Paradigmi di educazione in negativo: consumismo e camorra



    Nicola Palmisano

    NPG 1991-02-32)


    Tutti avvertono oggi il bisogno di interventi inter-istituzionali nell'educazione, e soprattutto nel problema dell'evasione e dispersione scolastica.
    «C'è bisogno di luoghi di pronto intervento, di mezzi di aggregazione e di recupero della socialità, di solidarietà diffuse, di reti di solidarietà e di iniziative concrete».[1]
    In un'intervista concessa al quotidiano Il Mattino (30 maggio 1990) un giudice del Tribunale per i Minorenni di Napoli denuncia per l'ennesima volta la mancanza di opportunità socio- educative territoriali da mettere a disposizione dei ragazzi. «Manca totalmente - dice - un'opera di prevenzione che dovrebbe essere basata su due elementi: la famiglia e la scuola; e sono invece i due elementi più ignorati. Senza contare le condizioni di profonda emarginazione di tanti quartieri».
    Tutti i convegni, le «tavole rotonde», i dibattiti su tali argomenti si concludono invariabilmente con l'auspicio di una seria e fattiva collaborazione e sinergia tra le diverse istituzioni o agenzie educative.
    Si parla di scuola e territorio, di cooperazione tra scuola e famiglia, tra scuola ed extra-scuola, tra operatori istituzionali e volontariato, si parla di moduli «Progress»...
    Insomma, tutti avvertono il bisogno di una rete socioeducativa di solidarietà territoriale, e, per la scuola, di un progetto scolastico integrato.

    EDUCATIVITÀ DELLA STRUTTURA E VALENZA EDUCATIVA DELLA CAMORRA

    Invece, non si intravvede neppure lontanamente la nascita e, tanto meno, l'esistenza di una simile rete territoriale di cooperazione e sinergia, mentre è già pronta dietro l'angolo, è già in funzione un'altra rete con la sua efficace valenza educativa in negativo: la camorra.
    A questo proposito Luciano Sommella, ex direttore del carcere dei minori di Napoli, che ha recentemente pubblicato in un volume le sue esperienze, così si esprime: «Rispetto alla complessiva caduta di valori educativi e pedagogici, ci troviamo di fronte a una situazione spaventosa, che è quella di una camorra che forse involontariamente esercita rozzamente una forte valenza pedagogico-educativa nei contesti più degradati della città».[2]
    Riferendosi alle organizzazioni camorristiche, Amato Lamberti, sociologo e direttore dell'Osservatorio sulla Camorra, scrive: «... le organizzazioni si espandono e diventano sempre più numerose e potenti. Quella che sembra totalmente assente è un'attività di prevenzione del crimine e dell'azione camorristica, capace di impedire a queste organizzazioni di operare, di muoversi sul territorio, di assicurare opportunità a chicchessia».[3]

    Un sistema sociale che socializza ed educa

    Il superorganismo camorristico si avvale della «educatività» della prassi del sistema dominante neoliberale e consumistico, competitivo e intrinsecamente conflittuale fino alla violenza, con i suoi pseudovalori.
    La prassi corrente della cultura egemone non dorme mai, vive e agisce 24 ore su 24, in maniera globale e capillare, occulta e palese.
    Nel suo dinamismo ha indotto radicali trasformazioni anche nel superorganismo camorristico la cui vita-azione non è più, come una volta, caratterizzata da emarginazione dal corpo della società civile, da abiezione e miseria.
    Anche se le sue più estreme propaggini vigoreggiano dove c'è degrado, miseria ed emarginazione, tuttavia i suoi centri nevralgici sono caratterizzati oggi da un serio e profondo inserimento dentro i meccanismi fondamentali del mercato, della finanza, della politica, della comunicazione, del sociale in generale.
    La camorra si caratterizza anche per una sua «eticità», fatta di desiderio di rivalsa e di riscatto sociale che supporta una intelligente e furbesca fantasia imprenditoriale. Inoltre, la camorra sta sempre più superando la sua era artigianale e familiare che combaciava con l'era delle società semplici, statiche e rurali o, comunque, pre-industriali. Essa ha vitalmente percepito e assimilato la lezione della rivoluzione industriale permanente e va costruendo connessioni e alleanze e interdipendenze in organismi di livello intercontinentale, acquisendo così una essenziale dimensione unitaria di universalità dinamica contro cui poco o nulla possono Legge, Magistratura e Forze dell'Ordine di uno Stato, con i propri interventi penali del dopo-crimine.
    Tali interventi, per altro doverosi, potevano fronteggiare, gestire e risanare situazioni di epoche storiche sorpassate. Oggi risultano assolutamente insufficienti.

