Storia di una cooperativa di animazione
A cura di Claudia Strà
(NPG 1992-07-77)
Giuseppe esce da un box del centro «Piedi allegri» in via Damiani 6, a Piacenza, con un'aria un po' intellettuale e un po' sorniona, velata com'è da sottile ironia. Il suo aspetto garbato ben s'intona con il brusio leggero che esce dai vani separati da divisori in legno che permettono, in giusta misura, la comunicazione e l'isolamento. All'interno di ogni box c'è un gruppo di ragazzi che lavorano attorno a un tavolo, assistiti da un educatore (in gergo «edu») o da alcuni volontari, tutti giovani.
GLI INIZI
I volontari - spiega Paolo Ghinelli che mi accompagna - sono studenti universitari o delle scuole medie superiori che dedicano una parte del loro tempo, due o più ore alla settimana, ai ragazzi dei centri come questo. Il centro che stiamo visitando è uno dei cinque della Cooperativa «Eureka», nata nel Piacentino con lo scopo di prevenire la devianza giovanile.
I «piedi allegri» e gli «individuali»
Che i piedi di questi preadolescenti intenti ai compiti di grammatica o di geometria siano allegri, non c'è dubbio; basta vedere come si muovono su e giù dalle sedie sulle quali essi stanno seduti o in ginocchio. E sono studenti che se la cavano, se lo scorso anno, Giuseppe ne è testimone, ne sono stati promossi ventisette su trenta. Ma è un'allegria pacata, come i colori dei murales che illuminano le pareti esterne del capannone, un tempo chiesa parrocchiale, che ospita la piccola tribù; pacata come l'aria autorevole e giocosa di Giuseppe Mosconi, il direttore.
«Giuseppe - racconta la mia guida - è arrivato qui come obiettore di coscienza per fare il servizio civile. Dopo due mesi se ne voleva andare, poi invece ha cambiato idea».
Lo stesso brusio operoso anima la stanza successiva, quella degli «individuali». Qui il rapporto è, al massimo, fra due ragazzi e un educatore e i tavo lini sono più piccoli e più numerosi.
Col nome di «individuale», alla Cooperativa Eureka si intende uno che attraversa un momento difficile nel quale il contatto coi coetanei gli è quasi impossibile, fino a che un adulto paziente e sensibile non riesca a portarlo fuori dall'isolamento. «Ci sono dei ragazzi che si chiudono in casa - dice Paolo - e che dobbiamo inizialmente seguire a domicilio».
Chi ha bisogno di una relazione educativa più personale, insomma, ha anche questa possibilità: l'importante è che sia disposto a farsi prendere per mano. Una porta ci introduce in un ambiente molto piccolo, dove un giovane sta armeggiando intorno a un dispositivo elettrico: forse un amplificatore. La mia guida spiega che la dimensione della stanza non è importante, perché i «grandi» che la frequentano hanno orari diversi da quelli dei piccoli e quindi possono utilizzare anche gli altri locali del centro.
I grandi arrivano alla sera, dopo che i preadolescenti e gli «individuali» se ne sono andati e organizzano il loro tempo libero con le attività sportive e ricreative, ma anche con gli incontri formativi. Incontri formativi, d'altra parte, ci sono per tutti i gruppi, a mano a mano che la relazione educativa si approfondisce. Il pomeriggio, nei centri della cooperativa Eureka, comincia con un canto: uno qualsiasi, scelto dai ragazzi. Poi, due ore di studio (per qualcuno una mezz'ora, un'oretta in piu); infine, il gioco. Fuori del capannone dei «Piedi allegri» c'è un vasto spazio con un recinto per il calcio e la pallacanestro; più in là, un giardino pubblico. «Lo usiamo anche noi» spiega Paolo, che è, oltre che la mia guida occasionale, uno degli ideatori del progetto.
Una storia di solidarietà, una fiaba come simbolo
Paolo è infatti uno degli operatori che nel 1989, insieme ad alcuni amici provenienti dal volontariato, ha costituito la Società cooperativa di solidarietà sociale Eureka, con sede a Piacenza in via S. Giovanni 12. Oggi è padre di tre bambini, ma dieci anni fa era un giovane volontario che si occupava dell'animazione dei ragazzi della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes.
Come lui c'erano altri giovani che si impegnavano presso i Gesuiti e i Francescani e a un certo punto hanno pensato: perché non collegarsi? perché non fare un progetto comune?
