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    Fare politica in situazione di complessità


     

    Giuseppe Acocella

    (NPG 92-06-59)

     

    La pastorale che la CEI dedicò nel maggio 1989 alle iniziative di formazione all'impegno sociale e politico - che negli ultimi anni hanno registrato un significativo sviluppo - esprimeva una preoccupata riflessione sull'eclissi delle ragioni della politica.

     

    Le ragioni della politica: il «punto di equilibrio» ovvero il bene comune

     

    «Se le domande di tipo privatistico o clientelare prevalgono sull'interesse generale, che dovrebbe essere garantito dalla mediazione politica; se il corporativismo intacca i valori di solidarietà tipici del movimento dei lavoratori, è il caso di porsi un serio interrogativo sulla qualità dei rapporti sociali. Impresa vana diventa la ricerca del bene comune in una società che ne smarrisca la ragione» (§5). Proprio lo «smarrimento della ragione del bene comune», e dunque lo smarrimento delle ragioni stesse della politica, determinano il clima di disagio, la scarsa considerazione che accompagna presso l'opinione pubblica, presso i cittadini, la «politica», questa «passione» che pur dovrebbe rappresentare per tutti - secondo l'insegnamento di Paolo VI - «la forma più alta dell'esercizio della carità».

    L'indifferenza di qualche momento è apertamente divenuta diffidenza. Una non più latente disistima (che diventa avversione al sistema politico in quanto tale) accompagna la politica e gli uomini della politica, e il distacco e la disaffezione, manifestati da larghe aree della popolazione nei confronti delle stesse istituzioni, pericolosamente costituiscono la vera difficile sfida alla democrazia, specie nel nostro Mezzogiorno, insidiano la civile convivenza in uno Stato non più ritenuto «casa comune».

    La percezione della netta separazione tra un ristretto ceto di amministratori pubblici e di tecnici, imprese, faccendieri collegati ai partiti (tecnici ed imprese legate agli appalti pubblici, «clientes» e fruitori di erogazioni pubbliche, lobbies locali o gruppi di pressione, apparati di partito) e la restante popolazione, non ha solo rafforzato la condizione oligarchica dei gruppi politici, ma ha consolidato la tendenza alla lottizzazione di ogni spazio della vita sociale, mortificando le energie migliori (lavoratori, cittadini, tecnici ed imprenditori non sostenuti da appartenenze partitiche).

    Il degrado della vita pubblica che ne è seguito - lo smarrimento di ogni ragione della politica in vista della valorizzazione dei soli elementi di utilizzazione corsara delle risorse pubbliche - si è incrementato fino a ridurre gli spazi incontaminati, divenendo costume comune di rappresentanti e rappresentati, legati dalle complicità create dalla spesa pubblica erogata in modo parcellizzato e diffuso, dall'estensione del voto di scambio, dall'incontrollato soddisfacimento di aspirazioni di singoli e gruppi, in una parola dalla progressiva espansione di un nuovo feudalesimo all'interno del sistema politico italiano.

    Va pertanto aumentando la distanza tra quella parte (non esigua, capace di pilotare spostamenti di consensi elettorali sufficienti a determinare nuove egemonie) della popolazione che può ricorrere alle risorse pubbliche e la parte che ne resta esclusa. Cioè tra quella parte della popolazione costituita dalla classe politica e dai ceti collegati da un lato, e fasce di popolazione utenti - mal sopportati - di servizi e funzioni pubbliche scarsamente efficienti. Non ci si può poi meravigliare della indifferenza della gente comune per i grandi temi del rinnovamento politico nazionale, sui quali diventa inutile tentare di richiamare la spenta passione dei rappresentanti, e semmai lamentarsi della scarsa coscienza civile delle masse popolari.

     

    Fine della politica?

     

    La crisi della politica è tutta qui: è fisiologico che esistano le ragioni degli interessi forti accanto a quelle degli interessi deboli, ma c'è più spazio per la politica, le cui ragioni sono appunto rappresentate dal conseguimento di un non subalterno punto di equilibrio del complesso di questi interessi, sublimati in un interesse superiore?

