Per una pastorale del tempo libero



    Carlo Mazza

    (NPG 1991-07-34)


    In una riflessione in merito alla «pastorale del tempo libero» appare opportuno prima di tutto porre in evidenza la necessità di una meditazione sul tempo, come problema di vita e come problema di fede, non dimenticando che la storia del pensiero umano da sempre è pervasa dalla domanda sul tempo e che la storia della rivelazione cristiana ha dato la sua risposta nell'evento di Cristo, Signore del tempo e suo compimento.[1]

    TEMPO, PROBLEMA Dl VITA

    Che ci sia bisogno di mettere a fuoco non tanto il concetto filosofico-astratto del tempo ma la sua indicazione valoriale per l'esistenza dell'uomo, è fuori dubbio dal momento che, proprio in riferimento al vivere di oggi, il tempo sembra aver perso consistenza e diventare «attimo fuggente». La percezione del tempo si acutizza ancor più nel fatto che ne sperimentiamo continuamente la carenza (la mancanza di tempo) per fare «cose» che si ritengono importanti e qualificanti il nostro impegno nella usuale quotidianità. Ma quale tempo «ci manca»? Perché tutti lamentiamo di esserne provvisti a sufficienza? Sembra che il tempo non ci appartenga, sia un possesso di desiderio per cui vorremmo soddisfazione ma ce ne ritroviamo incapaci, inidonei. Va da sé che ogni considerazione sul tempo è preziosa, non oziosa. Da una parte ci consente di misurare scelte e orientamenti rispetto a scansioni temporali, e dall'altra ci obbliga a verificare sul momento presente la qualità del vissuto quotidiano rispetto ai fini che si vogliono raggiungere. La mentalità tecnicistica e materialistica, tutta moderna, ci ha abituato a valutare il tempo come «una dimensione dell'universo, uniforme e misurabile»[2] e come un contenitore neutro da riempire con attività finalizzate alla produzione di qualcosa ritenuto «utile» al progresso, allo sviluppo. Il tempo rappresenta dunque un qualcosa di esterno alla persona. Un'entità cui ci si aggrappa perché passa, fugge, svanisce. Lo si valorizza perché «il tempo è denaro», il tempo è dato una sola volta, e dunque è obiettivamente prezioso. Sotto questo profilo è importante che si abbia una concezione del tempo adeguata alla sperimentazione quotidiana di sé e, più in particolare, del volgere della nostra progressione di vita secondo gli impegni con se stessi, con gli altri e con Dio. Eppure il tempo si misura a fatica. Sappiamo che ogni tentativo messo in atto per scandire il tempo (dalla scoperta della meridiana agli orologi più sofisticati) ha segnato un passaggio di civiltà, un modo di concepire l'esistenza. Anche una formula per asservire l'uomo alla produzione, all'efficienza, al dominio dell'uniformità indica una modalità di rapporto uomo-tempo. Da questo punto di vista si potrebbe dire che l'uomo è schiavo del tempo nel senso che lo intercetta dall'esterno e lo sequestra. Il tempo scorre dal di fuori del soggetto. L'uomo ne partecipa con la propria soggettività originale, qualificando il tempo secondo le concrete evidenze della coscienza. Perciò il tempo, percepito e assunto, diventa una dimensione dello spirito, tanto da configurare il tempo nella identità personale. Il passaggio di valore da un tempo indeterminato a un tempo significativo per l'uomo - comunque sia espressa nel suo perdurare l'operatività umana (pensare-fare, sentire-fantasticare, progettare-riposare) - è garantito dall'esercizio della libertà. Sulla categoria trascendentale «tempo», l'uomo scommette l'intera posta in gioco a sua disposizione, cioè la libertà di essere e di non essere, di riuscire o di fallire, di salvarsi o di perdersi. Per supposta definizione il tempo libero racchiude in sé una potenzialità pressoché illimitata, dato e non concesso che davvero sia «libero». Se risultasse che solo il tempo realizza i connotati della libertà, si dovrebbe concludere che il resto del tempo si risolva in secca perdita. Di fatto il tempo si presta a facili dicotomie di stampo manicheistico, e giustamente il Papa[3] corregge tale possibile posizione affermando che tutto il tempo è fornitore di valori purché sia al servizio dell'uomo, per la promozione totale dell'uomo. Nella prospettiva della libertà, il profilo morale del tempo acquista valore indiscutibile e procede alla formazione di condotte ricche di conseguenze per una personalità eticamente ispirata. Ma, e occorre annotarlo, la dizione «tempo libero» convoglia in sé un carico di notevole ambiguità e di trasparente contraddizione: stando alla definizione dovrebbe di per sé «liberare», cioè porre in condizione ottimale l'uomo perché raggiunga i suoi fini penultimi e ultimi. Invece l'esperienza quotidiana viene a dire la difficoltà intrinseca al tempo libero di attuarsi come tale a incremento della persona e della comunità.[4]
    Di qui la richiesta posta alle scienze umane e alla pastorale di elaborare metodi, processi e proposte, tesi a sostenere lo sforzo di «liberare» il tempo libero (non-occupato), in favore della realizzazione della persona che miri a consolidare una cultura di base sufficiente a vivere il tempo in modalità non provvisorie e non aleatorie.