    Realtà storica e mass media

    È la realtà storica in cui ci si trova ad essere «educativa», quella realtà che trascende le singole persone e si impone loro, che possiede tra le sue dimensioni portanti (religiosità, eticità, socialità, comunicatività) la cosiddetta «diffusività educativa» ultrasoggettiva: tutto educa e tutto viene educato.
    E tutti - adulti e giovani, genitori, insegnanti, magistrati, educatori, sacerdoti... - sono educati secondo la prassi dominante che tutto impasta di sé e a tutto dà il suo colore, il suo senso persino con l'illusione della libertà democratica e delle scelte personali.
    La TV, la radio, i giornali, il cinema, il libro - i classici mass-media - ma anche i manifesti murali, le vetrine dei negozi, la moda, l'abbigliamento, gli spot pubblicitari, i balli, le droghe, i concerti rock ed altri riti, sono le nuove agenzie educative e industrie culturali che operano in maniera coerente alla prassi oggettiva razionalizzata e teorizzata del sistema dominante; mentre la scuola, la famiglia, la parrocchia, istituzioni che tradizionalmente avviavano processi intenzionalmente e non solo funzionalmente educativi, sono in piena crisi.
    Oggi è in azione un educatore indiretto, anonimo e collettivo, culturale, di costume, che coincide con l'intera realtà storica odierna.
    Anche educativamente il mondo è un unico villaggio, e ciò che avviene a New York, a Pechino, a Timisoara, a Rio, ad Amsterdam, omologa e standardizza tutto anche qui, e in tempo reale!
    Questa società «dei consumi» con i suoi treni e le sue navi di «rifiuti» incide profondamente, anzi costruisce (e/o demolisce) la realtà storica e non soltanto da un punto di vista fenomenico.
    Soprattutto trasforma i ragazzi e i giovani, li tocca nell'intimo, li plasma, dà loro modi di pensare, di vivere. Davvero questa realtà storica costituisce una nuova nascita che concretamente storicizza le persone, cambiando loro l'anima, segnandole profondamente con i propri miti, i propri pseudo-assoluti, modelli, riti...

    EDUCAZIONE CAMORRISTICA E MODELLI

    Tali meccanismi sono all'opera a tempo pieno e spianano la strada all'educazione specifica degli organismi camorristici. Questi sono esistenzialmente la punta dell'iceberg del disagio prodotto da una prassi storica che ormai manifesta una crisi profonda, complessa, planetaria, multidimensionale, le cui svariate sfaccettature toccano ogni aspetto della convivenza e sono di una gravità che non ha precedenti nella storia umana.
    L'educatività camorristica si traduce in concreto in riferimento pratico a modelli (modelli-cultura e modelli-persona) organicamente congiunti alla prassi della cultura dominante, e in una pedagogia della scalarità degli impegni e del prestigio.

