«Giovani, con Cristo costruiamo una nuova America latina»



    Domenico Sigalini

    (NPG 1992-07-13)


    «Por los caminos de America... Somos un pueblo que camina... Hoy Serior te damos gracias...
    Buenas nuevas...» erano i ritornelli martellanti che la sera del 4 gennaio, cantati da migliaia di giovani nell'ampio cortile del collegio «La Salle» di Cochabamba (Bolivia) chiudevano un interessante congresso giovanile, unico nella storia.
    Erano presenti i 19 paesi dell'America latina con i propri giovani delegati ufficiali, più di 20 vescovi, molti presbiteri e suore e tanti giovani che si sono aggiunti ai delegati per simpatia, interesse e voglia di incontrarsi.
    Il volto ufficiale del congresso era molto serio: comitato di sicurezza, comitato di salute pubblica, comitato per i vettovagliamenti; organizzazione perfetta, preparata a lungo. Era un punto di arrivo di tanti sforzi di coordinamento, di tanti incontri. Forse chiudeva anche una fase di pastorale giovanile legata eccessivamente ai problemi nazionali, per aprirne un'altra di comunione di sforzi e di intenti per la costruzione della civiltà dell'amore nell'America latina.
    Nei numerosi e partecipati lavori di gruppo, dove si scambiavano esperienze, approfondimenti, revisioni di vita, dove si tenevano momenti di preghiera e di seria riflessione, gli stessi vescovi, i preti, le suore, i delegati hanno affrontato i problemi più grossi di una pastorale giovanile che si vuol misurare con la storia: chi siamo? che cosa facciamo? dove incontriamo Gesù Cristo vivo nella nostra vita e nella storia? la nuova America latina che vorremmo costruire.
    Vogliamo ora proporre a distanza di tempo, ma in un momento in cui la Chiesa latino-americana si ritrova a Santo Domingo per la quarta conferenza plenaria dei Vescovi, le conclusioni di quell'interessante lavoro. La nostra pastorale giovanile ha bisogno di confrontarsi con ciò che avviene in quel mondo; ha molto da imparare, e forse anche qualcosa da donare.

    Chi siamo?

    È la prima domanda a cui i giovani riuniti in congresso hanno cercato di rispondere. Ne emerge un quadro abbastanza disincantato della situazione giovanile dell'America latina. È un quadro non omogeneo. Vi si mescolano varie etnie (indigeni, negri, meticci, bianchi, gialli), varie provenienze, situazioni socio-culturali e stadi diversificati di sviluppo.
    Qualcosa accomuna tutti: la voglia di scrivere una storia personale diversa, fatta di giustizia, di uguaglianza, di identità non espropriata. 'Si sentono più latino-americani di quanto non ci sentiamo europei. Si sentono conquistati da Gesù Cristo, ma forse anche conquistati dal mondo occidentale o dalla onnipresente potenza economica e mass-mediale americana o giapponese. L'accento è spesso posto più sui difetti che sulle qualità; emerge talora nelle discussioni e nei lavori di gruppo una sfiducia nelle qualità profonde che essi hanno e che ai giovani europei spesso mancano. Sono un grande amore alla vita, una capacità di soffrire oltre ogni previsine, la voglia di fare comunità, la lotta per la sopravvivenza, la facilità di dialogo e di intesa, l'appassionata religiosità.
    Il problema dell'identità è soprattutto un problema dei giovani europei; sazi e disperati, direbbe qualcuno, con tante cose, ma con la mancanza di quello che conta per poter vivere. Il cibo, le cose, l'eccedenza di opportunità hanno infiacchito la voglia di vivere in Europa e hanno costretto a guardare più in profondità. Di fronte alla situazione dei giovani latino-americani ci vengono spontanee alcune domande: Come mai questo continuo ripiegamento su di sé? È esasperazione, sofferenza vera o mancanza di capacità di leggere nella profondità? Quanto è frutto di interventi educativi di corto respiro o invece di oggettive situazioni di povertà?
    Sicuramente il contesto rende secondari i problemi di introspezione e gli stessi discorsi di interiorità possono essere compresi come significativi se sono stati soddisfatti i bisogni primari. Ma siamo anche avvertiti che non è automatico il passaggio ai valori quando siano soddisfatti i bisogni della sopravvivenza; è necessaria una capacità di andare oltre sempre, anche di fronte alla fame, alla miseria e alla disperazione. La qualità morale della scelta di fede non è misurata dalla capacità che essa ha di cambiare le situazioni sociali; la fede supera qualsiasi utilità che da essa se ne possa ricavare.
    Il problema diventa ancor più serio per le nuove generazioni che respirano nell'aria il bisogno di consumo vitale e che in esso riescono a fare qualche incursione di più: esprimono però anche una sete di motivi per vivere. A questi non serve perpetuare stereotipi che funzionano da elemento aggregante solo per una fascia giovanile un po' adulta; forse è possibile andare oltre una lettura contrassegnata da estrema caratterizzazione sociologica verso un approfondimento antropologico e di spiritualità anche se il contesto resta così drammatico.