    TEMPO, PROBLEMA Dl FEDE

    Per il cristiano tutto il tempo è «tempo favorevole», tempo di grazia, tempo di Dio. Posto secondo i termini della storia biblica, dalla creazione al giudizio finale, l'uomo edifica un'esistenza in un tempo determinato, segnato dalla sovranità di Dio.
    Il tempo di Dio non subisce i condizionamenti e le frammentazioni del tempo delle cose create, perché Dio è il Signore del tempo: «Un giorno davanti al Signore è come mille anni, e mille anni come un solo giorno» (2 Pt 3,8; Sal 90,4).
    Di fronte a Dio, i giorni e i tempi dell'uomo sono «immenso vuoto» (Qohelet), sono «tormento e vanità» (Sal 90,10 ss), sono «come l'erba» (Sal 103,15), perché l'uomo subisce le conseguenze del peccato, del suo insuperabile limite mondano. Ma il tempo tuttavia è anche «l'ora» della salvezza, il «giorno del Signore» (Atti 2,20; 1 Cor 1,8; 5,5) che viene e che verrà (1 Tess 5,2); è il giorno del giudizio, cioè è un tempo decisivo nel quale si manifesta la «gloria di Dio», la bontà soverchiante del tutto gratuita di Dio,[5] che coinvolge esigentemente il cristiano nel «riconoscere» la sovranità del Cristo (cf Rm 13,1810) e l'amore verso i fratelli. Il cristiano può rendersi consapevole del valore determinante del tempo perché è un «uomo spirituale» (Gal 6,10) e, vivendo «secondo lo Spirito», è sollecitato a discernere tempo da tempo, cosa da cosa, e così poter attuare la «volontà di Dio» che è totalmente altra dai «progetti mondani» (cf Qohelet, 3 ss), perché il tempo della «volontà di Dio» è tempo di verità e di certezza in quanto manifesta Dio stesso nel mondo che è «tenebra» e superbia di sé. Perciò al cristiano è richiesta piena consapevolezza e libera sottomissione, come ha fatto Gesù, il quale, pur essendo «tutta la pienezza della divinità» (Col 2,415), si è sottoposto al giogo del tempo, come tempo della tentazione e del giudizio. La centralità dell'evento di Cristo nella storia dell'uomo fa sì che il tempo assuma un significato tale da precludere ogni tentativo di distinguere tempi sacri e tempi profani, oppure una concezione del tempo di tipo ciclico, secondo la tesi gnostica. Dio ha parlato in Gesù Cristo, e nel tempo di Cristo avviene l'incontro tra Dio e l'uomo che modifica in radice il suo destino e dunque la sua definitiva perfezione. Il tempo dell'uomo, grazie all'evento pasquale, viene recuperato dal limite del peccato e diventa così manifesta «la vocazione per ogni uomo di veder trasformata la sua esistenza nel tempo dentro la vita eterna».[6]

    LETTURA DELLA SITUAZIONE

    La prevalenza dell'Homo oeconomicus

    Viviamo in un sistema economico basato sul libero mercato, sulla competitività sfrenata e sulla riduzione di ogni valore al puro valore di scambio. La produzione di beni materiali, sempre più raffinati, ha finito col determinare una cascata di bisogni indotti tale da saturare anche ogni loro parvenza. Perciò il consumo è diventato il principio dominante di conduzione non solo del mondo economico ma delle diverse manifestazioni dell'esperienza umana. Di conseguenza i criteri di comportamento e di giudizio rispondono ai princìpi della funzionalità e dell'utile, prendono il sopravvento sulla ricerca di relazioni vere con se stessi, con gli altri e con la natura [7] e si svuotano di riferimenti alla memoria collettiva, all'ethos e alla cultura umanistica.
    Nei processi di produzione e dunque del lavoro prevale l'obiettivazione aggravando l'alienazione, e questo si riflette conseguentemente nell'obiettivazione dei rapporti umani e dell'ambiente, riproducendosi inesorabilmente nell'alienazione del tempo libero, dove finiscono per dominare le stesse logiche di espropriazione umana.[8] Ecco le conseguenze più vistose: la festa viene degradata a tempo di spettacolo fruito (non partecipato) col rischio di ridursi a momento di pura evasione dalla quotidianità e di massificazione nello stordimento e, infine, nella noia: «l'uomo è vestito a festa ma non fa festa»;[9] lo sport perde la sua originaria dimensione ludica, per entrare nei circuiti commerciali e adeguarsi ai parametri della competitività e dell'antagonismo, della prevaricazione dell'altro e della violenza;[10] il turismo è sempre più coinvolto in una vasta operazione di interessi organizzati, dove la soddisfazione immediata dei bisogni prevale sulle esigenze di socializzazione e sullo sviluppo della solidarietà e della persona.[11]

    La caduta delle ideologie

    Più genericamente, la debolezza e la scomparsa dei valori ideali forti ha provocato la tendenza a una sorta di ripiegamento dell'uomo su di sé, sulla ricerca della propria identità (perduta) e della propria autorealizzazione, spingendo verso comportamenti individualistici e di privatizzazione della vita. Le conseguenze più evidenti sono: la mitizzazione dell'io (culto della propria soggettività) e dei suoi bisogni conducono alla chiusura e all'assenza di progettualità multipla e ampia, con l'assorbimento acritico di modelli dominanti (cf cultura della soggettività) che pervadono e occupano inconsapevolmente lo spazio della coscienza; l'eclisse dei valori etici determina lo smarrimento di parametri obiettivi secondo i quali operare un discernimento tra bisogni veri e bisogni falsi, tra ipotesi liberatorie e ipotesi alienanti, tra comportamenti moralmente validi e comportamenti illusori e negativi (cf scomparsa delle evidenze etiche); la cultura del frammento e del quotidiano attraversa tutti gli spazi dell'esperienza umana, provocando bisogni di gratificazione immediata, di spezzettamento del sentire e del vivere, di logoramento recidivo delle idealità. La totalizzazione del «hic et nunc» conduce a esiti di abbandono e di demotivazione verso impegni duraturi (cf l'adesione debole a gruppi, associazioni, la precarietà delle scelte vocazionali, ecc.).

