Jacques Schepens
(NPG 1993-05-16)
Le chiese quasi vuote, l'analfabetismo religioso in continuo progresso, i simboli cristiani sempre più banditi dalla vita quotidiana, l'educazione religiosa stimata senza importanza... Ecco alcune delle conclusioni ripetutamente sottolineate di non poche inchieste in campo religioso oggi.
Generalmente le inchieste non tengono molto in conto le numerose nuove forme di vita cristiana che stanno nascendo o che sono in pieno sviluppo nella Chiesa. Di nascosto o in maniera discreta fioriscono tante iniziative e progetti in cui si annunciano nuove forme di essere credente nel mondo odierno e di nutrire la vita concreta con il messaggio evangelico.
In questo contributo rifletteremo su alcuni aspetti che toccano la vita cristiana e la proposta spirituale oggi, partendo da una doppia preoccupazione: non perdere di vista il carattere inatteso della fede né le aspirazioni fondamentali dell'uomo moderno.
Due parole-chiave guideranno il nostro pensiero: vita e fede. La parola «spiritualità» si intende infatti come «fede vissuta», come vita cristiana vissuta nello Spirito Santo.
Ci muoviamo sul livello di un certo numero di esigenze nuove che la vita cristiana ha da affrontare e che vanno tenute presenti nella proposta di vita di fede, sia generale, sia legata a modelli specifici che si nutrono dell'eredità spirituale di grandi personalità cristiane della storia o a nuovi tipi di vita cristiana che si stanno sviluppando. Il nostro contributo non vorrebbe limitarsi a ri muginare certi contenuti della proposta cristiana o chiudersi un un puro «discorso di sacrestia».
Punta piuttosto su certi presupposti antropologici che possano favorire il cammino di fede dell'uomo chiamato a diventar credente nella cultura di oggi e a crescere nella pienezza dello Spirito di Dio e di Gesù Cristo.
Siamo tutti consapevoli che la religione occupa nella cultura di oggi un posto ben diverso da quello che aveva una volta nel passato. Sappiamo anche che, per essere una forza vitale, la proposta cristiana deve agganciarsi al vangelo e pure all'esperienza concreta dell'uomo di oggi.
Nello stesso momento deve essere critica nei confronti del passato, facendo la necessaria distinzione tra la grande Tradizione cristiana e le molteplici tradizioni particolari, che hanno un valore culturale relativo e una durata limitata.
Ma essa deve anche essere critica nei confronti dell'uomo e della società di oggi. Tuttavia, i rapidi cambiamenti sociali e culturali lanciano sempre nuove sfide alla vita cristiana, che si rinnova nella misura in cui la sua proposta è capace di offrire una prospettiva alle nuove domande che provengono dall'ambiente, pur accogliendole criticamente.
Su quali strade dunque muoversi con la proposta di vita cristiana per permettere all'uomo di appropriarsi della vita nello Spirito?
Ecco la domanda principale che guiderà le nostre riflessioni. Chiunque riflette su questo tema sa che non esistono «risposte eterne». Presentiamo semplicemente alcune idee limitate e provvisorie.
PECCATO E REDENZIONE
Due parole hanno orientato e guidato per secoli la vita dei credenti e la spiritualità tradizionale: redenzione e dovere religioso. Non si tratta di mettere in discussione questi concetti-guida, familiari a tanti cristiani. Tuttavia, non sarebbe un segno di buon senso non vedere come questi termini stanno perdendo con grande rapidità presso molti la loro forza di orientamento. A chi ha qualche contatto con i giovani non sfugge che, già da tempo, queste parole non hanno più vigore e non sembrano in grado di orientare la loro eventuale vita cristiana.
Il sorgere e il tramontare di tali termini è indicativo per comprendere gli spostamenti dei contrassegni di un cultura. Se tale linguaggio plurisecolare non ha più vigore, non dobbiamo meravigliarci che la proposta cristiana presentata in questi termini lasci l'impressione di qualcosa di strano, di un corpo estraneo alla concreta vita vissuta. I migliori discorsi apologetici non possono rimediare a questa situazione e, a lungo andare risulterà che essi sono controproducenti per la fede stessa.