    Modelli culturali

    I tre modelli culturali che prenderò in considerazione non sono, né possono essere, esclusivi della situazione socio-culturale di Napoli: vanno attuandosi universalmente.
    C'è il modello di un certo edonismo: questo impone ai giovani di adeguarsi a ciò che vedono o sentono attraverso i mass-media (nel comportamento, nel vestito e nelle scarpe, nel taglio dei capelli e nella pettinatura, nell'agire, gestire, sorridere). La prima foto-copia di questo modello è incarnata nella vita piccolo-borghese del Vomero e nella high society di Posillipo, Chiaia e degli altri quartieri-bene di Napoli.
    Il riferimento quasi razzistico a queste realtà e il tentativo di imitazione dava risultati penosi fino ad uno o due decenni fa, perché un giovane «tamarro» delle periferie di Napoli non era ancora in grado di realizzare questi modelli. Oggi l'omologazione è sempre più forte e i risultati... migliori, perché la camorra offre ai giovani quantità di denaro tali che consentono loro di accedere al modello che hanno introiettato, secondo la nota tesi di Paulo Freire.[4]
    Il divario tra aspirazioni indotte dalla pubblicità e possibilità economiche concrete «grazie alla camorra» non è più così abissale e frustrante. Anzi
    Pare che mensilmente «il guadagno medio, tra scippi, rapine e spaccio, è dalle trecento alle cinquecentomila lire per i più piccoli e dalle ottocentomila al milione per i più grandi. Ma non c'è un ragazzo che metta da parte un po' di soldi: il danaro è bruciato insieme alla vita».[5]
    Collegato con il precedente c'è il modello della permissività.
    Un tempo vigeva ancora a Napoli un certo tipo di morale popolare, di ispirazione religiosa, piuttosto libera, certo, come si addice a una capitale, ma con precise norme e anche tabù che erano suoi e non della borghesia; non l'ipocrisia, ad esempio, ma semplicemente una sorta di codice a cui tutto il popolo si atteneva. Ad un certo punto il sistema ha puntato sul «consumo» e, naturalmente, il «consumatore» consuma di più se gli si concede una certa permissività in campo affettivo ed emotivo, sessuale (divorzio, aborto, contraccettivo, ferie, turismo, manifestazioni sportive, party, cocaina, «fumo»...).
    Spostando il baricentro del sistema liberal-capitalista dalla «produzione» al «consumo», sono state buttate tra i ferri vecchi le virtù connesse al mondo della produzione (laboriosità, dovere, sacrificio, tenacia, sobrietà, risparmio...) e c'è stato semaforo verde al permissivismo edonistico del «tempo libero» della struttura consumistica.
    Il modello del gergo massmediale presiede poi il linguaggio, secondo la nota opinione di Pasolini.[6]
    Soltanto presso i vecchi è possibile sentire la ricca tradizione linguistica napoletana; lingua viva, colorita, rigenerata di continuo da metafore nuove, infiorata da invenzioni poetiche o da motti e detti carichi di saggezza secolare.
    I ragazzi, in genere, sono bloccati linguisticamente e sono resi incapaci di espressioni vive e pulsanti, nuove. A volte, non riescono neppure a capire espressioni idiomatiche; non so quanti riuscirebbero a intendere non dico la prosa antica di Giambattista Basile, ma neppure certe espressioni di Eduardo, Di Giacomo, Russo...
    Sono in mezzo ad un guado linguistico: non sanno esprimersi correttamente in italiano, ma neppure in un genuino napoletano. Sono omologati al gergo televisivo, ripetuto in modo infelice, capaci soltanto di scandire i ritornelli del rito domenicale allo stadio, dettati anche quelli dai club degli «ultras».

    Modelli-persona

    Una testimonianza raccolta al «C.A.M. - Telefono Azzurro» del Centro Sociale «Don Bosco» di Napoli dall'assistente sociale: «Un giorno ci telefona una signora per avvertirci che certi suoi vicini di casa, conviventi, somministrano alcool al proprio bambino per farlo dormire. E aggiunge: - Abbiamo avvertito il `capozona', ma non ha potuto far niente. Vedete un po' voi se potete intervenire!
    Ecco una telefonata rivelatrice della mentalità di molta gente: di fronte ad un fatto che considera riprovevole, la signora ritiene normale rivolgersi alla camorra, ad un suo capozona, quasi fosse un comune funzionario pubblico. E siccome costui non si è interessato al problema, in seconda battuta si è rivolta a noi».