    RIFLESSIONE TEOLOGICA PER IL TEMPO LIBERO

    Se l'orizzonte esteriore ed interiore dell'uomo moderno è mutato, ne di scende che anche la coscienza complessiva di sé cambia e anche cambia in rapporto alle modalità di concepire il tempo libero e di fruirne adeguatamente. Al di là della latitanza della riflessione teologica in merito all'esperienza umana del tempo libero, occorre a mio avviso riscoprire alcune categorie bibliche inerenti al nostro ambito di vita e, in primis, la categoria tempo nel quadro paradigmatico della storia della salvezza. Ad esempio: la felicità (la gioia di vivere), il divertimento, il riposo, la corporeità, il gusto dell'esplorazione e della conoscenza, la bellezza, la riuscita vincente della vita (la resurrezione), l'amicizia scambiata, la narrazione (memoria tramandata), la solidarietà ospitale e gratuita, l'universalità (mondialità), la festa, la comunicazione attiva e partecipante, ecc. (sono già tredici voci di un eventuale dizionario del tempo libero...!). Ora la riflessione comparata, sia dal punto di vista biblico sia da quello più pertinentemente teologico, impegna la chiesa a elaborare una rinnovata intelligenza di fede su aspetti lasciati per troppo tempo nella indifferenza, benché esprimano effettivi bisogni dell'esperienza umana collegata al tempo libero. Si tratta di scoprire profondamente la vita come dono, immenso e misterioso, che manifesta la grandezza di Dio nella sua infinita possibilità. L'uomo è immerso, sin dall'inizio, in un mondo buono (cf Gen 12) ed è sollecitato a realizzarsi nella pienezza anche se, occorre sottolinearlo, la caduta originale continua ad esercitare tutto il suo potere distruttore e deviante.[12] Si tratta di «rivalorizzare» sensatamente la straordinaria forza, illuminativa ed educativa, della teologia della creazione. Sappiamo che il mondo, creato dalla Parola, manifesta la gloria di Dio ed elargisce i segni della sua presenza di grazia e di amore, soprattutto nell'attesa del sabato ultimo dove sarà rivelato il volto eterno di Dio. Ma già fin d'ora il sabato settimanale introduce lo spazio per una relazione gioiosa con Dio e con il prossimo, spezzando il ritmo ossessivo del quotidiano e della noia prodotta dalla monotonia del vivere. Donde il recupero di elementi vitali, quali il riposo, il giorno del Signore, la festa, la gioia di vivere, perché sostenuti da significati prospettici diversi che cambiano il modo con cui normalmente sono vissuti, in quanto si collegano al dominio dell'essere e non dell'avere o semplicemente del fare.[13] La teologia del tempo libero richiede una qualità del pensare che affondi le sue radici nella profondità dell'essere uomo, cioè in un'antropologia soprannaturale, dove l'intera esistenza acquista il suo pieno significato e dove tutte le attività dell'uomo si inverano nella loro finalità più autentica e definitiva, rendendo trasparente il disegno di amore che Dio ha sigillato nella creazione.

