Egidio Viganò
(NPG 1989-07-4)
Il titolo di queste riflessioni è già indicativo: «la Chiesa e i giovani». Faccio subito notare l'ordine dei fattori: non «i giovani e la Chiesa», quasi che si dovesse fare in primo luogo una vasta presentazione della condizione giovanile, anche se una sufficiente conoscenza di essa va necessariamente presupposta. Si intende piuttosto sottolineare le responsabilità della Chiesa nel suo rinnovato impegno pastorale a favore dei giovani.
L'interesse punta poi particolarmente su quella fascia di giovani che vanno dai 18 ai 25 anni circa. Questa fascia offre una problematica tutta propria, in gran parte inedita rispetto a un recente passato; occorre prestare speciale attenzione a fenomeni sorti con il prolungamento della giovinezza nella società attuale. Cercherò allora di focalizzare alcuni momenti storici per suscitare delle riflessioni che inquadrino il tema in una cornice storico-profetica utile a illuminare, almeno in forma generale, i criteri di discernimento e di azione in vista di itinerari pastorali più adeguati alle nuove generazioni.
TRE FASI PRINCIPALI NELLA PRASSI PASTORALE
Se si volessero precisare alcune note caratterizzanti la prassi della Chiesa nel suo approccio verso i giovani durante l'ultimo secolo, potremmo distinguere, in forma generale e approssimativa, tre fasi differenziate che vanno: una fino alla prima guerra mondiale; un'altra, più o meno, da Pio XI al Concilio Vaticano II; la terza, dagli anni '65 in poi: due decenni caratterizzati da rapidi cambi.
Fase uno
Nella prima fase, fino alla prima guerra mondiale, non si può parlare propriamente di uno speciale approccio della pastorale della Chiesa ai giovani dai 18 ai 25 anni. Lo spazio della giovinezza era di quasi una decina d'anni in meno. L'azione dell'educazione che arrivava, anche se non sempre, fino ai 15 e 16 anni era la fase di transizione verso le responsabilità adulte concretizzate nel lavoro, nelle famiglie e nell'inserimento sempre più pieno nel tessuto sociale. Questo quadro non cambiò nemmeno col diffondersi della scuola elementare e l'allargarsi dell'insegnamento medio. Possiamo dire che la gioventù dai 18 ai 25 anni non emergeva come soggetto sociale; erano già degli adulti inseriti nella vita sociale.
L'azione pastorale giovanile della Chiesa, quando c'era, si realizzava verso gli adolescenti attraverso la parrocchia, in particolare in quelle diocesi in cui la parrocchia aveva un proprio oratorio (per esempio a Milano). In forma piuttosto parallela un numero non piccolo di Istituti religiosi operava in scuole cattoliche e altre iniziative a favore principalmente dei bambini e dei ragazzi: l'ambiente era cristiano.
Una figura sintomatica e insieme carismatica balza in evidenza: Don Bosco. Egli aveva percepito, verso la metà del secolo scorso, la crescente problematica dell'adolescenza negli incipienti processi di urbanizzazione e di industrializzazione propri della città di Torino, e aveva iniziato con originalità interventi pastorali attraverso un tipo di «oratorio» polivalente e sovraparrocchiale, per i giovani a rischio e per i figli del popolo, con una metodologia realmente efficace; e li seguiva poi come «antichi allievi» anche quando erano già inseriti nel mondo del lavoro e nella vita familiare e sociale. Ha introdotto una vera innovazione di pastorale più creativa e dinamica, non facilmente accettata da tanti suoi colleghi del clero. La sua convinzione profonda che la fede deve formare il cittadino responsabile e onesto si aprirà a orientamenti più sociali posteriormente, quando migliorerà con le indicazioni di Leone XIII, con l'Opera dei Congressi, e con varie iniziative di più coraggioso impegno politico l'atteggiamento dei cattolici nella ristrutturazione della società.
Fase due
Nella seconda fase, dopo la prima guerra mondiale, con l'importante pontificato di Pio XI fino al Concilio Vaticano II, emerge la soluzione del conflitto tra Stato e Chiesa; cresce fortemente l'Azione Cattolica; appare la incisiva azione culturale dell'Università del S. Cuore di Milano; la coscienza di una agognata conciliazione, finalmente realizzata, e l'esperienza già iniziata e vissuta (anche se poi ostacolata) di un movimento popolare di cattolici decisi a impegnarsi nel sociale e nelle responsabilità politiche danno un tono nuovo alla pastorale giovanile. Il dopo Vittorio Veneto era stato caratterizzato dalla partecipazione di molti giovani, reduci dal servizio militare, negli impegni di un complesso riassetto sociale. La pastorale vigente faceva confluire praticamente le varie iniziative per i giovani delle diverse fasce d'età nell'Azione Cattolica con contenuti principalmente formativi, spirituali, di apostolato ecclesiale e, nei giovani più maturi, di interesse e preparazione sociale con senso critico verso le congiunture politiche; ma l'ecclesiologia che animava il tutto era evidentemente preconciliare: l'Azione Cattolica appariva come «longa manus» della gerarchia nell'area sociale.
La seconda guerra mondiale venne a rompere tante cose e anche l'organizzazione dell'Azione Cattolica; dando luogo a dispersione, a nuove ricerche, a riconsiderazioni e a una crisi di identità.
L'immediato dopoguerra è stato il tempo della ricostruzione, del «miracolo economico», di una crescente prosperità, di un confronto sociale più partecipato. Il «soggetto giovanile» incomincia a emergere. C'è una concentrazione su un ideale di vita individualistico borghese. Ma nel panorama mondiale incominciano a farsi sentire i fermenti di grandi problemi che si affacceranno un po' più tardi. La Chiesa cerca di ricuperare la forza associativa; esprime la sua attenzione verso i campi più impegnativi soprattutto nel sociale e nel politico; vede crescere l'interesse biblico, liturgico e missionario. Però la questione giovanile non è ancora esplosa totalmente e non c'è, quindi, un quadro interpretativo globale per affrontarla pastoralmente. La cultura sta cambiando in modo accelerato e lo stesso pensiero teologico non risponde alle nuove esigenze. Si va costatando una certa stanchezza giovanile contro la società dei consumi, appaiono le prime contestazioni.