    CHI SIAMO?

    1. Siamo un continente con grandi ricchezze umana e materiali, però impoverito e manipolato, perché siamo vittime di un processo storico che ha violentato le nostre culture, diritti e dignità umana.
    2. Siamo giovani provenienti da diverse etnie: indigeni, negri, meticci, bianchi e gialli. Vogliamo rispettarle e farle rispettare, valorizzando le nostre razze e costumi, perché stanno emarginandole e in molti casi sterminandole.
    3. Siamo giovani latinoamericani, impoveriti materialmente e spiritualmente, perché le nostre ricchezze e culture ci sono strappate da un sistema imposto e ingiusto, che ci rende dipendenti economicamente, culturalmente, politicamente e socialmente.
    4. Siamo un popolo giovane, vittima di una storia comune di sfruttamento e manipolazione economica, politica e culturale, perché la struttura di potere antievangelica distribuisce ingiustamente la ricchezza del continente.
    5. Siamo giovani che viviamo una crisi di identità culturale, perché soffriamo l'imposizione di una cultura straniera nonostante la resistenza delle nostre culture autoctone.
    6. Siamo giovani latinoamericani, sensibili alla realtà che vive il nostro popolo. Cerchiamo di inserirci con entusiasmo nella nostra società, perché soffriamo l'ingiustizia. Ci manca un radicamento culturale e una formazione integrale critico-liberatrice che ci aiuti a costruire, con Cristo, una nuova America latina.
    7. Siamo giovani latino americani che hanno scoperto Cristo. Lui ci unisce nella ricerca di prospettive comuni per affrontare una realtà di oppressione ed emarginazione, perché continuiamo a credere in un Dio che ci fa comunicare vita dalla nostra povertà.
    8. Siamo giovani pieni di gioia e di speranza, con valori di fraternità e solidarietà, creativi e costruttori, perché, anche se le nostre radici furono dure e difficili, crediamo nella costruzione di una nuova America latina, basata sulla testimonianza di coloro che, come Cristo, hanno costruito una storia di liberazione e giustizia.
    9. Siamo giovani con inquietudine di protagonismo, perché vogliamo trasformare le nostre realtà, vivere ed essere operatori attivi nella costruzione di una nuova civiltà.