    ORIENTAMENTI PASTORALI: PRECONDIZIONI

    Ci pare necessario premettere al progetto alcune precondizioni di tipo antropologico.
    1. Recupero dell'unità dell'esperienza umana nel tempo del lavoro e nel tempo del non lavoro. Di fronte alle tendenze neo-vitalistiche e alla fuga dall'impegno sociale, si rende necessaria una rinnovata coscienza da parte della chiesa tesa a suscitare un'attenzione strategica verso il tempo dell'uomo nella presente fase storica. Se le analisi sono corrette, il tempo futuro tenderà a costruire la felicità dell'uomo a partire da una consapevolezza della sua identità, nella sua possibilità di darsi un senso proprio nell'unità interiore, quasi una nuova sintesi di valori e di prassi nello spazio della soggettività.
    2. Un compito irrinunciabile ed esigente si impone: quello di elaborare una spiritualità adatta ai nuovi orizzonti di vita, alle nuove esperienze di tempo del lavoro e di tempo libero.[14] Spiritualità è facile a dirsi, difficile a idearla e a praticarla. Infatti da una breve ricognizione si evince che «spirituale non è tanto ciò che fa riferimento all'anima e allo spirito dell'uomo contrapposti alla sua corporeità e storicità. Spirituale è colui che è mosso, guidato educato dallo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù che conduce fino alla verità tutt'intera. E siccome "lo Spirito ha riempito l'universo" (Sap 1,7) non vi sono situazioni umane che non siano raggiunte dall'azione dello Spirito: dobbiamo invece guardare a noi stessi e a ogni situazione umana con la certezza che Gesù ha inviato il suo Spirito».[15] È il soggetto-uomo da porre al centro della ricerca perché ne sia il protagonista e il fine, chiamato com'è a rispondere alle sfide del vivere sociale e del rapporto con se stesso, vincendo la subalternità alle «cose», alle logiche della produzione fine a se stessa, alla follia del consumo. Ogni vera spiritualità ha bisogno di una rivoluzione interiore e di una capacità nuova di «giudicare il mondo». Quindi lo sforzo tenderà a nutrire le coscienze di contenuti biblici e ascetici coerenti con la condizione dell'uomo di oggi, tenderà a porre itinerari culturali e spirituali che orientino verso una comunicazione e una comunione correlate a testimonianze di umanità, di bellezza, di storia, di dialogo interraziale, di incontro tra persone nel segno della comprensione, della tolleranza e della festa comune.
    3. L'esplicazione totale della solidarietà, come tempo e spazio in cui ognuno ritrova se stesso nella condivisione, superando le separatezze, gli individualismi eccessivi, le difese del proprio piccolo mondo di certezze. L'apertura liberante verso gli altri, comunque siano e dovunque siano, diventa criterio di rivelazione e di conoscenza ma anche stimolo di accrescimento interiore e di perfezionamento di sé, assume valenze di civile confronto e di accoglienza del diverso e dell'emarginato. Con ciò si recupera l'indispensabile rapporto con il sociale, con la storia e la cultura.[16]
    4. Rimettere la festa al centro del processo di umanizzazione e di elevazione morale e spirituale. È l'antidoto contro le disavventure e le angosce di morte che scorrono nei sotterranei misteriosi dell'uomo, contro le solitudini terribili di intere generazioni incomunicanti e solo apparentemente «festaiole». La crisi del sacro non è una negazione oggettiva dei valori, neppure un rifiuto di Dio, ma il risultato del dominio della cultura dei beni materiali che ha preso il sopravvento. Perciò la festa ripropone il trascendente come risposta vera al bisogno di altro, di sopravvivenza, di contemplazione, di gioia e di riposo in un contesto comunionale e di intense relazioni. Ma la festa è il tempo anche della «memoria» che dischiude l'orizzonte del futuro nel mentre rivive il passato perché è «festa della creazione» e «festa del compimento» (Fr. Rosenzweig).

    TEMPO, PERSONA, COMUNITÀ: PER UN PROGETTO INTEGRATO

    Per la concretizzazione di tutto questo è necessario predisporre un itinerario pedagogico e una pastorale che sappiano interpretare le culture del tempo e proporre modelli di comportamento adeguati al raggiungimento di valori essenziali all'esistenza.

    La persona al centro

    Nessun cambiamento è positivo, in fatto di innovazione che produca conseguenze di valore, se non è ancorato alla persona nella concreta espressione storico-sociale-culturale-religiosa. Puntare energie soltanto sulle strutture e sulle normative avanzate rischia di paralizzare i tessuti relazionali senza quel necessario spessore di «umanesimo» che solo può condensare cultura e quindi creare le condizioni per un cambiamento di valore e finalizzarlo alla maggiore «qualità della vita». Inoltre, dato che la libertà è valore dinamico intrinsecamente congiunto alla persona, diventa impensabile progettare contenuti di tempi e attività connesse, se non viene affermato con forza il principio della maturità personale, fondato sul primato della persona organicamente coltivata, cresciuta e resa consapevole di sé. Come è noto, si stabilisce infatti una correlazione simmetrica tra modalità del vissuto del tempo libero e conseguimento di obiettivi alti di consapevolezza (autonomia di giudizio, capacità operativa, struttura psichica idonea a sostenere sicure relazioni interpersonali). Maturità non significa astrattamente il complesso congegno di attività prodotte, ma la capacità di elaborare sintesi di giudizio su una data realtà e di attuare conseguentemente programmi di intervento atti a favorire gli obiettivi posti a luce nel giudizio. La persona matura è dunque un'esigenza imprescindibile. Essa possiede, in equilibrato organismo psicologico, un quadro di competenze e di conoscenze capace di sostenere la fondamentale convinzione di «dare la vita per gli altri». È il complesso della dotazione personale che va correttamente valutato e valorizzato ai fini di una feconda operatività, che presuppone la perentoria necessità di essere prima del poter essere e del fare.

    Il contesto necessario della comunità

    Ma il tempo libero della persona si invera nel suo immergersi nel vissuto della comunità di appartenenza e nella capacità di innestarsi in essa con proposte concrete di sperimentazione vitale in alternativa a forme consunte o a forme di scarso rilievo aggregativo e propulsivo. La precomprensione della propria comunità è manifestamente la «conditio sine qua non» per qualsiasi progetto-programma. Il modello interpretativo dinamico, sempre valido, resta quello enunciato dalla dottrina sociale della Chiesa, che è vedere-giudicare-agire.[17] Seguendo tale metodologia si giunge ad una razionalità di visione, di giudizio e di prassi che consente un'esperienza fondata, legata alla situazione concreta delle persone, variamente strutturate dell'ambito comunitario e finalizzata al perseguimento del bene comune. Se la comunità, secondo una definizione sociologica, si esprime come «luogo in cui gruppi di individui integrano vicendevolmente la propria attività, sviluppano un senso di identificazione con l'ambiente fisico e sociale, collaborano al raggiungimento dei fini comuni»,[18] l'obiettivo consisterà nella edificazione di quel «bene comune che si concreta nell'insieme di quelle condizioni che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione».[19] Come si può ben vedere, il contesto sociale-comunitario si evidenzia nella sua necessità a completamento naturale dello sviluppo della persona.

