Pietro Di Giammarino
(NPG 1993-03-72)
L’uomo può vivere senza distruggere l'ambiente che lo ospita? Le attuali generazioni lasceranno risorse sufficienti per la sopravvivenza delle generazioni future? Le città, così come le conosciamo ora, saranno in futuro l'ambiente naturale per la vita dell'uomo? L'uomo potrà riconciliarsi con le foreste e i fiumi tante volte profanati?
Domande che sempre più i giovani si pongono, e a cui si è cercato di dare una risposta non effimera attraverso una «rivoluzione culturale», cioè un nuovo modo di concepire il rapporto tra «progresso» e ambiente.
Questa nuova filosofia, figlia della necessità di sopravvivenza del genere umano, è stata chiamata «sviluppo sostenibile» o anche «economia verde».
Cosa significa sviluppo sostenibile? Significa immaginare un sistema economico-produttivo in cui lo sviluppo, inteso nel suo significato più ampio di aumento del benessere generale, non venga minacciato dai sub-prodotti generali dal sistema stesso, e cioè dall'effetto serra, dall'inquinamento atmosferico, dall'esaurimento delle risorse naturali e dalla crescente disgregazione sociale prodotta da un sistema che crea sempre maggiore egoismo tra gli esseri umani.
DAI BENI LIBERALI ALLE RISORSE SCARSE
Ma come è stata possibile la situazione attuale dove le piogge acide, il disboscamento del pianeta, l'aria inquinata, la moria dei pesci e tanti altri fenomeni ancora hanno reso la nostra vita sempre più simile a quella dei primi astronauti sbarcati sulla Luna: artificiale e artificiosa?
Ciò è stato possibile perché l'economia classica considerava l'aria, l'acqua, le foreste, ecc. come beni «liberi». I beni liberi vengono definiti nei manuali di economia come quei beni non aventi un valore economico, cioè che nessuno è disposto a pagare perché disponibili in natura in modo illimitato e inesauribile e perché non richiedono che si affronti alcun costo per poter essere goduti. All'epoca in cui tutta la teoria classica dell'economia fu elaborata, molti di questi presupposti erano veri, ma la crescita della popolazione e l'atteggiamento di totale disprezzo che essa ha mostrato per le risorse naturali del pianeta hanno dato luogo a decenni e secoli di spreco.
Il considerare le risorse naturali come «libere» ha consentito la legittimazione allo sperpero e alla noncuranza dei beni collettivi. Solo ora, quando ormai è chiaro che tutti i presupposti dell'economia classica non sono più veri, si incomincia a cambiare idea rispetto alla natura.
L'uomo ha imparato a sue spese che quelli che furono considerati beni «liberi» da una dottrina economica dell'800, erano stati trasformati da lui stesso in beni «economici», aventi cioè una valenza monetaria. Infatti oggi respirare ha un costo economico: se si vuole aria pulita bisogna andare fuori città per trovarla e quindi prendere un mezzo di trasporto, consumare energia e tempo. Se si vuole respirare nel centro città, dove si risiede, non si spenderà alcun denaro in mezzi, ma nel dottore che dovrà guarire, dopo un certo numero di anni, i nostri polmoni. In sintesi respirare costa, ha un prezzo, così anche l'acqua, il silenzio, il riposo, la vista di un'area verde, ecc.
È difficile, ancora oggi, far accettare alla gente che il semplice sguardo di una zona verde possa avere un costo, ma si provi ad immaginare la seguente situazione. Un proprietario di 12 ettari di pineta nel centro città deve scegliere tra il mantenere inoperosa la sua costosa proprietà (alti costi di manutenzione e imposte) e il venderla per un'ingente somma di denaro a un'impresa edile che vuole costruire dei palazzi. Se il proprietario vende la pineta, la collettività perde un bene che gratifica la vista dei passanti e i polmoni dei residenti; se il proprietario non vende, il peso del benessere comune continua a gravare solo sulle sue spalle. La soluzione potrebbe essere che quell'area venga acquistata dal Comune competente e messa a disposizione di tutti i cittadini, non solo dell'attuale generazione, ma anche di quelle future. In questo caso al godimento collettivo si contrappone un costo collettivo. In ogni caso l'area verde sopra citata ha un costo e qualcuno deve sostenerlo, altrimenti essa scompare.
Gli economisti verdi hanno dovuto aspettare a lungo perché politici e gente comune si rendessero conto della progressiva incorporazione nel ciclo produttivo dei beni «liberi», e cioè della loro progressiva scomparsa a favore della categoria dei beni «economici». Grazie a questo e ad altri fattori, oggi si è molto più disponibili di prima a parlare di sviluppo sostenibile.