    Che cosa facciamo

    Le pastorali giovanili nazionali dell'America latina non sono nate al Congresso, hanno già un lungo cammino non solo all'interno delle varie nazioni, ma anche nei coordinamenti sovrannazionali. Infatti nelle prime due mattinate del congresso l'incaricato del CELAM per la pastorale giovanile, aiutato da una simpatica coreografia didattica fatta di trenini agganciati in una lunga fila, ha presentato le tappe più importanti che hanno condotto allo stato di aggregazione e progettualità attuale la pastorale giovanile dell'intero continente. Tutto è ripartito dalla Seconda Conferenza Generale dell'Episcopato latino-americano di Medellín del 1968 col suo documento sulla gioventù, fino alla istituzione presso il CELAM di una sezione per la gioventù. In seguito si sono fatti tanti incontri dei responsabili nazionali pressoché ogni anno, con crescente partecipazione, fino agli incontri preparatori del Congresso attuale in vista dell'allestimento di un documento di lavoro preparatorio.
    Le tematiche che popolano le varie pastorali giovanili nazionali sono ben espresse nelle affermazioni del documento finale. Affrontano tutti i problemi dei giovani, quelli specifici delle etnie e degli ambienti e quelli particolari della formazione.
    Per me che provenivo dall'Europa, non è stato troppo facile cogliere immediatamente la ricchezza dell'esperienza e valutarne la portata senza lasciarmi troppo condizionare o da pregiudizi o da fuochi di paglia. La comprensione di alcune parole, di alcuni slogan, di alcuni gesti non può essere mediata solo da un vocabolario o dalla simpatia o antipatia spontanea. La presenza insistita nel linguaggio di parole come lucha, protagonismo, sistema imperialista y opresor, la busqueda de liberación mi rievocava le assemblee studentesche degli anni Sessantotto, con tutte le involuzioni della pastorale dei gruppi giovanili di quegli anni Qui il contesto era del tutto differente, anche se la mia esperienza di quegli anni e lo sviluppo successivo della nostra pastorale giovanile potrebbe, in un dialogo più approfondito e pacato, aiutare a superare sia le nostre secche, che le loro esasperazioni.
    A me europeo, e forse solo italiano, sarebbe piaciuto vedere esplicitato il discorso della catechesi, l'interesse per la risonanza vocazionale nella pastorale giovanile e la riflessione su alcune caratteristiche tipiche del mondo adolescenziale come la maturazione di una forte spiritualità, l'aiuto a sviluppare affettività e sessualità, le domande di senso, ma forse sono più problemi da mondo consumista.
    A questo riguardo, e in riferimento ai documenti prodotti nei gruppi di lavoro, mi pare che si possono fare due osservazioni: una sulla catechesi e una sulla attenzione vocazionale.
    In genere gli interventi contenutistici (uso questo termine per dire approfondimenti di fede) venivano veicolati non tanto da interventi sistematici, ma da commenti spontanei a una raccolta ben fatta di molte frasi del vangelo. Di esse si sottolineavano in grassetto alcuni nomi o parole in maniera da condurre ugualmente la riflessione verso i contenuti fondamentali. È il problema di un catechismo o libro della fede. È necessario in una pastorale giovanile? In Italia vi siamo giunti dopo averne sentito la necessità e aver sperimentato una riduttiva approssimazione nell'affrontare la Parola di Dio, come momento necessario di inculturazione della fede e per essere aiutati a «rendere ragione della speranza che è in noi».
    Per i giovani latino-americani l'integralità della formazione e la sistematicità non è guadagnata da discorsi culturali, magari un poco astratti o teorizzati, ma dal cammino intrapreso, secondo il metodo «vedere, giudicare, agire e celebrare». Il metodo non è disgiungibile dalle proposte, l'evangelizzazione è vista come processo in cui si fa sintesi tra princìpi e vita vissuta. Certe nostre preoccupazioni di tipo fondativo, culturale e spirituale, a loro sembrano astrazioni. Il contesto evidentemente non è solo un corollario, anche se non può essere il principio di verità dell'agire pastorale.
    L'assenza di attenzione alla vocazione, anche alla verginità o al celibato, è pure una difficoltà che la situazione della pastorale giovanile latino-americana vive. Non sembra che la sua assenza sia dovuta a una debolezza di proposta da parte dei vari presbiteri o suore che seguono da guide il mondo giovanile, quando piuttosto alla difficoltà a ridire in termini originali la figura del presbitero, della religiosa, del vergine, dello stesso sposato, entro la nuova esperienza di comunità di base, di partecipazione popolare, di conversione della vecchia struttura ecclesiale. Si tratta di riesprimere i vari ministeri e ruoli in forma adatta all'esperienza viva di Chiesa che si sta facendo.
    Un altro principio molto forte è quello del protagonismo giovanile che forse noi in Italia abbiamo in questi ultimi anni un po' soffocato. È giusto però aver collocato la pastorale giovanile entro le scelte fondamentali in una comunità cristiana. Solo entro un progetto di comunità può esprimersi compiutamente un protagonismo, lontano da tentazioni egemoni o di rottura.

    In chi crediamo?

    Sotto questo terzo momento, dopo una giornata di riflessione e di meditazione sulle frasi del vangelo raccolte in un librettino, che proponevano un cammino di evangelizzazione, si è scavato nelle motivazioni di fede di ciascuno. Qui forse, e giustamente, c'è la traccia più evidente della esperienza del martirio di queste giovani generazioni. Aveva proceduto tutto questo lavoro una toccante veglia penitenziale celebrata in ogni gruppo. Essendo le stanze di lavoro attigue, si è sentito per tutta una mezza giornata il canto struggente delle richieste di perdono per le inadempienze e i ricordi dei martiri. Non c'era giovane che non potesse ricordare un catechista, un animatore, un prete ammazzato o scomparso. Una crescita nella fede accompagnata e bagnata di sangue dei martiri.
    Alle nostre pastorali giovanili di tanti gruppi che stanno a guardarsi negli occhi apparivano come un giudizio senza appello.
    Le professioni di fede poi ripensate nei lavori di gruppo esprimevano la fede in Gesù a partire da questa esperienza di martirio. Noi suggerivamo che si può crescere in Gesú presente in tutte le loro esperienze di dolore, ma anche nel sorriso della vita che nonostante tutto resta invincibile, nell'amore di due giovani che si preparano a dare vita tra mille difficoltà a una nuova famiglia, nella presenza eucaristica e sacramentale, nella fedeltà a tutta prova della Chiesa, nel loro attaccamento alla gioia di vivere e alla volontà di sopravvivere. Ma tutto rimaneva segnato dalla sofferenza.