    Persona e comunità: reciprocità alla prova attraverso l'associazionismo

    Se «valorizzare» il tempo significa rendersi conto della sua funzionalità alla persona e alla comunità, tanto più il compito di storicizzare tale significato si determina nei giovani che, per scelta personale, qualificano la loro presenza nel mondo come segno e strumento di incarnazione del messaggio evangelico. Inoltre, l'esperienza associativa dà rilievo alla formazione e all'acquisizione di conoscenze che facilitano lo sviluppo delle relazioni di amicizia e motivano lo sforzo collaborativo con tutti i soggetti attivi nella comunità. Mi pare infatti proprio dell'associazionismo creare le condizioni per moltiplicare i legami ed estendere gli interessi, promuovere occasioni di incontro e aumentare il grado di partecipazione da parte di vasti settori della comunità, superando livelli di estraneazione o di individualismo o di separazione o contrapposizione differenziatamente presenti o latenti nel tessuto sociale ed ecclesiale. In vista di questo traguardo non sono tanto importanti e decisive le cose fatte o da fare, cioè la quantità efficientista delle iniziative e delle proposte, quanto invece l'evidenza del segno posto nel mezzo del vivere sociale che si identifica con una metodologia e con uno stile di presenza che guadagna consensi per la serietà, l'efficacia, la competenza, la risolutività di quanto proposto in un fondamentale spirito di comunione, di servizio autentico alle persone. Anche il più riuscito programma «ricreativo» e «culturale» non basta di per sé a far crescere il senso vivo di consapevolezza se non è mirato ad aumentare il grado di appartenenza e di integrazione comunitaria, se non favorisce cioè la stratificazione simbolica del soggetto da cui trarre successivamente orientamenti etici e processi di autocomprensione e di collaborazione. La via per giungere a simili «standards» di creatività e di partecipazione passa necessariamente per la strategia dell'associazionismo e attraverso gli strumenti idonei suggeriti dalle tecniche di gruppo, di cui l'impegno e l'itinerario associativo dovrebbe essere ampiamente ricco. Per un giovane impegnato nel dare senso compiuto al suo tempo, interrelato con il tempo della comunità di appartenenza, non esistono interstizi neutri o tempi morti, come se la scansione temporale dovesse privilegiare un tempo su altri: tutto il tempo è fattore di crescita o di morte, di apertura sul mondo e sull'essere o inclusione asfissiante in una sorta di circuito buio. Nella vitalità associativa e nella proiezione sociale all'interno del tessuto fecondo del territorio, i giovani possono spendere il meglio di sé per rendere un servizio vantaggioso a se stessi e agli «altri». Devono avere gli occhi aperti sulla realtà. Tenere gli occhi aperti non significa indugiare nella posizione di giudizio per una sottile degustazione del come vanno male le cose, ma significa configurare una visione complessiva da porre a fondamento di un necessario progetto che, nel mentre risponde alle domande del vivere quotidiano, offra prospettive per il futuro. Forse la odierna provvisorietà e aleatorietà del pensiero, la diffusa gregarietà dell'immaginazione sociale, l'imponderatezza dei tempi fagocitati dalla velocità e dall'efficienza richieste dai cambiamenti, tolgono spazio al silenzio della progettazione del «tempo personale» e alla fatica di pensare insieme un qualsivoglia riordino del «tempo sociale». Nonostante tutto, ogni tentativo deve essere sperimentato se non si vuol rischiare di soccombere nell'indifferenza e nell'anomia che, oltre che manifestare squallore etico, dequalificano ogni testimonianza cristiana, dal momento che la fede per essere autentica chiede la sua esplicazione nella carità, animata dalla speranza. Qui si tratta di capire il rapporto tra impegno che prende l'esistenza cristiana e impegno che si espone alla costruzione della «città di Dio». Non vi è soluzione di continuità tra i due momenti che fanno sintesi unitaria nel soggetto pensante ed agente. Il Concilio, con tono forte, dice che «tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere di esempio sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e della dedizione al bene comune».[20]
    Anche nella «gestione» del tempo proprio e del tempo della comunità emerge la caratterizzazione dell'impegno pubblico del laico cristiano, come un campo nel quale si evidenzia la capacità di operare, secondo i principi etici, ai fini del bene comune. Perciò impegnarsi nel tempo libero non si riduce a questione meramente organizzativa di attività secondarie o riempitive, ma riproduce un disegno strategico di educazione, formazione, sperimentazione della persona e dell'intera comunità sociale, politica, culturale e religiosa. Esso coinvolge profondamente le risorse, le persone, gli strumenti, le strutture, le scelte politiche della comunità finalizzandole al bene integrale della persona. E non solo valorizza la persona, posta nel suo contesto di vita, il cosiddetto «mondo vitale» tanto evidenziato dalla sociologia tedesca,[21] ma promuove le potenzialità palesi o sommerse negli altri soggetti collettivi, istituzionali o spontanei, strutturati nel territorio. Perciò il progetto che storicizza la presenza nel sociale dell'associazionismo mira a trasformare tutti in protagonisti del proprio tempo, a soddisfare le istanze variamente presenti nelle persone, a disegnare scenari di vita possibili attraverso la genialità dell'intelligenza, illuminata dalla fede, che genera fiducia, gioia di vivere e spazi di espressività originali, come l'invenzione di percorsi di festa, di curiosità culturali, di opportunità di incontri di diversi livelli dei bisogni e degli interessi soggettivi e comunitari.