Agli inizi della decade del '60, in un clima di inquietudine e di ricerca, si arriva al grande evento ecclesiale del Concilio Ecumenico Vaticano II, situato appunto a cavallo del tramonto di un'epoca storica e dell'aurora di un'altra in dolorosa gestazione.
Infatti le rotture provocate dalla seconda guerra mondiale diventeranno presto assai più vaste; coinvolgeranno tutta la società e si vedranno emergere con forza nuovi segni dei tempi che a poco a poco metteranno in discussione tutte le strutture sociali ed ecclesiastiche.
Fase tre
Nella terza fase, che comprende la fine degli anni '60 e i decenni che seguono, si fa sentire con straordinaria urgenza la necessità di una valida capacità di approccio verso i giovani. Essi, specialmente quelli della nuova giovinezza prolungata, ossia dai 18 ai 25 anni, si trovano in una complessa problematica che appare come una novità di fatto, veramente da evangelizzare.
Il Concilio aveva indicato delle piste sostanziali di rinnovamento pastorale: pensiamo ai contenuti delle quattro grandi Costituzioni: una nuova ecclesiologia! Ma vale la pena ricordare anche alcuni aspetti puntuali.
Alcuni esempi.
Nella costituzione «Gaudium et spes» si accenna alla nuova condizione giovanile e all'urgenza di affrontare la sua complessa problematica.
Nel decreto «Apostolicam actuositatem» si riconosce l'influsso di somma importanza che hanno i giovani nella società odierna. In particolare si riconosce la molteplicità di forme del loro associazionismo e si fa una descrizione nuova e duttile dell'Azione Cattolica indicandone quattro note costitutive, ma riconoscendo che varie organizzazioni (anche con altri nomi) «in cui, a giudizio della Gerarchia, si trovano tutte insieme queste note, si devono ritenere Azione Cattolica» (AA 20).
Nella dichiarazione «Gravissimum educationis momentum» (che dal titolo preparatorio di «Scuola cattolica» è passato attraverso ben 12 redazioni a quello di «Dichiarazione sull'Educazione Cristiana») si aprono gli orizzonti sul versante culturale della formazione e promozione umana della gioventù.
Nel decreto «Presbiterorum ordinis» si afferma un principio che verrà sviluppato più tardi (soprattutto nell'ultimo Sinodo dei Vescovi sui Laici nel 1987); esso ridimensiona un tipo piuttosto riduttivo di «parrocchialità» preconciliare, dando un'importanza più rilevante alla concreta realtà antropologica dei giovani e al concetto di «comunione» nell'ecclesiologia, applicandolo, in particolare, alla fraternità presbiterale e alla collegialità episcopale: «l'unione tra i Presbiteri e i Vescovi - dice il testo - è particolarmente necessaria ai nostri giorni, dato che oggi, per diversi motivi, le iniziative apostoliche debbono non solo rivestire forme molteplici, ma anche trascendere i limiti di una parrocchia o di una diocesi» (PO 7)
Infine, nel Messaggio del Concilio ai giovani, li si invita ardentemente a raccogliere e a portare avanti la grande Profezia del Concilio: «la Chiesa - proclama il Messaggio - durante quattro anni ha lavorato per ringiovanire il proprio volto; è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l'avvenire, il vostro avvenire... La Chiesa possiede ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». , questo, un appello programmatico per una pastorale giovanile profondamente rinnovata.
Oggi possiamo rileggere il Concilio molto più a fondo e in forma organica seguendo il criterio indicato (dopo venti anni) dal Sinodo straordinario dei Vescovi nel 1985.
Con il Vaticano II entriamo, dunque, in una fase di visione pastorale rinnovata. Non per nulla Papa Giovanni XXIII aveva voluto che il Concilio avesse un caratteristico taglio pastorale.
LA NOVITÀ DELLA ATTUALE CONDIZIONE GIOVANILE DAI 18 Al 25 ANNI
L'evento conciliare è collocato, come dicevo, in uno spazio storico di forte cambio epocale. Ha dovuto fare una accurata revisione dell'identità della Chiesa e lanciare poi un valido messaggio evangelico di risposta alle sfide emergenti.
Vari segni dei tempi hanno marcato la convivenza umana in alcuni aspetti vitali, percepiti con speciale sensibilità dai giovani. In positivo: la coscienza e partecipazione sociale, l'approfondimento della soggettività, la promozione della donna, l'umanizzazione del mondo del lavoro, gli aneliti popolari di liberazione, la sensibilità per i valori ecologici, la visione di una solidarietà universale, la ricerca della giustizia e della pace, la rivalorizzazione del «privato», ecc.; in negativo: il plagio di un pluralismo causante disorientamenti intellettuali e morali, l'individualismo, l'imborghesimento, la disoccupazione, la violenza, la droga, la superficialità e la cultura dell'effimero, l'indecisione, ecc.
L'esplosione del '68 segna una spaccatura generazionale; i giovani proclamano: «non fidarti di nessuno che abbia più di trent'anni».
La questione giovanile avrà successivi sviluppi preoccupanti per la Chiesa.
Da alcuni anni gli studiosi stanno offrendo al riguardo delle «categorie interpretative» che aiutano a capire la novità di situazione. Certamente tali categorie appaiono estremamente fluide e variabili, a volte anche settoriali e riduttive, ma riflettono fenomeni obiettivi. Val la pena ricordarne rapidamente le principali.
La categoria della «frammentarietà»: svanisce l'idea di una specie di «classe giovanile» solidale e uniforme, portatrice di istanze comuni. La massa giovanile si frammenta socialmente e nella coscienza soggettiva. Questo impedisce di dare una interpretazione unica o di applicare un approccio globale.
La categoria della «marginalità»: invece di un agognato protagonismo, la gioventù è venuta a trovarsi in una situazione marginale con limitata possibilità di partecipare, a causa dell'entrata tardiva al mondo del lavoro e per un certo distacco da responsabilità nella vita pubblica. Ciò ha avuto parecchie conseguenze, alcune pericolose.
