I poveri della terra, la rete di solidarietà e una politica planetaria



    Intervista a Ettore Masina

    (NPG 1991-3/4-75)


    Sono nato nel 1928 e quindi ho fatto in tempo a fare i conti, così come lo può fare un ragazzetto, con il regime fascista.
    Un'esperienza esemplare lo può rilevare.
    Frequentavo la quarta elementare e avevo vinto a nove anni gli agonali del regime fascista per la provincia di Varese: sono diventato la gloria della mia scuola, perché avevo battuto i ragazzi della quinta elementare, ed ero stato uno dei vincitori di tutta la provincia. Gli agonali fascisti venivano strutturati in questo modo: c'era un tema che veniva dato a tutti. Nella fattispecie ricordo l'inizio del mio componimento che suonava all'incirca così: «Duce, moderno Cesare, che portasti e porti l'Italia a sempre più alti destini...»; la retorica del regime andava ad imbevere persino i bambini. Affrontata la prima selezione si andava nella sede provinciale; lí ci venne proposto un tema del seguente tono: «Il camerata deve essere per te un fratello, perché vive come te, la pensa come te, perché nella battaglia lo troverai al tuo fianco».
    Dopo questo tema chi aveva avuto un buon quoziente andava ad affrontare gli esami orali. Essi vertevano su due catechismi che si richiamavano: «Il primo libro del fascista» e «Il secondo libro del fascista»; erano fatti esattamente come il catechismo di Pio X, cioè a domande e risposte. Poi c'era un esame di cultura generale, nel corso della quale mi fu domandato quali erano i rapporti tra Mussolini e D'Annunzio.
    Avevo un padre che aveva conosciuto molto bene D'Annunzio, ed avevo saputo che tra il poeta e Mussolini c'erano delle grandi ostilità, soprattutto negli ultimi anni della vita di D'Annunzio.
    Io candidamente risposi alla domanda della commissione che Mussolini e D'Annunzio non andavano granché d'accordo. Il presidente della commissione, un federale grande e grosso, vestito di nero, diede un pugno sul tavolo, si alzò e gridò: «Di chi è figlio questo ragazzo?». Quando gli fu risposto che ero figlio di un colonnello dei carabinieri, tutto si riacquietò. Questo episodio mi è rimasto in mente perché, andando pochissimo avanti con gli anni, ho capito benissimo che, se fossi stato figlio di un semplice operaio, mio padre sarebbe stato pronto per il confino.

    Il confronto con una famiglia di perseguitati

    Parlo del confino perché ad esso è legato un altro grandissimo evento della mia vita infantile, quello che determinò alcune delle mie prese di posizione in politica. Un giorno mio padre tornò a casa e alla solita domanda di mia madre intorno al lavoro da lui svolto nella giornata, egli raccontò che era stato, come ogni mese, alla commissione di assegnazione degli antifascisti al confino. Parlò con grande ammirazione di una famiglia di comunisti, la famiglia Pajetta, raccontando appunto che un figlio si trovava in carcere (era Giancarlo), un altro era andato a combattere in Spagna, la madre Elvira era stata più e più volte perseguitata. Insomma questa famiglia fu presentata da mio padre, che non era fascista, certamente comunque molto anticomunista perché monarchico, come una famiglia che dava una testimonianza di altissimo livello morale.
    Io credo che se poi nel corso della mia vita da un lato ho sentito il grande fascino della politica, e dall'altro lato, benché cattolico praticante, non sono mai stato un nemico dei comunisti, questo lo si deve grandemente anche al fatto che io, così bambino, pure imbozzolato in un sistema che invece mi ripeteva ogni giorno l'idea bolscevica e stereotipi del genere, mi sono reso conto (incredibilmente in una casa di monarchici di ceto medio alto) che invece c'erano anche dei comunisti che erano delle persone altamente rispettabili.

