In margine all'enciclica «Redemptoris Missio»
Egidio Viganò
(NPG 1991-08-04)
In occasione del 25° anniversario del decreto conciliare «Ad gentes», Giovanni Paolo II ha pubblicato l'enciclica «Redemptoris Missio» (che porta la data del 7 dicembre 1990), per affermare chiaramente la permanente validità del mandato missionario nella Chiesa.
Essa rappresenta un grande appello del Papa ad affrontare con maggior responsabilità le missioni «ad gentes». Essa, inoltre, offre riflessioni e chiarificazioni, tenendo in conto le importanti evoluzioni che si sono verificate in questi decenni.
Il titolo dell'enciclica ci riporta a quella proclamazione rivolta a tutti dal Papa al primo inizio del suo pontificato: «Aprite le porte a Cristo!». Grido che ha trovato poi un ampio commento nella sua prima enciclica «Redemptor hominis», in cui afferma che la «prima via della Chiesa» è l'uomo vivente. A questi ed altri appelli egli ha poi aggiunto la sua testimonianza personale nel modo di esercitare il ministero di Pietro. Giustamente Io hanno chiamato, per i suoi molteplici viaggi apostolici, «il primo missionario del mondo».
Si può dire che l'esortazione di aprire le porte a Cristo è la linea portante di tutto il suo pontificato; in particolare costituisce la prima grande finalità di questa nuova enciclica: «La missione di Cristo Redentore, affidata alla Chiesa, è ancora agli inizi!... Dobbiamo impegnarci con tutte le forze» (n. 1). Basta che guardiamo l'umanità contemporanea: su più di 5 miliardi di abitanti, soltanto un terzo conosce Gesù Cristo, e di questi solo il 18% si dice cattolico (e tra i cattolici non tutti sono veri credenti). Nel continente asiatico, poi, dove vive il 60% dell'umanità, i battezzati non raggiungono il 2%. E, un po' ovunque, cresce più in fretta il numero di coloro che non lo conoscono, che non quello di coloro che lo seguono.
Urge, perciò, rilanciare la preoccupazione missionaria, essa stimolerà a rinnovare tutti gli impegni di evangelizzazione e presenterà la Chiesa come vero sacramento di salvezza nel mondo.
L'enciclica prende in conto le evoluzioni avvenute e apre delle prospettive nuove.
Possiamo indicarne alcune: la novità conciliare del denso contenuto teologale della «missione»; la novità della differenziazione dell'attività specificamente missionaria in rapporto sia alla cura pastorale dei fedeli che alla rievangelizzazione dei paesi di antica tradizione cristiana ora in accelerata via di secolarizzazione; la novità dei criteri per descrivere specificamente l'attività missionaria: non solo criteri «geografici», ma anche «sociologici» e «culturali»; la novità del risalto dato alle giovani chiese ancora bisognose di ulteriore maturazione; la novità dell'inclusione di impegni promozionali per lo sviluppo dei popoli attraverso l'educazione delle coscienze.
L'enciclica ci viene a dire, in sintesi, che l'attività missionaria aiuta la Chiesa a rispondere all'immensa sfida di una svolta epocale, mai vista finora nei secoli per la sua vastità, profondità e celerità. In tale svolta l'impegno missionario appare come «l'attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa» (n. 31).
Ne evidenziamo alcuni punti in particolare.
LE «MISSIONI TRINITARIE»
Il concetto di «missione» è alla base di tutto il rinnovamento ecclesiologico portato dal Concilio Vaticano II; esso è intimamente connesso con la natura stessa della Chiesa, corpo storico del mistero di Cristo.
La sua dimensione missionaria, infatti, è radicata nelle missioni trinitarie: in quella del Verbo inviato dal Padre a farsi uomo e, tramite la risurrezione di Cristo, in quella dello Spirito Santo. La Chiesa, sacramento universale di salvezza, armonizza organicamente in sé le due missioni trinitarie e diviene la grande evangelizzatrice di tutti i popoli.