Una categoria particolarmente delicata è quella della «lotta per l'identità»: caduta una identità collettiva di riferimento, i giovani sottolineano la necessità di conferirsela da se stessi autonomamente. Nasce così l'elaborazione individuale, o di piccoli gruppi, del proprio quadro di vita, del codice etico, delle appartenenze limitate. Si fa strada, senza però conflittualità clamorose, la deideologizzazione, intesa come relativizzazione di ogni quadro dottrinale e conseguentemente la tendenza libertaria. Vivono tante esperienze senza identificarsi con nessuna di esse. Viene di conseguenza la caduta della progettualità a lungo termine e la valorizzazione dell'immediato, dell'effimero.
Un'altra categoria, ancora, è quella della «complessità»: riflesso di una società e di una cultura ogni giorno più complesse. Una società e una cultura non a centro unico, ma a molti e a volte troppi centri; una società carente di chiara organizzazione e di governabilità e una cultura pluralista che favorisce il relativismo. Il risultato è una sostanziale fragilità dei processi di maturazione, con soggetti dotati di scarso senso d'appartenenza e di partecipazione.
In una simile società quindi emergono nuovi bisogni, per esempio di qualità di vita, di ricerca del mistero, di senso dell'esistenza, di richiesta di valori personali e interpersonali, di esplorazione di contenuti per il tempo libero, ecc.; questi bisogni, manifestati facilmente dai giovani, sono stati qualificati giustamente da qualcuno come «post-materialistici».
Ci troviamo così di fronte a una problematica pastorale veramente nuova. L'avere coscienza di questa novità e tentare di analizzarla e affrontarla è oggi compito urgente. Possiamo dire che in questo scorcio di secolo la questione giovanile - insieme alla questione operaia e a quella femminile - segna fortemente la vita della società.
Si è scritto che «certamente alla Chiesa postconciliare il problema dei giovani, per quanto riguarda la fede, si è posto in maniera drammatica, costituendo probabilmente il suo problema più grave... Essa è venuta incontro alle nuove sensibilità giovanili, anche se il numero dei giovani che ha potuto essere raggiunto è stato modesto rispetto alle immense masse giovanili del nostro tempo» (Civiltà Cattolica, 1985, n. 3247).
Questa valutazione rileva, da una parte, lo sforzo iniziato e, dall'altra, un orizzonte problematico ancora vasto e aperto.
Ma vediamo come si sta affrontando il problema.
Incominciamo a sottolineare la rilevanza pastorale che hanno alcuni orientamenti conciliari di fondo.
LUCI CONCILIARI
Per affrontare pastoralmente l'attuale novità giovanile si sono tenute in conto, in forma crescente, le linee di rotta marcate dal Concilio Vaticano II, approfondite e aggiornate anche in alcuni dei Sinodi dei Vescovi celebrati posteriormente.
Non penso si possa farne qui una lista esauriente. Però mi sembra doveroso indicarne alcune, che hanno influito o influiscono o debbono influire sul rinnovamento qualitativo della prassi pastorale.
La Chiesa: per un servizio di salvezza
La Chiesa, pellegrina nella storia, è concittadina del mondo: esige «contestualità». Vive da secoli al servizio degli uomini. La sua missione «non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di permeare e perfezionare l'ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico» (AA 5). Non si identifica con il Regno, ma ne è un inizio e una mediazione.
Il Concilio ha riscoperto gli specifici valori della laicità procedenti dal mistero della creazione; e d'altra parte il mondo laicista sta lasciando certi steccati ormai antiquati e si va accorgendo di vari apporti concreti del Vangelo. Tutto questo comporta, tra l'altro, di dare particolare importanza nella pastorale a una formazione cristiana assai concreta dei «fedeli-laici», affinché divengano protagonisti nel rinnovamento dell'ordine temporale. La promozione del laicato cambia la pastorale! Le esige dare vero rilievo alla contestualità; e così acquista un posto privilegiato anche l'impegno nel culturale, principalmente nel settore dell'educazione, formando i giovani a superare il pernicioso dissidio tra Vangelo e cultura.
Appare chiaro ed esigente che in un'ora di trapasso epocale, come quella che stiamo vivendo, l'impegno educativo dovrà avere nella pastorale giovanile una importanza straordinaria, incominciando già dai preadolescenti e dagli adolescenti.
La Chiesa, «immagine» del Dio vivente ed esperta in umanità, è luce di «verità salvifica» nelle culture: interprete competente e annunziatrice valida della Parola di Dio. È chiamata a discernere i segni dei tempi e ad illuminarli. Più che dedicarsi a difendere delle formule, deve saper lanciare il messaggio profetico per l'uomo d'oggi e di domani. Custode della novità suprema della Pasqua di Cristo, ne diffonde la luce sugli aspetti positivi di tutte le novità emergenti.
L'amore alla Tradizione viva esige sempre da lei una pastorale di futuro, che incomincia appunto tra i giovani. Ne deve conoscere i problemi e le sfide per farli approdare al Vangelo. Risulta perciò indispensabile avere una concezione chiara della «verità salvifica» in distinzione e in appoggio delle molteplici verità umane.
Il messaggio della Chiesa, però, non è solo di parole, bensì di testimonianza, di convivenza, di metodologia. I documenti sono utili e anche indispensabili, ma la prassi pastorale è fatta soprattutto di incontro di persone, di dialogo, di comprensione, di nuovo linguaggio, dai quali traspaia la verità salvifica.
Oggi è ormai un luogo comune parlare di «nuova evangelizzazione»; l'evoluzione culturale lo esige. I giovani, in particolare, hanno sete di ideali e ricercano in tanti modi le verità di fondo negli orizzonti dell'esistenza sociale, nella ricerca di un modello d'uomo, nella concezione della sua dignità, nel significato dell'amore e nelle motivazioni degli atteggiamenti di condotta. C'è urgenza di più chiara Parola di Dio, adeguata alle interpellanze della problematica giovanile. Bisogna che Cristo divenga compagno di strada: un Amico e un Maestro che esige scelte etiche e che approfondisce, attraverso il Magistero dei Pastori, la nuova dimensione sociale del fondamentale comandamento dell'amore.