    La camorra come normalità: riferimento ai capizona
    Tutti possono constatare che ogni giorno di più nella metropoli partenopea la latitanza dei pubblici poteri, la estrema litigiosità dei politici, lo stato di crisi perenne degli enti pubblici lasciano tutto lo spazio all'amministrazione camorristica e - ciò che è più grave - questa condizione è ormai accettata come normale dall'opinione pubblica.
    Persino l'addobbo cittadino natalizio, con le stelle-cometa di lampadinette, è opera della camorra, che apponendole ai negozi chiede un «una tantum». E poi organizza collette per i figli dei carcerati o per le vedove; organizza e anima feste di quartiere, anche religiose.
    La «giustizia» della camorra è reale ed efficiente: facendo denunzia alle Forze dell'Ordine, si aspetta anni e anni inutilmente; ricorrendo invece alla camorra, si hanno concrete possibilità di riparazione del danno subito, di restituzione del mal tolto e anche di riconciliazione. Così si diffonde la convinzione che la camorra protegge, fa del bene, in tante occasioni salva. Se a Forcella o a Rione Amicizia, per motivi vari circola il comunicato di non commettere alcun tipo di reato suscettibile di richiamare l'attenzione e la presenza delle forze di polizia, l'ordine viene scrupolosamente osservato da tutti, per cui in quei periodi si può lasciare tranquillamente lo stereo dentro l'auto, sicuri che nessuno toccherà nulla. Così a Forcella, al contrario di ciò che capitava in passato, i «tossici» non li vogliono, non li fanno passare e non ce ne sono.
    Gli uomini politici, che non possono più fare a meno di essere sostenuti elettoralmente e a volte sono addirittura espressione diretta della organizzazione camorristica, non hanno orecchie per sentire le denunce autorevoli di uomini di Chiesa, di magistrati, e da parte di uomini delle Forze dell'Ordine. E un largo consenso popolare sembra proteggere e coprire i capizona.
    In certi quartieri dove risiede il boss, è inconcepibile un normale arresto: le Forze dell'Ordine dovrebbero pensare ad un vero e proprio assedio e assalto al bunker dove abita il boss, che poi con «soffiate» e «depistaggi», la protezione della gente, riesce a farla franca.
    Un giovane malavitoso mi confessava che alla «167» si sentiva sicuro perché poteva contare con certezza sull'omertà e la simpatia della gente contraria ad intromissioni di estranei (carabinieri? poliziotti? assistenti sociali?).
    Un ragazzino di undici anni, il cui papà è morto ammazzato alcuni mesi fa, mi ha fatto da piccolo «cicerone» secondo una originale guida «camorristica» della città. Passando attraverso le varie zone mi indicava il luogo di una rapina, chi era stato ammazzato in un altro posto, il negozio dove si era verificata una rapina con armi-giocattolo e che qui comandano i «capitoni» e lì comanda «il romano» e che prima qua comandava «l'avvocato» e che là comanda il «picozzo» e che Forcella è di Luigino.