Il Concilio, nel proclamare la natura missionaria della Chiesa (specialmente attraverso la «Lumen gentium» e il decreto «Ad gentes»), afferma la straordinaria vitalità di questo suo innato dinamismo, soprattutto in rapporto all'attuale cambio epocale «dal quale nasce una nuova condizione dell'umanità» (AG, n. 1). Non solo c'è nel mondo una cultura emergente, che di per sé non nasce cristiana, ma i popoli stessi sono in movimento e il numero degli uomini che non conoscono Cristo è sempre in aumento; gli orizzonti e le possibilità dell'impegno missionario si allargano. L'attività missionaria della Chiesa è ben lontana dal suo compi- mento; anzi - afferma il Papa - è solo ai suoi inizi. Gli «ultimi confini della terra» indicati dal Vangelo non sono semplicemente geografici; e possiamo dire che, invece di essere più vicini, si stanno allontanando. Di qui l'urgenza missionaria. I credenti sono tutti invitati ad allargare il loro sguardo agli immensi orizzonti del mondo non cristiano (cf Redemptoris Missio, n. 40).
Questa visione conciliare ha infuso un ardore nuovo alla Chiesa. In certo modo ha fatto confluire la considerazione delle «missioni ad gentes» nell'alveo unico e fondamentale della «missione» di evangelizzazione (propria di tutto il Popolo di Dio) incorporando così organicamente la missiologia nell'ecclesiologia. La qual cosa è servita a illuminare meglio tutta l'attività evangelizzatrice della Chiesa rinforzandone gli stretti rapporti che deve coltivare l'uomo contemporaneo, alle cui incalzanti sfide deve saper dare una risposta di salvezza.
È in questa prospettiva globale che è nata l'esigenza della «nuova evangelizzazione» che guida, oggi, l'intero rinnovamento dell'azione ecclesiale. Tutto è radicato nelle missioni trinitarie che si incarnano e si fondono storicamente nell'unica fondamentale missione della Chiesa.
EVANGELIZZAZIONE E MISSIONE
Di fronte alla visione unificatrice del Concilio non è mancato chi si sia chiesto se era ancora opportuno parlare di attività missionaria specifica; non basterebbe parlare semplicemente di missionarietà inerente ad ogni attività ecclesiale?
Certamente bisognerà riconoscere che se la missione della Chiesa è unica, essa dovrà trovarsi concretamente pre sente in ognuna delle attività ecclesiali. Ciò però non comporta come conseguenza di identificare tra loro tutte queste attività.
L'enciclica è tutta protesa ad affermare che permane fondamentale e indispensabile l'attività delle missioni «ad gentes»: «Occorre guardarsi - afferma - dal rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non di far scomparire, la missione 'ad gentes'» (n. 32).
Il decreto conciliare aveva già detto che la differenziazione nelle attività evangelizzatrici non nasce dalla natura ecclesiale della missione, la quale è sempre la stessa nella sua identità di fondo, ma è provocata dalle condizioni esistenziali dei destinatari. Tali condizioni dipendono sia dalla Chiesa, sia anche dai popoli, dai gruppi, o dagli uomini a cui la missione è indirizzata.
Così, nell'alveo dell'unica missione, si distinguono varie attività evangelizzatrici: tutto è evangelizzazione - anzi, dopo il concilio, tutto deve essere «nuova evangelizzazione» - ma è necessario distinguere tra loro alcune attività con peculiari caratteristiche.
Già il decreto «Ad gentes» (n. 6) distingueva la specifica attività missionaria da quella pastorale (nei riguardi dei fedeli) e da quella ecumenica (nei riguardi della ricomposizione dell'unità dei cristiani).
La recente enciclica presenta in generale tre differenti forme dell'attività evangelizzatrice:
- l'«attività missionaria» tra le genti che non conoscono Cristo;
- la «cura pastorale»» tra i fedeli cristiani;
- e la «riproposta del Vangelo» nei paesi di antica tradizione cristiana ormai secolarizzati.
I confini tra le tre modalità non sono pienamente definibili; certamene queste attività non si identificano una con l'altra, né si escludono mutuamente come se si potesse isolare ciascuna di loro in una specie di compartimento- stagno. Sono intercomunicanti; con una condizione, però: che l'attività specificamente missionaria significhi anche per le altre l'espressione prima e qualificante di tutta l'evangelizzazione: «Senza di essa la Chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della sua attrazione esemplare» (RM, n. 33-34). La noncuranza di essa o il suo indebolimento dimostrerebbe mancanza di fervore e sarebbe un segno di crisi della fede.
Così, nella visione conciliare dell'unica missione, il distinguere l'attività specificamente missionaria dalle altre, invece di indebolirla o posporla, ne rafforza l'identità e la consistenza e ne ripropone l'alto valore di servizio, il primo, che costituisce il fondamento e l'anima dinamica anche delle altre.