Il concetto di sviluppo sostenibile è molto semplice. Una famiglia cresce e si sviluppa quando i suoi due componenti iniziali mettono al mondo dei figli e si preoccupano di nutrirli e istruirli finché essi non saranno autonomi e a loro volta faranno altrettanto con i loro figli. L'umanità cresce e si sviluppa se ogni famiglia si comporta nel modo descritto, cioè l'umanità ha un futuro se si comporta con le generazioni che ancora devono venire come un buon padre di famiglia. Oggi questo non accade perché le attuali generazioni stanno disponendo anche delle risorse che sarebbero necessarie alla sopravvivenza di quelle future.
SVILUPPO SOSTENIBILE
L'economia dello sviluppo sostenibile richiede, appunto, che ogni generazione si senta la progenitrice di quella successiva, e postula essenzialmente due princìpi: ogni generazione deve consumare un numero di risorse tali che consenta alle generazioni che devono ancora nascere di poter sostenere come minimo lo stesso tenore di vita; e l'inquinamento deve essere inserito, come una qualunque altra voce di costo, nei bilanci di società e paesi, in modo tale che il prezzo pagato dal consumatore contenga già la quota da destinare all'ambiente per curarlo dai danni che la produzione e il consumo di detto bene gli hanno procurato.
Di queste cose si è parlato nella conferenza tenutasi nel 1992 a Rio di Janeiro sullo sviluppo sostenibile. Tutti, paesi sviluppati e non, si sono dati appuntamento a Rio per discutere del futuro della terra e quindi dell'uomo.
Una volta tanto, paesi ricchi e poveri hanno discusso in modo serio e costruttivo di un problema, e questo perché la soluzione interessa entrambi. Infatti, il crescente interesse per l'ambiente dei paesi ricchi trae origine dalla pressione sociale per una migliore qualità della vita che si è tradotta, in molti casi, in punto focale dei programmi di governo di molte forze politiche. Ora, si sa che il problema dell'inquinamento è un problema globale, che non rispetta le frontiere politiche create dall'uomo nell'arco della storia, per cui non è pensabile l'elaborazione di una soluzione se non con un programma che coinvolga tutti i paesi del mondo, quindi anche quelli del Terzo Mondo.
Inoltre, lo sviluppo di un nuovo modello economico «globale», capace di essere compatibile con le risorse attuali e future del pianeta, non può non inserire nel processo di dialogo proprio quei paesi dove maggiormente sono presenti dette risorse. Il problema di quanto sia etico o giusto indicare a questi paesi il modo in cui devono consumare le loro risorse, mentre noi europei abbiamo consumato tutte le nostre come meglio credevamo, è un problema grosso e non risolto. Resta il fatto che l'aria pura prodotta dalla foresta amazzonica non può più essere considerato un bene solo brasiliano, ma del mondo intero. Come risolvere il problema della sostanziale richiesta di non utilizzo, che si fa al Brasile, di quel bene e del conseguente danno economico per le sue generazioni attuali?
A queste e ad altre domande dovrebbe trovar risposta un'etica economica nuova, prodotto di una economia nuova: l'economia verde. Ciò che si sta prospettando alla scienza economica è un fenomeno simile a quello posto alle scienze della biologia con la comparsa della biogenetica, dell'inseminazione artificiale e di altre tecniche che hanno portato uno squilibrio tra capacità tecnologica e regole di etica e morale, ormai non più in grado di gestire queste nuove conoscenze.
In economia è arrivato il momento di una nuova morale tra le nazioni e di una nuova etica nella gestione del ciclo completo del circuito economico. Questo competerà agli esperti in materia, ma nulla impedisce di proporre riflessioni e suggerimenti.
Una proposta provocatoria, ma non troppo, sarebbe un sistema di compensi tali che anche il non utilizzo di questi beni arrechi alla popolazione locale un beneficio.
Insomma, i brasiliani ci avrebbero venduto il legno che noi avremmo pagato senza considerare il fatto come strano o inconsueto. Perché considerare inconsueto il pagare perché tali alberi non vengano tagliati, visto che l'aria che producono è ormai un bene che ha acquisito una propria valenza economica non solo per il Brasile ma per il mondo intero? Si potrebbe calcolare la quantità di metri cubi d'aria pulita che ogni giorno libera la foresta amazzonica, e ogni paese dovrebbe pagare in virtù dell'aria che consuma ogni giorno. Detta quantità sarebbe data dall'inquinamento prodotto meno la capacità di combatterlo (centrali di smaltimento rifiuti, trattamento delle acque, riforestazione, riconversione industriale, produzione con materie prime atossiche, ecc.). Insomma, ciò che si propone è di salvare la natura senza arrestare il naturale processo di sviluppo di una nazione, che non deve pagare per gli sprechi prodotti altrove e gli inquinamenti prodotti da altri.