Nel mutato contesto culturale i due termini danno ormai l'impressione a molti che il messaggio cristiano abbia qualcosa di alienante e che sia quasi un attentato alla libertà e all'autonomia, valori molto stimati (e anche sopravvalutati) dall'uomo moderno. Non deve meravigliare che, a causa di questa impressione, vera o falsa, molti contemporanei rifiutino la proposta cristiana. Davanti a tale constatazione, non possiamo non porre una domanda: dobbiamo continuare a presentare la vita cristiana negli stessi termini tradizionali, oppure è immaginabile un'altra maniera di avanzare una proposta cristiana per l'uomo di oggi?
Tentiamo di vedere più concretamente la problematica che stia alla base di questa considerazione.
Il senso del dovere religioso e del peccato
Tutte le indagini dimostrano il crollo numerico in Occidente delle pratiche religiose. La frequenza della messa domenicale non viene neanche più considerata da chi compie indagini come il criterio unico o prevalente per misurare la fede o l'appartenenza alla Chiesa. Molta gente che pur si dice cristiana è esitante nei confronti della fede.
Tale constatazione è una prova dura per chi, giovane o adulto, aveva nutrito grandi speranze per il rinnovamento del cristianesimo nell'immediato post-concilio. Stando alle cifre, le attese per un'intensificazione e approfondimento della vita cristiana grazie allo spirito di rinnovamento emanato dallo stesso concilio non si sono verificate, anzi sembrano disilluse. Non mancano le spiegazioni del calo rapido della prassi religiosa. Alcuni lo commentano con un certo «piacere», mentre altri lo leggono in chiave di decadenza morale dell'uomo e della società. Nei due casi non si spiega niente. Una vera spiegazione deve puntare sull'analisi dei veri problemi che sono in gioco. Solo così si potrà inventare possibilmente una strada che permetta di uscire da questa situazione.
Per spiegare il fatto osservato, si può attirare l'attenzione su un elemento, che era indubbiamente fondamentale nella storia del cristianesimo passato: il senso del dovere religioso.
Nella «cultura del dovere», la prassi religiosa e la fede stessa sembravano motivate da una forte coscienza di avere un debito nei confronti di Dio. Questo debito si concretizzava soprattutto nella coscienza di doverlo onorare, di doverlo venerare e di dover essere grati nei suoi confronti. Era quasi cosa scontata il dover prestare un culto a chi è datore della vita e della storia. I modelli spirituali e la religiosità concreta erano fortemente caratterizzati dal sentimento di riconoscenza che si deve nutrire verso Dio, riconoscenza che coinvolgeva il cristiano anche a partecipare al culto e a fare «opere di carità».
Tale sentimento ora basato ancora su una forte convinzione di essere peccatore e di aver bisogno della misericordia da parte di Dio. A volte il dovere religioso era persino rafforzato dalla paura che Dio onnipotente si sarebbe vendicato sull'uomo quando questi mancava di riconoscenza verso la sua maestà e non gli prestava il culto a cui aveva diritto.
Il senso del dovere e del peccato ha certamente motivato una nobile religiosità e vita morale nel popolo cristiano. Ma, dati gli spostamenti culturali, rende anche alcune cose molto complicate.
La crisi dell'idea della redenzione del peccato
Il senso del dovere religioso e quello del peccato è molto indebolito nella mentalità odierna. Non mancano ragioni per intendere questo fatto come «perdita di fede». Ma probabilmente gli approcci globalmente negativi non permettono di individuare i veri fattori che hanno provocato tale cambiamento. Dovremmo capirli per elaborare una proposta cristiana in maggiore accordo con la mentalità di oggi.
L'idea della redenzione dal peccato è diventata estranea alla mentalità dell'uomo moderno. Numerosi i motivi che possono spiegare questo fatto. Basta elencarne due tra i più importanti.
La spiritualità tradizionale giocava spesso sull'idea che Dio avrebbe potuto abbandonare alla perdizione totale l'uomo caduto. Ma nella sua misericordia Egli aveva redento l'uomo, liberandolo in Cristo-Redentore dal potere del male e del peccato. Ebbene, una tale maniera di presentare l'atto redentore sembra a molti contemporanei un atto arbitrario da parte di Dio. Un Dio che esigerebbe la morte (crudele) del suo Figlio per riconciliarsi con l'uomo non sembra altro che un dittatore barbaro.