    GESÙ VIVO NELLA NOSTRA VITA E NELLA NOSTRA STORIA

    1. Crediamo in Gesù vivo e presente nell'allegria e nella speranza del popolo latino-americano, segnata da una storia di dolore e povertà.
    2. Crediamo in Gesù vivo e presente nella molteplicità delle culture: nel giovane indigeno, nel negro, nel meticcio, nel bianco e nel giallo del nostro continente, in special modo in colui che è sottovalorizzato, che ha poche possibilità di vita e molte difficoltà.
    3. Crediamo in Gesù vivo e presente in noi stessi, come forza trasformatrice delle realtà specifiche della pastorale giovanile.
    4. Crediamo in Gesù vivo e presente quando riaffermiamo il nostro impegno per la formazione integrale e permanente dei giovani, a partire dal nostro ambito di vita personale e comunitario; accettando, assumendo e annunciando il Vangelo ed essendo protagonisti della storia.
    5. Crediamo in Gesù vivo e presente nei giovani che alla luce della fede optano per un impegno sociale nei differenti spazi politici in commissioni per i diritti umani e in organizzazioni popolari.
    6. Crediamo in Gesù vivo e presente in una chiesa giovane, comunitaria, profetica e missionaria, con proposte di vita trasformatrici e rispettose di ogni persona, che assume un impegno evangelico e liberatore.
    7. Crediamo in Gesù vivo e presente nei giovani in situazioni critiche, emarginati da strutture disumanizzanti.
    8. Crediamo in Gesù vivo e presente nel povero che soffre, nel triste incarcerato, nell'infermo che vive solo, nei bambini emarginati, nei giovani disorientati, negli operai sfruttati, nei minatori e contadini che soffrono situazioni di oppressione e reclamano giustizia.
    9. Crediamo in Gesù vivo e presente nelle donne latino-americane: nelle madri che cercano figli scomparsi, nelle professioniste che lottano per la vita, nelle casalinghe e nelle operaie che portano avanti le comunità e si impegnano nell'organizzazione della società.
    10. Crediamo in Gesù vivo e presente nel lavoro dell'uomo e nella sua lotta per la difesa della vita.
    11. Crediamo in Gesù vivo e presente nel sangue sparso dai nostri martiri.
    12. Crediamo in Gesù vivo e presente quando riaffermiamo la speranza del trionfo della vita sopra la struttura di morte che ha consolidato strutture ingiuste.
    13. Crediamo in Gesù vivo e presente nel grido di tutti i giovani del continente latino-americano, che lottano per renderlo nuovo con la forza dell'amore.

    È necessario domandarsi come possono le nostre esperienze italiane di pastorale giovanile fare tesoro di questa sofferenza, di questa testimonianza pagata con la vita.
    Non sono forse i nostri modi di educare i giovani alla fede piuttosto fiacchi, se non creano attorno nessun fastidio, se il mondo nel quale siamo immersi non si sente minimamente interpellato dalla nostra testimonianza? Che testimonianza è la nostra se corre spesso sul filo del consumismo, dell'adeguamento alla situazione, dell'accondiscendenza al disprezzo della vita, del povero, del disperato? Nei nostri progetti di pastorale giovanile esistono molte affermazioni di fede nel Gesù dei sacramenti, dell'amore, della Chiesa: una buona correttezza formale, ma forse una esagerata distanza dai veri problemi della vita e una carenza di fede vissuta.
    Nei documenti di Cochabamba tali affermazioni sono molto meno esplicite, e talora carenti; ma si è sempre di fronte a una fede che i giovani pagano con la vita stessa.
    È possibile aiutarci a vicenda nel vivere una fede chiara nella sua espressione veritativa, ma altrettanto chiara nella sua testimonianza di vita? Non si tratta solo di espressioni formali carenti o di prassi rimandata, ma di mancanza di integrazione tra la vita di fede della comunità cristiana e le esperienze giovanili.
    E i pastori e gli educatori a questo riguardo sia in Italia che in America latina assumono un ruolo molto importante. L'intervento del Cardinal Pironio al riguardo è magistrale.
    Questo può non essere un problema per i giovani che hanno già una lunga esperienza di militanza nei gruppi cattolici o nella prassi di liberazione, ma i nuovi giovani che popolano oggi le nostre comunità esigono di essere aiutati con maggior chiarezza, altrimenti non possono sentire le nostre professioni di fede come appello vero a un Dio incarnato ma non riducibile al nostro bisogno di lui.
    Chi arriva alle proposte della pastorale giovanile senza aver affrontato seriamente una educazione equilibrata alla vita evangelica, non riesce a cogliere in queste affermazioni o in queste azioni separate la grandezza e salvezza assoluta di Dio.
    Il parlare senza appello sempre di Chiesa compromessa peccatrice non serve ai giovani che chiedono una comunità che li accompagna, come non serve a presentarla, come spesso si fa da noi, al di fuori di ogni impegno concreto di conversione (cf camorra, mafia, legalità...).