Ma come precisare, oggi, le note proprie delle missioni «ad gentes»? Qui si apre una problematica non facile; ci sono ad ogni modo elementi che aiutano a giudicare le differenti situazioni; soprattutto aiutano ad affermare come principio di fondo l'importanza di due aspetti mutuamente connessi: che, cioè, tutte le attività evangelizzatrici procedono dall'unica missione della Chiesa, e che l'attività specificamente missionaria è la radice e lo stimolo primo delle altre attività evangelizzatrici.
L'enciclica approfondisce, in forma articolata ed elaborata, il significato dell'attività missionaria in senso specifico. «Essa si distingue dalle altre attività ecclesiali, perché si rivolge a gruppi ed ambienti non cristiani per l'assenza o insufficienza dell'annuncio evangelico e della presenza ecclesiale» (n. 34). Il suo obiettivo centrale è quello di fondare comunità cristiane «abbastanza mature da poter incarnare la fede nel proprio ambiente ed annunziarla ad altri gruppi» (n. 33).
Si prendono in considerazione, dunque, anche gli aspetti sociali e culturali: «Si tratta di un grande e lungo lavoro, del quale è difficile indicare le tappe precise, in cui cessa l'azione propriamente missionaria e si passa all'attività pastorale» (n. 48).
Al criterio geografico con cui si solevano delimitare le «terre di missione»
- e che in parte rimane ancora valido (l'enciclica parla di Sud e di Oriente)
- si aggiunge un criterio di ordine sociologico che tiene conto di alcune grandi trasformazioni che caratterizzano oggi il divenire sociale (come l'esplosione demografica in alcuni popoli, il mondo giovanile e quello del lavoro, l'urbanizzazione e le migrazioni, i profughi e gli esiliati, ecc.), e infine anche un criterio proprio della cultura emergente dove appaiono - come si esprime l'enciclica - degli «areopaghi moderni» (riferendosi simbolicamente, con San Paolo, all'areopago di Atene, che rappresentava il centro culturale dei cittadini), quali la vasta area della comunicazione sociale, della promozione della donna, della solidarietà internazionale, degli impegni per la pace, la liberazione e la giustizia, la complessa area della ricerca scientifica, ecc.
Considerando i criteri proposti nell'enciclica, si vede subito che l'attività specificamente missionaria è divenuta oggi pluriforme e duttile; non la si può più rinchiudere nella sola area territoriale né ridurre a una visione di sapore romantico, con selve e solitudini. C'è, dice l'enciclica, «un rivolgimento di situazioni religiose e sociali, che rende difficile applicare in concreto certe distinzioni e categorie ecclesiali, a cui si era abituati» (n. 32).
Le diversità sociologiche e culturali, però, non fanno perdere le note sostanziali che caratterizzano e distinguono l'attività specificamente missionaria, sia dalla pastorale, sia dalla riproposta del Vangelo ai gruppi secolarizzati.
TRE NUOVE PROSPETTIVE
Tra le novità che l'enciclica apprezza e mette in rilievo, ce ne sono tre particolarmente significative: la visione conciliare del «Regno di Dio» più ampia di quella della Chiesa; il processo di personalizzazione che approfondisce i valori della soggettività, evitando nell'attività evangelizzatrice tutto ciò che sappia di proselitismo; e i nuovi esigenti valori sia dell'ecumenismo che del dialogo interreligioso e dell'urgenza dell'inculturazione del Vangelo.
Sono delle prospettive recenti che entrano a far parte importante della nuova evangelizzazione e che devono venir assunte in ogni attività apostolica della Chiesa. Così il missionario è chiamato a rinnovarsi seguendo l'orbita del Vaticano II: deve saper incorporare nella sua attività evangelizzatrice i valori creaturali del Regno; deve seguire una metodologia capace di muovere la libertà e la coscienza personali; deve evitare i toni polemici e apologetici per dare spazio a un intelligente e ben preparato dialogo interreligioso. Non può più contentarsi con una specie di sacramento magico.
Come tutte le novità, anche queste che ho indicate, hanno portato con sé delle ambiguità e fatto nascere dei dubbi finora inediti.
L'enciclica offre una preziosa illuminazione per chiarirli. Sono apparse infatti, al riguardo, delle interpretazioni superficiali che, invece di rinnovare, pretenderebbero di emarginare e indebolire, qua e là e in modi differenti, la stessa attività missionaria.