Di fronte alla domanda posta all'inizio sulla capacità dell'uomo di riconciliarsi con il proprio ambiente, possiamo dire che ci si sta muovendo principalmente in tre direzioni (per una visione complessiva e sistematica del problema si veda: D. Pearce, A. Markandya, E. Barbier, «Progetto per una economia verde», il Mulino 1991).
Le tre direzioni sono:
- politiche antiinquinamento, per risolvere i mali ereditati dalle vecchie generazioni;
- riciclaggio delle materie prime più importanti e vitali, per diminuire lo sfruttamento della terra;
- costruzione di nuovi prodotti con tecnologie tali che consentano l'utilizzo di sole materie biodegradabili, per eliminare le plastiche.
LE POLITICHE ANTIINQUINAMENTO
Sappiamo innanzitutto che le politiche anti-inquinamento presentano dei grossi limiti L'esplosione del reattore nucleare di Cernobyl, nell'ex Unione Sovietica, mise a nudo quanto il concetto di disinquinamento doveva essere interrelato con quelli di tempo e spazio. A nulla serve sapere che quell'area del pianeta potrà essere ripulita se per tale intervento occorreranno almeno 200 anni, mentre la vita media di un essere umano è di circa 60 anni.
È altrettanto scoraggiante sapere che a nulla sono serviti gli sforzi, anche dell'Italia, di non produrre con energie o modalità che implichino un tipo di inquinamento che non riesce ad essere arginato: appunto l'energia nucleare.
Infatti, Cernobyl ha insegnato che l'inquinamento non rispetta frontiere e che i suoi disastri coinvolgono anche paesi «innocenti»; così la scelta di non produrre con energia nucleare (scelta coerente con i postulati dell'economia verde) viene resa vana da decisioni in senso opposto prese in paesi distanti anche migliaia di chilometri.
Ciò significa che la proposta di una economia verde, basata sull'idea dello sviluppo sostenibile, cioè dell'organizzazione della vita economica dell'uomo in modo da non compromettere l'ambiente in cui vive e le risorse di cui dispone, ha un carattere di globalità, una valenza planetaria. Ciò certamente implica la ricerca del consenso e non solo iniziative unilaterali.
Il problema è ancora più complesso perché la soluzione richiede che tutti i soggetti interessati decidano allo stesso tempo di cambiare.
Non è pensabile che solo Stati Uniti, Germania e Italia comincino a produrre lacca per capelli senza il gas CFC, andando incontro a costi di produzione e quindi di commercializzazione crescenti, e che la Francia o altri paesi non decidano di fare altrettanto. Se così fosse, le industrie francesi aumenterebbero le loro vendite, mentre quelle degli altri paesi diminuirebbero, così come il numero dei loro lavoratori. Il tutto senza aver raggiunto lo scopo di diminuire la minaccia che questo gas rappresenta per la cappa dell'ozono.
L'esempio della lacca è molto attuale, perché proprio su questo gas si è cercato un accordo nella conferenza di Rio di Janeiro affinché le sue immissioni diminuiscano, consentendo la ricostituzione della cappa dell'ozono, essenziale per il filtraggio dei raggi ultravioletti, dannosi alla vita umana.
Occorrerebbe organizzare l'economia come la natura ha organizzato la catena alimentizia, dove ogni singolo organismo serve all'alimentazione di un altro e quindi dove nulla va sprecato. Qui veniamo al secondo punto, l'importanza del riciclaggio.
IL RICICLAGGIO
Occorre trarre dalla catena alimentizia un insegnamento vitale: nulla deve andare perso, gli scarti di una produzione devono essere la materia prima di lavorazioni successive, in modo tale da evitare il quarto tipo d'inquinamento (dopo l'aria, la terra e l'acqua) che riguarda lo spazio fisico disponibile. Infatti se il livello attuale di rifiuti solidi urbani non diminuisce (3,5 chili al giorno per persona) non ci sarà più spazio per continuare a sotterrarli. La terra, come contenitore di spazzatura, ha anche un limite fisico.