    La nuova America latina che vogliamo

    Il lavoro di gruppo diversamente impostato, composto e ricomposto a seconda dei vari obiettivi, ha permesso a tutti di esprimersi e di mettere a confronto degli altri (in media ogni gruppo poteva contare sulla presenza di delegati di 10-15 nazioni diverse) le proprie impostazioni e i propri progetti. Ciascuno proveniva dai vertici organizzativi della pastorale giovanile della propria nazione e portava con sé alcuni fogli in cui erano condensate le proprie linee.
    Le realtà di fondo che accomunavano tutti erano la concreta immersione nei problemi della propria storia, la decisione a impegnarsi per ottenere condizioni di vita più umane, una sincera adesione a Cristo, con le caratteristiche più dell'immediatezza giovanile che della riflessione sistematica, una voglia di ridefinire la propria identità di popolo nuovo, di America latina nuova, di futuro più umano e più cristiano.
    La componente sociologica aveva qui forse lo spazio più ampio. Nazioni diversissime, alcune ancora con confini non definiti e quindi con un contenzioso aperto, lo stesso sciopero dei minatori contemporaneo ai giorni del
    Congresso, la paura di infiltrazioni di Sendero Luminoso nelle manifestazioni pubbliche, la situazione effettiva di fame e di ingiustizia patita da molti dei presenti, hanno favorito una concretezza di prospettive, una richiesta pressante di giustizia, di indipendenza dallo sfruttamento economico e culturale, di liberazione soprattutto da condizioni di vita disumane, di uguaglianza di diritti fra tutti e di accoglienza e rispetto delle minoranze.
    C'erano presenti anche alcuni indios, pochi per la verità, alcuni campesinos, alcuni negro-latino-americani. I problemi di ciascuno potevano essere i problemi di tutti almeno nelle dichiarazioni, anche se siamo sempre avvertiti della fragilità giovanile che sotto tutti i cieli di questo mondo afferma principi e non s'accorge di vivere il contrario, parla contro il consumismo e veste firmato fino nelle... calze, propone l'uguaglianza (oggi magari un po' meno nel nostro continente) e cerca la carriera.
    Interessante alla fine la vivacissima e franca (così si dice in diplomazia per dire battaglia irriducibile) discussione sul famoso 500esimo anniversario dell'arrivo (llegada o conquista?) degli europei nell'America latina.
    Nell'assemblea conclusiva del 4 gennaio venne presentata una mozione il cui succo era: ringraziamo Dio dell'arrivo del cristianesimo nella nostra terra o chiediamo soltanto perdono dei peccati dell'annuncio troppo intriso del sangue sparso dai conquistatori? Qui ci giocavano tutte le tensioni culturali, gruppettarie, nazionaliste, rivendicazioniste scatenate ultimamente nel mondo latino-americano e non solo. Per due voti, dopo i classici accesissimi dibattiti, conta e riconta di voti, proteste, interventi a favore e contro, di assemblea cui non ero più abituato dopo le esperienze del '68, la mozione più radicale non è passata.
    È prevalso il senso di un Cinquecentenario che prende le distanze da qualsiasi manifestazione trionfalistica, ma che sa apprezzare, pur nella consapevolezza degli errori compiuti, la grazia della conoscenza del Vangelo, perché là dove abbondò il peccato è sovrabbondata la grazia di Dio.

    LA NUOVA AMERICA LATINA CHE VOGLIAMO

    1. Vogliamo un'America latina dove noi giovani riceviamo educazione e formazione, siamo protagonisti nella chiesa e nella società e assumiamo il nostro impegno critico a partire dalla realtà storica e culturale, per la costruzione dell'uomo nuovo e la civiltà dell'amore.
    2. Vogliamo un'America latina in cui possiamo costruire una chiesa profetica, che opti per i poveri, voce di coloro che non hanno voce, incarnata nella realtà e portatrice di cultura, capace di integrare nella sua liturgia le sue distinte espressioni culturali.
    3. Vogliamo un'America latina con un'economia basata sulla solidarietà, dove esista una distribuzione giusta della ricchezza, della terra e del lavoro, che promuova i più deboli e sia al servizio del popolo latino-americano e non dei paesi potenti.
    4. Vogliamo un'America latina integrata a partire dai poveri, con un nuovo ordine sociale comunitario, che favorisca l'organizzazione popolare, l'educazione critica e liberatrice, e il rispetto verso la natura.
    5. Vogliamo un'America latina che, assumendo la sua storia, rispetti la dignità, identità e le espressioni culturali di tutti i popoli, dove non ci sia spazio per l'emarginazione e il razzismo.
    6. Vogliamo un'America latina che opti per la vita, che rispetti e promuova i diritti umani, specialmente delle donne.
    7. Vogliamo un'America latina con una chiesa, famiglia di Dio, comunità delle comunità, partecipativa, dialogante, solidale e fraterna, capace di gestire la liberazione delle comunità ecclesiali di base.
    8. Vogliamo un'America Latina con un sistema politico che offra uno spazio per la creatività e per la partecipazione cosciente e responsabile, capace di decidere il suo presente e il suo futuro, libera dal potere straniero che impedisce il suo sviluppo.
    9. Vogliamo un'America latina che sia una Patria Grande senza frontiere, giusta e democratica, promotrice del bene comune, che tenga presente Dio in tutte le sue strutture.