    Utilizzare risorse pubbliche, senza promuovere sviluppo né maggiore efficienza dei servizi, perpetua una condizione di subalternità e di passività dei ceti popolari che non li avvicina alle istituzioni, ma al contrario favorisce nel tempo disaffezione, distacco, indifferenza verso la politica. Grandi sono i pericoli per la democrazia, che è un processo di crescita civile progressiva ed attende costantemente di essere compiuto. La stessa crisi della politica (ancor più che del solo sistema politico) - portando con sé una pericolosa svalutazione della certezza del diritto, e quindi del senso dello Stato, della fiducia nella «casa comune» - genera direttamente una progressiva opera di diseducazione civile che si allarga a tutti i ceti sociali, con i connessi fenomeni di crescente indifferenza e di assuefazione alla diffusione generalizzata dell'illegalità, della corruzione, fino a tollerare l'estensione del consenso intorno alla criminalità organizzata.

    È tutto questo che genera disaffezione verso la vita pubblica e aperta diffidenza verso le stesse istituzioni, favorendo qualunquismo e disfattismo, allargando il senso della sfiducia ed un diffuso cinismo, fino alla progressiva perdita di ogni sentimento civico e allo smarrimento della coscienza civile.

    Quando lo smarrimento del «senso alto» della politica sarà (forse già è) divenuto costume e convinzione comune e generalizzata, sarà difficile riabituare gli stessi cittadini a non perseguire patti clientelari produttori di subalternità verso le oligarchie, e quindi la generalizzazione dei fini egoistici e particolari della politica. Non basta dire che la classe politica rispecchia perfettamente il costume generale, perché il compito di orientare ed educare spetta alla responsabilità di chi guida, alla classe politica, che si è assunto - avrebbe dovuto assumersi - un compito di servizio per la comunità, il dovere di indicare modelli di riferimento «alti», non uniformantisi verso il basso.

    Lo «smarrimento» dell'interesse comune rende pertanto assai arduo rintracciare le ragioni della politica in un contesto in cui la politica stessa appare irrimediabilmente condannata alla frammentazione degli interessi, alla atomizzazione delle ragioni attraverso cui si guarda alla politica. Si ricordava all'inizio la nota episcopale in cui si affidava alla mediazione politica la garanzia dell'interesse generale. È invece proprio la mediazione politica la miccia che innesca sempre più pericolosamente l'esplosione di egoismi, di parcellizzazione degli interessi, di arrembaggio alla cosa pubblica che contagia l'intera società civile, nel Mezzogiorno sempre tentata ad abdicare ad ogni sua autonomia.

    Si comprende così la crisi profonda della rappresentanza politica e le difficoltà che incontra il dibattito intorno alla pur unanimemente asserita necessità di promuovere riforme istituzionali in materia. In realtà il dibattito è inquinato da troppe inconfessabili remore. I partiti politici - portatori finora insostituibili dei valori che furono alla base della grande alleanza fondativa della repubblica democratica - non svolgono più l'opera di «purificazione» (questo significava rendere i bisogni sociali «volontà politica») degli interessi particolari espressi dalla società civile (in vista di esprimere l'interesse generale), ma anzi ne esasperano la frammentazione. Proprio la crescita di potere e la invadenza dei partiti - piuttosto che «purificare» appunto dagli egoismi privati la domanda dei rappresentanti per indirizzarne le attese verso il bene comune - ha definitivamente rotto la sostanza del rapporto ineguale che lega eletti ed elettori.

    Il problema dei partiti politici

    I partiti, cuore del sistema democratico, da un lato si separano dalla gente, dall'altro tendono ad occupare dall'alto ogni interstizio della vita sociale - formando a catena piccole oligarchie separate - sostituendo questa occupazione ad un legame sinceramente democratico che costituisce l'unico fondamento legittimo della rappresentanza politica (e non estorta grazie all'esercizio invadente del potere e del dominio consentito alla classe politica).