La Chiesa: forza di comunione
La Chiesa, Corpo di Cristo tra gli uomini, è forza di «comunione organica». Essa è un «Corpo» vivo che, a maniera di sacramento, consta di una sola e inscindibile realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino, paragonabile al mistero del Verbo incarnato. In essa: istituzione e carisma, mediazioni gerarchiche e vitalità mistica, assemblea visibile e comunità spirituale, non sono due entità parallele ma due componenti inseparabili di un'unica comunione di vita e di missione, guidata e animata dal successore di Pietro e dai Vescovi uniti con lui (cf LG 8).
In questa comunità di fede, costituita dal Signore per essere Sacramento universale di salvezza, vibra continuamente la presenza creatrice e santificante dello Spirito Santo come coesione di comunione, come vigore per la missione, come sorgente di molteplici doni, come vincolo di armonia organica, come potenza purificatrice delle manchevolezze umane. Nessuno, in questo organismo atipico, è portatore o solo dell'elemento carismatico o solo dell'elemento istituzionale, bensì tutti partecipano (in modi diversi) di quella caratteristica «sacramentale» che rende organica l'inseparabilità delle due componenti.
Lo Spirito Santo effonde i suoi doni su tutti i membri del Popolo di Dio, in forma e in intensità diverse; e soprattutto in questi ultimi decenni lo ha fatto con particolare liberalità così da far esclamare al Papa Paolo VI che «noi stiamo vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito» (EN 75).
Ma nel suo agire come principio di unità, lo Spirito del Signore arricchisce con doni specifici coloro che ha scelti e consacrati per lo specifico «ministero di comunione», proprio del successore di Pietro e dei Vescovi; li assiste e li guida anche per il discernimento dei vari carismi; infatti, «il giudizio sulla loro genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono» (LG 12).
Queste precisazioni conciliari risultano preziose e indispensabili per la progettazione di una prassi pastorale rinnovata e qualificata con originalità da una vera comunione organica. Tutti (clero, religiosi e fedeli-laici) devono inginocchiarsi davanti alle autentiche iniziative dello Spirito; Lui è l'anima del Corpo mistico. «Nessun membro del Popolo di Dio, qualunque sia il ministero a cui dedica l'opera sua, riassume personalmente in sé, nella loro totalità, doni, uffici e compiti, ma deve entrare in comunione con gli altri. Le differenze sia di doni che di funzioni, convergono insieme tra loro e si completano a vicenda per l'unica comunione e missione» (MR 9,b).
Nella prassi ci sono stati, al riguardo, abusi e sorgono continuamente difficoltà e incomprensioni mutue. Se non si medita e non si assimila il contenuto di mistero e di comunione, che costituiscono il capovolgimento operato dal Concilio in confronto con la concezione verticalista che si aveva correntemente della Chiesa, non si potrà rinnovare autenticamente la pastorale.
Il Sinodo straordinario dell'85 ha affermato esplicitamente che «l'ecclesiologia di comunione è l'idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio». Certo, si tratta innanzitutto della comunione con Dio per mezzo di Cristo nello Spirito; ma è anche «fondamento per l'ordine della Chiesa e soprattutto per una corretta relazione tra unità e pluriformità nella Chiesa» (Sinodo '85).
La Chiesa, madre di tutti quale «Seconda Eva», è comunicatrice dell'AIleanza pasquale e genera «santità». Racchiude nel suo seno il mistero della fecondità, la potenza per vincere il peccato e la capacità di una continua generazione e crescita del Cristo attraverso la celebrazione dei sacramenti. La Vergine Maria, Madre di Dio, è il modello e la profezia della Chiesa pellegrina nei secoli.
Il Concilio ha rilanciato la vocazione universale alla santità. Lo sviluppo concreto dei segni dei tempi nei vari continenti comporta una pericolosa crescita dell'orizzontalismo e dell'indifferenza religiosa. Il grande Mistero rivelato nella storia è appunto quello che, passando per la Pasqua, proclama l'Alleanza della santità.
Ma la gioventù ha bisogno oggi che la santità le sia presentata in forma nuova, non come una meta di eccezionalità raggiungibile da pochi privilegiati, bensì come espressione di normale coerenza cristiana di vita. I cambi culturali ed ecclesiali esigono intelligenza e creatività per ripresentare la santità come traguardo comune della scelta battesimale. I giovani sono assetati di spiritualità; cercano sorgenti cristalline. Ebbene: per ripresentare creativamente la santità e per offrire fonti di vita urge la testimonianza personale e quotidiana dei pastori. Non si risolve la nuova questione giovanile con sole parole.
PROSPETTIVE PER UNA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Alla luce della frettolosa lettura storica che abbiamo insinuato, e in vista della forte novità culturale e dei grandi orientamenti del Concilio Vaticano II, mi sforzerò di determinare alcune esigenze di fondo che emergono dai non pochi tentativi di adeguamento che si sono fatti.
Già dieci anni fa, a Puebla, l'Episcopato latino-americano aveva concluso il suo attento discernimento sulla realtà pastorale del subcontinente con un proposito di rilancio «missionario» di tutta la Chiesa al servizio di una nuova evangelizzazione dei propri popoli.
Esplicitarono questo loro proposito con quattro grandi scelte operative; la seconda di esse è «l'opzione preferenziale per i giovani». Consideravano i giovani, assieme ai poveri, la ricchezza e la speranza della Chiesa; perciò davano priorità a una pastorale giovanile da realizzarsi con una prassi coraggiosa di comunione e di partecipazione.
Si sta vedendo, però, che per rendere operativa qualunque opzione concreta bisogna «progettare» un itinerario di interventi. È quello che si è cercato di fare in Italia durante questi ultimi anni.
Negli sforzi di progettualità si sono presi in considerazione quattro livelli complementari ispirati ai nuovi orientamenti del Concilio: la esigenza della «contestualità», le caratteristiche profetiche della «verità salvifica», l'originalità della «comunione organica» nel Popolo di Dio, e la meta della «santità».