    L'America latina che i giovani propongono è sempre legata a immagini di uguaglianza, giustizia e solidarietà, molto rivendicativa. Non potrebbe esserlo diversamente. È necessario però ricercare qualche valore più fondativo di tutti questi diritti, qualche affermazione che sa mettere in crisi il nazionalismo esasperato che spesso anima anche tali nazioni. Una volta, purtroppo non sarà troppo presto, usciti da queste situazioni di ingiustizia dovrà essere ancora Dio il punto di riferimento del- la convivenza dei giovani di tutte le nazioni latino-americane. Detto in termini meno assoluti, ci dovrà essere spazio per l'esperienza religiosa, per i valori fondanti la dignità di ogni uomo, per la resistenza interiore al fallimento, al dolore, al limite. La questione del Cinque- centenario è indice di qualche elemento che può aiutare a far evolvere anche la pastorale giovanile latino-americana. In molte sue espressioni può apparire a volte strumentale a qualche ideologia, ma nell'ansia di rinnovamento e di voglia di fondare la civiltà dell'amore si porta dentro domande profonde del mondo giovanile e decisioni generose di nuova missionarietà.

    IL NOSTRO PROTAGONISMO NELLA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA AMERICA LATINA


    1. Promuovere e dare impulso a processi di formazione integrale, critica e liberatrice della realtà storica e culturale del giovane latino-americano, perché integrando fede e vita sia protagonista della trasformazione della chiesa e della società, e costruttore della civiltà dell'Amore.
    2. Incentivare la formazione integrale di animatori incarnata nella realtà, che sottolinei la speranza e il servizio del popolo, per accompagnare processi di formazione nella fede che rendono possibili il protagonismo giovanile nel cambio strutturale dell'America latina, rendendo presente Cristo nella storia.
    3. Accompagnare e animare i giovani nella loro crescita spirituale, perché possano integrare la loro vita di preghiera con il loro impegno sociale e vivano una spiritualità incarnata.
    4. Incentivare e promuove la coordinazione di centri di formazione, per dare risposte alla necessità dei paesi e delle regioni, facilitando un interscambio che favorisca il protagonismo giovanile.
    5. Coscientizzare il giovane sulla realtà dell'America latina, perché cresca il suo senso di appartenenza, il suo impegno con l'identità latino-americana e con la costruzione di un nuovo sistema politico, economico e sociale.
    6. Assumere e riaffermare effettivamente l'opzione preferenziale per i poveri e per i giovani a partire da un incontro con Cristo e con una Chiesa liberatrice, aperta alla partecipazione, perché si riesca a raggiungere l'uguaglianza latino-americana e perché diventi realtà la civiltà dell'Amore.
    7. Promuovere una Chiesa incarnata nella realtà latino-americana a partire dal rispetto della diversità culturale, perché sia veramente missionaria, profetica e pasquale.
    8. Promuovere il rispetto e lo sviluppo delle nostre culture perché, valorizzando le varie espressioni nei differenti popoli, scopriamo in esse i segni del Dio vivo.
    9. Dare impulso a processi di partecipazione attiva e democratica dei giovani nella pastorale giovanile e nella società, per costruire una Chiesa partecipativa e trasformare le strutture sociali ingiuste.
    10. Assumere il nostro protagonismo giovanile incidendo nelle decisioni ecclesiali, sociali, economiche e culturali perché, a partire da piccoli gruppi di base, diamo risposta alla necessità del nostro popolo.
    11. Promuovere l'educazione popolare critica e liberatrice per formare uomini e donne nuovi, che partecipino effettivamente ai movimenti popolari, costruendo un'America latina libera dai sistemi politici ed economici ingiusti, opprimenti e repressivi.
    12. Articolare e dare impulso al coordinamento rappresentativo della pastorale giovanile nazionale latino-americana, tenendo conto della realtà del continente e appoggiandosi alle istanze intermedie di partecipazione, perché i giovani assumano il proprio protagonismo nella Chiesa e l'impegno di costruire una nuova America latina.
    13. Articolare e rafforzare le diverse esperienze di pastorale giovanile, sistematizzandole e approfondendo il metodo di «vedere-giudicare-agire-reviionare-celebrare», perché si diano risposte concrete alle necessità dei giovani nella Chiesa e nella società.
    14. Dare impulso alla pastorale giovanile con mezzi specifici come forma concreta di approfondimento e risposta alle distinte realtà dei settori, per generare un autentico protagonismo del giovane nella trasformazione delle strutture di oppressione.
    15. Promuovere e appoggiare organicamente le esperienze comunitarie della pastorale giovanile con mezzi specifici, perché i giovani, identificati con la loro realtà concreta ed evangelizzati dalle loro comunità di base, trasformino radicalmente la società, creando alternative che li rendano prossimi ai piú deboli e impoveriti.
    16. Promuovere la pastorale degli adolescenti rispettando le loro tappe, perché, dalle loro necessità concrete, assumano i propri ruoli nella vita sociale, incarnando la figura di Gesù liberatore.
    17. Dare impulso a una pastorale giovanile incarnata, perché generi in tutti i settori processi di evangelizzazione che contribuiscano alla liberazione personale e sociale.
    18. Unificare criteri pastorali che promuovano e orientino la formazione integrale del giovane, perché partecipi all'organizzazione della società e sia protagonista della sua trasformazione.
    19. Dare impulso al vero senso della leadership perché, a partire dall'organizzazione di pastorale giovanile in piccole comunità, il giovane sia protagonista nella Chiesa e dia risposte alle problematiche della comunità.