    La povertà di massa nel Sud e il cambiamento radicale

    A vent'anni, essendo un simpatizzante per i gruppi giovanili della Democrazia Cristiana, fui invitato ad un convegno a Brindisi sulla riforma agraria. Anche questa è una tappa che ha segnato moltissimo la mia vita, perché io, in quanto fucino, avevo svolto per lungo tempo un'attività nella conferenza di San Vincenzo, e sapevo quindi che esisteva al Nord una povertà marginale: allora la previdenza sociale era quello che era; c'era il flusso dell'immigrazione, c'era della gente che viveva in condizioni di estrema povertà; ma in una zona ricca come Varese la povertà vera era di pochi.
    Scendere nel Sud e parlare con i giovani del Sud fu per me una grandissima esperienza; lì mi resi conto che invece c'era una povertà a livello di massa.
    Tornai indietro niente affatto convinto a mettermi con la Democrazia Cristiana, ma molto convinto a pensare che si richiedeva un grandissimo impegno politico per riscattare questi poveri.
    Per cui la mia scelta di una sinistra generica fu fatta subito, e tutto il mio impegno che io portai, sia in sede cattolica, sia in sede testimoniale fra gli amici prima della Fuci ma poi come giornalista (diventai giornalista a venticinque anni), fu sempre una scelta di un cambiamento radicale e non di piccole riforme; e questo mi portò spesso a collaborare con comunisti e socialisti, non in forme organiche e istituzionali, però con una simpatia molto marcata per loro. Anche se nel '48 partecipai al grande terrore dell'arrivo imminente dei cosacchi ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro.

    Il Terzo Mondo da vicino

    Più tardi dovetti fare l'esperienza del Terzo Mondo. Fu un'esperienza terribile, perché mi rivelò che c'era una parte enorme di umanità che stava malissimo, e lo vidi con i miei occhi; e questo richiese per me un impegno politico determinato.
    Ho visto da vicino il Terzo Mondo attraverso gli occhi del giornalista, ma all'interno di un discorso di fede. L'impegno che sbocciò in me da prima (io non sono mai stato uomo di partito perché non riesco a tollerare le discipline), mi portò a pensare che bisognava fare qualche cosa subito, che avesse una valenza profonda qui e ora. Quindi formai una «rete di solidarietà con il Terzo Mondo». La fondai ventisei anni fa; è partita prima come una organizzazione, del tutto informale e spontanea, di volontariato, di autotassazione, che aveva un indirizzo eminentemente assistenziale per il Terzo Mondo. Fu la prima organizzazione in Italia che si occupò del problema 'dei profughi palestinesi.
    E poi dopo essa fu portata dai grandi avvenimenti, il primo quello della guerra dei sei giorni, il secondo l'esperienza di rapporto con una comunità del Brasile, a capire che oggi l'amore cristiano o si trasforma in politica o non è amore.
    Politica significava per me voler cambiare profondamente le cose. Per usare una metafora: ci sembrava che non si potesse pensare di curare le ustioni ad un bambino con gli abiti in fiamme.
    Anzitutto, o contemporaneamente alle cure andavano anzitutto spenti gli abiti, o le ustioni avrebbero continuato a far morire il bambino.

    Dal para-politico alla politica

    Questo fu il mio tragitto politico nell'interno di quella esperienza che io andavo vivendo nel para-politico, chiamiamolo così, cioè nel politico non partitico, non organizzato, non parlamentarizzato.
    Mi accadde che si fece vivo il partito comunista, attraverso una federazione toscana in cui questa rete che avevo fondato si era particolarmente diffusa, per offrirmi una candidatura. Questa candidatura nasceva dal fatto che io, andando più volte in provincia di Pistoia, avevo parlato dei grandi temi internazionalisti ed avevo trovato la piena adesione di molti compagni internazionalisti di quella federazione. Naturalmente mi si proponeva di entrare nelle liste del partito come indipendente, e non mi si richiedeva nient'altro; si volevano valorizzare i discorsi che io facevo e l'apporto culturale che io potevo dare. Naturalmente c'era anche la speranza che io raccogliessi consenso e voti dai cattolici.
    Comunque, dal momento che non mi si chiedeva nient'altro che una candidatura, lasciandomi perfettamente libero sia per quello che riguardava la campagna elettorale e quello che avrebbe riguardato poi il mio inserimento in parlamento, finii con l'accettare.
    Volevo infatti interessare il parlamento ai rapporti tra il mondo del benessere e il cosiddetto Terzo Mondo, avendo per certo che la politica che l'Italia faceva nei suoi confronti era mac chiata da due grandi colpe: l'incomprensione del Terzo Mondo e una scelta politica di conservazione.
    Ci fu uno spostamento da Pistoia a tre circoscrizioni del Nord e venni eletto in due di esse. Optai per quella che era stata in origine la mia terra (la Val Camonica) e subito, entrato in parlamento, chiesi ed ottenni di entrare nella Commissione degli esteri. Vi andai come rappresentante della politica estera del gruppo della Sinistra Indipendente, un nuovo gruppo che si era costituito con venti deputati. Nelle successive elezioni sono stato confermato e recentemente ho avuto la gioia di essere eletto all'unanimità da tutti i partiti Presidente del «Comitato per i diritti umani».