Contestualità
La «contestualità» si riferisce alla Chiesa «concittadina del mondo»; dà importanza alla considerazione oggettiva della novità della questione giovanile. Ciò permette di misurare se la prassi pastorale è vitalmente pertinente o estranea, se è aperta al confronto e a un dialogo di convivenza, o piuttosto astratta e aulica. È vero che non pochi giovani oggi non sanno più a chi credere e sono disinteressati della Chiesa; però ce ne sono tanti che sentono anche delusione per la società consumistica, seguono un istinto di orientamento verso il Mistero, ricercano ideali, desiderano partecipare in qualcosa che abbia valore, dimostrando simpatia per Cristo.
La contestualità esige di saper unire simultaneamente le esigenze culturali della crescita umana con una scelta educativa che comporti un adeguato annuncio del Cristo: la mutua interazione tra Vangelo e cultura deve essere già connaturata nella stessa progettazione degli interventi e deve venir accompagnata da un costante atteggiamento di amicizia, mediante il quale l'operatore pastorale sappia farsi amare dai giovani.
Senza una metodologia adeguata alla contestualità sarà difficile concludere qualcosa.
C'è anche da ricordare - giacché qui ci si sta riferendo soprattutto ai giovani dai 18 ai 25 anni - che in loro assume particolare rilievo l'educazione ricevuta anteriormente e che, in una pastorale globale della gioventù, occupa un posto assai incisivo l'impegno della Chiesa per una educazione integrale dei preadolescenti e degli adolescenti.
Verità di salvezza
Le esigenze della «verità salvifica» proiettano nella pastorale l'aspetto della Chiesa comunicatrice della Parola di Dio. Questo aspetto fondamentale richiede uno speciale interessamento dei Pastori verso l'intelligenza, la capacità di giudizio, gli ideali di vita dei giovani, attraverso una coraggiosa e pedagogica volontà di proposta. L'esempio lo sta dando il Papa con molteplici iniziative, tra le quali ricordiamo il suo fervido appello «La pace e i giovani camminano insieme», la lettera «Ai giovani e alle giovani del mondo» del marzo 1985, i suoi numerosi incontri e dialoghi, l'istituzione del Giorno della gioventù la Domenica delle Palme di ogni anno.
Anche l'Episcopato italiano ha offerto un non piccolo apporto magisteriale con il «Catechismo dei giovani», con la preoccupazione per l'insegnamento della Religione nelle scuole secondarie superiori, con il piano pastorale per le vocazioni, con la nota pastorale per i criteri di ecclesialità dei gruppi/movimenti/associazioni, con l'invito esplicito a una progettualità pastorale, soprattutto a partire da Loreto.
La verità salvifica non è alternativa alla verità delle scienze, ma è fatta per convivere con essa in una cultura sempre più genuinamente umana. Essa porta con sé delle scelte di condotta, impregnate di valori etici, che tendono a costruire una unità esistenziale tra fede e vita.
I contenuti della verità salvifica non procedono semplicemente dall'evoluzione della storia dell'uomo; la loro fonte specifica è la rivelazione di Cristo; quindi bisogna rispettarne l'originalità. Ad ogni modo anche la verità salvifica è inserita nel divenire umano, anzi è destinata a farsi messaggio di salvezza per tutte le generazioni umane e a divenire risposta illuminante alle sfide suscitate continuamente dalla vita. Oggi, quindi, essa sta confrontandosi con la svolta antropologica, percorsa dal Concilio Vaticano II e approfondita da Giovanni Paolo II nell'enciclica «Redemptor hominis».
Purtroppo il tipo di studi ecclesiastici con cui si sono preparati in generale i preti fino ad ora, non facilita molto un servizio profetico strettamente vincolato con la cultura emergente.
Inoltre, c'è da aggiungere che la verità salvifica non si identifica con una semplice affermazione intellettuale da insegnare; essa fa pensare a Gesù Cristo, Parola di Dio, fatta di esistenza umana, di condotta di vita e di manifestazione di eventi di amore che hanno la loro espressione suprema in un dono di tutto se stesso nel sacrificio.
È quindi indispensabile, negli operatori pastorali, un modo di esistenza, di vicinanza e di convivenza con i giovani che renda trasparente e vicina una genuina testimonianza evangelica.
Perciò è assai importante che i giovani s'accorgano e vedano che l'operatore pastorale è davvero «uomo di Dio», che prega, che fa tutto per Cristo. L'autenticità del soggetto e della comunità a cui appartiene porta con sé un'efficacia che può far superare anche gli eventuali limiti della competenza antropologica e culturale.
Comunione
La «comunione organica» del Popolo di Dio fatto Corpo di Cristo tra gli uomini, esige un modo davvero nuovo di pastorale. I giovani sono molti e in gran parte slegati dalle strutture ecclesiastiche esistenti; hanno bisogno di vari tipi di intervento. D'altra parte lo Spirito del Signore ha suscitato differenti carismi e vocazioni appunto per loro.
Urge saper valorizzare le attuali pluralità d'intervento, far dialogare tra loro e far convergere le differenti e complementari ispirazioni animatrici, saper accettare la diversità dei gruppi promuovendone l'armonia, considerare le esigenze specifiche dei vari ambienti, ecc.
Insieme a dei criteri comuni, si dovrà dare spazio sufficiente a un pluralismo di applicazioni. C'è davvero una complessità di elementi da considerare, ci sono tanti operatori differenti (tra cui il protagonismo stesso dei giovani) e sorgono situazioni sempre nuove. Risulta perciò molto utile riunirsi, dialogare, progettare per poter dar vita a una più organica comunione d'intenti. Acquista sempre più importanza il ruolo, non di chi vuole inquadrare, ma di chi sa far dialogare, far convergere, far partecipare nella comunione di un'unica Chiesa.
Si è percepita ormai l'impossibilità di una programmazione dettagliata destinata ad asfissiare le iniziative esistenti o possibili. «La Chiesa - ci assicura il "Mutuae relationes" - non è stata istituita al fine di essere un'organizzazione di attività, ma piuttosto quale "Corpo vivo di Cristo per dare testimonianza". Essa, tuttavia, necessariamente svolge un lavoro concreto di progettazione e di coordinamento dei molteplici uffici e servizi, affinché insieme convergano in un'azione pastorale unitaria, nella quale si stabiliscono quali siano le scelte da seguire e quali gli impegni apostolici da proporre agli altri» (MR 20).
