Parola, eucaristia, condivisione



    Pietro Sigurani

    (NPG 1992-07-57)


    È difficile raccontare un'esperienza. Ogni tipo di racconto teorizza, interpreta ed è privo di quel mondo ricchissimo di sensazioni fatto di persone, luoghi, incontri, scontri, entusiasmi, crisi, cambiamenti di traguardi che fanno «l'esperienza».
    Voglio solo ripercorrere l'itinerario che ha portato un'intera comunità parrocchiale a «spezzare il pane» con chi ha fame e a condividere situazione, sentimenti e vita con chi, sradicato dalla famiglia, dalla terra e dalla propria cultura, si trova a vagare per strade sconosciute, con tante speranze iniziali che facilmente diventano disperazioni.
    Preferisco che le motivazioni di fondo, la crescita dell'esperienza e la sua incidenza sulla comunità parrocchiale scaturiscano dal rivivere insieme il cammino percorso fino ad oggi.

    In principio era «la Parola»

    La storia sembra iniziare sette anni fa, quando un gruppo di giovani della parrocchia lancia l'iniziativa «Una cena con chi ha fame» per ogni venerdì di Quaresima.
    Il Consiglio Pastorale discute la proposta ed approva con non poche difficoltà. Anche il Consiglio di Amministrazione approva, ma pone un limite: non più di sessanta persone, altrimenti le povere finanze della parrocchia sarebbero andate a picco.
    Si inizia con sessanta invitati: pasto preparato in un ristorante e servito in parrocchia. Finita la Quaresima, finito tutto.
    Apparentemente sembra un'iniziativa positiva ma... dietro l'esperienza appaiono dei dubbi: quei sessanta pasti, legati non al bisogno di chi ha fame ma ad un costo economico, diventano un punto interrogativo per molti. E poi, perché solo in Quaresima? Il tempo di Quaresima, itinerario verso la Pasqua, è il paradigma di tutta la vita della Chiesa e non è un tempo circoscritto. Insomma, si fa strada la riflessione su un modo di «fare carità» che inquina tutta la carità: non è il bisogno di chi ha fame a motivare tutto, ma la decisione di chi, stando bene, vuole fare qualcosa.
    L'iniziativa di un gruppo giovanile viene ripensata, interpretata e attualizzata a tutta una comunità che da anni è in cammino di ascolto, confronto e condivisione della Parola di Dio. Appare chiaramente che in principio non c'è un'iniziativa umana ma la conversione che la Parola opera in chi l'accoglie.
    A questo punto la grande comunità degli adulti che da anni è in catechesi aiuta i giovani, il Consiglio Pastorale e il Consiglio di Amministrazione a ripensare tutto e a... rischiare non su programmi prefabbricati ma sulla Parola di Dio.
    Si fa strada con molta chiarezza la Parola di Gesù: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, eppure il Padre vostro celeste li nutre». La Parola lungamente ascoltata e «conservata» mediante un cammino di catechesi per adulti porta frutto nell'intera comunità e nasce, come risposta, la parola piena di trepidazione di Pietro: «Ho lavorato tutta la notte e non ho preso nulla. Nel tuo nome getterò le reti».

    La Parola si è fatta carne

    C'è bisogno di una casa per tutti coloro che, senza fissa dimora, vagano per la città. C'è bisogno di un punto di riferimento affettivo dove chiunque possa essere accolto come persona, carica di problemi ma anche di speranze e di capacità.
    La parrocchia, dedicata al Natale del Signore, compie i suoi cinquant'anni di vita. Ci appare subito un programma di «festeggiamenti»: facciamo oggi quello che allora non è stato fatto a Betlemme. Diamo una casa al Signore!
    Il Signore non è presente solo in sessanta persone ma in ognuno che bussa alla porta e al cuore della comunità dei credenti. Ognuno è Gesù: rimandare indietro uno solo è chiudere la porta al Cristo che viene. Nasce così un grande luogo di accoglienza che chiamiamo «Domus caritatis». Per noi diventa l'attualizzazione del mistero di Betlemme al quale la parrocchia è dedicata.
    Nel frattempo la parrocchia ha rinnovato la struttura della sua «aula liturgica» dove ogni domenica si raduna per celebrare il memoriale della Pasqua del Signore. Al centro della assemblea una grande mensa, dove tutti possono prendere posto come «figli amati di Dio» e mangiare, gratuitamente, un corpo «dato per tutti» e un sangue «sparso per tutti».
    L'Eucaristia, celebrata ogni domenica, compie la sua opera incarnando «la Parola» nella vita della comunità e trasformando mentalità e scelte di ogni giorno.
    Prendono corpo i due atteggiamenti esistenziali che scaturiscono dall'Eucaristia:
    - dare la vita per tutti;
    - dare la vita gratuitamente.