    Fede cristiana e impegno politico

    Questo è stato il mio percorso politico; quello religioso è molto simile, e profondamente intrecciato con il primo.
    Il fatto che io fossi andato maturando la consapevolezza che c'erano i poveri, che i poveri erano tanti, anche se non ne avevo ancora perfetta coscienza, fu elaborato ulteriormente dal Concilio Ecumenico di Papa Giovanni. Lavoravo allora come giornalista al Giorno di Milano, come inviato speciale.
    Italo Pietra, il direttore, che non era un credente ma un giornalista estremamente sensibile, mi mandò a chiamare e mi disse che questo sarebbe stato un evento certamente importante. Scelse me per seguirlo e cominciò a mandarmi a Roma, periodicamente, a seguire i lavori preparatori.
    Il Concilio, tra le mille cose bellissime, fu anche una grande presentazione del Terzo Mondo al mondo cattolico. Era il primo Concilio ecumenico al quale partecipavano anche i continenti extraeuropei, e i loro rappresentanti non erano più, come in quello precedente, vescovi di derivazione europea; questa volta vi arrivavano i vescovi autoctoni. Alcuni di essi poi erano davvero delle forze dirompenti: c'era Helder Camara e tanti altri. Questi vescovi parlavano con grande forza delle masse del Terzo Mondo, spiegando bene per la prima volta (cosa che non aveva mai fatto la nostra storiografia) che cosa fosse successo nel Terzo Mondo e come grandi popoli erano stati sterminati dai conquistadores, dai re cattolici, e come anche la Chiesa avesse avuto parte in questa spoliazione dei popoli poveri.
    Per questi popoli i vescovi chiedevano innanzitutto il risarcimento di un genocidio culturale e fisico, e con forza rivendicavano i loro diritti. Questo suscitò in me una profondissima risonanza perché veniva congiungendosi a tutto quello che io venivo maturando.

    Giornalista al Concilio

    Fui particolarmente sensibile poi alla predicazione di un prete operaio che veniva da Nazareth; si chiamava Paul Gauthier.
    Costui era stato, da professore del Seminario di Digione, in grande rapporto con i preti operai, e aveva chiesto ed ottenuto dal suo vescovo di andare a Nazareth a vivere come Gesù del lavoro delle proprie mani. A Nazareth era diventato carpentiere, come il figlio di Giuseppe, e lavorava in mezzo alla popolazione araba. Lì era andato maturando alcune sensibilità particolarmente evangeliche: anzitutto il fatto che la chiesa dovesse, in mezzo ai poveri, essere una chiesa povera. Si rifaceva molto a quel bellissimo discorso tenuto da Papa Giovanni l' 11 settembre del '62 (un mese prima dell'apertura del Concilio) in cui aveva detto che la chiesa, quale è e vuole essere, è la chiesa di tutti, ma specialmente la chiesa dei poveri.
    Paul Gauthier allora viveva intensamente questo problema: una chiesa dei poveri che compare povera nei suoi sacerdoti e nei suoi vescovi, e che in un secondo luogo difende con forza i diritti dei poveri; fu quello che in seguito si denominò l'opzione preferenziale per i poveri.
    Questo prete, incardinatosi nel clero di rito melchita, fu inviato dal suo vescovo a Roma alla prima sessione del Concilio, per portare questa grande sensibilità ai padri conciliari. Venne a Roma con alcuni confratelli, alla prima sessione del Concilio. Io allora non lo conobbi; avevo letto un suo articolo che mi aveva colpito perché andava esattamente nella direzione della mia ricerca e mi sopravanzava con una testimonianza personale assai importante.
    Il 5 dicembre 1963 Paolo VI annunziò che si sarebbe recato in Palestina; e questo fu uno shock enorme, perché era la prima volta che un papa lasciava Roma per tornare sui luoghi di Gesù. Io arrivai in sala stampa con una grande emozione e per la prima volta conobbi Paul Gauthier, proprio quel giorno!