Da quel progetto sono scaturiti gli interventi a favore dei minori, degli adolescenti, dei giovani e degli adulti (in particolare dei genitori dei ragazzi dei centri; perché diventare padre e madre è un cammino e un apprendistato, in cui a volte c'è bisogno di avere accanto qualcuno). Il nome della cooperativa è il nome del protagonista di una fiaba creata da Paolo: Eureka è il piccolo destinatario di un segreto che gli viene confidato dal saggio Edu (educatore): «Tutto può rinascere, anche la vita di un vecchio tronco, se lo ami e te ne prendi cura». Tutto si può riparare, anche i guasti di una società che vede venir meno i rapporti significativi, la relazione creatrice.
Paolo Ghinelli è studente in sociologia e ha voluto porre alla base dell'attività educativa una riflessione di tipo culturale. Nella sua analisi del sociale fa riferimento a un testo di Achille Ardigò dal titolo: «Crisi di governabilità e mondi vitali», pubblicato nel 1982. Citando l'autore, spiega che «per mondo vitale quotidiano si intende l'ambito di relazioni intersoggettive che precedono e accompagnano la riproduzione della vita umana e che successivamente, anche attraverso comunicazioni simboliche fra due o poche persone, formano la fascia delle relazioni di intimità, di familiarità, di amicizia».
L'attenzione al disagio
Quando tale equilibrio viene turbato o distrutto, la crisi è inevitabile e coinvolge soprattutto i soggetti più deboli.
Il disagio si manifesta nell'ambito della relazione ed è lì che va curato: attraverso relazioni buone con adulti capaci di amicizia e di autorevolezza, il ragazzo che fatica ad andare avanti può ricostruire la fiducia in se stesso e negli altri. È per questo scopo che il gruppo di educatori, costituitosi spontaneamente una decina di anni fa, si è di recente istituzionalizzato. Dandosi una struttura e ottenendo un riconoscimento giuridico, ha potuto ottenere quella stabilità che gli consente di esercitare la propria funzione: tentare una risposta originale alla crisi dei valori, rispondere ai bisogni reali dei ragazzi, non «ai bisogni che gli adulti immaginano che i ragazzi debbano avere».
LA STRUTTURA È IL PROGETTO
Al suo interno operano diverse figure con competenze specifiche, ma lo scopo comune è progettare e realizzare interventi sul territorio. Lo stile è l'animazione, l'orizzonte di senso (l'espressione è di Paolo) rimanda alla libertà, alla creatività, alla gioia.
Al Centro Studi della Caritas, la cooperativa ha una propria sede ed è lì che la mia guida mi conduce per mostrarmi, con un diagramma, i settori di intervento, cioè i «Piedi Allegri» e i «Saranno famosi», che si trovano in città ed altri due che sono in periferia, a Cortemaggiore e Lugagnano; tutti centri che promuovono, oltre ai pomeriggi di studio e di gioco, soggiorni estivi e invernali, attività estive diurne, libera espressione, fai da te.
Tra le occasioni più importanti, le feste. Paolo spiega che è lì che ci si incontra, ci si conosce, si costruisce il gruppo; è lì che si capisce che la vita ha i suoi momenti di comunione e di gratuità. È proprio per una festa che Paolo ha creato la fiaba di Eureka.
Presso la sede della Cooperativa c'è Stefano Sandalo, uno dei coordinatori. «Il coordinamento - spiega Stefano - ha due settori: quello dei rapporti con l'esterno, che mantiene l'articolazione coi cosiddetti clienti (le amministrazioni comunali, l'Unità Sanitaria locale e i vari enti territoriali) e quello dell'organizzazione interna, che fa da tramite fra le unità operative e si occupa dei problemi quotidiani, compreso il bilancio». Le unità operative coincidono con gli ambiti di servizio, come il centro «Piedi Allegri», o il centro «Saranno famosi». Ciascuna ha un direttore e degli educatori, ma si avvale anche della collaborazione di volontari e di obiettori di coscienza. «Il numero dei dipendenti sarà una quindicina - interviene Paolo quando chiedo delle cifre -; poi ci sono i soci, che lavorano anch'essi e costituiscono la base sociale, definiscono le linee di fondo della cooperativa ed eleggono il Consiglio di Amministrazione. Responsabile ultimo è il Presidente, coadiuvato dai due coordinatori».
Espressione di «chiesa locale»
C'è infine il rapporto con la Caritas diocesana, che si è assunta un compito di promozione e di sostegno.
Il sacerdote incaricato è Don Mauro Stabellini, giovane anche lui quanto basta.
