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    Giovani protagonisti nella società: una proposta


    Luciano Tavazza

    (NPG 1988-10-20)

    Siamo qui raccolti in un «Forum» internazionale giovanile, testimonianza civile e di fede di quella interdipendenza fra i popoli che ci fa cittadini del mondo; di quella unità della Chiesa in forza di una comune paternità ed eucaristia, di cui il Papa intensamente ci parla nella sua enciclica «Sollicitudo rei socialis».
    Tutto ciò in funzione di un disegno di pace mondiale di cui il Pontefice ha posto le basi - l'anno scorso - ad Assisi, delineandone le possibili linee di sviluppo: una crescita d'ordine civile e religioso, con il concorso di tutti gli uomini di buona volontà e di tutte le grandi religioni del pianeta.
    Offrendo lui per primo il suo contributo, col peregrinare, annunciatore di pace, in ogni contrada del mondo; ciò senza discriminazione alcuna, privilegiando tutti i poveri della terra, rivendicandone - a viso aperto - i diritti violati.

    OLTRE LA VIOLENZA

    Il nostro avvenire, cioè la società laica ed ecclesiale del terzo millennio, è infatti legata al diffondersi, all'affermarsi della pace e ad un clima di non violenza. Senza di essi, nessuno dei nostri complessi problemi avrà mai soluzione. Né avranno superamento e termine le attuali sofferenze, oppressioni, emarginazioni, violenze, persecuzioni, in cui siamo oggi coinvolti direttamente, per decisioni e scelte che ci sovrastano in campi sociali, economici, politici, militari.
    L'educazione alla pace e alla tolleranza ha come fondamento la pratica della giustizia sociale; il dovere quindi di un nostro impegno di credenti, protagonisti - con gli altri cittadini - nella rimozione delle cause, dei circuiti, delle centrali dissimulate che generano e continuamente rigenerano le violazioni della libertà, dignità, dei diritti della persona, singola o associata.
    Quei diritti cioè di cittadinanza che dobbiamo vivere e difendere lealmente, anche in situazioni di difficoltà e isolamento. Accettando - quando fosse necessario - posizioni di serena e coerente minoranza di fronte ad un diffuso costume egoistico, personale e corporativo con cui occorre battersi, quando si voglia essere cittadini-credenti, fedeli allo Sato democratico e alle esigenze del Vangelo.
    Nessun problema del mondo ci è estraneo proprio perché siamo giovani e quindi dovremo riaffrontarli in futuro personalmente, tutti!
    Primo fra tutti quello di essere chiamati effettivamente all'invenzione e costruzione dell'avvenire, potendo essere accolti, consultati, rispettati non formalmente, ai fini di un autentico co-protagonismo. Di una reale condivisione, nel poter progettare il futuro dei nostri paesi, delle loro corrette relazioni di convivenza interna ed internazionale.
    Vogliamo diventare adulti, con gli adulti, in una cultura di pace e di solidarietà.
    Per tutte queste scelte e motivazioni ci pare che nel «Forum» di oggi debbano avere precedenza e priorità tutti quegli argomenti, della nostra concreta vita quotidiana, che come laici - impegnati nel mondo - a titolo sia di cittadini che di credenti in Gesù Cristo, testimoniano, creano, esercitano, diffondono la solidarietà, come condizione di una più piena giustizia.
    Solidarietà che se riguarda tutti i giovani in contatto con noi, quale che sia il loro rapporto con la Chiesa - come istituzione -, deve assicurare precedenza d'accoglienza e d'intervento a quanti di loro - secondo una felice definizione di Papa Paolo VI - si possono chiamare con l'espressione di «poveri moderni». Non solo dunque le persone «povere di pane» a seguito di bisogni tradizionali, ma anche quelle che sono - benché economicamente sufficienti - «povere di potere». Cioè tutti i giovani emarginati, perché appartenenti alle fasce deboli della nostra comunità europea o alle aree del terzo mondo, dove i bambini di oggi rischiano di non diventare mai giovani di domani.