    Bambini nella mangiatoia duemila anni dopo

    In qualità di inviato del mio giornale ci demmo l'appuntamento in Palestina per il viaggio di Paolo VI. Fu, come per tutti i viaggi papali, per certi versi deludente e per altri molto importante.
    Tornai dalla Palestina avendo davvero visto per la prima volta la dimensione di massa della povertà del Terzo Mondo. La gente vagava disperata; Gerusalemme era divisa in due. Faceva tra l'altro un freddo spaventoso, e vedevo questi bambini non coperti a sufficienza.
    Poi andai a vedere i bambini, che nascevano ancora nelle grotte come all'epoca di Gesù, con le madri che li deponevano nella mangiatoia scavata nella grotta, esattissimamente come nel presepio, con lo scandalo tuttavia che il presepio riguardava una realtà di duemila anni prima.
    Fu per me un vero shock.
    Tornai a casa a Milano, trovai che avevamo due bambini riscaldati col termosifone, caso mai un po' troppo nutriti, e raccontai a mia moglie queste cose; le comunicai che io non avrei più potuto vivere come se queste cose non le avessi viste.
    Mia moglie, che è sempre stata l'anima intraprendente della famiglia, dopo un po' di tempo arrivò con quei quattro soldi che avevamo da parte, e li inviammo a questo prete falegname di Nazareth, perché li distribuisse a qualche famiglia palestinese.

