Faccia a faccia con l’«altro»



    Colloquio con Lévinas e Arkoun

    (NPG 1991-07-50)


    Per comprendere appieno come la parola «etica» nulla abbia a che fare con astratti esercizi accademici ma al contrario sia totalmente calata nella realtà più comune e quotidiana, basta fare una visita a quello che è oggi considerato - e a ragione - il filosofo dell'etica per eccellenza: Emmanuel Lévinas.
    Testimone, tra gli ultimi, di una stagione ormai «mitologica» del pensiero speculativo del Novecento (prima allievo di Husserl poi vicino ad Heidegger), questo ebreo lituano ottantacinquenne dagli occhi mobilissimi e sorridenti, nella sua vita intellettuale non ha fatto altro che cercare l'essenziale e il semplice. Ed è arrivato infine alla conclusione che l'enigma dell'esistenza ruota attorno alla più frequente delle esperienze che ci è dato compiere: il faccia a faccia con l'altro.
    È lì che è racchiuso il segreto supremo della vita; in quel volto che abbiamo di fronte e che mai riusciremo ad afferrare per intero, riconducendolo a noi stessi. Anche se impiegheremo tutta la nostra conoscenza, tutta la nostra forza. Al contrario, se assumeremo questo limite, e rinunceremo a questo possesso, potremo finalmente liberarci dalla nostra gabbia ritrovando la nostra identità. Proprio questa rinuncia ad «afferrare, prendere» per rendersi invece disponibili a «darsi, svuotarsi», e ciò che Lévinas chiama etica.
    «Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui io contemplo ancora soltanto dei dati, ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto, sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia. Ed è qui che nascono per me, assieme l'ordine e l'obbligo.
    L'altro diventa allora «il mio padrone». E io, solo io, ne sono responsabile.
    Qui, in questa bontà disinteressata cui sono chiamato, sta il bene, e dunque l'etica. La Bibbia lo dice: cos'è l'essere umano? Obbligo verso la vedova, l'orfano, lo straniero. Quindi è nel volto dell'altro che c'è Dio, e per me, tutta la teologia».
    Se ne deve desumere che questa idea di etica sia inapplicabile per il laico, il non credente?
    «Al contrario. Semplicemente, il nome di Dio mi sembra perfettamente appropriato per esprimere questa apparente contraddittorietà della dolcezza del volto e del suo imperativo. Dio, se possiamo dir cosí, non è nient'altro che il bisogno, l'esigenza sempre incolmabile che l'altro presenta a ciascuno... Penso a Dostoevskij quando dice che tutti sono colpevoli per tutti, ma io più di ogni altro. Tutto poggia sulle mie spalle. Questa è l'elezione cui sono chiamato».