     

    LETTERA APERTA AI GIOVANI DELL'AMERICA LATINA

    Cari giovani latino-americani, nostri fratelli,

    1. Più di seicento giovani cattolici, delegati della pastorale giovanile, rappresentanti di 19 Paesi del nostro Continente, riuniti nel 1° Congresso latino-americano di giovani a Cochabamba, desideriamo condividere questo messaggio che esprime i nostri sogni e speranze all'inizio di questo anno significativo 1992.
    2. Abbiamo dialogato e condiviso cose che ci entusiasmano, ci rallegrano, ci interessano e ci riempiono di speranza nonostante le angosce, tensioni e tristezze, che sono comuni ai nostri popoli.
    3. Constatiamo una volta ancora che noi giovani latino-americani abbiamo idee, dinamismi e valori propri come un «vero corpo sociale». Siamo gioiosi e pieni di speranza, fraterni e solidali, costruttori e creativi.
    4. In questi giorni di incontro ci siamo guardati con franchezza gli uni gli altri e abbiamo verificato con gioia la ricchezza delle culture che rappresentiamo. Ci sentiamo orgogliosi di essere indigeni, negri, bianchi, orientali, configurando un continente culturalmente meticcio.
    5. Noi giovani siamo i più colpiti dalle ideologie, mode e modelli stranieri, che ci sradicano dalla nostra identità e cultura.
    6. La maggioranza dei disoccupati, sottoccupati ed emarginati nel nostro continente sono giovani; e anche la maggioranza di quelli che consumano droghe o alcool, scoraggiati davanti ad un futuro incerto.
    7. È la gioventù l'«obiettivo» degli interessi del narcotraffico e di chi, facendo uso di mezzi di potere come quelli della comunicazione sociale, creano necessità superficiali che spersonalizzano, alienano e frustrano; perché non vogliono che pensiamo e agiamo liberamente.
    8. Abbiamo sentito molte volte che siamo «il futuro della società», però una volta ancora notiamo che questo serve solo per escluderci dal presente.
    9. Non troviamo sovente forme concrete per canalizzare il nostro protagonismo giovanile; però anche spesse volte rimaniamo indifferenti, conformisti, passivi e persino mediocri.
    10. La nostra esperienza di fede, vissuta nelle comunità giovanili, ci insegna ad essere realisti, a sognare con i piedi per terra, a guardare avanti preoccupandoci di fare il prossimo passo. La volontà di appropriarci del nostro futuro ci spinge a cercare di creare oggi spazi di partecipazione, personalizzazione e cambiamento.
    11. Ci amareggia la realtà del nostro continente impoverito. Conosciamo la ricchezza della sua natura, dei suoi uomini e delle sue donne; per questo siamo convinti che l'attuale situazione sia il risultato di un processo storico di manipolazione, sfruttamento e dipendenza. Però non vogliamo né lamentarci né autocompatirci: ci siamo incontrati con Cristo che ci invita a far nascere la vita dalla nostra povertà e a lottare perché essa scompaia.
    12. Nei nostri popoli, la donna non sempre è valorizzata nella sua dignità, né riconosciuta nella sua missione. Noi crediamo che la sua presenza sia insostituibile per l'edificazione della cultura della vita. La sua presenza piena di delicatezza e tenerezza, ferma e decisa, ci porta a guardare Maria, madre di tutti i fratelli, nostro modello, che accompagna la storia dei nostri popoli. Siamo invitati ad imitarla.
    13. Nella Chiesa siamo l'allegria e la forza dinamica. Crediamo e speriamo nella Chiesa dei giovani, dato che siamo il suo presente: essa ha bisogno di noi e noi ci impegniamo a riflettere, insieme al Papa, ai Pastori e a tutti i battezzati, il vangelo delle Beatitudini.
    14. Riconosciamo che le nostre radici comuni affondano in un passato pieno di «luci ed ombre» e il nostro presente è difficile. Tuttavia, dato che Gesú è vivo e presente tra noi, affermiamo che è possibile costruire una nuova America latina. Così testimonia la vita di tanti fratelli che, come lo stesso Gesù, sono stati fedeli alla verità e alla giustizia.