    Progettare insieme il tempo

    Nella società complessa e in trasformazione continua, il fattore tempo incide sulla coerenza di vita, sulla stabilità psicologica, provocando smarrimento, perdita di immediata identificazione e crisi di riferimenti etici, esistenziali e culturali. La condizione dunque del vivere il proprio tempo si fa più gravosa, anche per i giovani di buona struttura motivazionale. Il rischio più evidente è la privatizzazione dei bisogni collegata con l'enfatizzazione del piacere individualisticamente ricercato e risolto, come una monade che prende il volo all'impazzata, fuori di qualsiasi aggancio con l'appartenenza sociale e l'ordinamento dei valori comunitari. È la tentazione insinuante della frammentazione e della separatezza, del «fai da te» inficiato dal cerchio dell'isolamento e della solitudine esistenziale. Oppure è la tentazione di consociarsi in piccoli gruppi del passatempo, con la sola finalità di non restare soli perché incapaci di vincere la penuria immaginativa ed operativa. Ma lo sperpero di risorse nel nulla della comunicazione interpersonale ingenera l'automizzazione del tempo e di conseguenza l'imprendibilità del proprio io profondo che si inaridisce o si attesta sull'ovvietà. In simile condizione c'è bisogno di un'operazione di base che consenta l'aggregazione larga e composita, di portata «ecumenica». Cioè un progetto aggregativo in grado di raccogliere l'adesione non ideologica ma per via di interessi e di risposte ai bisogni emergenti e legati alla concretezza della vita quotidiana. La valenza multipolare del progetto favorisce quel recupero di coscienza del tempo che è, come nota N. Elias, sintesi di momenti che appartengono al passato, al presente e al futuro.[22] Infatti un progetto, solitamente, riassume e sigilla in sintesi dinamica tutta la ricchezza di un processo storico, culturale e religioso, che proviene dalle generazioni umane fino a noi e che matura, come da una sorgiva inattesa, nelle nostre elaborazioni, frutto di molteplici apporti ed esperienze. Non è dunque il progetto qualcosa di assolutamente nuovo, se mai le modalità della sintesi appaiono nuove perché utilizzano e portano ad unità organica elementi disparati con uno spirito più largo e più complessivo. Nel progetto si fondano armonicamente tempi, persone, comunità in un'operazione simile a quella del crogiolo o della pasta che assimila frumento diverso per dare un pane unico, senza più distinzioni. Per progettare il tempo, al di là di ogni riflessione previa ed importante, bisogna essere convinti della seguente proporzione: «È necessario disporre liberamente e consapevolmente del proprio tempo non occupato, per finalità precise e imprescindibili, con persone caratterizzate dalla passione etica e sociale, nelle istituzioni ecclesiali e civili o negli spazi da inventare, a beneficio dello sviluppo integrale della persona e della comunità». Se si accetta di mettersi a servizio e se il servizio diventa il qualificante del mettersi a disposizione, scompaiono sul nascere le contraddizioni interne al gruppo e tra i gruppi operanti sul territorio, perché il servizio rovescia le posizioni di potere e le ambizioni di primeggiare nella ineliminabile competizione sociale.

    LE COORDINATE DEL PROGETTO

    Mi limito alla delineazione di alcune coordinate del «progetto tempo» che dovrebbero successivamente orientare la struttura programmatoria e l'eventuale attuazione sul terreno della prassi. Le coordinate rappresentano i punti di riferimento e di verifica del progetto e fungono anche da elementi veritativi della cosiddetta «politica» del tempo che l'associazionismo giovanile potrebbe in qualche modo realizzare.

    Ecclesialità (come spirito di comunione)

    La rinnovata comprensione della chiesa, insegnataci dal Concilio e dal successivo magistero della chiesa, si fonda sul principio della comunione ecclesiale, che esprime, nella forma di mistero, la natura profonda della chiesa e che caratterizza nella realtà storica e dinamica la vita interna ed esterna del Popolo di Dio pellegrinante nel mondo. Perciò la categoria «ecclesialità» dà corpo a una dottrina ricchissima e nello stesso tempo risignifica un aspetto decisivo dell'identità cristiana. L'ecclesialità non corrisponde ad un orpello della figura cristiana, ma ne costituisce parte integrante e necessaria, tanto ogni cristiano è continuamente interpellato ed efficacemente coinvolto nella edificazione della «ecclesia Dei» nella storia. Infatti «il singolo partecipa alla tensione temporale che contraddistingue il tempo presente. Perché il presente è il tempo della chiesa, l'appartenervi dà diritto al singolo, in quanto attivamente partecipe, ad un suo posto preciso nella storia della salvezza».[23] Dire «ecclesialità» implica dunque una serie di conseguenze pratiche e di atteggiamenti concreti sia a livello personale sia a livello di associazione e di gruppo. Non mi soffermerò nella descrizione tipologica, lasciando a ciascuno la possibilità di enucleare modalità e adeguatezze. Piuttosto vorrei solo accennare al senso di appartenenza alla chiesa, come aspetto fecondo di operatività, e come risposta del cristiano a quanto ricevuto dalla chiesa, madre e maestra. L'appartenenza alla chiesa è un dono inestimabile (battesimo) e un compito mai esaurito nelle implicazioni quotidiane e nella risposta personale che esige dedizione, intelligenza dialogica, spirito di collaborazione, capacità di interpretare tempi, persone, luoghi, fatti. Per essere efficace l'appartenenza non può essere parziale o con riserva: non si appartiene ad una famiglia solo per qualche ragionevolezza o convenienza. Infatti l'incondizionatezza della fede nel Dio di Gesù Cristo include la fede nella chiesa, accolta nella sua totalità di espressione storica e soprannaturale.