    Dare la vita per tutti

    La parrocchia è collegata da un solo mezzo pubblico alla stazione Termini, luogo di raduno di tutti i «senza fissa dimora». In un attimo si sparge la voce che c'è un posto a Roma dove si può andare senza tessera, senza controllo, e tutti sono accolti senza alcun tipo di griglia o di indagine. A poco a poco i sessanta diventano sempre più numerosi fino a raggiungere i mille e settecento per volta. Tutti hanno diritto ad essere accolti ed ascoltati, perché tutti sono persone e tutti siamo poveri.
    È proprio l'accoglienza, la conoscenza e l'ascolto di tutti che ci aiuta a dar vita ad una carità che, uscendo fuori dal programmato, vuole rispondere al bisogno di chi soffre. Man mano che acquistano confidenza, sono i nostri stessi ospiti a dirci di che cosa hanno bisogno. Scopriamo così il valore per loro di un pasto cucinato come in famiglia, non precotto, servito a tavola e non consumato tipo self service, per avere così la possibilità di fermarsi, riposare, parlare: un pasto che si adatti al loro gusto.
    Conoscendoli ed ascoltandoli scopriamo i loro gusti, i loro desideri per avere una vita dignitosa.
    Nascono così i tanti servizi ai quali non avevamo pensato e che ci sembravano irrealizzabili: le docce, il guardaroba, il barbiere, il podologo, il medico e i medicinali, l'ufficio legale, un ufficio di fermo-posta, di deposito per i loro documenti e le loro cose care (titoli di studio, foto dei familiari, ecc.), la custodia del loro denaro, un luogo per pregare secondo la loro sensibilità e la loro religione.
    Gradatamente non siamo più noi a programmare ma è il povero che ci fa il programma secondo le sue esigenze.
    Nasce così un servizio per tutti: per tutte le sensibilità, le culture, le religioni, i bisogni.

    Dare la vita gratuitamente

    La gratuità porta con sé un grande rischio: partire non fidando su se stessi e sulle proprie forze ma «in Dio che provvede».
    Scalzare una mentalità di «previdenze e assicurazioni» per passare ad una mentalità di «provvidenza e fiducia» è difficilissimo, specie per la nostra cultura.
    Eppure l'Eucaristia è un cibo preparato da Dio per tutti, gratuitamente.
    L'espressione della gratuità si è andata via via concretizzando a livello operativo pratico nel volontariato e a livello economico in un affidamento totale alla Provvidenza.
    Tutto il servizio si fonda sul volontariato senza distinzione di età, di gruppi ecclesiali di appartenenza. Ognuno può regalare un po' del suo tempo, il tutto molto precario, senza programmi. L'esperienza ci dice che in sette anni non è mai mancato chi prepari i pasti, chi serva a tavola, chi accolga e chi ascolti.
    Ai cristiani si sono associati tanti altri, dentro e fuori il quartiere. Molte volte c'è difficoltà ad impegnare tutti i volontari senza che l'eccessivo numero risulti di intralcio.
    Per l'assistenza medica si sono messi a disposizione specialisti del quartiere, per i medicinali le farmacie, per l'occorrente-docce le varie profumerie, ecc.
    Economicamente, non si accettano contributi pubblici: tutto deve basarsi sulla carità libera di chi vuole. Il rischio è grosso, ma tocchiamo ogni giorno con mano che «Dio provvede».
    In circa sette anni, non è mai mancano nulla, tutti sono stati accolti, tutti hanno mangiato, anche quando si è preparato per mille e si sono presentati in mille e settecento. Tutto questo, al di là dei programmi, delle possibilità... delle paure.
    L'intera comunità - giovani e adulti - sperimenta ogni giorno cosa vuol dire «fidarsi di Dio» e rischiare sulla «Parola».

    Edificati e radicati nella carità

    Oggi è fondamentale per tutti, ma specialmente per i giovani, vedere ciò che si dice di credere, in modo che la fede non sia relegata nell'ambito dei sentimenti vuoti ed evanescenti.
    Sono attualissime le parole di Giovanni: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, il Verbo della vita, noi lo annunziano anche a voi».
    Questa esperienza di condivisione porta la comunità a toccare ogni giorno che «Dio c'è» e noi siamo la sua mano, il suo cuore, la sua vita regalata all'altro.
    Ripensando un po' a cosa possa aver significato fino ad oggi questa esperienza per i giovani, dai quali è iniziata, mi sembra di poter riassumere tutto in pochissime idee che credo essenziali:
    - La fede si trasmette «luce da luce». Il giovane riceve la fede dall'annuncio e dalla testimonianza di una Chiesa di adulti. La fede ha bisogno di una paternità e di una maternità. La fede ha bisogno di «maestri» e di «testimoni».
    - La spina dorsale di tutta la fede è «la conversione» come stato permanente di vita. La continua conversione apre alla speranza e genera una carità dinamica, creativa.
    - La conversione nasce e si alimenta mediante 1'«ascolto della parola», l'«Eucaristia» e la «condivisione».
    - La conversione non ha età ma dipende dalla disponibilità e dalla capacità di fidarsi.
    Ritengo però che il cuore di tutta l'esperienza sia vincere la diffidenza, vedere che è possibile amare, che vale la pena di «credere all'Amore» e rischiare, su questa certezza, la propria vita.
    Nella nostra parrocchia siamo soliti dire: Ogni domenica Cristo spezza la sua vita per noi e si fa, per tutti, indistintamente e gratuitamente «parola accolta e cibo condiviso».
    Se ogni domenica ci raduniamo per fare esperienza di questo amore gratuito per tutti, allora è possibile vivere ogni giorno nella missione «va e fa lo stesso». «Amatevi come io vi ho amato».

    (Parrocchia della Natività di NSGC- Roma)