Ci interessa seguire l'enciclica nella chiarificazione delle tre più significative novità indicate.
Il pericolo di favorire un senso riduttivo del «Regno»
Il Concilio Vaticano II ha proposto una necessaria distinzione tra «Chiesa» e «Regno di Dio» (cf Lumen gentium, n. 5). La realtà incipiente del Regno può trovarsi anche al di là dei confini della Chiesa nell'umanità intera; anzi il Popolo di Dio ha la missione di coordinare e perfezionare anche i valori evangelici delle culture e dell'ordine temporale in rapporto al mistero del Cristo: la Chiesa, infatti, è «germe ed inizio» del Regno nella storia.
Questa esplicita visione conciliare assicura un orizzonte più ampio dell'attività missionaria e mette in risalto l'interscambio e la mutua circolarità tra evangelizzazione e promozione umana.
Alcuni, però, interpretando male la distinzione, sono andati proponendo in questi anni una concezione secolari- sta del Regno. Concentrano l'attenzione sui valori umani dell'ordine temporale e sottovalutano la missione specifica della Chiesa (perché bisogna evitare, dicono, ogni ecclesiocentrismo). Mentre approfondiscono i valori dell'ordine della creazione (cosa evidentemente positiva), sorvolano sul mistero di Cristo-Redentore (la qual prescindenza snatura il cristianesimo). Mettendo in evidenza solo le ricchezze della laicità nella realtà storica delle culture, arrivano a concludere che «ciò che conta sono i programmi e le lotte per la liberazione socio-economica, politica ed anche culturale» in vista di un progresso puramente terreno (RM, n. 17).
Con tale ottica ideologizzata si emargina l'attività specificamente missionaria; il primo obiettivo da raggiungere non sarebbe l'annunzio di Cristo mà quello della giustizia sociale, soprattutto tra i popoli più bisognosi. È un pericolo da evitare. Ma non basta evitarlo; il missionario deve saper incorporare la novità di questa visione conciliare nella sua attività di inviato del Signore.
La nuova evangelizzazione, infatti, s'impegna a valorizzare di più il mistero della creazione; evidentemente ciò va fatto in correlazione piena e indispensabile con il mistero della redenzione, mettendo in luce la novità del Vangelo e la necessità storica e teologale della croce. Il Regno di Dio, afferma il Papa, «non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzitutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile» (n. 18).
È proprio il mistero di Cristo che salva e valorizza l'ordine temporale.
Lo stesso Concilio ha ricordato esplicitamente che «l'opera della redenzione di Cristo, mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure la instaurazione di tutto l'ordine temporale... permeandolo e perfezionandolo con lo spirito evangelico» (Apostolicam actuositatem, n. 5).
Dal mistero di Cristo - creatore e redentore - nasce e cresce, per esempio, la vocazione e missione dei fedeli laici nel mondo e l'urgenza di saper formare adeguatamente la loro coscienza.
La retta visione del Regno non emargina né pospone l'attività missionaria; ne esige piuttosto una più aggiornata realizzazione. Ossia: una prospettiva autentica della realtà storica del Regno, invece di indebolire, fortifica e allarga i fondamenti e le finalità degli impegni missionari, e illumina il nostro «evangelizzare educando».
La tentazione di non impegnarsi per la «conversione» e il «battesimo»
Un'altra ambiguità chiarificata dall'enciclica è la tentazione di ridurre il cristianesimo a una specie di religione equivalente: una tra tante. E siccome in ogni religione si troverebbero le possibilità di salvezza, verrebbe svuotata di senso l'attività che cerca le conversioni. Chi è cresciuto in una cultura aliena al mistero di Cristo, ma pervasa da una certa religiosità, non dovrebbe essere sconvolto nelle sue credenze, ma fatto crescere in esse per rafforzarne la trascendenza religiosa; l'invitarlo alla «conversione» sarebbe «proselitismo» e minaccerebbe la dignità stessa della sua persona. Cosi il rispetto per la libertà e la coscienza escluderebbero l'attività missionaria in quanto tendenzialmente orientata verso la conversione.
E c'è di più: anche nel caso di conversioni personali a Cristo, questo fatto non dovrebbe portare con sé come conclusione necessaria l'amministrazione del sacramento del battesimo (che in casi concreti è oggetto di sospetti sociali); che così esso non sarebbe più necessario per la salvezza. Iddio supplirebbe con gli elementi positivi delle varie religioni. E tale interpretazione dovrebbe offrirsi ai missionari come un aggiornamento antropologico da seguire nelle loro programmazioni.
