,10). Gesù dichiara: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38) e afferma che per entrare nel Regno dei cieli occorre fare «la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
Gesù stesso ce ne dà l'esempio in un contesto di estrema sofferenza al Getsemani: «sia fatta la tua volontà» (Mt, 26,42). Si compirà pienamente la volontà di Dio quando si realizzerà il «venga il tuo Regno».
La preghiera ha sempre un aggancio concreto con chi la esprime, e questo dà attualità permanente alla petizione;
- come in cielo cosí in terra. È la frase che unifica le tre domande circa il regno.
Il cielo nel Discorso della montagna appare più volte ed è in collegamento con il Regno. Il cielo è il luogo dove tutti gli esseri creati lodano Dio (Dn 3) e obbediscono alla sua volontà (Sal 103,21; Sir 42,15). Gesù dichiara: «Io ti ho glorificato in terra» (Gv 17,4) e vuole che anche la sua comunità sulla terra canti la lode a Dio: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». Si recupera cosí fortemente l'aspetto della comunità in tutte le petizioni precedenti. La comunità ha la capacità di presentificare la definitiva manifestazione del Regno: «Vidi un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1; vedi 2 Pt 3,13);
- dacci oggi il nostro pane quotidiano. Sempre nel Discorso della montagna Gesù dice: «Osservate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6,26). C'è quindi come per gli ucceli anche per l'uomo il cibo sufficiente per nutrirsi. Si chiede con fiducia a
Dio un'equa distribuzione del pane disponibile perché ognuno abbia il necessario e non anche il superfluo. Ma la comunità dei discepoli prega anche che ogni giorno le venga donato Gesù «pane vivo disceso dal cielo» per vivere in eterno (Gv 6,51). «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34);
- rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. «Debiti» ha un significato più ampio di peccato. Gesù invita la comunità a chiedere ogni giorno perdono a Dio per i propri debiti; questo significa che ogni giorno si pecca (vedi I Gv 1,8-9). Non è solo un chiedere perdono a Dio, ma anche un dare il perdono e la misericordia dovuta ai fratelli che ci offendono. Gesù vuole una comunità di peccatori che vive nella gioia di essere riconciliati con Dio e con i fratelli. Si appartiene alla comunità di Gesù quando colui che è stato offeso prende l'iniziativa per perdonare l'offensore, e non viceversa come avveniva nel mondo giudaico. È un modo qualitativamente nuovo di vivere le relazioni interpersonali.
Non possiamo chiedere perdono a Dio se non siamo capaci di perdonare i nostri fratelli che sono figli dello stesso Padre celeste cosí come lo siamo noi;
- e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. È il chiaro riconoscimento della nostra limitatezza e l'invito accorato rivolto solo e unicamente a Dio perché ci custodisca dalla tentazione e ci salvi dal male. È un male globalmente preso: morale, fisico, maligno, satana. Gesù stesso prega il Padre per i suoi «perché li custodisca dal male» (Gv 17,15) e anticipi così la vittoria finale del Regno sul male. Forse anche la comunità chiede di essere consolidata nella fede e liberata dalla persecuzione che conduce molti all'apostasia considerata come peccato molto grave.
La memoria ecclesiale
La chiesa ha sempre pregato con il Padre nostro. Dalla dinamica delle domande che la chiesa rivolge al Padre, emergono i rapporti della chiesa con il Regno e con tutti gli uomini, e le urgenze del discepolo per maturare la propria e altrui partecipazione al Regno che viene.
Ai nostri giorni la chiesa ha ricompreso la sua missione fondamentale in relazione al Regno esplicitandola nelle affermazione della costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II. Ripercorriamo alcune affermazioni fondamentali. «La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1). Si tratta di rendersi disponibili, come popolo messianico, per il grande progetto di amore di Dio sull'umanità.
«Questo popolo messianico ha per... fine il Regno di Dio, incominciato sulla terra dallo stesso Dio e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento» (LG 9).
La chiesa deve capire che il Regno di Dio non si identifica con essa ma la comprende. È di questa ampiezza del Regno che la chiesa deve farsi portatrice. La missione della chiesa e di ogni cristiano è quella di far crescere il Regno di Dio nella storia in un graduale processo di visibilizzazione. Ma è Dio ad inaugurare i tempi nuovi e a portare a compimento il progetto di salvezza.