L'uomo ha dato, in parte, delle risposte a queste problematiche con la cultura del riciclaggio. Essa ha consentito la preservazione di molte risorse grazie al reinserimento, nel ciclo produttivo, di materie prime allo stato puro contenute in prodotti non più utilizzabili per il fine originariamente programmato. Ad esempio, una lattina di Coca- Cola ha una utilità solo finché espleta il compito di contenere il «prezioso» liquido. Una volta bevuto il medesimo, la lattina in sé perde significato e chi l'ha acquistata, nel migliore dei casi, la butterà nel primo bidone della spazzatura che trova. La maggior parte delle lattine sono fatte di alluminio, risorsa ormai scarsa in natura e che viene impiegata anche per usi molto più importanti di quello appena citato.
Il riciclaggio ha fatto sì che queste lattine venissero raccolte e fuse per riottenere il materiale di cui sono fatte. Così facendo si sono ottenuti tre tipi di vantaggi per la società: evitare nuove inutili ferite alla terra (leggasi miniere), evitare di continuare ad occupare spazio per smaltire questi rifiuti, e risparmio fatto su materie prime fondamentali. Si è riusciti a trasformare un rifiuto in un bene economico.
Ciò che era destinato ad essere gettato come spazzatura è oggi oggetto di accurate ricerche e selezioni, ha un prezzo e un proprio spazio nei listini prezzi di certe industrie. E già! un altro effetto positivo è stata la nascita di una nuova industria, con proprie macchine, metodologie, specializzazioni e posti di lavoro. Tutto questo dimostra come l'inquinamento può essere trasformato da problema in opportunità.
Come le politiche antiinquinamento, anche il riciclaggio presenta dei limiti. Non è sempre possibile smaltire i rifiuti o recuperare risorse utili da prodotti non più adoperabili. Ad esempio il petrolio contenuto nella plastica non è recuperabile, almeno non in maniera economicamente conveniente, e la plastica stessa non è smaltibile perché non biodegradabile.
NUOVE TECNOLOGIE
La terza direzione considera il problema alla radice: certe materie prime non sono più socialmente sopportabili perché non rientranti in un modello economicamente basato sui princìpi della catena della vita, dove tutto serve a tutti e tutto viene utilizzato in un ciclo che risulta essere continuo. Bisogna, quindi, produrre con materie che siano reinseribili del normale processo di vita e di morte che regola da secoli il corso naturale degli eventi e dal quale l'uomo, con la sua capacità tecnologica, si era incautamente sottratto sopportando però duramente le conseguenze.
Anche in questo caso si è cercato di trasformare una difficoltà in opportunità di sviluppo, in sviluppo sostenibile. Un esempio: alcuni ricercatori hanno scoperto il modo di fabbricare «plastica vegetale». La plastica vegetale è un materiale che presenta le stesse qualità meccaniche e fisiche delle plastiche fatte a base di petrolio, ma ottenuta da materie prime che possono essere «attaccate» dagli agenti atmosferici incaricati di biodegradare le materie organiche. Così, attualmente, si è incominciata la fabbricazione di orologi di «plastica vegetale» fatti a base di granturco.
Alcune conclusioni le offriamo agli educatori per una loro cultura «ecologica». Il problema ambientale è un problema globale, che tocca tutti senza distinguo di frontiere politiche. È forse l'unico problema che rende imprescindibile il dialogo tra tutti gli esseri umani. Il nuovo modello dell'economia verde deve essere compatibile con la conservazione dell'ambiente e delle risorse naturali del pianeta in cui viviamo e nel quale le future generazioni devono poter continuare a vivere.
Il consumo di prodotti di ogni genere, il consumismo in generale, deve trovare un limite invalicabile in due ordini di fattori: ciò che la terra è in grado di riassorbire rispetto a rifiuti prodotti, e ciò che deve rimanere alle future generazioni per il loro sviluppo e progresso. Siamo consci che quest'ultimo concetto ha bisogno di una revisione storica ed ambientale, ed essa non può che venire da una proficua collaborazione tra economisti, sociologi, giuristi e politici.
Siamo inoltre fiduciosi nella capacità dell'uomo di accorgersi dei propri errori e quindi nel porvi rimedio, ma perché le soluzioni siano durature si richiede la trasmissione alle future generazioni dell'esperienza accumulata in tante sciagure ambientali che ci hanno condotto quasi all'autodistruzione. È quindi un compito di chiunque abbia responsabilità nel campo dell'educazione il diffondere la cultura dello sviluppo sostenibile.

