David M. Turoldo
(NPG 91-06-22)
Amici, cercherò oggi di parlarvi di uno stato d'animo che penso non solo mio. Nulla di più di un'impressione; anche se è grande il desiderio che si faccia convinzione il più possibile condivisa e operante. L'impressione è che siamo a un punto della vita civile - e, per simbiosi, anche religiosa; è nella natura che la vita «sia una» -; dicevo che l'impressione è che siamo giunti a un punto in cui non c'è nulla di più urgente e pressante che di «voltar pagina», come si usa dire. Ed è un'affermazione che significa molte cose.
Significa, ad esempio, che siamo stanchi e delusi del presente; significa che così le cose non vanno, che non possono andare; e perciò che bisogna cambiare e metterci su altre strade. Significa guardare avanti, rimettersi in cammino verso altri traguardi. Anche senza condannare o rompere col passato; senza provocare altre devastazioni; ma imparando dallo stesso passato e dal presente quanto c'è di favorevole per un futuro che sia migliore, e magari diverso. Perché è certo che così, comunque, rischiamo la sconfitta più amara, se non anche la morte. Questo dunque in ordine alla vita nella sua essenza e nella sua totalità.
È vero: l'impressione generale che si ha, è che si respira tutti come dentro a un'atmosfera infetta; che si è giunti al fondo del pozzo: al fondo della corruzione, al fondo delle delusioni. Qualcuno pensa addirittura che la situazione sia irreparabile. Ma è una visione da rifiutare; anche se io, da parte mia, sono ben memore di un consiglio datomi da mio padre quando partivo per farmi frate: di prepararmi sempre al peggio, «poiché - diceva - la madre del peggio è sempre incinta»; per dire che c'è sempre un peggio che ha da nascere.
Qualcuno dunque pensa che non c'è più nulla da fare; invece io dico che, proprio per questo, c'è tutto da fare. Se c'è una madre del peggio, c'è anche una madre del meglio. È la faccenda delle due storie che sono sempre esistite, e sempre intrecciate. Bisogna voltar pagina; e la cosa migliore è aiutarci precisamente a voltare tutti insieme pagina; e aprirci su tutto il ventaglio delle cose che ci franano tra le mani: per riprendere a credere e a sperare. Anche se è giusto e inevitabile chiederci: credere a che cosa? e sperare in che cosa?
A questo punto mi soccorre un invito che io e altri amici abbiamo avuto la fortuna di accogliere da un grande uomo mentre era prossimo a finire i suoi giorni: un cercatore il quale, più che abbattuto dal male, era consumato dal suo bisogno di scoprire altre vie, di trovare risposte più persuasive per quest'uomo post-moderno che siamo tutti noi, finiti dentro il castello di Kafka, finiti davanti a un tribunale incapace di discernere la verità.
È l'invito di Claudio Napoleoni a «cercare ancora»: il suo dono più grande. Un invito che è il riassunto di tutta la sua vita, e che ora vorrei diventasse nostro programma, al fine di uscire «a riveder le stelle»: per uscire cioè dall'inferno nel quale siamo tutti sprofondati. Tanto più che proprio Claudio Napoleoni aveva già messo in rilievo, attraverso studi molto severi, il sospetto che ormai balugina dalle molte disperazioni del pensiero attuale, dalla delusione delle varie filosofie; sospetto che traspare dall'impotenza della scienza - ora riconosciuta da molti - «che forse solamente un Dio ci potrà salvare».
«Forse», hanno scritto: infatti sono campi su cui ci si deve muovere con estrema delicatezza; «un Dio»: d'accordo: anch'io penso che il vero problema del mondo non è Dio, ma quale Dio; «ci potrà salvare»: sì, certo: infatti ad andare avanti così non c'è salvezza; e non tanto, o non soltanto, in ordine ad una vita che approdi altrove, ma di una vita in prospettive immediate; di una vita che si svolge qui e ora: in ordine a queste cose, a quelle politiche, a queste economie: in ordine a questo modo di credere; di questi rapporti fra chiesa e mondo, di chiese fra loro; in ordine ai rapporti fra tutte le religioni: se farsi ancora guerra; oppure ignorarsi; o non invece mettersi in simbiosi, perché finalmente convinti che la varietà è più grande di noi, anche se presi tutti insieme; convinti che la verità ci trascende. E che nessun uomo e nessun sistema è autonomo; che nulla e nessuno è assoluto, ma tutto nel mondo è relativo e interagente: tutti «bisognosi» l'uno dell'altro.
E mai che uno possa dire di essere arrivato. Dio sarà sempre da scoprire. Anche la Scrittura dice: «Cercare Dio mentre si fa trovare»; e altrove: «Mi troverete se mi cercherete, dice il Signore»; così per quanti pensano di non credere, dice ancora il Signore: «Non mi cerchereste se non mi aveste già trovato». Per dire quanto il consiglio di Napoleoni fa eco alla voce più profonda della stessa Bibbia.
A questo punto vorrei dire quanto sia vero l'invito nei confronti di tutta la nostra anima di uomini messi da tempo alla prova, a causa dei miti più consunti: del «mito delle magnifiche sorti e progressive»; del mito della scienza che invece di servire solamente alla vita pare semini delusione e morte quanto gli stessi scienziati non prevedevano; del mito della ragione che da sola rischia di portarci verso maggiori ferocie; e però anche del mito religioso, quando si alimenti di fantasmi e di integralismi che diventano più nefasti di qualunque negazione di Dio; del mito di queste politiche che la dicono lunga circa la capacità di deludere le attese della città, che sola è concepibile quando sia una città per l'uomo, una città dove anche il più povero si senta cittadino alla pari di tutti; del mito di queste economie che sono alla base di molte sventure. E anzi, è proprio da qui che Napoleoni invitava a cercare nuove soluzioni. Perché con le teorie vecchie non c'è salvezza.
E allora, ad esempio: ora che non c'è più il comunismo; o meglio: ora che il comunismo così come si era imposto è fallito, vorrà questo dire che il capitalismo ha ragione? Ma se siamo tutti, anche a causa del nostro capitalismo, o precisamente per esso, sempre meno sicuri, meno felici, meno in pace! Perché è vero che tu, figlio del comunismo, non muori di fame, ma è anche vero che comunque sei sempre meno uomo, perfino di fronte a te stesso. Senza dire che, proprio in virtù di ciò, il mondo è sempre più squilibrato e in pericolo. E che perfino dire che capitalismo e democrazia coincidano, finalmente pare convinca sempre di meno. E anche il mito del profitto, così come è stato inteso, sembra addirittura sia uno dei miti più funesti fra tutti. Per sottolineare appunto quanto sia vero il bisogno di voltar pagina, e di cercare ancora. Aperti a tutti gli orizzonti.
(David M. Turoldo, Emmaus, ottobre- dicembre 1990)