    Prima obiezione

    E qui però sorge pure la prima obiezione, forse un po' primitiva. Perché nell'idea di bene, prioritario è quello dell'altro, e non il mio proprio?
    «Perché l'io non ha senso se non trova la propria identità riferendosi all'altro. E in modo gratuito. Che poi tutto ciò non venga confermato statisticamente nel comportamento collettivo, poco vuol dire. Resta il paradosso della Bibbia che chiama alla bontà, alla carità senza ricompensa, interrompendo così il buon senso dell'uomo, animale interessato. Le idee del liberalismo sono valide a tutt'oggi, ma io credo che da sole, senza la carità, termine che ci siamo un po' dimenticati, non possono risolvere fino in fondo i nostri problemi».
    D'accordo. Mettiamo dunque che quello etico sia un rapporto totalmente disinteressato. Resta però, intatto, il problema della giustizia, che tutt'al contrario introduce una relazione necessariamente regolata, «economica» e in certa misura violenta.
    «Abbiamo visto come si stabilisce il rapporto tra i due... Però c'è sempre un terzo. Ecco dunque la necessità di una politica, di uno Stato, di un giudizio. La politica è appunto la forma dell'etica quale si presenta dove vi è molteplicità. La giustizia in politica, però, non giunge mai a compimento, perché appunto intende regolare ciò che è interamente gratuito. Pertanto il mio obbligo nei confronti dell'altro non si esaurisce mai nella giustizia.
    Nel Talmud la questione è posta chiaramente: come conciliare la giustizia che pronuncia il verdetto, con l'obbligo etico verso l'altro? La risposta è: prima che si pronunci il verdetto è necessario che la carità taccia, ma non appena il verdetto viene pronunciato, la carità tornerà a imporsi. Capisce cosa voglio dire? Che la responsabilità morale comporta tensione. Non è una formula che tutto sistema. Mi capisce?».
    La capisco, la capisco. È solo che non vedo intorno a me lo Stato di Davide, ma piuttosto quello di Cesare. E quanto all'individuo contemporaneo, il suo comportamento non mi sembra affatto disinteressato, ma al contrario egoistico e calcolatore.
    «Credo si debba correre il rischio dell'inefficacia, se si vuol pensare davvero. Quando la filosofia ha preteso di fondare razionalmente la verità, spesso si è assistito a una giustificazione più o meno esplicita di violenza, guerre, omicidi.
    Per cui me la caverò citando Vasilij Grossman, quando parla della piccola bontà. Dice che è piccola perché non ha mai sconfitto il male. Tuttavia, nep pure il male l'ha mai sconfitta... E in proposito racconta una storia che si svolge nella Russia sovietica. I tedeschi sono in fuga. Vengono fatti uscire da una cantina in cui hanno torturato molte persone. Hanno tutti contro. Tra loro c'è un ufficiale, colpevole di molti assassinii, che ha fame. Una vecchia donna russa ha con sé del pane e glielo offre. È una scena molto bella e totalmente irrisolta, come la vita del resto...».
    Saluto Lévinas, e ripensando alla storia di Grossman sullo straniero minaccioso, mi avvio a incontrare quello che oggi l'Occidente considera la minaccia per eccellenza: l'oscuro, temibile, incomprensibile Islam, che nel mio caso si incarna in un'appassionato signore algerino, Mohamed Arkoun, una delle maggiori autorità in materia.

    Ignoranza storica

    Professore alla Sorbona, autore di importanti volumi (Pour une critique de la raison islamique e Islam: morale et politique), è ora anche consulente della prima vera e propria Biblioteca araba e islamica italiana, ideata dall'editore Marietti per sanare una falla culturale di non poco conto del nostro paese. Non foss'altro perché il tema riguarda ormai un terzo della popolazione mondiale.
    «Tutti i giornalisti occidentali che vengono da me, cominciano sempre parlando di Noi e Voi. E questo Voi comincia da molto lontano. Anche se è il frutto di una assoluta ignoranza storica, visto che le radici di cristianesimo e islamismo sono le stesse. Medesimi i riferimenti religiosi; profetismo, rivelazione. Identica l'etica: poiché quella dei Dieci Comandamenti la si trova tal quale nel Corano.
    Vede bene dunque che l'avventura è la stessa. Solo che a partire dal XVI secolo, Rinascimento, Protestantesimo, e Secolo dei Lumi producono nel mondo occidentale un sommovimento che l'Islam non conosce, incapace com'è, dal Medio Evo in avanti, e per ragioni storico-politiche che non sto qui a raccontare, di produrre una elaborazione teorica e religiosa degna di rilievo. Però c'è una bella differenza tra valutare modificazioni e strappi storici, e quello che invece resta, intatto da sempre, come problema filosofico comune: la verità, l'etica, il senso ultimo della vita. Problema che peraltro né cristianesimo, né società secolarizzata, né Islam sono riusciti a risolvere. Con l'aggravante, per quanto riguarda l'islam, che la questione oggi è mal posta. Né penso la si possa porre correttamente».
    E perché non è possibile?
    «Perché a partire dal 1950 tutti i paesi musulmani, senza eccezione, sono stati obbligati a condurre lotte di liberazione contro gli antichi colonizzatori. E da qui sono nati Stati fondati su equivoci colossali. Per almeno due ordini di motivi. Il primo risiede nell'ideologia nazionalista, importata dall'Occidente occidentale; dunque totalmente estranea a questi popoli, ma che pure ha finito per concentrare e immobilizzare l'immaginario collettivo di quelle realtà. Il secondo motivo è l'Islam medesimo, inteso come risorsa atta a legittimare queste nuove classi dirigenti che si andavano imponendo. Quale Islam però? Un Islam intellettualmente deteriorato perché, come si è detto, dal XII secolo in poi non si era elaborato più nulla di nuovo. E siccome oggi la gente ignora totalmente la ricchezza del periodo medievale, concentra tutta la sua attenzione sul Corano, peraltro impossibile a leggersi se mancano quei fondamenti.
    Viene fuori così una sorta di bricolage intellettuale, con il Corano tirato a sinistra e a destra come un elastico: due versetti per dir bene del socialismo, due della democrazia. E così un libro sacro finisce per non produrre più né teologia, né etica, ma solo ideologia... Quanto non capisco però è perché se in Occidente non si legge più la
    Bibbia, la cosa non desta alcuna sorpresa, mentre la reazione è opposta se i musulmani non leggono, o leggono male, il Corano».
    Forse la ragione è più semplice di quanto non si creda, professore. L'uso della Bibbia, che pure in passato ha determinato parecchi disastri, oggi, non ne produce altrettanti. Mentre quello del Corano ancora sì.
    «Questo è solo parzialmente vero. Basti pensare alla recrudescenza di certo fondamentalismo ebraico (non c'è solo quello islamico), o alla politica di Israele verso i palestinesi. Resta comunque totalmente illogico accostare la politica omicida di Saddam Hussein al Corano. Sarebbe come mettere insieme Mussolini e i Vangeli, o Stalin e l'etica aristotelica. Le nuove classi dirigenti delle nostre parti di mondo, le ripeto, non hanno nulla a che fare con la tradizione islamica».