Sono vari i livelli ecclesiali di convergenza nella comunione, dalla Sede Apostolica giù giù fino alla parrocchia; si rende, dunque, indispensabile una duttilità di prospettive considerando soprattutto le esigenze concrete dei giovani.
Ma ci si può chiedere se così non si corre un rischio pericoloso: dando molto spazio alla duttilità, non si ridurrà quello della comunione?
Qualcuno ha scritto che la pastorale giovanile in Italia si presenterebbe come un «pulviscolo estremamente vario di esperienze pratiche, molto diversificato e in genere scarsamente elaborato a livello di riflessione teorico-pratica» (G. Angelini). Penso sia un giudizio di vari anni fa, troppo pessimista e ormai superato. Gli sforzi crescenti di progettualità stanno mostrando ben altro.
Santità
La meta della «santità», infine, va reinterpretata; esige una metodologia pastorale permeata dalla suprema finalità della crescita nella vita battesimale.
È un fatto indiscusso che i giovani, nonostante la loro condizione problematica, sono davvero chiamati alla santità. Anzi, la Chiesa ci assicura che la santità è meta oggettiva anche per gli adolescenti. La pastorale giovanile, dunque, dovrà puntare coraggiosamente su questo traguardo. Il Sinodo straordinario dell'85 ha affermato con forza che «oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità... I movimenti apostolici e i nuovi movimenti di spiritualità, se permangono rettamente nella comunione ecclesiale, sono portatori di grande speranza» (Rel. Fin. II, A, 4).
Questo aspetto esigerà di curare in modo costante e adeguato i grandi contenuti misterici della pastorale giovanile: la spiritualità, il cammino di conversione nella Riconciliazione, il primato della Parola di Dio, la centralità vitale dell'Eucaristia, la dimensione apostolica. È tutto un vasto campo ecclesiale da reinterpretare; senza di esso non c'è vera pastorale giovanile: è indispensabile che Cristo cresca tra i giovani!
Se, dopo aver considerato brevemente queste prospettive fondamentali per una nuova evangelizzazione, guardiamo all'ultimo decennio della pastorale giovanile in Italia, dovremo riconoscere che sono cresciute in varie diocesi delle risposte propositive e positive, che hanno dato speciale rilievo, in maniera differente, a questi aspetti. Ci sono poi anche gruppi, associazioni e movimenti che hanno saputo progettare e realizzare. Rimane, ad ogni modo, da fare ancora il più.
Da dove si è incominciato o da dove si deve incominciare?
Ecco: per quello che a me è dato vedere si è trattato, nei casi positivi, di dar inizio con serietà alla elaborazione pastorale di «progetti» in divenire, aperti all'evoluzione delle situazioni giovanili e a una revisione periodica dei contenuti e del metodo. Sono stati formulati dei progetti nelle varie aree complementari in cui era urgente intervenire, ossia: tanto a livello diocesano (a volte anche nazionale e più), come nei gruppi, nei movimenti e nelle associazioni, e anche negli specifici ambienti di peculiare attività evangelizzatrice. Dove si è incominciato a farlo, aumenta l'intelligenza della problematica, si va affiatando la responsabilità comunitaria, e si percepisce un crescendo della coesione ecclesiale.
VERSO UNA PROGETTUALITÀ DEL RAPPORTO TRA CHIESA E GIOVANI
Abbiamo costatato che c'è una questione giovanile nuova; essa è complessa ed esige una nuova evangelizzazione. Chi ha incominciato ad affrontarla, ha sentito la necessità di elaborare un «progetto» globale, anche se provvisorio. Si è così visto crescere il rapporto tra Chiesa e giovani in una circolarità creativa tra prassi pastorale e riflessione progettuale. Questo aiuta a ridimensionare tutta l'azione della Chiesa e a far sì che la diocesi nel suo insieme si faccia carico del problema giovanile. Sono sorte in questi ultimi anni varie tipologie di rapporto tra Chiesa locale e pastorale giovanile, prendendo nella dovuta considerazione i vari livelli di appartenenza alla comunità ecclesiale da parte dei giovani.
Elaborare un progetto diviene, dunque, un buon inizio d'impegno. Si stabilisce un quadro di riferimento a cui richiamarsi e un punto di incontro tra tutti coloro che sono chiamati e inviati ad evangelizzare i giovani.
Condizioni di un progetto
Se guardiamo alle elaborazioni progettuali già fatte, si deve dire che da esse si deduce che non basta avere semplicemente tanta voglia di lavorare. Risulta indispensabile una buona conoscenza della condizione giovanile nel contesto locale per stabilire le mete a cui tendere e le strade da percorrere. Nessuno potrà progettare qualche cosa di valido su ciò che non conosce con attenta considerazione.
Il progetto, però, non è semplicemente uno studio; porta sempre in se stesso una intenzione operativa. Chi lo fa intende tradurlo in pratica e perciò lo elabora in termini applicabili; procede per obiettivi raggiungibili e verificabili e non soltanto per ideali o principi, anche se questi sono presenti nell'intenzione di partenza. La sua tendenzialità è l'azione, volta a incidere e a modificare la realtà. È tutto indirizzato alla prassi; si immerge in essa ma con intelligenza per non annegarvisi.
Il progetto non è statico a maniera di norma; la provvisorietà che lo riveste è una categoria propria della Chiesa pellegrina invitata continuamente ad adeguarsi al mutamento. Neppure si riduce a una semplice programmazione con indicazioni organizzative e strumentali rivolte a obiettivi settoriali; per sua natura è in divenire e intende essere globale, anche se dovrà venir attuato gradualmente.
L'elaborazione del progetto richiede una costante riflessione operativa a vari livelli che interagiscono tra loro.
