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    La parola visiva


     

    Gian Paolo Caprettini

    (NPG 1988-08-50)

    È entrato a far parte delle opinioni correnti il luogo comune secondo il quale la nostra non è più una civiltà della scrittura e della lettura, bensì una civiltà dell'immagine. Ne consegue direttamente che il territorio della parola si troverebbe in continuo arretramento, incalzato dal nemico che ad ogni passo gli sottrarrebbe spazio di influenza e margini di manovra: questo nemico sarebbe la televisione.

    Quale controllo dei messaggi?

    Una visione antagonistica così forte dipende da un paio di assunti non privi di qualche fondamento ma troppo radicali: il primo che la TV richiede ai suoi utenti prestazioni che attengono esclusivamente al campo visivo, il secondo che le competenze e abilità richieste dall'informazione televisiva indeboliscono quelle che presiedono al trattamento e alla comprensione dell'informazione scritta.
    Le cose stanno forse in un modo un po' diverso. Per rendersene conto basterà considerare le particolari proprietà dei canali audiovisivi: essi si caratterizzano per la simultaneità della ricezione audio e di quella video e per la loro interdipendenza. È infatti veramente difficile - almeno in TV - assistere tanto a sequenze «mute», di solo video (senza parole, musica, rumori, commenti sonori) quanto a sequenze «cieche», di solo audio (senza emissione di segnali visivi): a parte, naturalmente, «silenzio» e «buio» che sono cose diverse.
    Questa è per certo una caratteristica fondamentale e vincolante della ricezione televisiva: la necessità della compresenza di un doppio segnale. In altri termini, ciò si traduce nel mettere a disposizione, per mezzo del video, il contesto di riferimento di ciò che viene rappresentato: i confini di validità del senso che va attribuito a ciò che è esposto, narrato, descritto, stanno immediatamente sotto i nostri occhi. Ciò si traduce anche nelle scarse o nulle capacità di controllo, rettifica, focalizzazione personale, riconsiderazione di ciò che si è appena visto (videoregistrazioni a parte) e nella drastica riduzione di ciò che è fondamentale nei meccanismi di significazione della lingua naturale: l'ambiguità.
    Riemergono in qualche modo le differenze fra produzioni discorsive orali e scritte, dove per le seconde soltanto è ammessa la possibilità di «rilettura» di porzioni di testo già recepite in un primo tempo. Ma quella televisiva è un'oralità apparente: emittente e destinatario sono irrevocabilmente lontani, se si eccettua il sistema, ossessivo ormai ma comunque marginale, di creare collegamenti telefonici in diretta con gli spettatori.
    Questa necessità di controllare, di tastare il polso da vicino ai propri utenti, rendendoli partecipi ai messaggi che già li coinvolgono, è sentita, in modo non velleitario, anche nella scuola, dove sono istituzionali Io scambio e il controllo informativo, dove l'efficienza si misura anche nella capacità di gestire - e saper far utilizzare -l'informazione che si trasmette perché diventi a tutti gli effetti comunicazione.

    Immagine e parola

    Sono trascorsi - è vero - millequattrocento anni circa da quando, prima occasione attestata nell'Occidente medievale, Gregorio Magno, allora papa, scrisse a Sereno, vescovo di Marsiglia, sul problema della predicazione muta delle immagini in Chiesa. Si discuteva se le figure della Bibbia pauperum potessero sovrapporsi, con la logica sequenziale e panoramica dello sguardo, alla vox letterata, al latino dell'ufficio sacro e dei canti; ma nemmeno riguardo a questi ultimi si mostrava grande abilità se, proprio in quegli anni (circa 600 d.C.), non lontano di là, il vescovo Venanzio Fortunato asseriva con spirito denigratore che i Borgognoni ed i Franchi non erano capaci di distinguere il verso dell'oca dal canto del cigno.
    Immagini e alfabetizzazione. Molte volte i due aspetti sono andati correlandosi, soprattutto quando all'immagine veniva - e viene - riservato il compito, arduo, di svolgere una funzione didattica o didascalica e quando anche la lingua orale, quella della scuola ad esempio, è risultata difficile da intendere o impossibile da ascoltare. Una facile suggestione potrebbe indurci a ritenere che quella attuale sia una nuova fase di «analfabetismo» solo che si considerino gli effetti della diffusione capillare della televisione e dei suoi specifici moduli narrativi e simbolici.
    Essi hanno traboccato nel mondo della scuola rendendo difficile «svolgere un tema» ma anche più semplicemente riassumere un brano d'autore; ci si è ormai resi conto che ogni parafrasi non }ascia affatto inalterato il significato del testo di partenza, ma ingloba le strutture logiche del racconto per immagini, le descrizioni di contesti visivi.
    Piuttosto che di preminenza dell'immagine, sarà dunque utile parlare di intreccio di competenze fra dimensione dell'immagine e dimensione della parola.
    Da una parte, le visualizzazioni della parola: avremo allora di fronte l'enorme diffusione della parola visiva nei testi pubblicitari a mezzo stampa o affissionali, dove essa interagisce istituzionalmente con il piano grafico e con l'illustrazione in generale; e ancora la parola come marchio, come firma, come insegna, come indicatore di identità del prodotto, la parola nei segnali, sugli oggetti di consumo, sulle etichette, nella documentazione che accompagna molti oggetti, la parola nei punti vendita, la parola visiva nei modelli burocratici da compilare, nella progettazione, nei luoghi di culto, negli schemi e nei grafici, anche effimeri o transitori, come gli appunti o scarabocchi...; la parola visiva nei titoli dei quotidiani e dei periodici, la parola nelle vignette umoristiche, nei fumetti...; la parola sulle tastiere, la parola riprodotta sui video dei computers.
    Dall'altra parte, troviamo le verbalizzazioni dell'immagine, i procedimenti di sequenzialità a cui vengono sottoposte le informazioni visive per essere congruenti con un testo, per poter essere raffigurate con parole e da queste ultime sostenute nella loro comprensione. Tanto è generale e illimitato questo processo che sono ben pochi i casi in cui possiamo fruire di una comunicazione visiva autonoma, non supportata da parole, non piegata all'ordine della significazione verbale. Pochi inoltre sono rimasti i casi di collocazione «paritaria», come le didascalie delle fotografie o le parole sui segnali stradali.
    È soprattutto nei testi narrativi, fin da quelli più semplici e insieme sofisticati che sono certi spots o shorts pubblicitari, che possiamo percepire la convivenza, non di rado forzata, a cui sono ormai sottoposte parola e immagine, tale da aver profondamente modificato il nostro clima percettivo, il nostro ambiente culturale.



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