    La condivisione permanente con i poveri

    Ricevemmo in risposta una lettera terribile, nella quale, invece di ringraziarci, questo prete ci diceva che se avessimo davvero capito qualcosa, non avremmo potuto cavarcela così; perché se avevamo capito che i poveri erano nostri fratelli, non si poteva dare ad un fratello che moriva di fame una offerta una tantum; bisognava condividere stabilmente con lui il pane.
    Tanto più se eravamo convinti, come io gli avevo detto, che Cristo era presente nelle masse dei poveri.
    E ci proponeva di fare quello che era già stato fatto in Belgio e in Francia: una rete di persone che si autotassassero mensilmente, per sostenere delle imprese di liberazione di poveri che volevano uscire dalla loro situazione.
    Incominciammo così ad appoggiare una cooperativa edilizia di Nazareth. Noi davamo dei soldi a fondo perduto ad un comitato a Nazareth, il quale non regalava dei soldi ai poveri, non faceva dell'elemosina, ma li prestava senza interesse, cosicché anche i poveri potevano accedere ad un prestito senza venirne strangolati, e finire nella prospettiva di divenire ancora più poveri. Costruendo case a riscatto, anche i poveri potevano finalmente uscire dalla grotta per vivere in una casa.
    Non erano debitori di nessuno se non di un rapporto affettuoso, e in tal modo si andava ad intaccare nello stesso tempo uno dei cardini del capitalismo: che cioè i soldi producono soldi. Si combatteva alla radice il peggior peccato di usura verso cui una volta la Chiesa era così rigida e che invece è andato poco a poco scomparendo dalle pagine dei manuali di morale.
    Cominciammo questo lavoro.
    E devo dire che questa rete mi scoppiò letteralmente tra le mani. Scrissi cento lettere a cento amici, ottanta risposero positivamente, poi andarono moltiplicandosi nonostante avessimo deciso di non fare alcuna pubblicità, di non rivolgerci mai ai media per propagandare l'idea.
    Oggi siamo non sappiamo quanti, perché abbiamo mantenuto (e credo che questa sia la ragione della durata) questo carattere di assoluta spontaneità, di assoluto volontariato.
    Abbiamo trentasei centri sparsi per l'Italia, alcune migliaia di aderenti, ma con una capacità di mobilitazione molto più elevata.
    Quando abbiamo svolto qualche iniziativa di massa, per esempio scrivere al Congresso americano contro il finanziamento dei Contras, abbiamo prodotto quarantamila lettere.
    Ma tornando al discorso iniziale: perché la politica ha fatto irruzione nella rete?
    Intanto la rete non è mai stata qualcosa soltanto di cattolico: fin dall'inizio noi abbiamo detto che partivamo da un discorso rigorosamente evangelico, però anche da un discorso politico, cioè dal non accettare comunque l'ingiustizia internazionale.
    Quindi nel nostro gruppo potevano starci a pienissimo titolo persone di altre fedi, ebrei, protestanti, o anche degli atei, che però rispettavano molto il vangelo ed anzi, spessissimo ci richiamavano proprio alla fedeltà al vangelo.
    Quindi da una parte la fede spinge all'impegno politico, ed esso diviene il terreno su cui credenti e non credenti si ritrovano insieme a lottare per la giustizia, e addirittura un modo per aiutare i non credenti a riscoprire una fede religiosa.
    Ma anche il contrario: i non credenti aiutano i credenti ad uscire dalla ricerca di Dio tra le nuvole; fanno capire con più chiarezza che qui si gioca la salvezza eterna e tutte le salvezze.
    Sia chiaro che io credo nella necessità della preghiera, dell'ascolto, dell'interiorità, ma credo anche che persone che facciano una meditazione disincarnata, una preghiera che sia soltanto adorazione, non sono sulla linea del vangelo, perché il nostro manifesto è sempre stato Matteo 25, in cui la salvezza viene giocata nella radicalità di opere di liberazione come preambolo necessario e indispensabile a qualunque tipo di liberazione.

    Il problema politico dei poveri: i loro diritti umani

    Poi siamo stati politicizzati violentemente da due eventi politici.
    Le case costruite a Betlemme (dopo Nazareth infatti passammo a Betlemme) durante la guerra dei sei giorni furono bombardate e furono dagli israeliani svuotate: molti che le abitavano andarono ad ingrossare il numero dei profughi palestinesi.
    Questo ci pose un problema eminentemente politico: questi poveri noi potevamo soltanto aiutarli a costruire una casa, oppure dovevamo anche difenderli da questo neocolonialismo? Non era possibile, lo comprendemmo allora, far finta di non sapere che c'erano anche delle politiche che generavano i poveri.
    I poveri non erano generati soltanto dalle alluvioni o dalle carestie, e neanche soltanto dalla storia antica. C'era una storia moderna che perpetuava le antiche oppressioni. Questo fu il primo dato di fatto, e dovemmo dire esattamente quello che pensavamo nei confronti di Israele. Questa presa di posizione svuotò la rete di un cinquanta per cento degli aderenti, forse di più, perché questa politicizzazione risultò sgradita a moltissimi.
    In realtà raddoppiò la rete, perché moltissime altre persone che ci avevano guardato da lontano, con l'aria di snobbare un discorsetto ancora di elemosina, trovarono che essa era invece un'espressione particolarmente amabile anche di un progetto politico.
    Noi nella rete abbiamo sempre posto un solo vincolo: l'autotassazione mensile. Abbiamo respinto offerte gigantesche solo per essere fedeli al principio dell'autotassazione, per impugnare il concetto di elemosina e instaurare invece una condivisione reale del proprio salario, del proprio tempo, del proprio cuore.
    Il secondo avvenimento molto grosso fu che noi, sempre attraverso un'esperienza di Paul Gauthier che si era spostato in Brasile su richiesta di alcuni vescovi per fondarvi delle comunità, cominciammo ad assistere una comunità di pescatori dello stato di Spirito Santo, per autofinanziare l'acquisto di reti e di barche per la pesca. Era il 1969, e cominciammo a sapere che molti di questi pescatori scomparivano, non se ne sapeva più niente, o venivano ritrovati cadaveri orribilmente straziati, oppure usciti dal periodo di prigione, non volevano dire quello che era successo, ma poi a pochi intimi raccontavano di essere stati torturati bestialmente.
    E cominciammo ad interessarci del Brasile e a capire che anche lì le strutture del male stavano continuando il dramma di sempre. La dittatura dal 1964 si era venuta inasprendo; soprattutto i primi anni Sessanta furono anni terribili, di violenze che neanche i nazisti avevano compiuto. Perché addirittura i generali brasiliani arrivarono ad emettere delle leggi che venivano mantenute segrete, per cui ognuno poteva essere arrestato e condannato secondo una legge di cui nemmeno conosceva il contenuto.
    Lì mentre aiutavamo i poveri ad uscire dalla miseria, cominciammo anche ad aiutare le famiglie dei prigionieri politici; e ciò anche attraverso un prete italiano meraviglioso, che non era per niente politicizzato, ma che, a contatto con questa tragedia, era diventato di fatto il cappellano dei prigionieri politici. Questa esperienza proseguì fino al '73, quindi per quattro anni, finché un bel giorno i prigionieri politici brasiliani ci chiesero attraverso le loro famiglie di non mandare più loro soldi, ma di spedirli a Lelio Basso, un deputato ex-socialista, che aveva fondato una associazione per la liberazione dei popoli e che stava elaborando in quel periodo il secondo tribunale Russell.