    Il boss vincente come modello
    Pedagogia dei modelli vuol dire aspirare a diventare come persone concrete che si conoscono e che possono permettersi abiti firmati, la moto o l'auto di grossa cilindrata o il fuoristrada, cameriere e cuochi, ville e vacanze... In quartieri-ghetto, senza identità, dove le istituzioni sono assenti o nemiche da disprezzare, è il boss che diventa a poco a poco il modello da imitare, perché rappresenta il dominio, la trasgressione, la regola perversa... la giustizia.
    Ecco un tema di un ragazzo di scuola media di Torre Annunziata, sulla seguente traccia: «Ho fatto un sogno meraviglioso. Ve lo racconto».
    «Io ho sognato un giorno che volevo diventare il boss di Torre Annunziata. E un giorno io mi misi insieme alla banda più importante di Torre Annunziata per diventare il boss. E sognai che ero diventato il boss di Torre Annunziata e la mattina quando mi svegliavo vedevo un bellissimo giardino che era mio perché avevo una villa che in mezzo a questa villa c'era una casa e in questa casa vivevo io, mia moglie e 3 servi, 5 giardinieri, due autista, due che si occupavano di cavalli e infine due cuochi. Io ogni mattina andavo in ufficio, ogni persona che mi vedeva mi salutava e dava il buon giorno perché sapevano che io ero diventato il boss di Torre Annunziata e se mi facevano qualcosa di male sapevano che poi erano morti. Io ero diventato molto ricco e quindi poi avevo paura di diventare molto povero. E quindi andai da un dottore che lui disse prima di diventarlo mi devo preparare. Allora lasciai mia moglie sola a casa e un mio migliore amico cioè il mio braccio destro a comando di tutto. Io andai via per due mesi senza soldi in tasca, a fine di questi due mesi scoprii che mia moglie era una svergognata e anche il mio braccio destro, li cacciai da casa poi li feci uccidere dai miei alleati e mi sposai con quella che conobbi e vissi felice e contento».
    Modelli concreti da sognare sono persone che «la comandano» nel quartiere, persone cui si deve il saluto e il rispetto, cui ci si rivolge per qualunque questione. «Racconta un'assistente sociale che Alfredo, un ragazzino di 12 anni, stanco della strada, voleva andare al «Don Bosco» e di fronte alla prima difficoltà ha minacciato:
    - Ah, non mi ci volete mandare? E io chiamo `don'... e ci riesco!».
    «Ogni società si è costruita un progetto umano, un ideale di umanità su cui plasmare i propri cittadini. La Grecia omerica aveva come ideale l'eroe...»[7]. E di tempo in tempo ideale fu il «cavaliere», il letterato e l'artista, il militare, il rivoluzionario...
    Oggi i lineamenti della progettualità umana sono quanto mai svariati e dai confini indefiniti: il super-man, il playboy, la star, il manager, the best , il boss... (tutti termini americani: la patria della prassi consumistica!), e la dimensione fallocentrica, giovanile e rampante attraversa tutti i modelli.
    Boss! Un sogno! Non si diventa boss per una volgare «raccomandazione» o per banali automatici scatti di anzianità di servizio. Lo si diventa sul campo, esclusivamente per «meriti» e reali capacità di superiorità: forza, dominio, ascendente sugli altri, spietatezza (le qualità classiche del «lione»); furbizia, intelligenza tattica, fiuto dell'affare (le qualità classiche della «golpe»); e poi ancora le qualità moderne della capacità negoziale, di governo, di gestione della complessità e delle interdipendenze strutturali, managerialità ed elasticità.
    Tutto questo «castello di virtù» antiche e moderne fa «modello», fa «ideale educativo» di umanità, fa «esemplarità».
    E l'esemplarità produce i suoi effetti già sull'infanzia.
    In ambienti di vasta aggregazione di ragazzi e giovani, come la scuola, l'oratorio, la piazza, ecco il modello del piccolo boss: R.Z. di anni 14 obbligava un compagno di scuola più piccolo a tenergli la cartella fuori della scuola e a portargliela anche su in classe; lo ricompensava con mille lire alla settimana. Una mattina c'è stato un rifiuto da parte del più piccolo e R.Z. lo ha picchiato. La lite tra i due, in seguito, è degenerata in lite tra le due famiglie.
    A volte questo stesso modello si presenta in versione di «protezione»: il ragazzo più grande protegge nei conflitti un gruppo di ragazzi più piccoli contro la prepotenza di altri ragazzi. Si creano così gruppi spontanei, «protettorati» e «padrinati» la cui grandezza è il segno del prestigio del protettore: il piccolo ha già imparato che nella società regnano «le mazzate»: o si prendono o si danno. Bisogna dunque avere qualcuno che protegge. È chiaro che non si tratta di cavalleresca generosità, ma di un piccolo «padrino» che riscuote «tangenti» in denaro, bibite, dolciumi, in attenzioni e «rispetto» (per esempio a lui la prima leccata del gelato) e perfino in vassallaggio sessuale.

    EDUCAZIONE CAMORRISTICA E PEDAGOGIA DELLA SCALARITÀ

    Qui il discorso si fa più strettamente pedagogico.
    Ho parlato finora di «educatività» e di «educazione funzionale» per indicare, con quest'ultimo termine, quelle attività formatrici della persona che la società nel suo complesso compie di fatto, anche senza saperlo e senza volerlo. Da queste attività dipendono sicuramente apprendimenti vari e cioè, come dicono gli psicologi, mutamenti degli atteggiamenti e dei comportamenti.