L'enciclica fa riflettere sulla totale originalità del Cristianesimo: esso non è semplicemente una «religione» (nata dalla ricerca umana), ma è una «fede» che scende dall'alto attraverso eventi storici. Nessuna religione umana è, di per sé, portatrice di salvezza; lo è solo l'evento-Cristo: «Nessuno viene al Padre, se non per mezzo di me» (Gv 14,6). La «buona novella» di questo evento storico non è una concezione culturale aliena alle varie mentalità dei popoli che non ne abbiano ricevuto notizia, ma è un fatto che appartiene anche a loro, anzi di cui essi hanno urgente bisogno. Di qui l'importanza missionaria del «primo annunzio»: non si può tacere: «Per me è un dovere - esclama San Paolo - guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1Cor 9,16). A tutti, poi, è possibile percepire in qualche modo il mistero di Cristo perché non lo si esprime con concetti astratti, ma narrando gli eventi reali della sua vita (nascere, fare del bene, insegnare la verità, patire, morire, vivere). Non c'è nessuna struttura culturale che impedisca di capire questa «buona novella», indispensabile ad ogni persona ed appartenente a ciascun popolo. La fede è interamente concentrata sulla realtà storica di Gesù Cristo; è solo in Lui che si sa «chi» è e «come» è Dio; è solo per mezzo di Lui che c'è una via di uscita: «In nessun altro c'è salvezza» (At 4,12).
Ed è proprio questo dato oggettivo che costituisce il motivo fondamentale per cui la Chiesa è per sua natura missionaria.
L'enciclica, quindi, fa vedere perché l'annuncio e la testimonianza del Cri sto, fatti in modo rispettoso delle coscienze, sono una proposta offerta alla libertà dell'uomo per favorire e perfezionarne la dignità. La conversione a Cristo è un dono di Dio; ogni persona ne ha diritto, perché attraverso la propria esistenza ognuno è personalmente chiamato alla salvezza. Pietro e gli Apostoli proclamavano esplicitamente l'urgenza di rivolgersi a Cristo: «Convertivevi!».
E la conversione è stata connessa da Gesù stesso con il sacramento del battesimo. Separare la conversione dal battesimo significherebbe oscurare il genuino significato della fede cristiana; Cristo ha voluto permanere concretamente nella storia (a favore di ogni uomo) attraverso la Chiesa quale suo proprio corpo «sacramentale» portatore di tutti gli elementi vitali della salvezza e «luogo» in cui è possibile incontrarsi con Lui in modo sicuro e con frequenza.
Il battesimo è il grande «sacramento della fede»; incorpora ognuno, in forma oggettiva e organica, nella Chiesa quale corpo di Cristo ora e qui. È vero che intorno alla celebrazione del battesimo possono essersi accumulate delle modalità sociologiche (e magari anche superstiziose), ma questo può offrire, in tutti i casi, una ragione di più per metterne meglio in vista la natura propria e l'indispensabilità teologale.
Dunque: l'attività missionaria, ripensata e rilanciata con i criteri dell'ecclesiologia conciliare, è chiamata a rinnovare i suoi metodi anche in considerazione dell'approfondimento della soggettività e delle caratteristiche di ogni cultura; deve puntare sulla coscienza e sulla libertà.
Ma appunto per questo è stimolata da Cristo stesso e dalla prassi secolare della Chiesa a sollecitare, con intelligente pedagogia, la conversione delle persone a Cristo, accompagnata da un'appropriata preparazione al battesimo, quale sacramento della generazione alla novità di vita che incorpora alla comunità dei credenti per l'edificazione della Chiesa locale.
I rischi di un relativismo religioso
Il fatto che dopo il Concilio si siano intensificati l'ecumenismo tra le varie denominazioni cristiane - per le ricchezze battesimali comuni - e il dialogo con le altre religioni (soprattutto Buddhismo, Induismo, Islam) - in vista dei semi di verità evangeliche in esse presenti - ha portato alcuni a supporre che la specifica attività missionaria sarebbe quasi sostituita (in tali regioni) da appropriati rapporti interreligiosi. Considerando poi che varie religioni sono fortemente incarnate nelle culture dei popoli che le professano, si suggerisce che per inculturare la fede cristiana in quei popoli bisognerebbe saper accettarne tante modalità di vita, anche in delicati aspetti della condotta personale, familiare e sociale, pensando (ed è anche vero) che il Vangelo non è propriamente una morale.
