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    Intervista a Alessandro Cavalli

    (NPG 1993-06-50)


    Come sono oggi gli adolescenti?
    «Le cose che emergono dai dati Censis non sono grandi novità, sono circa dieci anni che queste tendenze si sono affermate e consolidate. Cioè che la fase giovanile si è prolungata, che i ragazzi tendono a rimanere in famiglia più a lungo, che diventano autonomi tardi, che hanno la tendenza a dilazionare matrimonio e conclusione degli studi e l'ingresso nel mercato del lavoro. Queste non sono tendenze specificamente italiane, ma si riscontrano un po' ovunque nel mondo occidentale».

    Quali ne sono le cause principali?
    «La principale è senz'altro l'allungamento generalizzato dei periodi di formazione. Molta più gente va a scuola molto più a lungo. Ma giocano anche fattori di natura culturale, legati alle trasformazioni demografiche. Ciò fa sì che anche dalle famiglie venga fatto un investimento sui giovani molto più considerevole. Le famiglie con pochi figli investono su ognuno di essi molto di più che non le grandi famiglie con tanti figli».

    Qual è a suo giudizio il margine di responsabilità degli adolescenti nel mettere in atto questi comportamenti?
    «La maggiore responsabilità di questi comportamenti l'hanno gli adulti. Giovani e adolescenti rispondono molto alle aspettative degli adulti, e a come questi li trattano. In parte c'è anche un fattore di scelta con una tendenza ad esitare di fronte all'assunzione di responsabilità adulte, a prolungare la moratoria adolescenziale il più a lungo possibile, perché tutto sommato è una condizione che ha dei vantaggi. Una situazione di dipendenza presenta anche dei lati positivi, a lungo nocivi, ma pur sempre appetiti».

    Ma dunque che tipo di famiglia e di società abbiamo costruito in questi anni?
    «Viviamo in società molto complesse. Società così differenziate al loro interno, sfaccettate, che non è possibile dare di esse un giudizio globalmente valido. Si tratta di società molto poco trasparenti. I giovani lo avvertono.
    Una società si semplifica quando diventa chiaro verso quali obiettivi sta andando. Allora il marciare in una direzione rende trasparente l'immagine. La nostra società non sa bene dove sta andando.
    I criteri di orientamento sono saltati. Per questo, data l'opacità e l'incertezza del futuro, anche i giovani presentano le stesse incertezze ed insicurezze».

    Possiamo dare un profilo della famiglia di oggi?
    «Io credo che sia una famiglia piccola, ma in cui si tende a permanere a lungo, anche se in essa i giovani abbastanza presto rivendicano e ricevono spazi consistenti di autonomia e di libertà.
    La famiglia non è più oppressiva, né impone un rigido codice di regole. Proprio per questa sua flessibilità riesce a non essere un luogo dal quale i giovani vogliono andarsene presto».

    Ma lei mi parlava di rischi oggettivi dietro questa zona di comfort che la famiglia rappresenta.
    «Sì, il rischio di indurre comportamenti di scarsa indipendenza».

    Ma come si concilia questo col fatto che la famiglia sembra essere meno direttiva?
    «La cosa varia molto da famiglia a famiglia. Dal punto di vista affettivo la famiglia rimane un polo di forti solidarietà, anche materiali».

    Ma non le pare che nel nostro tempo si moltiplichino i casi di violenza psicofisica sui minori, l'abbandono e così via?
    «Ne abbiamo una conoscenza maggiore. Ma io ho la sensazione che siamo diventati più sensibili a questa dimensione di violenza nei rapporti intrafamiliari e quindi percepiamo e notiamo di più questi fenomeni».

    C'è nella famiglia una buona qualità del rapporto tra adulto e giovane?
    «È difficile generalizzare. In molte famiglie tale rapporto rimane molto strumentale. In altre situazioni è vero l'opposto. Ma è difficile stabilire una tendenza».

    Quindi è possibile fare un discorso anche economico sulle cause di questo fenomeno?
    «Le famiglie investono sui figli aspirazioni di acquisizione di uno status di benessere o più elevato o più stabile.
    Da questo punto di vista i comportamenti dei genitori sono molto spesso orientati a garantire ai figli una condizione sociale meno precaria o superiore a quella che hanno avuto loro. E questo investe una parte grande di classe media, dalla piccola borghesia agli strati più elevati delle classi popolari, agli operai. C'è una sindrome molto generalizzata di classe media».

    È possibile prefigurare da qui a cinquant'anni scenari ed evoluzioni presumibili del costume giovanile?
    «Noi viviamo in società dinamiche. Le cose saranno sicuramente diverse. Ma in realtà le società non cambiano attraverso dei processi traumatici. In genere hanno una certa gradualità.
    Credo che alcune tendenze in atto si consolideranno Per esempio quella dell'allungamento della fase di adolescenti. E sarà difficile che questi processi possano arrestarsi».

    (Adriano Lo Monaco, Avvenire, 9 luglio 1992)



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