    Il dispositivo del plagio

    È però anche vero che ci sono dei processi intenzionalmente, e non solo funzionalmente, educativi: sono quei processi che nascono dall'intenzione vissuta e dichiarata di produrre una serie di risultati ed effetti nella linea di una precisa storicizzazione della persona umana.
    La pedagogia si occupa soprattutto di questi processi: non tanto di quello che succede in educazione, ma di quello che deve succedere.
    Oltre che una educazione funzionale, la camorra ha anche una sua pedagogia?
    Il processo educativo è un evento che riguarda un rapporto e che chiama in causa almeno due persone con due diverse responsabilità.
    Questo reciproco impegno vuole essere produttore di risultati di umanizzazione a vantaggio di entrambi i soggetti, li matura entrambi e li mette in condizione di sviluppare se stessi nella pienezza e nella vocazione storica del proprio essere, assimilando e lasciandosi «informare» dalla «essenza» vera della realtà storica.
    Il bambino, nel rapporto educativo, passa dalla dipendenza alla inter-dipendenza, cioè dall'anomia e dall'eteronomia alla autonomia funzionale.
    Interferenze socio-emotive varie (inadeguatezza, confusione, paura, rivalsa, ambiente...) possono impedire al dispositivo pedagogico di funzionare o possono addirittura favorire l'attivazione di un dispositivo «anti-pedagogico» che ha come effetto il plagio, la dipendenza alienante.
    Preciseremo in seguito che la camorra, oltre alla sua educatività generica, oltre alla sua educazione funzionale di fatto, possiede anche una sua «antipedagogia» e un suo, diciamo così, «progetto educativo»: «la mafia è un ente `educativo', se la parola educazione viene piegata ad indicare qualunque tipo di condizionamento non per la liberazione, ma per la schiavitù».[8]

    Il tirocinio

    Il dispositivo antipedagogico camorristico scatta inizialmente con il ragazzo di «mmiezo 'a via», che vive sulla strada, che la sera spesso non si ritira a casa, che già esercita per proprio conto una sua microdelinquenza fatta di furti e scippi: la famiglia non lo censura, anzi spesso lo incoraggia; il bisogno fa «da coperchio», pare a tutti una giustificazione e nessuno del quartiere lo condanna.
    La sua giovane sensibilità morale si va deformando su parametri del tipo «Tanto quella signora là, la pelliccia, il giorno dopo se l'è già ricomprata!».
    Poi arrivano le amicizie e la convenienza: si avvicina o si è avvicinati dal ricettatore.
    Dagli istituti penali minorili di Napoli, nel 1988, si può rilevare che gli ingressi sono dovuti generalmente a furti (565), scippi (68), rapine (229), spaccio di droga (118), possesso di armi (134).
    Nella microdelinquenza qualcuno si distingue e mostra «talenti» che lo rendono interessante e «promettente» per cui viene avvicinato, riceve una proposta «vocazionale» e poi pian piano inserito in una «famiglia», organo-base dell'intero organismo storico camorristico. Questi passaggi avvengono attraverso un pedagogico tirocinio pratico: il ragazzo di «mmiezo 'a via» è messo alla prova e gli si affidano responsabilità sempre maggiori.
    All'età di scuola media, per esempio, inizia come scrivano, compilando le bollette del totonero e del lotto clandestino.
    Poi viene impiegato nel ruolo di «muschillo» per consegnare «dosi» di droga e pacchetti di bollette o anche «informazioni».
    Alfredo C. faceva il «palo», a nove anni: «La sera 'o zio e altri amici mi portavano in macchina con loro. Facevano furti e rapine e io mi nascondevo e avvisavo se arrivava gente o vedevo poliziotti. 'O zio diceva che ero piccolo e che mi potevo nascondere senza essere visto... Poi 'o zio mi dava sempre un po' di soldi».
    Ci si serve dei ragazzi anche per la riscossione di tangenti sicure. Nel 1986, portato ad un Pronto Soccorso per un incidente di gioco, un ragazzino fu trovato in possesso di svariati milioni, nascosti nelle mutandine.

    La «famiglia»