L'enciclica mette in guardia contro simili interpretazioni che snaturano l'attività missionaria della Chiesa.
Innanzitutto l'«ecumenismo» va inteso ed assunto in profondità; non è da identificarsi semplicemente con gli incontri di dialogo e i rapporti di una certa collaborazione, anche se questi ne esprimono la natura. Tali iniziative possono riuscir bene in alcune regioni e non tanto in altre; possono inoltre anche aver avuto dei difetti. L'ecumenismo lanciato dal Concilio comporta un cambio personale di mentalità, un atteggiamento di ricerca della verità, inerente alla concezione stessa della nuova evangelizzazione; è «una dimensione fondamentale di tutte le attività della Chiesa». Esige una formazione adeguata in tutti, anche nei missionari, per approfondire e ripensare il Vangelo con una mentalità di comprensione delle altre chiese, nella consapevolezza della propria identità cattolica.
Ciò implica una speciale formazione del credente che, invece di renderlo polemico, lo abilita alla ricerca dei punti comuni nella verità e al dialogo; una tale formazione arricchirà anche il modo di realizzare l'attività missionaria, valorizzando le comuni ricchezze del battesimo e della Scrittura; evidentemente bisogna saper evitare di cadere in un deleterio «irenismo», soprattutto quando si tratta di sette mosse più da una vaga religiosità che da vera fede nel Cristo.
In quanto al «dialogo con le altre religioni» si tratta di un atteggiamento simile a quello dell'ecumenismo, in riferimento ai valori positivi propri di ogni religione. Ciò esige conoscenza delle religioni e rapporti di dialogo; saperli intavolare apporta certamente un arricchimento reciproco. Non si tratta semplicemente di cambiar di tattica, ma di capire che anche nelle altre religioni ci sono i cosiddetti «semi del Verbo» che possono crescere e fruttificare in pienezza con l'aiuto della preghiera e della potenza dello Spirito Santo. Giustamente afferma l'enciclica che «le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza di Cristo e dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l'integrità della Rivelazione, di cui è depositaria per il bene di tutti» (n. 56).
Non è facile avere questa mentalità e la corrispondente competenza di dialogo, ma è certo che è un atteggiamento inerente alla nuova evangelizzazione lanciata dal Vaticano II e che deve, perciò, formar parte costitutiva della rinnovata attività missionaria della Chiesa.
C'è poi da dedicarsi coraggiosamente all'inculturazione della fede, evitando però d'interpretarla in forma superficiale, portandola avanti senza il dovuto discernimento e prescindendo per leggerezza dai criteri di comunione con la chiesa locale.
In ogni cultura (e nella religiosità umana che la permea) ci sono, uniti a tanti valori, anche dei disvalori e degli errori; in particolare ci può essere l'apporto storico dell'evento di Cristo; quindi si tratta non solo di una cultura «plurimillenaria» (ricca di tanta esperienza umana), ma anche di un pensiero religioso fermo a «più di duemila anni fa» (in quanto carente dell'esperienza di fede iniziata nel Cristo).
La Chiesa, se da una parte è sollecitata all'inculturazione del Vangelo nella pluriformità delle chiese locali, dall'altra è inviata da Cristo stesso a «evangelizzare le culture», quindi a discernere i valori ed a purificarne i disvalori. E questo secondo aspetto porta con sé anche incomprensioni, difficoltà e persecuzioni. Tutti gli Apostoli sono morti martiri. Il mistero dell'incarnazione del Verbo, mentre ci mostra l'audacia e il realismo del «farsi vero uomo», ci parla anche del coraggio della testimonianza e della pazienza (passione e morte) nella proclamazione della verità salvifica. Cristo corregge anche e purifica, sempre in coerenza con la propria identità di Salvatore.
Sapendo che l'atteggiamento ecumenico e interreligioso ha davanti a sé vie lunghe e difficili da percorrere (specialmente con l'Islam), il Papa incoraggia i missionari a perseverare con fede e carità nella loro testimonianza quotidiana, convinti che «il dialogo è una via verso il Regno e darà sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti sono riservati al Padre» (n. 57).















