Il primo livello è una visione globale di fondo, costituita da un insieme di orientamenti chiari, quelli del Concilio sulla concezione dell'uomo e sulle finalità specifiche dell'intervento pastorale. Il Concilio Vaticano II rimane il presupposto fondante di una criteriologia metodologica. Questo primo passo non s'assomiglia a un piccolo trattato di antropologia o di ecclesiologia, bensì accompagna la lettura attenta di una condizione giovanile in contesto; la realtà, infatti, ammette oggettivamente delle differenziazioni anche pronunciate.
Un secondo livello è quello dell'analisi della situazione concreta in cui si dovrà applicare il progetto. È questo un punto sdrucciolevole e rischioso: si tratta di un'analisi interpretativa e non soltanto di una descrizione fenomenologica. All'aspetto interpretativo si aggiunge anche quello valutativo in vista di una efficacia pastorale. Esige perciò un discernimento assai delicato, che può offrire il fianco all'infiltrazione di elementi ideologici. L'esperienza ce lo insegna (anche a Puebla c'è stato questo pericolo). L'analisi dovrà sempre nascere, procedere ed essere informata da una visione e una finalità genuinamente «pastorali», con capacità critica nell'uso delle mediazioni di analisi, affinché non venga plagiata da precomprensioni alienanti.
Un terzo livello poi è quello delle scelte operative costituite dagli obiettivi e criteri di applicazione, legato ai dati delle esperienze. È importante non perdere di vista la presenza e la potenza dello Spirito Santo che interviene certamente nella prassi, che ha a sua disposizione degli efficaci canali ecclesiali e che lancia anche tante iniziative, inaspettate e a volte sorprendenti, non catalogabili scientificamente.
Infine, un quarto livello è quello della verifica per misurare obiettivamente la validità del progetto, il suo mordente sui giovani, i suoi limiti, l'importanza delle sue eventuali correzioni e, quindi, l'impegno normale di una continua riprogettazione. Si tratta infatti, come dicevamo, di un progetto in divenire.
L'itinerario dell'elaborazione di un simile progetto non è tanto facile, né tanto breve; ma assicura una vera serietà d'impegno. Potrà essere iniziato da un gruppo animatore rappresentativo, ma poi dovrà coinvolgere il maggior numero possibile di operatori, perché per la sua stessa natura dovrebbe assicurare la corresponsabilità, la partecipazione attiva e la collaborazione comunitaria.
L'esperienza e i vari tentativi che ho potuto vedere mi hanno convinto che la pastorale giovanile guadagnerà molto se poggerà su progetti bene elaborati e aperti in cui si sappiano coinvolgere in modo adeguato i giovani stessi.
Coinvolgimento dei ministeri e dei carismi
Nell'ultimo Sinodo dell'87 mi sono azzardato ad affermare, in un intervento in aula, che «oggi è divenuto ormai necessario elaborare dei progetti di pastorale giovanile che siano pratici e situati».
E aggiungevo: « opportuno, in particolare, far risaltare che lo Spirito Santo, principio animatore della vita della Chiesa, ha privilegiato di fatto questo settore della pastorale suscitando numerosi carismi a favore della gioventù. Sembrerebbe ovvio che tutti, nel Popolo di Dio, considerassero con più attenzione queste iniziative dello Spirito, discernendone i valori, apprezzandone le originalità, rispettando l'assegnazione dei loro spazi di azione. Oggi una pastorale giovanile aggiornata esige dialogo sia dei carismi tra loro, sia soprattutto dei carismi con i pastori; esige anche una certa elasticità "inter e superparrochiale", particolarmente nelle metropoli, per adeguarsi più realisticamente alla condizione giovanile concreta» (8 ottobre 1987).
L'ecclesiologia conciliare di comunione esige infatti di possedere e applicare una valida teologia dei carismi e dei ministeri per ispirare l'elaborazione di progetti che coinvolgano il numero più grande possibile di operatori e divengano una piattaforma comune e valida. Non è qui il luogo per approfondire una tematica così vasta, però bisogna riconoscere l'attuale effervescenza teologica sui ministeri e sui carismi e l'influsso che una seria riflessione al riguardo ha sulla pastorale.
Il Papa a Loreto ha affermato, da una parte, che «appare molto significativa e carica di promesse la grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti soprattutto laicali», e dall'altra che «affinché la ricchezza dei carismi... porti il suo pieno contributo all'edificazione della casa comune, è necessario il riferimento costante al proprio Vescovo».
Si tratta, dunque, di due aspetti complementari in mutua e positiva tensione, che aiuteranno ad affrontare seriamente il complesso ma promettente rapporto tra Chiesa e giovani.
IL MESSAGGIO Dl DON BOSCO PER UN APPROCCIO AI GIOVANI D'OGGI
Possiamo infine chiederci se Don Bosco - dopo più di un secolo, distanziato da noi ancora di più per la forte accelerazione della storia - possa offrirci un messaggio di attualità valido per un approccio ai giovani d'oggi.
Nella lettera «Iuvenum patris» del Papa la risposta è affermativa: il messaggio di Don Bosco richiede di essere approfondito, adattato, rinnovato in ragione dei mutati contesti socio-culturali ecclesiali e pastorali; «tuttavia - afferma il Santo Padre - la sostanza del suo insegnamento rimane, le peculiarità del suo spirito, le sue intuizioni, il suo stile, il suo carisma non vengono meno, perché ispirati alla trascendente pedagogia di Dio» (IP 13).
Permettetemi di indicare alcuni spunti del suo messaggio, in forma assai concisa, a modo di temi generatori.
Il suo costante impegno di ortoprassi pastorale, ossia la duttilità a un approccio alla realtà continuamente in divenire. Egli è stato un pragmatico della pastorale, in profonda unione con lo Spirito del Signore e costantemente attento alle interpellanze congiunturali.
Non indulgeva a precomprensioni ideologiche; non gli bastava interpretare la condizione giovanile, ma si dedicava con inesauribile spirito d'inventiva a cambiarla. Come dice il Papa nella lettera citata: «Egli insegna a integrare i valori permanenti della Tradizione con le "nuove soluzioni", per affrontare creativamente le istanze e i problemi emergenti» (IP 13).