    Entrato poi nella famiglia, a volte anche per mezzo di matrimoni e comparaggi, il giovane diventa «schiavo» di un organismo interessato a tutta la sua vita e per il quale egli la spende tutta.
    Quando il giovane è entrato proprio bene nella famiglia, avendo dimostrato di essere «positivo», «abbassato», allora gli si affidano compiti sempre più ardui che comportano sanzioni penali anche di parecchi anni di carcere. Ma il carcere non è un problema. Anzi può essere la soluzione di altri problemi. Di fatto i suoi cari non saranno abbandonati, ma riceveranno un sussidio mensile che può aggirarsi oggi attorno ai due milioni.
    Gli omicidi camorristici vengono effettuati non direttamente, ma per delega, su commissione, ad opera di killer professionisti quando si tratta di cosa della massima importanza; in caso contrario, anche per due o trecentomila lire si trova chi fa il servizio. Quando le necessità sono tali che uno non riesce a mantenere la propria famiglia, allora, per la disperazione, «si butta», con la certezza che moglie e figli avranno il mantenimento adeguato da parte della camorra, se dovesse andar male.
    A volte si prestano come manovali del delitto anche giovani provenienti dal mondo della tossicodipendenza.
    Tutti costoro però non appartengono organicamente alla «famiglia»: potremmo definirli i «precari» del crimine.
    Chi invece è della famiglia non ne esce più.
    In «famiglia» le relazioni sono di potere, sebbene talvolta velate da relazioni di amicizia e solidarietà. La famiglia è una stretta e rigida consorteria che esclude per quanto è possibile la comunicazione, o scambio e dialogo in senso sostanziale o psicologico con terzi, ad eccezione degli «affiliati» al clan e al paterfamilias che è il vero e proprio «don» nel senso etimologico del termine: dominus.
    Ci sono tecniche di depersonalizzazione, demolizione della «storia» precedente se è necessario, di «nuova nascita», affiliazione e ricostruzione e ricollocazione nella nuova realtà: ecco il cambiamento di personalità. Il plagiato è sottomesso ad una volontà dalla quale deve continuamente dipendere. Si sente posseduto da chi lo sta destrutturando e ricostruendo, e lui accetta quell'uomo come un idolo. È un Dio capace di dare morte o di alimentare la vita, di stabilire il vero e il falso, il bene e il male, ciò che è da fare e ciò che è da evitare.
    E va sempre più incorporandosi in un «padre» magico e reale ad un tempo, nella sua coscienza, intelligenza e volontà, fino a sentire che non può esistere se non affiliato e incorporato nel dominus che impone dominio e terrore.
    La «rigenerazione» e l'affiliazione impongono una fedeltà a tutta prova. Vi si è tenuti non solo per una certa morale, per l'onore e la parola, e non solo perché ne va della vita, ma anche perché la «famiglia» plasma, coinvolge, plagia i membri, dei quali si preoccupa totalmente: dal punto di vista legale (difesa nel dibattimento processuale con l'ingaggio dei migliori avvocati penalisti, latitanza, espatrio, «bustarelle» per corrompere pubblici ufficiali...), dal punto di vista sanitario (medici, infermieri, chirurgie clandestine, terapie, convalescenze, prodotti farmaceutici...), dal punto di vista finanziario e assicurativo (assicurazioni, acquisto di titoli di stato, depositi bancari...) e persino dal punto di vista ricreativo (gioco, donne, vacanze, play-time...).
    Così si è fedeli necessariamente, si è messi nella impossibilità di tradire perché si è privati persino del desiderio di tradire!
    Tanto più che la fiducia del «don» non è acritica, cieca, ma sempre vigile e capace di verifiche e controlli: il che comporta una strategia di riduzione al silenzio, all'omertà.
    Se poi l'organismo si sente minacciato, è ancor più tentato di assolutizzare se stesso, difendendosi e attaccando fino all'annullamento fisico di chi si schierasse contro e fino alla manipolazione dell'opinione pubblica di quartiere allo scopo di conquistarne consensi e simpatie.
    Il plagio si colloca all'interno di questa concezione antipedagogica ed è espressione del dominio che si realizza attraverso l'impossessamento, lo svuotamento e la nuova storicizzazione della persona altrui.
    Il mafioso Tripodi dice ad un giovane della sua organizzazione: «Ti raccomando di stare attento, perché il mondo è tutto infame. Se vi occorre della gioventù, cercatela da voi stessi, sempre persone conoscenti vostre».[9]