    Per questo si assiste alla frantumazione progressiva della rappresentazione dei bisogni (reali o fittiziamente costruiti) e alla conseguente fioritura di localismi, leghe, particolarismi geografici o professionali. Questi particolarismi sono stati amorevolmente coltivati e incrementati dall'azione ordinaria di quei partiti che ne avevano bisogno per compensare la verticalizzazione e concentrazione del potere senza perdere il consenso elettorale (attraverso una rappresentanza parcellizzata e negoziata con singoli e gruppi volta per volta - e la conseguente crescita di un ceto carrierista e affarista -, con la liquidazione della rappresentanza nobilmente politica).

    Come richiamare più la gente comune ad appassionarsi intorno ai grandi, veri, centrali temi della politica intesa come perseguimento dell'interesse generale? La stessa crisi mortale del marxismo rischia di omologare paradossalmente le motivazioni della politica sulla misura dei meri obiettivi materiali. Lo hanno dimostrato i recenti avvenimenti elettorali polacchi, dove lo spazio è stato occupato dal fenomeno qualunquista e materialista-consumista rappresentato da Tyminski, che addirittura il 20% dei polacchi ha preferito a colui che - comunque si intenda giudicare la sua posizione politica - è stato il liberatore della Polonia moderna.

    Come risuscitare le grandi evidenze etiche fondamentali per lo svolgimento di una reale vita politica pluralista, non omologante verso il basso la presenza di partiti nazionali? La stessa classe politica appare tentata da gravi forme di «irresponsabilità» nei confronti dei grandi problemi dell'interesse generale, meno paganti, alla fine di un processo di diseducazione di massa, segnato dai problemi di «scenario» tipici della politica-spettacolo (utili a distrarre l'opinione pubblica).

    Nel documento della CEI (Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per gli anni '90), che ha fatto tanto infuriare la Lega lombarda, i Vescovi hanno auspicato «il rafforzamento di una solidale e unitaria coscienza comune, all'interno della quale le diversità siano stimoli di crescita e non motivo di divisione».

     

    Le ragioni della politica: riscoperta dell'anima della politica

     

    Oggi - contro le spinte centrifughe dei particolarismi e contro le tendenze delle componenti moderate guidate da ragioni meramente autoconservative - occorre rilanciare la fecondità della mediazione politica come ricerca dell'interesse generale, quindi del rafforzamento della coscienza comune. La «mediazione politica» (di cui parlava la nota CEI citata all'inizio) consiste appunto nel legare - senza mortificarli, si ricordi la valorizzazione sturziana delle autonomie locali e sociali - i localismi e le articolazioni sociali in un grande programma nazionale.

    Non a caso proprio l'attenuazione della forza etica dei valori dell'interesse generale e la resa alle spinte egoistiche ha finito per vanificare la mediazione politica, venuta meno la quale sono esplosi i localismi ed i particolarismi o le spinte centrifughe che finiscono per indebolire irrimediabilmente proprio gli apporti provenienti dalla parte più motivata e dinamica della società.

    Nel documento dei Vescovi italiani sul Mezzogiorno c'è una considerazione rivelatrice: «Bisogna rilanciare una cultura politica che ridefinisca lo spazio della politica stessa». Occorre riscoprire dunque «ragioni» che liberino la politica dall'angusto spazio in cui è stata ristretta da oligarchie privatizzatrici della politica, miopi sette progressivamente separantesi dalle proprie radici, proterve perché illuse di perseguire il proprio consolidamento in una direzione meramente elettoralistica e di stampo neo- feudale, incapaci di guardare le trasformazioni che avanzano, cieche conventicole affannate ad inabissare la «casa comune».

    In questa condizione storica siamo chiamati a riflettere se non costituisca ancora un dovere, se non «valga ancora la pena», verificare quale specifico apporto - nelle vecchie o nuove forme che la responsabilità dei fedeli laici sperimenta o sperimenterà - possa essere fornito alla costruzione della democrazia italiana. La crescente attenzione che spinge strati sempre più ampi di giovani - specie negli ambienti dell'associazionismo cattolico - a chiedersi se non sia possibile «riappropriarsi» della politica, sforzandosi di strapparla al suo destino di degrado e restituirla alla sua vocazione di «esercizio della carità», rappresenta già una risposta: «Ne vale la pena». 



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