    Competenza (come sintesi etica e culturale)

    La crisi dei valori e il cambiamento dei criteri valutativi della realtà hanno prodotto non solo la cultura dell'effimero, del provvisorio, ma l'abbassamento del livello etico delle motivazioni e dei comportamenti, privandoli di quelle dimensioni interiori che solo possono generare senso e sollecitare slanci di passione e continuità di impegni. Di fatto la linfa che consolida la dedizione alla causa del Regno si situa in una forte motivazione morale e in una densa identità culturale che insieme, sorpassano le innegabili e presenti difficoltà di pensare e di agire concordi per il bene comune. In tale linea la competenza non si configura soltanto ai livelli del sapere tecnico-organizzativo, della somma di conoscenze e di esperienze, delle sicure abilità gestionali-amministrative, come se tutto si riducesse ad un'azienda a conduzione manageriale, ma disegna una modalità di essere e di vivere, di giudicare e di agire. Essa esprime una sintesi dinamica di valori e di prassi, di vissuto e di elaborazione di molteplici elementi diffusi nella tradizione e nella novità vitale della comunità e del territorio. Di conseguenza la competenza assurge a caratteristica determinante dell'obiettività del progetto perché predispone con sicurezza di riferimento tutto ciò che è necessario alla medesima progettazione e ai suoi contenuti, riassumibili nel binomio: etica e cultura.
    Dalla competenza proviene anche il gusto dell'interpretazione della realtà in modo che non si risolva in ideologizzazione, che è operazione intellettualistica e parziale, ma in strutturazione sistemica, ordinata e razionale, di tutti gli aspetti concorrenti in una data situazione. Se si esercita l'armamentario ideologico, fatalmente si costituiscono barriere, contrapposizioni, conflitti di poteri, smanie competitive e tutto ciò che separa e divide, mentre il segno specifico del cristiano resta sempre la comunione, la collaborazione, il dialogo, la costruzione della casa comune, la testimonianza di pace nella sintesi dei diversi carismi e delle legittime differenziazioni di intuizione originale della realtà e della necessaria missionarietà.

    Fine educativo (come pedagogia globale)

    Per un cristiano che opera nel sociale, ai diversi livelli di competenza specifica e di impegno, mai va pretermessa la finalità educativa-formativa, cioè la promozione delle risorse umane e della consapevole partecipazione popolare. Si tratta di saper enucleare mezzi, strumenti, processi psicologici atti a perseguire gli obiettivi del progetto, che sono, lo ricordo, lo sviluppo integrale della persona nel contesto storico-dinamico della comunità impiantata sul territorio. Come è noto, il fine educativo non lo si raggiunge predicandolo soltanto, ma facendolo. Come i due discepoli di Emmaus, scrive San Gregorio Magno, che «loquendo illuminati non sunt, sed faciendo illuminati sunt»: la luce della verità si irradia più energicamente attraverso l'eloquenza dei fatti. Condizione indispensabile dell'esito positivo del progetto è la sua evidente unità interna, dove si compaginano le frammentate proposte in un circuito armonico, organico, orientato all'unico fine. Perciò è importante sottolineare il criterio della continuità-omogeneità, coniugato al principio della sussidiarietà. Il primo viene a correggere una certa ansia di fare tanto per fare, un desiderio di protagonismo inconcludente e futile in se stesso, e una smodata tendenza al cambiamento di proposte ad ogni tirar di vento, dimenticando e confondendo le linee significative del progetto. Il secondo toglie la vanità del tuttofare e tiene a bada quell'istinto di sopraffazione arrogante propria di chi crede che senza di lui il mondo crollerebbe. Invece la dinamica vincente, rispetto ai fini, va in senso contrario: educarsi ed educare alla durata lunga delle iniziative e porsi sempre in attitudine di servizio, di aiuto (subsidium). Perché il tempo sia davvero funzionale alla persona e misurato sui ritmi della comunità, non può non esserci un itinerario pedagogico che nel mentre si opera, si vive e si partecipa, si costruisca anche una mentalità, una cultura diversa, un modo di essere più elevato.[24]

    Rapporto con la società (come sintonia o dialettica fruttuosa)