    Il secondo tribunale Russell

    Il filosofo Bertrand Russell durante la guerra del Vietnam aveva pensato, di fronte ai crimini che là si commettevano, che, se non era possibile attivare una nuova Norimberga, bisognava però far condannare quei crimini almeno dalla coscienza popolare. Ed aveva così deciso di fondare un tribunale che investigasse sui crimini americani in Vietnam e pronunciasse una sentenza in nome della coscienza dei popoli, lasciando poi ad essa di esprimersi anche a livello politico in forme non cogenti ma politicamente valide.
    Russell, caratterizzato fortemente dalle sue idee politiche e religiose, non ammise nel suo tribunale né cattolici né comunisti, ritenendo che cattolici e comunisti rappresentassero due categorie di persone alienate.
    Quando Lelio Basso decise di fondare il secondo tribunale, comprese di non poter fare a meno né degli uni né degli altri, essendo la resistenza brasiliana alla dittatura fatta larghissima- mente di cattolici e di comunisti.
    Per questo dunque i prigionieri politici brasiliani ci scrissero invitandoci ad aiutare il tribunale, affinché si potesse risvegliare la coscienza internazionale contro i crimini della dittatura.
    Noi ci radunammo, decidemmo di non poter fare come essi ci chiedevano, dal momento che ancora una volta si sarebbe verificato che i poveri avrebbero pagato di tasca loro la loro liberazione. Sentivamo di dover fare qualcosa d'altro. Provammo a rilanciare la rete anche in questa direzione, e la rete esplose un'altra volta, raddoppiò infatti i suoi membri, talché la prima sessione del tribunale Russell fu fatta con i contributi procurati dalla rete.
    Lì poi avemmo una sorta di aneddotica bellissima. Non posso non raccontare quando andai a parlare alle suore di clausura tubercolotiche, riunite nel sanatorio. Volevano essere informate su quello che succedeva nel mondo, e lo erano dalle circolari della rete. Saputo quello che stavamo facendo ci mandarono un assegno. Il risparmio era stato ottenuto, di nascosto dai medici, sacrificando il dolce che stava nella loro dieta per un mese.
    Lo portai con commozione a Lelio Basso e fu per lui una esperienza drammatica. Ricordo che mi disse: «Se anche le suore sono con noi, abbiamo già vinto la nostra battaglia!».
    In seguito al golpe in Cile il tribunale si interessò progressivamente di tutta l'America Latina. Fu una grande concentrazione di dolori, di drammi umani e di speranze politiche di altissimo livello. Arrivarono a Roma da tutto il mondo, ferito dalle ingiustizie delle dittature, i testimoni della speranza: di alcuni si trattava di speranze spesso cristiane, di altre io dico si trattava di speranze «naturaliter» cristiane. Questo tribunale fu una evangelizzazione ad opera di molti non credenti nei confronti di un cristianesimo un po' asfittico che vivevamo in Italia e che si vive magari un po' anche adesso.
    Da lì andò ad esplicitarsi sempre di più il nostro discorso e si andò ad innestare tutta la problematica politica; per far progredire quella non soltanto accettai quella candidatura, ma mi dimisi dal ruolo di coordinatore nazionale perché, dando una svolta così importante alla mia vita, non potevo presu mere che tutti sarebbero stati d'accordo con me.