    EPILOGO E PROCESSI DI LIBERAZIONE

    «La droga rende disponibile alle organizzazioni criminali, una liquidità di impressionanti proporzioni, dell'ordine di centinaia di milioni, ma anche di miliardi al giorno. Tutto denaro liquido, pulito, raccolto da diecimila mani, che può essere utilizzato nella stessa giornata per realizzare operazioni economiche; con la droga, la camorra e le altre organizzazioni criminali, aprono dei veri e propri sportelli bancari per la raccolta di denaro. Una tale quantità di denaro non può essere conservata neppure un giorno, deve essere subito investita in affari. Di qui la trasformazione in impresa economica, in impresa finanziaria».
    Così il curriculum del camorrista raggiunge il suo apice «inserito nella società come proprietario di case, di negozi, di bar, di ristoranti, titolare di imprese per la fornitura di servizi anche all'Amministrazione pubblica, titolare di conti in banca, proprietario di titoli e di obbligazioni».[10]
    A questo punto bisognerebbe interrogarsi sulle possibili vie di liberazione dai tentacoli di questa piovra.
    L'educazione fa parte dei processi di liberazione e l'impegno educativo comporta una lotta non solo all'interno dell'individuo: è nella costruzione della società che si scontrano le prassi per dominare o per liberare, per una società violenta o per una «civiltà dell'amore» fondata sulla «forza della verità» ( = satiagraha). Le forze soverchianti e totalizzanti che occupano tutto il campo fanno chiaramente percepire che l'educazione non ha solo campi e orticelli da coltivare, ma anche e soprattutto fortezze da espugnare, «strutture di peccato» che tengono sotto sequestro l'intera realtà storica e la costruiscono in maniera distorta, plagiante, dominativa.
    «Afferrare la realtà storica d'oggi... non è che la prima presa di coscienza di una 'realtà nuova', sconvolgente, rivoluzionaria, estremamente problematica e tremendamente impegnativa. Essa si presenta come un massiccio 'dato di esperienza' a valore 'ontologico' (e non semplicemente etico o fenomenico) definito in prima istanza dai 'caratteri essenziali' della nuova realtà storica che... sono la 'dinamicità', la 'onticità', la `secolarità'. Lo sconvolgimento storico prodotto da questi caratteri, male interpretati e peggio applicati, ha superato qualsiasi immaginazione. Eppure è da essi che bisogna partire, non solo per 'comprendere', ma per 'fare'.
    Due cose impossibili, senza la mediazione di una vera e propria 'rivoluzione culturale' ».[11]
    Identificare le forme di distorsione dell'esperienza per denunciarle e demistificarle, coglierne l'intima essenza dinamica metafisica è compito della cultura e della ragione.
    Da qui deriva il coraggio per una mobilitazione di massa in lotta nonviolenta di liberazione contro la violenza del sistema smascherato nei suoi Assoluti perversi e nella forza del suo plagio.
    O almeno da qui si potrà attingere una diversa capacità di resistenza alla seduzione del plagio.
    Più che conclusione, questa è prospettiva che apre sul futuro per la ricerca di una adeguata matrice culturale (intesa come conoscenza e valori) che frutti una resistenza e una lotta di massa capace di far da supporto e da matrice ad una prassi ecologica, nonviolenta, e di costruire nello spazio e nel tempo una città «nuova» nella verità, nella giustizia e nella pace.
    Attendere che il sistema crolli per corruzione interna è troppo rischioso e lungo.
    Il camorrista con il suo impero si comporta oggi con i suoi figli molto diversamente in paragone alla sua generazione: vuole che i figli studino, e di fatto frequentano le migliori scuole private di preti e suore; a casa, hanno cameriere e cuochi, party, vacanze chic e ville e imbarcazioni da diporto, ecc. secondo una logica aristocratica.
    Forse proprio quest'ultima generazione si alzerà contro il «dominus» e lo condannerà come un delinquente...


    NOTE

    [1] Lamberti A., Persone e luoghi della droga a Napoli, Fondazione Colasanto, Napoli 1988, p. 13.
    [2] Cf Il Mattino nell'articolo di M. Jouakim, I diecimila soldatini del crimine, 30.5.1990, p. 25.
    [3] Feo F., Uomini e affari della camorra, Sintesi Napoli 1990, p. 13. La citazione è di Lamberti (Introduzione); la sottolineature è nostra.
    [4] Freire P. La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano, pp. 50 ss.
    [5] Jouakim M., L'esercito dei bambini bruciati in Il Mattino 26.5.1990.
    [6] Pasolini P.P., Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, pp. 277-280.
    [7] Mondin B., Cultura ed educazione dell'uomo. Il progetto-uomo e come realizzarlo, in Nuove prospettive, Verona, N. 1, a. 1990, pp. 8 ss.
    [8] Corradini L., Il negativo in educazione, in Bambino Incompiuto. Per una nuova cultura dell'infanzia e dell'adolescenza, Milano, 1/90, p. 15.
    [9] Corradini L., art. cit., p. 12.
    [10] Lamberti A., oc, p. 12.
    [11] De Maria T., Per una nuova cultura, Ed. NPC Verona, 1982, p. 23.