    La carta dei diritti

    Torniamo per un attimo all'etica. Molto si sono criticati, in Occidente, i limiti ferrei imposti al libero arbitrio dalla vostra religione. Al punto che Marlaux ebbe modo di scrivere: «Questa religione si è sempre occupata moltissimo di Dio e pochissimo dell'uomo».
    «Senta, la questione del libero arbitrio, come tutti i problemi teologici e etici della tradizione occidentale, sia religiosa che «pagana», sono stati esaminati in lungo e in largo nel mondo musulmano. E talvolta con largo anticipo, come Averroé insegna. Quanto poi a Malraux, è sorprendente come grandi figure della cultura occidentale dicano assolute stupidaggini ogni volta che parlano dell'Islam. La verità è che la percezione collettiva che l'Occidente ha dell'Islam è perennemente viziata da un senso di superiorità: noi abbiamo la Ragione, e grazie ad essa abbiamo risolto tutto! E no, mon cher ami, le cose non stanno così. Il primato morale dell'Occidente è il risultato di un colpo di forza storico, non il frutto di una reale investigazione intellettuale, comparabile a quella avuta in biologia, fisica, chimica. No, in ambito filosofico-morale si è semplicemente proceduto accantonando le comuni radici religiose, e seguendo pedissequamente le regioni della Tecnica da imporsi poi al mondo intero».
    Dunque, professor Arkoun, cosa resta da fare?
    «Resta da riprendere insieme una comune riflessione, innanzitutto sull'etica. Perché il concetto di responsabilità, io non lo vedo applicato in Islam ma neppure in Occidente, che pure essendo più potente, dovrebbe esserne maggiormente investito. Il rapporto di sfruttamento e disinteresse per il Terzo mondo continua a dimostrarlo. Da qui la necessità comune di tornare a una critica della ragione religiosa, islamica e cristiana, accompagnata a quella del- la ragione illuminista; una critica capace di esprimersi sugli statuti di verità contenuti nei testi sacri così come su quella dei testi propri dell'elaborazione razionalista.
    Non mi sembra però che l'Europa, nel cui risveglio spero ancora molto, abbia, sin qui, fatto propria questa strada. Lo dimostra la nuova carta dei diritti dell'uomo stesa a Parigi, la settimana scorsa. C'era tutto l'Occidente, da Vladisvostok a San Francisco. E il resto del mondo? Forse che la cosa non lo riguarda?».
    L'altro come prossimità (Lévinas) e l'altro come fantasma (Arkoun) si intrecciano e si sovrappongono. E il tema, centrale per qualsiasi ricerca etica, mostra di essere ancora molto lontano dall'aver trovato una qualche stabile soluzione.

    (Franco Marcoaldi, Repubblica, 4 dicembre 1990)