    PER UN VOLONTARIATO DI SOLIDARIETÀ

    Come giovani educati alla scuola della concretezza popolare salesiana e alla sua capacità di animazione spirituale, pedagogica, sociale del territorio, ci pare di poter rispondere - con immediatezza - all'invito concreto del Papa alla solidarietà, affrontando con priorità secondo le sue parole i problemi sociali «alle loro radici», piuttosto che ripararne - anche se generosamente - le sole conseguenze deleterie.
    Come giovani immersi nella «memoria» della/storia passata e presente dei nostri rispettivi paesi, scopriamo ogni giorno di più la dimensione politica di tutti i nostri problemi: la scuola, la formazione, il lavoro, l'abitazione, la cultura, la famiglia, la salute. Si delinea così con chiarezza l'esigenza, il bisogno di processi formativi che garantiscono la capacità di un qualificato intervento sul territorio. Di iniziative che nello svilupparsi, ispirino la loro capacità e il metodo di intervento ad una attuazione della politica educativo-preventiva, voluta e sperimentata da Don Bosco e dai suoi seguaci.
    Dimensione politica, che respinge ogni collateralismo pregiudiziale con i partiti, ma nella sua autonomia operativa di «servizio» rivendica il mutamento della società civile e delle stesse istituzioni; specie quando esse vengono meno ai loro fini ed obiettivi costituzionali o agli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa; ciò in collaborazione, quando si è in presenza di una democrazia reale, con le istituzioni pubbliche e private operanti nei servizi sociali dello Stato.
    Dimensione politica del volontariato che si distingue dalla beneficenza, dall'assistenza, dal perbenismo, dalla cosiddetta «solidarietà corta», traducendosi in concrete e diversificate forme di associazionismo, di volontariato, di animazione che siano ben consce dell'attuale forte Magistero in difesa degli «ultimi». Un insegnamento secondo cui «il primo gradino dell'amore è la giustizia», e non deve essere «dato a nessuno per carità di quanto spetta a titolo di giustizia».
    L'esperienza ci insegna che gli spazi per noi giovani - all'interno di una società civile e nelle strutture dello Stato - vanno meritati e conquistati, ponendoci, dopo aver adempiuto ai nostri doveri di stato, a gratuita e disinteressata disposizione del territorio in cui abitiamo, o in altri nazionali e internazionali che abbisognano della nostra solidarietà. Occorre però promuovere forme di aggregazioni giovanili che possano reggere una sfida spesso logora con quelle componenti pubbliche e private ben determinate a non voler mutare lo «status quo» delle politiche sociali, migliorando le condizioni degli ultimi. Un associazionismo nuovo e diverso da quello tradizionale, che non guardi dentro di sé soltanto, ma che invece rivolga i suoi servizi di solidarietà verso chiunque si trovi in qualsiasi tipo di difficoltà esistenziale. Questa ci sembra la strada maestra per poter rivendicare - a buon diritto - una piena partecipazione nella vita sociale dei nostri paesi, in quel pluralismo di forme, metodi, contenuti, di scelte, di strutture che possono derivare da un'unica fede. Una cartina di tornasole per esprimere l'incarnazione della fede nella storia, la coerenza fra il manifestare l'amore per Dio e quello per gli uomini.
    Di questo il «Forum» è chiamato a discutere e confrontarsi liberamente,anche perché il mondo giovanile - aperto alla solidarietà - deve conquistare una sua forza di pressione e orientamento sui mass media, anziché soffrirne un influsso passivizzante e deformante; una serie di condizionamenti opprimenti - attualmente crescenti - che tendono ad asservire gli autentici interessi del mondo giovanile a finalità di mercato, di mode, di consumi, di conformismo.
    Contro questo ruolo «residuale» di pura conservazione dell'esistente sta la nostra vocazione di persone libere e intelligenti; sta la nostra razionale e soprannaturale certezza e speranza di riuscire ad amare la vita, gli uomini, le strutture, servendo qui ed oggi il loro destino umano e finale, anticipando le attese di una cristiana «città dell'uomo».
    Una sfida da affrontare, secondo la certezza di Paolo, ben sapendo «in chi abbiamo riposto la nostra speranza».



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