    In una moderna visione dell'associazionismo cattolico sembra davvero impensabile una sorta di ghettizzazione nel proprio recinto della dinamica espansiva finalizzata ad una presenza missionaria ed evangelizzatrice. Lo spazio di azione è il mondo, la società civile, i terreni dei bisogni, delle ingiustizie, dell'emarginazione, ecc.: dove l'uomo vive i suoi giorni e dove la chiesa invia, secondo le indicazioni del Vangelo e del diuturno insegnamento magisteriale. Si hanno molteplici modi di rapporto con la società civile, e la storia della chiesa è ricca di esperienza al riguardo.
    Le diversità dipendono dalle diverse situazioni della società e dai diversi conseguenti approcci che la chiesa intrattiene. Tuttavia la società non si iscrive tutta nella forma politica, nelle istituzioni che regolano la convivenza: gli ordinamenti politici e sociali esprimono modalità di governo e di amministrazione ai quali, peraltro, deve essere dato il rispetto e concessa collaborazione. A me preme di più, in questa sede, configurare un rapporto più ampio, quello con la complessità sociale che include ogni fenomeno, a rilevanza sociale, che si struttura in una comunità: dall'aggregazione spontanea e provvisoria alla compaginazione più stabile e definita, dove il collante si motiva da interessi, bisogni, idealità a volte bene espressi ed in altre sommersi. Il compito proprio dell'associazionismo giovanile si manifesta nell'abilità di intuizione, di interpretazione, di organizzazione e di coordinamento. In queste diverse fasi o mete si gioca la scommessa per la progettazione del tempo nella comunità e nel territorio. Qui si tratta non tanto di essere prima, ma di essere realisticamente propositivi ed efficaci, pronti al servizio, assumendo delle responsabilità di guida, di gestione o di fattivo sostegno.

    Conclusione

    Il tracciato indicato non risponde immediatamente ad urgenze di carattere pratico e particolaristico. Semplicemente indica un orientamento metodologico e motivazionale, lasciando agli animatori pastorali il compito di tradurre in termini di prassi le suggestioni qui e là seminate. L'intento di fondo che mi sono posto non andava oltre il desiderio di suggerire possibilità di impegno in un campo ormai aperto a mille opportunità ma anche disponibile a mille dispersioni, quel «pane che perisce» di cui si parla nel vangelo di Giovanni. L'associazionismo giovanile, ponendosi al servizio della comunità cristiana in uno spirito di autentica collaborazione, saprà inventare la vita, come si usa dire in termini un po' enfatici, e progettare il tempo in una avventura che lo renda protagonista ben sapendo che «Dio e tutte le opere di Dio sono gloria dell'uomo; e l'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio».[25] Quando l'uomo vive in Dio, tutto il tempo e ogni tempo è davvero grazia.


    NOTE

    [1] Cf O. Cullmann, Cristo e il tempo, Bologna, 1965
    [2] E. Trocmé, v. «Tempo», in J.J. Von Almen, Vocabolario biblico, Roma, 1969.
    [3] Giovanni Paolo II, Allocuzione ai partecipanti del Convegno «Il lavoro è per l'uomo», Roma, 1519 novembre 1983, in Atti del Convegno, p. 18.
    [4] Cf CEI, Non di solo pane. Il catechismo dei giovani, Roma, 1979, pp. 27-28.
    [5] Cf «Kairòs» in GLNT, IV, 1376, Brescia, 1968.
    [6] A. Marangon, v. «Tempo» in NOTB, Milano 1988, pp. 1531-1532; cf R. Bleistein, «Tempo libero. Tempo di libertà creativa», in Atti del IV Congresso Mondiale per la pastorale del turismo, Città del Vaticano, 1990.
    [7] G. Piana, «Il tempo libero. Dalla soggettività alla solidarietà», in La rivista del clero italiano, n. 5/1990, pp. 355 e ss. Ho utilizzato il contributo di Piana anche nelle susseguenti riflessioni analitiche.
    [8] G.C. Milanesi, I giovani nella società complessa, Torino, 1989, pp. 107 e ss.
    [9] CEI, Il giorno del Signore 1984, n. 5.
    [10] Cf Ufficio Nazionale CEI per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, Atti del Convegno «Sport, etica e fede», 1989. (Cf anche C. Mazza, Turismo, nuova frontiera della missione, Casale Monferrato, 1989).
    [11] Cf Idem, Atti de II° Incontro Nazionale degli Incaricati diocesani, marzo 1989. (Cf anche C. Mazza, Turismo, nuova frontiera della missione, Casale Monferrato, 1989).
    [12] Cf AA.VV., La creazione, a cura di R. Gerard, Roma, 1990.
    [13] Cf CEI, Il giorno del Signore, 1984.
    [14] Cf B. Secondin, Nuovi cammini dello Spirito, Milano, 1990, pp. 235-286.
    [15] G Grampa, Presentazione ai «Programmi pastorali diocesani 1980-1990» di C.M. Martini, Bologna, 1990, p. 25.
    [16] Cf Sollicitudo rei socialis; e I. Sanna, Immagine di Dio e libertà umana, Roma, 1990, pp. 228 e ss.
    [17] Cf Giovanni XXIII, Lett. En. «Mater et Magistra» (15 maggio 1961), in Discorsi, messaggi, colloqui. Vol. III, p. 774. Città del Vaticano, 1962.
    [18] F. Hazon, «La comunità locale e l'educazione degli adulti», in Quaderni di Azione Sociale, Acli, n. 34, Roma 1959, p. 520.
    [19] Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 74.
    [20] Idem, n. 75
    [21] Cf K. Held, Stato, interessi e mondi vitali, Brescia, 1981.
    [22] Citazione da Saggio sul tempo, Bologna, 1986, in M. Pollo, «Il tempo libero dei giovani», Relazione all'Assemblea nazionale del TGS, novembre 1987.
    [23] Cf O. Cullmann, o.c., p. 259 e ss.
    [24] Cf G. Vico, Tempo ed educazione nel postmoderno, Brescia 1990.
    [25] S. Ireneo, Adversus haereses, Lib. 3,20.