    L'esperienza parlamentare: la distanza della politica dai problemi planetari

    Sette anni di esperienza parlamentare poi mi hanno fatto vedere con chiarezza come la classe politica italiana non è minimamente preparata a gestire un discorso di solidarietà internazionale. I dibattiti di politica estera sono i più disertati alla Camera. Si dà poi addirittura per scontato che certe cose della politica italiana debbano essere automatiche; per esempio che l'Italia non abbia avuto niente da dire sulle azioni americane, come l'invasione di Panama, o quando si trattava di mandare la flotta nel Golfo: mancavano in quella occasione un terzo dei deputati. Eppure era un passo verso la guerra.
    Tutto questo succede fondamentalmente per un certo modo di considerare la sovranità del nostro stato, ma molto di più perché la classe politica è convinta che la politica estera non generi voti e non ne faccia perdere, qualunque cosa si faccia.
    Si arriva così a quella che io chiamo la «nostrificazione dei problemi», cioè la riduzione dei problemi mondiali a base nazionale; un esempio vicino è la questione dei terzomondiali. Da una parte il nostro Paese non sembra in grado di reggere ad una emigrazione che altri paesi invece possono sostenere, dall'altra non possiamo erigere una sorta di nuovo muro di Berlino verso i paesi del Terzo Mondo.
    Sarà possibile gestire questo problema senza tenere al contempo presente che, per fare un esempio, tutta la cooperazione internazionale deve riconvertirsi dalla creazione di reddito, drenato poi tutto verso le oligarchie locali, alla creazione di occupazione? Questo vuol dire cambiare radicalmente il nostro modello di sviluppo.
    Questo è un problema grande che deve interessare anche coloro che lavo rano con i giovani. Se questo cambiamento deve avvenire in maniera planetaria, perché si tratta di un cambiamento di modelli di sviluppo, per chi lavora nell'educativo vorrà dire ripensare una cultura formativa e un modello d'uomo e di vita sociale.