La sua opzione preferenziale per i giovani: «basta che siate giovani - diceva - perché io vi ami assai»; «qui con voi mi trovo bene, è proprio la mia vita stare con voi». Il Papa ricorda appunto, quale lezione venuta da lui, come prima e fondamentale urgenza pastorale quella di «andare ai giovani». Il dono di sé ai giovani, per Cristo: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita». Una simile opzione Don Bosco la viveva quotidianamente con la non facile metodologia del «farsi amare» da essi.
Il suo senso cristiano dei valori della laicità, quali doni della creazione del Padre. La scelta di campo tra i giovani bisognosi gli ha fatto sperimentare che la salvezza portata da Cristo non è un qualcosa che possa prescindere dai valori umani e dalla loro promozione. La convivenza con «i piccoli e i poveri» gli insegnava l'indispensabilità dell'educazione, la necessità di una preparazione adeguata al mondo del lavoro, l'importanza pedagogica del gioco, della musica, del teatro, l'utilità della tecnica e i valori del progresso orientati dalla carità pastorale.
La sua collaudata metodologia di unità tra Vangelo e cultura: la pastorale per lui non è solo catechesi e liturgia, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Sa stare con i giovani «non solo con cotta e stola», come mi diceva un arcivescovo. Il Papa ammira questa capacità di Don Bosco di «stabilire una sintesi tra attività evangelizzatrice e attività educativa... Egli si situa all'interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione, nella convinzione che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano per portare i giovani a impegnarsi generosamente nella vita» (IP 15).
La sua elaborazione di una spiritualità giovanile appropriata: ha creduto sempre che la meta normale del battesimo, anche tra i giovani (e gli adolescenti), è la crescita nella partecipazione alla vita di Cristo; in tal senso seppe realizzare con esito una vera pedagogia della santità. Certo, oggi il concetto di santità - come abbiamo visto - ha bisogno di essere culturalmente ricuperato, però la santità in se stessa è appunto la meta a cui chiede di riferirsi con insistenza il recente ultimo Sinodo dei Vescovi, parlando dei laici (cf RF II, A, 4). In definitiva: il messaggio profetico di Don Bosco sta nel suo progetto operativo globale; tendeva a coltivare con i giovani tutto ciò di cui abbisognavano per crescere in umanità, ma era oggettivamente guidato dal primato della fede per realizzare, in forma adeguata alle possibilità, le più autentiche esigenze del battesimo cristiano.
CONCLUSIONE
Abbiamo dato uno sguardo assai rapido e a modo di flash sul complesso rapporto Chiesa e giovani in Italia, per centrare l'attenzione sulla novità della questione giovanile oggi, dai 18 ai 25 anni. Ci siamo affacciati su un mondo in larga parte tuttora non esplorato dai Pastori, perché di recente formazione e assai variegato; tuttavia un mondo ricco di promesse e nel quale la fede è chiamata a trovare una base di lancio verso il Terzo Millennio. Se ne vedono già promettenti fermenti dal di dentro della massa giovanile e anche iniziative, magari solo incipienti, da parte di non poche comunità ecclesiali. Giustamente si è scritto che oggi «la Chiesa, prima di sentire i giovani lontani da sé, sente se stessa lontana dai giovani, dunque in una tensione missionaria che la spinge a non essere lontana e ad essere debitrice di verità, di carità e di solidarietà... La Chiesa italiana su questo punto non è una Chiesa seduta; semmai è una Chiesa in fermento, talora divisa, che deve certamente crescere, convertirsi ai giovani come a specifica categoria di 'barbari", uomini dal sangue nuovo nel senso coraggioso e creativo inteso da Gregorio Magno» (C. Bissoli).
La tensione missionaria delle diocesi italiane si sta muovendo verso una progettualità organica centrata sui valori ecclesiologici della «comunione» che implicano convergenza e partecipazione, senza uniformità, da parte di tante componenti vitali differenziate. I ministeri nella Chiesa sono chiamati a dialogare con i carismi; anzi essi stessi sono arricchiti con speciali carismi appunto per questo dialogo. L'anima della Chiesa è, come abbiamo sottolineato, lo Spirito Santo, sorgente inesauribile di molteplici doni proprio in vista della comunione.
Non ha senso realistico il voler inquadrare la ricchezza dei suoi doni in una organizzazione istituzionale unitaria. Basti pensare, come esempio, alla pluralità dei carismi di vita consacrata, collaudati nei secoli: ognuno di essi ha una sua identità che rimane restia ancor oggi a una stretta catalogazione da parte degli studiosi giuristi. Lo Spirito del Signore non si lascia inquadrare.
Anche tra i laici, e in particolare tra i giovani, lo Spirito si sta dimostrando fortemente creativo. Se è suonata l'ora del laicato, bisognerà prendere atto con gioia e gratitudine dell'intervento dello Spirito Santo che si rifletterà su una molteplicità di gruppi, di policrome spiritualità e di svariati impegni apostolici.
L'intento di una progettualità di comunione organica non potrà, perciò, essere un inquadramento uniforme: non c'è nessun ministero nella Chiesa che faccia divenire qualcuno padrone del tutto. Bisogna subito aggiungere, però (come abbiamo già ricordato), che il «Capo» del Corpo che è la Chiesa è Cristo stesso; egli ha istituito il ministero episcopale per il bene di tutto l'organismo, ossia per la comunione ecclesiale, che è organica nel senso conciliare di essere simultaneamente carismatica e gerarchica. Infatti, «gli stessi doni, immessi dallo Spirito, sono precisamente voluti da Cristo e per loro natura diretti alla compagine del Corpo, per vivificarne le funzioni e le attività» (MR 5).
Appunto in questo senso lo Spirito Santo è il principio vitale di unità nella Chiesa e richiede nei portatori dei suoi doni un riferimento di comunione reale e vissuta esplicitamente con il Papa e con i Vescovi, coadiuvati dai presbiteri, nei loro servizi ministeriali per l'incremento della comunione del tutto.
Questa visione ecclesiologica di fondo esige un ripensamento di tanti atteggiamenti. La dimensione comunionale invita a riprogettare con coraggio la pastorale giovanile. Ecco gli orizzonti di un immenso lavoro di Chiesa tra i giovani, all'aurora di una nuova e promettente epoca storica.