    15. Gesù, il Signore della vita, è nostro amico, fratello e modello di uomo nuovo. Lui sta camminando attraverso il suo amato continente, condividendo le speranze e le amarezze dei popoli, ci anima a riconoscerlo come unico centro della nostra vita. Ci sfida a seguire i suoi criteri, a lavorare con lui e a vivere secondo il suo stile. Questa è la santità che vogliamo vivere.
    16. Camminando insieme lo scopriamo nel volto dei nostri fratelli più poveri e, con loro, cerchiamo di trasformare la storia per costruire il Regno della pace, della giustizia e dela libertà.
    17. L'esperienza di Gesù vivo e risorto, presente nel nostro popolo, è la chiave della nostra lotta per la giustizia, la pace, il rispetto dei diritti di tutti.
    18. Vogliamo che sia posta fine alle ingiustizie e alle emarginazioni di tanti gruppi etnici, e che si fermino i processi di sterminio di intere popolazioni. La grande patria latino-americana della quale noi siamo parte, deve rispettare, recuperare e arricchirsi di tutte le altre culture, perché in essa si manifesta con pienezza l'essere umano creato da Dio.
    19. Noi giovani optiamo per la vita, la amiamo e la rispettiamo in tutte le sue manifestazioni: la cultura, la famiglia, la possibilità di una vita degna, diritto alla salute e all'educazione, al lavoro e a salari giusti, i diritti umani e il rispetto della natura.
    20. Poiché crediamo nel Dio della vita, vogliamo gridare un sì alla vita trasformando tutte le situazioni di morte, rifiutando ogni violenza per costruire una grande patria che rispetti la dignità della persona umana.
    21. E arrivata l'ora di riaffermare il nostro protagonismo Vogliamo assumere con la forza della nostra giovane generazione la costruzione di una Grande Patria, libera, pacifica e solidale. Questo è il sogno che oggi ci convoca, questa è la proposta che ci anima, questo è l'invito che condividiamo: impegnarci con Cristo per costruire una America latina nuova.
    22. Ma vogliamo essere realisti: non abbiamo nelle nostre mani la soluzione di tutti i problemi del mondo. Però, prima dei problemi del mondo, abbiamo le nostre mani. Vogliamo cominciare a gestire una vita nuova tra noi.
    23. Aspiriamo a «stabilire un ordine politico, economico e sociale, che permetta a ciascuno di affermare e coltivare la propria dignità».
    24. Noi ci impegniamo come giovani a conoscere e ad amare le nostre culture, come anche a lottare per il diritto di tutti ad essere latino-americani e a trasformare le strutture da meno umane a più umane, che promuovano la dignità di tutti gli uomini e le donne del continente.
    25. La Vergine Maria, Madre dell'America latina, accompagna la nostra storia. È sempre vicina a noi come Maria di Guadalupe, e la sentiamo così presente che ciascuno dei nostri popoli le ha dato un nome che la associa al proprio cammino. È lei che ci ispira, con la sua umiltà e disponibilità, a dare la nostra vita.
    26. All'inizio del sesto secolo di cristianesimo nel nostro continente siamo disposti ad «annunciare la Buona Novella ai poveri, la libertà ai prigionieri, la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi e a proclamare l'anno di grazia del Signore». Vogliamo nei nostri, popoli dare testimonianza, suscitare e maturare la fede in Dio Padre, che risana, assicura e promuove la dignità di tutti gli uomini.
    27. Ci convochiamo per annunciare, rispettare, costruire e celebrare la vita che germoglia nel nostro continente, per far diventare insieme realtà il sogno di una America latina unita.

    Cochabamba, 5 gennaio 1992
    Giovani di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costarica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Messico, Panama, Paraguay, Portorico, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela.