Albert Van Hecke
(NPG 1991-02-66)
Per il racconto di questa esperienza-proposta, utilizziamo la seguente metodologia.
In primo luogo, vogliamo tracciare il contesto nel quale questa esperienza si è realizzata.
Poi indichiamo alcune tendenze emergenti dall'ambiente vitale dei gio vani per trarne alcune conseguenze in rapporto al tema.
In terzo luogo, tentiamo di circoscrivere la finalità della direzione spirituale dei giovani.
Infine, vogliamo indicare una via per la direzione spirituale che, secondo noi, è in linea con l'istanza educativa.
FATTI, CONSTATAZIONI, TENDENZE
Ci siamo proposti di esporre qui il risultato del lavoro di studio e di riflessione di alcuni educatori che operano con i giovani. Essi sono inseriti nella scuola, nell'internato, nel centro di riflessione o nelle attività di vacanze. Lavorano con giovani tra i 16 e 20 anni. Una prima constatazione è il fatto - e ne diventiamo ormai coscienti - che su questo tema non abbiamo riflettuto sistematicamente (o al meno abbiamo riflettuto veramente poco).
Di conseguenza, non esiste in questo senso né un piano generale di lavoro, né un filo conduttore. Ognuno lavora secondo la propria ispirazione e le proprie possibilità, seguendo la propria motivazione.
Su questo argomento la letteratura esistente nel nostro paese (il Belgio fiammingo) è stata pubblicata, per la maggior parte, negli anni 50-60.
I pochi articoli di data recente che abbiamo potuto scoprire, collocano la direzione spirituale di preferenza nel clima terapeutico.
La strategia del «vieni-un-po'-in camera-mia» (titolo di un noto libro recente), come si sarebbe potuta definire la direzione spirituale nel tempo precedente, è praticamente scomparsa. Quella direzione, cioè, dove il giovane si rivolgeva ad una «guida spirituale» per ricevere direttive per la sua crescita ulteriore e che aveva, particolarmente, come scopo la sua integrità morale.
Il modello per il giovane, in questo caso, mirava all'adulto, cioè alla per- sona che possiede l'esperienza, la conoscenza e la competenza necessaria della vita. Il giovane veniva invitato ad accordarsi alla maniera «adulta» di pensare, di agire e di parlare.
Questo modello ha funzionato bene e ha aiutato, effettivamente, molti giovani nella loro crescita verso la maturità cristiana.
Crediamo che quel modello oggi non regga più per motivi che diremo fra poco.
Notiamo intanto che pochi giovani vanno spontaneamente ad un adulto con lo scopo esplicito di ricevere da lui direzione spirituale. Dove questo succede realmente, per la maggior parte, è la conseguenza di un processo di animazione di gruppo o in occasione di una situazione conflittuale.
La nostra preoccupazione è stata quella di situare la direzione spirituale all'interno di un vero e proprio progetto pedagogico.
Tendenze
Il periodo dell'adolescenza viene fortemente prolungato a causa di fattori sociologici e biologici.
Nella nostra società tutto cambia rapidamente. Questo comporta, di per sé, la forte relativizzazione del valore dell'aver esperienza. Talvolta si pretende che sia più importante educare i giovani a sapersi adattare permanentemente, piuttosto che educarli ai valori, perché finiscono in un mondo che sarà molto diverso da quello dove gli adulti hanno fatto la loro esperienza.
L'adolescenza diventa un valore a sé: possiamo dire che l'adolescenza è il periodo preferito della fine del secolo ventesimo. Il giovane vuol rimanere giovane finché può, e sente poco desiderio di identificarsi con suo padre. Qualcuno chiama questo «il complesso di Peter Pan»: il bambino che non vuol crescere.
D'altronde, anche gli adulti trovano difficile dire addio al periodo della giovinezza e si sentono felici nell'adattarsi, finché possono adattarsi, ai giovani.
Ogni direttore spirituale viene quindi a confronto con un giovane che, per la maggior parte, desidera rimanere giovane finché può.
L'adulto che, a sua volta, vuole imitare il giovane finché può, costringe il giovane a cercare i suoi modelli di identificazione dentro il proprio gruppo. Così nascono delle subculture che procurano al giovane un quadro di valori e riferimenti pseudo-originali.
Se il «pastore» vuole essere significativo per il giovane, non lo potrà mai essere a base di slogans o di modelli di identificazione infantili e, ancor meno, per mezzo di un'attitudine paternalistica. L'unico luogo di incontro tra l'adulto e il giovane è il dialogo.
L'accompagnamento dovrà svolgersi alla maniera di un processo di interazione tra il giovane e l'educatore.
LA DIREZIONE SPIRITUALE
In genere si ammette che il compito del direttore spirituale consiste nello stimolare la crescita di fede e della vita sacramentale dell'adolescente, piuttosto che nel considerare queste come obiettivi che debbono essere controllati. L'accompagnatore, egli stesso uomo di Dio, è colui che aiuta il giovane a capire se stesso e ad acquistare il dono del discernimento. Lo inviterà, in tutta libertà, a rileggere la sua vita alla luce del Vangelo, così che il giovane possa sentirsi come immagine di Dio.
La sua finalità
Siamo d'accordo con questa finalità. Desideriamo, quindi, situare la direzione spirituale all'interno di tutto il processo educativo.
Leggiamo nel nostro progetto pastorale-pedagogico: «Educare significa liberare per un'attitudine vitale di fede. L'adempimento più profondo della vita, l'uomo lo trova nel vivere la sua sicurezza in Dio: credere e vivere che vi è qualcuno che ti accetta come sei e che continuerà a farlo. La via di questa coscienza passa per parecchie fasi. La vita cristiana cresce allo stesso tempo con i valori umani che ne formano lo status di humus. Soltanto lì, dove all'educazione viene data l'attenzione necessaria a tutto ciò che possa rendere i giovani più felici, questo stato più profondo di collegamento a Dio può crescere fino a diventare una unione cosciente con Dio».
L'educatore, quindi, sceglie un dialogo continuo, nel quale egli si impegna e, timidamente e attentamente, indica la direzione. In quel dialogo i giovani possono lanciarsi in un'apertura critica.
La finalità è quella di portare il giovane a Dio e Dio al giovane. Anche la direzione spirituale non va distaccata dall'educazione integrale. Il tutto accade in un clima di libertà e richiede tempo. Il punto di partenza sarà costituito sempre dai valori che il giovane sta già vivendo, perché crediamo che Iddio opera già in lui.
Il quadro
Collochiamo all'interno della concezione educativa il quadro di riferimento con cui vogliamo fare direzione spirituale:
- l'amore pedagogico.
La direzione spirituale si effettua nella direzione amorevole e nella benevolenza dell'educatore di fronte al giovane. Ambedue gli elementi debbono essere presenti: il calore della carità spontanea e la tensione del volere. Ha a che fare con l'amorevolezza, la ragione e la fede;
- un clima vitale di famiglia.
La direzione spirituale riesce meglio in un clima dove la relazione mutua, il senso di responsabiltà e la socievolezza rendono la vita piacevole. Sappiamo infatti che, spesso, incide maggiormente sul giovane il clima felice dell'ambiente che non l'apporto esplicito dell'educatore;
- uno stile di presenza-assistenza.
La carità apostolica e il clima familiare richiedono la concretizzazione in una grande vicinanza psichica e fisica. È un'espressione di fede e di fiducia nel giovane. Il direttore spirituale condivide la vita del giovane e prende parte a quanto lo interessa. Questo permette di avvicinare il giovane personalmente e di dirgli anche solo una breve parola incoraggiante o orientativa;
- un dialogo permanente.
La direzione rimane un evento che si gioca prima di tutto tra la guida e il giovane stesso. In quell'interazione, ambedue danno il proprio apporto. Il giovane, però, sta al centro; è lui che deve crescere, a maniera sua, fino all'età del cristiano adulto. In questo «gioco» egli deve partecipare così come è. Egli può sperare che la sua situazione iniziale venga fondamentalmente rispettata.
Infatti, nella direzione spirituale il giovane deve poter sentire dove si trova il bene per lui. Il direttore spirituale può, meglio, deve offrire orientamento, ma tocca il giovane aderire, poco per volta e in maniera critica e consapevole.
UNA VIA
Cercando un modo adeguato per la direzione spirituale in prospettiva educativa, ci siamo ispirati a un sogno di Don Bosco: il sogno della salita della montagna.
Di questo sogno mettiamo in rilievo sei punti illustrandoli con esperienze concrete.
«Era lui stesso che fece la proposta»
Chi vuol fare da direttore spirituale tra i giovani di oggi, in genere, dovrà prendere egli stesso l'iniziativa facendo la proposta. Finché rimane al margine, guardando dal di fuori, non succederà niente.
«Ho qualcosa per te; vorrei parlarti di qualcosa. Hai già pensato a questo?».
«Avrei bisogno di un leader per il mio gruppo giovanile e ho pensato a te...». «Vorrei incominciare con un gruppo di preghiera e ho pensato che questo potrebbe essere qualcosa adatto per te...».
Quando mi rivolgo in tal modo ai giovani, faccio loro capire: «Tu sei prezioso». Senz'altro questo tocca interiormente il giovane: «Davvero sono capace di questo?», «Cosa hai scoperto in me?».
Anche se il giovane non aderisce, ha ricevuto almeno un invito su cui pensare. E ciò può essere l'inizio di una relazione crescente e di una comprensione interiore reciproca dalle quali possono nascere maggiori possibilità.
Tali domande si pongono meglio personalmente. Nel gruppo, il giovane non si sente mai interpellato abbastanza direttamente, mentre quando è avvicinato personalmente riesce a rompere la pressione del gruppo da cui dipende, e a indebolire il rispetto umano.
«Una mensa meravigliosa»
«Lassù sulla cima della montagna, tutto stava preparato per una mensa meravigliosa, con musiche...», e tutto ciò che può rallegrare la festa splendida.
È tutta un'arte saper rivestire una proposta in modo tale che sia attraente e autentica per colui che la riceve.
«Senti un po', mi sembra di aver qualcosa per te; qualcosa che ti piaccia, e di cui penso tu godrai. Pensaci un po', vuoi?». Tutto questo implica l'importanza di un clima e un ambiente che riescono a far sì che il giovane si senta a casa: «Mi piace star qui, mi sento bene qui».
Tali espressioni fanno parte della sua cultura. Importante è, anche, il modo con cui mi avvicino a lui; una battuta qua e là, il calore del clima, l'entusiasmo con cui l'interpello...
SALIREMO INSIEME LA MONTAGNA DI DIO
Don Bosco narrò di aver fatto un sogno nel quale gli parve che stessero intorno a lui giovani e preti. Avendo egli fatto loro la proposta di mettersi in cammino e di salire un'alta montagna poco distante, tutti accondiscesero. Sulla vetta di quella erano preparate le mense per un magnifico convito, che doveva essere rallegrato da musiche e da splendide feste. Si misero adunque tutti in viaggio. La salita era ripida e faticosa, si incontrarono ostacoli di vario genere, talora difficili a superarsi e talora noiosi per chi era già stanco, sicché a un certo punto tutti sedettero. Don Bosco pure si assise e, dopo aver esortati i suoi compagni a farsi coraggio e a continuare l'ascesa, si alzò e si rimise in cammino andando con passo affrettato. Ma ad un certo punto, voltosi per osservare i suoi seguaci, vide che tutti erano tornati indietro, ed egli rimasto solo. Discese tosto il monte e andò a cercarsi altri compagni; li trovò, li guidò per quelle alture talvolta dirupate e di bel nuovo tutti scomparvero.
- Allora, continuò Don Bosco, io pensai: ma pure io debbo giungere lassù e non già solo, ma accompagnato da altri molti... È quella la mia meta... è questa la mia missione... E come farò a compierla?... Intendo! I primi furono seguaci raccogliticci, virtuosi, con buona volontà, ma non provati e del mio spirito, non assuefatti a superare gli ardui sentieri, non stretti fra loro e con me da vincoli speciali... Ed è per questo che mi abbandonarono... Ma io rimedierò allo sconcio.
Fu troppo amaro il mio disinganno... Vedo quello che debbo fare... Io non posso fare conto se non sopra quelli che avrò formati io stesso... Perciò ritornerò alle falde del monte, radunerò molti fanciulli, mi farò amare da essi, li addestrerò a sostenere coraggiosamente prove e sacrifizii... mi obbediranno volentieri... saliremo insieme il monte del signore.
(Memorie Biografiche, vol. VIII, pp. 336-7)
Dal direttore spirituale si può attendere che egli riesca a trasmettere la propria fede e la propria preghiera; a comunicare il suo senso di Dio e il suo amore verso di Lui; a esprimere e trasmettere il suo impegno per il prossimo; tutto ciò in modo autentico e affascinante. Il che non trova soltanto il suo senso esplicitamente nella mia relazione personale con Dio, ma anche nella mia relazione da educatore: ciò perché voglio bene al giovane.
La domanda, quindi, non si rivolgerà soltanto alla mia dedizione al Regno di Dio (che senz'altro deve esserci), ma implicherà un confronto con me stesso come essere umano e come educatore: riesco ad essere con il giovane aperto e schietto in modo tale che lui si senta attirato anche da ciò che io gli propongo?
«Dovevo giungere alla cima, e questo non da solo»
«Devo riuscire a giungere lassù, però non da solo. La montagna di Dio, la si deve salire insieme».
Fa essenzialmente parte della nostra fede, la dimensione missionaria: io non posso e non sono capace di vivere pienamente la mia fede se non riesco a salire la montagna insieme.
Non entra nel piano di Dio vedermi raggiungere la cima da solo. Di conseguenza, mi saprò sempre teso tra ideale e realtà. Questa tensione la voglio vivere fino in fondo. Da una parte, il giovane mi costringe a esprimere le cose «sotto il mio livello», dall'altra parte egli mi preserva dal prendere il mio volo in alto un po' troppo presto.
In questa prospettiva il giovane non deve venir portato alla Chiesa, ma la Chiesa e la liturgia devono venir portate, innanzitutto, fino a lui. L'immagine della montagna è bella: in qualsiasi parte della montagna mi trovi, la cima c'è, rimane; però cambia perché la vedo ogni volta sotto un altro angolo e quindi da una prospettiva diversa.
E quando ho oltrepassato tanti dossi, superato tante salite scoscese, sco pro ancora nuove prospettive e nuove dimensioni della cima si aprono al mio occhio.
Non posso, quando mi trovo davanti ad un giovane, pensare che sono io a possedere la giusta visione della cima. È meglio, quindi, non forzare il giovane ad uno sguardo più giusto o completo nei confronti della cima, e nemmeno costringerlo ad una salita più veloce.
Dobbiamo saper dare un senso relativo ai nostri tentativi e a quelli del giovane, nella giusta coscienza dei suoi limiti. Il suo sguardo e la sua salita corrispondono alla sua misura, e ciò è più importante di quello che a noi pare grande e vero.
«Tornerà ai piedi della montagna»
Concretamente, si tratta di questo: quando un giovane viene da te, nella maggior parte dei casi lui non pensa ancora a Dio, né al Padre, né allo Spirito, nemmeno alla santa Trinità. Conosce il Padre con il quale ha una relazione personale. Sappiamo tutti quanto possano essere diversi i «concetti di Dio». Dio è per l'uno una forza, per l'altro un invito ad essere buono...: occorre quindi scendere a livello loro.
Per raggiungere un giovane nella sua reale situazione di inizio, gli si possono aprire parecchi terreni di impegno concreto: lo sport, il gioco, il teatro, il canto e l'arte, attività per il terzo mondo...
Questi campi offrono una via molto ricca di contatti con i giovani. Formano spesso «la terra», in cui dal primo contatto può crescere una direzione personale.
Quanto alla vita di preghiera del giovane, anche li sarò costretto a scendere fino ai piedi della montagna.
Non la mia vita, ma la sua preghiera è da tener presente; la preghiera secondo le sue possibilità.
Certo, non si deve perdere di vista la cima della montagna, cioè la preghiera della Chiesa. Lo sbaglio, però, consiste nel presentare, talvolta, l'ideale in modo così alto che già mancano e il coraggio e la forza di intraprendere da soli la via. È chiaro che nella direzione personale il giovane deve essere avvicinato e interpellato nelle sue reali possibilità.
In questo contesto, anche il contatto per iscritto può assumere un ruolo importante. Non pochi giovani riescono ad esprimersi più facilmente in una lettera che nel colloquio o in una visita regolare.
In qualche modo, la corrispondenza offre una discrezione maggiore di quella della vista: i compagni non lo sanno, e nella lettera il giovane, spesso, riesce ad esprimersi in modo più profondo; ciò non avviene sempre nel colloquio. Per il giovane, che si trova nella fase iniziale del contatto personale, e non osa ancora aprirsi, nel colloquio faccia a faccia, la corrispondenza può essere una via tutta adeguata e coscientemente scelta.
«Tentare di farmi amare»
Questa espressione e regola di vita di Don Bosco è di importanza essenziale.
Io, da parte mia, non riuscirò a raggiungere un giovane in un colloquio personale, se lui, da parte sua, non riesce a vedere e scoprire in me un modello (di identificazione) accettabile, cioè se io non gli offro di me stesso un'immagine attraente, capace di ispirare e di affascinare il suo sguardo su di me. Più che mai, il giovane non si sente attirato che da modelli di identificazione capaci di interpellarlo nel concreto, e scoperti da lui come valori significativi per la sua vita.
È sufficientemente conosciuto come si può costruire tale relazione. Farsi amare, non esclude la necessità di essere esigenti o di poter rifiutare. Coincide con il vero amore e la vera sollecitudine per i giovani.
Due sembrano i modi che possono dare frutti nella direzione spirituale. Primo: nessun giovane avvicina un adulto che non è simpatico e attraente.
Secondo: il direttore non trova la via del cuore del giovane se non è persuaso che è Dio ad affidarglielo.
Se questa convinzione di base non trova radice nella nostra mente e nel nostro cuore, rischiamo di sentirci frustrati perché nessun giovane viene a trovarci. Può sembrare che i giovani non sentano questo bisogno. La verità è che se quel giovane non trova qualcuno che sia assai disponibile e attraente, non avrà il desiderio e il coraggio di varcare la soglia della sua stanza per chiedere il colloquio personale.
«Esercitarli nel superare coraggiosamente prove e sacrifici»
La direzione spirituale deve portare alla crescita spirituale. Un chiacchierare superficiale delle piccole gioie o pene di ogni giorno, rischia di creare un certo disagio e di lasciare un sentimento di vuoto, quasi una fame insoddisfatta. Il giovane finirà per distaccarsi e stancarsi.
La direzione spirituale non è mai esente da impegno né da obbligo. Richiede un investimento spirituale serio. Il giovane deve trovare davanti a sé qualcuno che lo sfida e lo spinge a fare passi concreti di cui è capace per progredire e crescere nella sua vita spirituale.
Ben sapendo che tutti gli aiuti della psicologia devono essere sfruttati al massimo, e che dall'adulto si può - di preferenza - sperare che abbia una conoscenza pratica e sperimentata dei fenomeni e delle funzioni più nascoste della psiche umana, la direzione è, e rimane, un tentativo di aiutare il giovane ad integrare, a fare proprie le acquisizioni umane e religiose che si possiedono. Inoltre, è opportuno far compiere quei passi di cui il giovane è capace, ma anche quelli che è necessario far compiere, per esempio:
- invitare a pregare quotidianamente per alcuni minuti, piuttosto che voler raggiungere subito l'ideale di una vita di preghiera equilibrata;
- invitare a leggere ogni sera qualche testo che porta al raccoglimento, piuttosto che proporre inizialmente la lettura di libri troppo impegnativi;
- invitare a dare ogni giorno alcuni minuti al riordino della propria camera o dello studio, piuttosto che presentare l'ideale di essere un uomo ben ordinato...
Di più, perché questi passi concreti possano essere controllati, sembra opportuno programmare una verifica onesta e schietta nell'incontro successivo. In ogni caso, il giovane deve sperimentare in se stesso e nella sua vita ur reale crescita dovuta alla direzione s i- rituale.
Il direttore spirituale dovrà distinguere tra un giovane che cerca soltanto sicurezza psicologica e il giovane che desidera crescere come persona e come persona credente.
Infine al giovane si deve chiedere continuità. Il limitare gli incontri soltanto ai momenti in cui egli «si sente», o quando è così confuso da non sapere più dove e come continuare, non può produrre frutti e risultati duraturi. È assolutamente necessaria una certa regolarità degli incontri, alla quale sono tenuti sia il direttore sia il giovane.
Tutto questo con l'intenzione che il giovane possa scoprire, nella direzione spirituale, che le cose non vanno avanti da sé, e che la felicità dipende anche dal tempo che vi si investe.
Se questo vale per tutti gli aspetti della vita umana, vale maggiormente per la crescita verso la maturità nella prospettiva umana e credente.
Conclusione
Questa è stata la nostra esperienza. Speriamo che questo lavoro di ripensamento sia fruttuoso anche per altri. Siamo convinti che non tutto è stato detto intorno a questo argomento.
Siamo partiti da un'esperienza, che ha dei limiti.
È stato rilevante il fatto che ogni volta siamo ritornati alle caratteristiche di fondo dell'educazione.
Abbiamo constatato che in Don Bosco troviamo l'ispirazione sufficiente, che tuttavia altre vie non sono da escludere e che certi aspetti non sono stati sufficientemente considerati.
Siamo diventati coscienti che, spesso, alcuni contatti spontanei con i giovani, che incontriamo ogni giorno, non sono sufficientemente sfruttati e valorizzati. Forse per poca attenzione e per la fretta, durante la giornata alcune possibilità per la direzione spirituale vanno perdute.
Infine, crediamo che nella direzione spirituale, la forte preoccupazione di ogni educatore vero per il giovane si faccia sentire e possa essere vissuta: far emergere il meglio che il giovane ha in sé; aiutarlo a realizzare la sua vocazione, facendogli sperimentare che la sua vita è un vero dono di Dio.