    Un nuovo modo di fare politica

    Due cose mi pare di poter sottolineare per quanto riguarda la formazione di una nuova cultura politica.
    La prima è quella di conoscere il mondo e la storia: due cose che la scuola italiana, incentrata sui programmi, trascura. Un'educazione alla mondialità sia dal punto di vista della storia che della geografia risulterebbe estremamente importante. La seconda sottolineatura riguarda il punto di vista della formazione religiosa. Noi cristiani ci crediamo alla parabola del samaritano o no?
    La parabola del samaritano sposta e dilata i confini della prossimità.
    La Chiesa che è in Italia deve prendersi cura di quello che succede in tutto il Terzo Mondo. E io direi che invece, spesso e volentieri, nonostante che debba riconoscere che i cattolici sono all'avanguardia da questo punto di vista, il discorso, soprattutto nella omiletica domenicale, è del tutto carente. Le prediche hanno spesso una validità atemporale. Certo i rapporti tra magnanimità di Dio e miseria dell'uomo saranno sempre quelli nella storia, ma io, cristiano, devo vivere nel tempo, qui. Quante volte mi capita di avere avuto una settimana politicamente toccante, estenuante o esaltante, e poi nelle liturgie domenicale non ritrovo la minima eco di tutto quello che è successo in quel frammento di storia quotidiana dalle dimensioni planetarie!
    Non riusciamo nelle nostre comunità a cogliere il segno dei tempi. Segno dei tempi è la mondialità, la reciproca fecondazione delle culture diverse, è la capacità di sentirci fratelli davvero su dimensioni assai più vaste.
    A partire da questa delusione profondissima verso la classe politica italiana, mi sono domandato se sia ancora possibile che esista una politica nazionale.
    Come si fa a fare una politica nazionale quando basta che ci sia una tensione in Medio Oriente perché saltino tutti i parametri economici? Come si fa a fare una politica nazionale e non rendersi conto che fenomeni, all'apparenza lontanissimi da noi, hanno immediatamente una ripercussione? Per il fatto che in Africa non ci siano mai stati degli ospedali attrezzati, vuol dire che da noi dilaga l'Aids; il fatto che la Colombia sia alla fame, significa che il nostro mercato è inondato di droga, e via dicendo. I confini non esistono più. Tutti i problemi nazionali oggi devono essere inquadrati non più solo in un quadro europeo, magari anche per una Europa fino agli Urali, che daccapo pretenda di situarsi come una zattera che galleggia tranquillamente su un oceano di disperazione.
    La mia grande utopia è quella di un governo mondiale, ma non capisco perché si debba arrivarci per la soluzione di una crisi bellica, e non per la risoluzione dei paesi del Terzo Mondo. Le cifre fanno paura: secondo una conferenza stampa del Pentagono oggi un marines in Arabia Saudita costa sette dollari al minuto; sono diecimila dollari al giorno. Un mozambicano medio deve vivere con una media di cento dollari all'anno.
    Questo vuol dire allora che il mondo è impazzito!
    In base ai dati del Pentagono, se l'America, senza che fosse scoppiata la guerra, fosse rimasta attestata in Arabia Saudita così come era, i costi per questa situazione e per armare Israele e l'Arabia Saudita con un nuovo armamentario sarebbero stati, nell'arco di un anno, di circa trecentomila miliardi di lire; con la stessa cifra si potrebbe rimettere in circuito l'economia dell'Africa.
    Questi dollari ci sono per una guerra, ma non per rimettere in sesto il Terzo Mondo.
    Queste sono le cifre da guerra del Nord verso il Sud.

    I giovani e la politica

    Nella nostra rete vedo una quantità immensa di giovani. Al convegno nazionale biennale della nostra organizzazione quest'anno eravamo novecento persone. Anche in giro per l'Italia c'è qualcosa del genere molto diffuso. E allora mi sono detto: perché non organizzare qualcosa che garantisca un controllo popolare sul parlamento?
    Abbiamo pensato di dar vita a una «lobby della solidarietà internazionale», che schedi l'attività o l'inattività del singolo parlamentare in campo di politica estera. Si tratta di una cosa del tutto lecita, fatta in base agli atti ufficiali delle due Camere. E poi ogni anno ne facciamo un rapporto agli elettori. Questa iniziativa, lanciata attraverso il tam tam dei gruppi, senza pubblicità, ha canalizzato a Roma alcune migliaia di persone. In novembre ci siamo incontrati a Roma, abbiamo lanciato l'idea dell'osservatorio politico e celebrato con una fiaccolata alla Farnesina l'avvio di questa «lobby internazionale», molto diversa da tante altre. Alla fine di questa manifestazione la gente veniva a ringraziare. Perché una delle esperienze più belle di ventisei anni di rete è il fatto che la gente vuole queste cose. Magari all'inizio è riluttante, ma dopo, quando ha vissuto un'esperienza di questo tipo, è contenta, è tirata fuori dall'anonimia.
    Spessissimo il giovane che sembra non aver voglia di far niente in politica, è invece lì in attesa di una proposta. La capacità di proporre fiduciosamente a dei giovani, molto spesso ha dei risultati impressionanti, assolutamente sconvolgenti. Giovani spesso giudicati da tutti egoisti, appaiono tali soltanto perché nessuno con affetto è andato a proporre loro qualcosa di comprensibile, di evidentemente pulito.

    (Lavoro redazionale di Mario Delpiano)