Fondandosi sul Padre nostro, la chiesa coglie le dimensioni qualificanti della preghiera. La comunità si rivolge al Padre, sorgente di ogni dono, con sentimenti filiali di fiducia, di fedeltà, di abbandono, di volontà nel percorrere il cammino verso il Regno. Non siamo soli, ma Gesù intercede per noi e prega con noi il Padre. Ed è lo Spirito Santo a suscitare la fiducia per rivolgersi al Padre. Invochiamo Dio come Padre «nostro». Siamo «noi» la comunità orante che si riconosce nella fede nel Dio di Gesù. La preghiera ha una dimensione comunitaria anche quando è dialogo personale con Dio.
L'esperienza di Francesco d'Assisi
Francesco riconosce Dio come Padre nel momento in cui sperimenta la relatività della paternità umana: «Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro, che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza» (FF 1043).
Il Padre nostro occupa un posto centrale nella esperienza di Francesco e dei suoi frati: «In quel tempo i frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con semplicità di spirito, non conoscevano ancora l'ufficio liturgico. Ed egli rispose: Quando pregate, dite: Padre nostro! e: Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e Ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo».
«Fedeli all'esortazione di Francesco, essi, ogni volta che passavano vicino ad una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito, adoravano l'Onnipotente, dicendo: Ti adoriamo, o Cristo, qui e in tutte le chiese» (FF 399.401).
L'insegnamento non è costituito tanto da norme liturgiche, quanto da semplici esperienze per maturare il senso della paternità di Dio e la presenza sacramentale di Gesù nelle chiese. Fedeli all'insegnamento, i frati praticavano la visita delle chiese come modalità più semplice e immediata per esprimere la lode e il ringraziamento al Padre.
Del Padre nostro Francesco compone un commento-preghiera, recitato nella liturgia delle ore (vedi FF 266-275). La sensibilità di Francesco si manifesta pienamente:
Santissimo Padre nostro
che sei nei cieli,
che sei luce, amore, sommo bene...
Sia santificato il tuo nome:
si faccia più chiara in noi
la conoscenza di te...
Venga il tuo Regno:
affinché tu regni in mezzo a noi
e ci faccia giungere al tuo Regno...
Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra:
affinché ti amiamo con tutto il cuore,
tutta l'anima,
tutta la mente,
tutte le nostre forze...
Dona il nostro pane quotidiano:
il tuo diletto Figlio
il Signore nostro Gesù Cristo...
E rimetti a noi i nostri debiti:
per la tua ineffabile misericordia...
Come noi li rimettiamo
ai nostri debitori:
e quello che noi
non sappiamo perdonare,
tu, Signore,
fa' che pienamente perdoniamo...
E non ci indurre in tentazione:
nascosta o manifesta,
improvvisa o insistente.
E liberaci dal male:
passato, presente e futuro.
Amen.
Per l'attualizzazione
Con la preghiera della comunità perché il Regno venga e perché il Padre sostenga il nostro inserimento nello stesso Regno, facciamo nostra la prospettiva fondante la identità e missione della chiesa. In tal modo l'esperienza personale di Dio si colloca nel contesto più ampio del progetto di amore del Padre, manifestato da Gesù e dilatato nel tempo dalla comunità. La preghiera permette la comprensione e l'apertura a tale progetto. Coinvolge, e per ciò stesso è il momento di avvio, di riferimento continuo, di verifica. In alcuni casi la preghiera è svuotata di tali contenuti e implicazioni personali e comunitarie, per ridursi a compensazione consolatoria della durezza della vita. In altri sembra essere il pretesto per la proclamazione dei propri regni. In altri ancora è solo richiesta di bisogni indotti dall'attuale cultura e non del pane «quotidiano».
Domandiamoci
- Con il Padre nostro Gesù pone la prospettiva del Regno e la chiesa ricomprende la sua missione. Quale senso diamo alla nostra preghiera?
- Gesù ha insegnato come rivolgersi al Padre. La fraternità educa alla preghiera?
- Il commento esegetico e quello di Francesco al Padre nostro motivano la stesura di un commento-preghiera del Padre nostro da parte della fraternità, per riesprimere l'inserimento nel Regno e la richiesta per la situazione presente.