Domanda. La tua nomina è stata occasionale o è venuta a riconoscere compiti che già svolgevi e competenze che già possedevi?
Risposta. Attualmente sono conduttore della Caritas diocesana; una decina di anni fa ero assistente degli obiettori di coscienza della Caritas, e insieme a Paolo e a un gruppo di volontari frequentavo un corso triennale di formazione per operatori nel campo del disagio giovanile, che si teneva a Roma.
D. Ti senti in perfetta sintonia con la cooperativa?
R. Naturalmente, sono anche uno dei soci fondatori. Diciamo che i Centri sono un pezzo importante della mia vita.
D. Quali sono, secondo te, le luci e le ombre, le cose che vanno bene e quelle che dovrebbero cambiare?
R. Più che di luci e di ombre si tratta di un cammino graduale che ha momenti di fatica e di speranza. Ora, ad esempio, come Caritas stiamo cercando insieme ad altri di far decollare il progetto dell'Osservatorio Giovanile, che è in cantiere da tre anni.
Si tratta di un'antenna tesa a cogliere i segni di un mondo in rapido cambiamento e la continua evoluzione di problemi e bisogni. Un preoccupante sintomo del disagio del mondo adolescenziale sono, ad esempio, i suicidi, di cui recentemente abbiamo avuto un drammatico episodio anche a Piacenza.
D. Qual è il progetto cui si ispira la Caritas nel collegare i gruppi operanti sul territorio, dei quali fa parte anche la Cooperativa Eureka?
R. Il nostro progetto si chiama prevenzione, perché questa, oggi, è una delle forme della carità: la prevenzione primaria, che si esercita in qualsiasi contesto; quella secondaria, che si applica dove esistono già episodi di disgregazione, ma non di emarginazione; la terziaria, che punta al recupero e al reinserimento dopo la terapia.
D. In che rapporto sono il Centro Studi della Caritas e quello della Cooperativa Eureka?
R. Quello della Caritas, come vedi, è di sotto; quello della Cooperativa è al piano di sopra. Ma al di là dell'ubicazione, il Centro studi della Caritas si pone al servizio di tutti i gruppi (Azione Cattolica Ragazzi, Agesci, Ricerca per il recupero dei tossicodipendenti); il Centro della Cooperativa invece si interessa particolarmente dei minori e collabora strettamente in molteplici iniziative in campo educativo.
D. La Caritas fornisce ai Centri educativi Eureka gli obiettori di coscienza impegnati nel servizio civile: quanti sono attualmente?
R. Dieci. In tutto, nella Caritas, sono quarantaquattro.
D. Come avviene la formazione degli obiettori?
R. Per la parte generale, provvede la Caritas con i propri formatori; per quella specifica sul servizio ai minori provvede la cooperativa.
Le «figure» e i legami con il territorio
Educatore, volontario e obiettore sono dunque le tre figure di riferimento della cooperativa Eureka.
Tutti impegnati in una scommessa sulla vita e sull'uomo, nello stile dell'animazione che libera le potenzialità della persona e suscita la gioia al di là dell'inevitabile fatica.
I filoni sono il teatro e lo sport e le tante invenzioni della cultura della solidarietà.
Tutto nel concreto, in quell'ambiente quotidiano in cui bisogna ricostruire relazioni significative, se si vuol far crescere la vita anche nei casi che sembrano più disperati.
È per questo che si fa stretto il legame con l'USL, in particolare con i singoli operatori di distretto insieme ai quali si possono individuare bisogni, strategie, interventi; per questo si intensifica e si approfondisce anche il rapporto con la scuola, anche se a volte stenta a rriaturare nel modo giusto, quando alla Cooperativa si vuole delegare esclusivamente e completamente il recupero dell'insuccesso scolastico.
È per questo che non si può fare a meno di essere interlocutori nel politico, anche se bisogna evitare di essere interpretati come coloro che tengono a bada le sacche di emarginazione e di disordine sociale.
Al Centro Studi, l'atmosfera è seria, quasi troppo: due giovani e una ragazza digitano alla tastiera del computer; c'è il silenzio che regna nei centri storici, specie quando sono chiusi al traffico automobilistico. Fuori, Piacenza si muove un po' pigra, con il languore delle città di provincia.
«Aspetta - dice Paolo mentre mi accompagna alla stazione - ti voglio dire ancora qualcosa della giornata dei nostri ragazzi». Ed è così che vengo a sapere come si conclude: con una canzone, come è cominciata.