Ma, soprattutto, la presentazione della redenzione secondo lo schema appena spiegato è diventata controproducente per il fatto che l'uomo moderno, nella sua mentalità pragmatica, non percepisce più come la redenzione che il cristianesimo gli presenta possa cambiare realmente qualcosa alla sua vita e alla storia. Egli non si contenta più dell'idea che una riconciliazione «sopra le teste» abbia mutato il risentimento di Dio-giudice nei suoi confronti; desidera capire il significato reale della redenzione per la «sua esistenza concreta».
A molti il mistero della redenzione sembra un racconto mitologico di un evento soprannaturale, che non ha nessun legame con la storia e la vita reale. Preghiere in cui, ad esempio, ci si rivolge a Dio dicendo «Tu che sei offeso dal peccato e placato dalla penitenza» non solo non vengono più comprese dai credenti, ma spesso li irritano o vengono apertamente respinte.
Quali potrebbero essere le ragioni profonde di un tale cambiamento di mentalità? Alcune spiegazioni sono di per sé evidenti. Il pensiero e l'esperienza dell'uomo moderno sono profondamente cambiati nel clima della secolarizzazione. Le realtà culturali - scienza, politica, arte... - hanno acquistato l'autonomia, che si è gradualmente manifestata nella storia. Ne è conseguenza una crescente separazione tra la società moderna e la religione, che molte volte non fa più parte del contesto immediato della vita.
Più importante però è il contenuto profondo della secolarizzazione. Nell'uomo contemporaneo prevale l'idea che egli domina le forze della natura; è viva in lui anche la convinzione che egli è il liberatore di se stesso e che, in prima persona, egli porta a compimento la sua vita. I fenomeni di fallimento umano che non mancano e che sono resi lampanti dai mass-media, non orientano più l'uomo occidentale verso Dio per supplicarne liberazione e redenzione. Egli pone se stesso come l'attore principale della sua storia personale e del suo futuro. La coscienza di essere il protagonista rende difficile o vanifica la stessa idea di un intervento redentore da parte di Dio. La proposta spirituale dovrà tener conto di questa consapevolezza senza condannarla, pur rimanendo critica nei suoi confronti.
Alcuni esiti per una rinnovata spiritualità
Da una parte la proposta odierna della fede cristiana non può ignorare la mentalità appena descritta. Dall'altra, nel nome della fede, essa deve nutrire un atteggiamento critico nei suoi confronti. Detto questo, dobbiamo chiederci come si può ripensare la proposta cristiana per non staccarla dall'uomo reale, pur conservando la preoccupazione di promuovere una vita veramente cristiana.
Un eventuale ripensamento va fatto a diversi livelli dei contenuti di fondo del messaggio cristiano. Limitiamoci a qualche esempio.
Il mistero della creazione
L'uomo moderno ha una grande fiducia nelle possibilità umane; egli si considera l'attore principale della sua vita e della storia. Ogni proposta cristiana dovrà tener conto di questa coscienza. Una rinnovata teologia della creazione può integrare, purificare e portare a compimento una tale convinzione. Una spiritualità che valorizza il sentimento di essere protagonisti e che aiuta a viverlo cristianamente interpellerà con una più grande probabilità i contemporanei. Per questo si dovrà presentare e far riconoscere la creazione come un atto sovrano di Dio che continua oggi nell'impegno dell'uomo stesso, giovane o adulto. La creazione dell'uomo è una vocazione che non punta soltanto alla salvezza dell'individuo, ma implica anche l'impegno di portare a compimento la creazione stessa. Mediante l'uomo, che è il suo collaboratore, Dio continua ad operare nella storia concreta dell'uomo. Si ritrova così l'unità della creazione e del futuro storico del mondo, caratteristica in S. Paolo e nella teologia dei primi secoli (S. Ireneo).
Il mistero dello Spirito Santo
La stessa fede nella creazione può anche dare un nuovo contenuto alla fede nello Spirito Santo. Alla luce di Pentecoste, la vita e la cultura possono essere considerate ispirate dall'operosità immanente dello Spirito Santo. Lo Spirito di Dio è attivamente presente in ogni pensiero che si fonda sulla verità, in ogni forma d'arte che fa scaturire forme estetiche e figure spirituali, in ogni scienza che svela i segreti dell'uomo e in ogni prassi che realizza la giustizia e libera realmente l'uomo. Non c'è nessun bisogno di ricorrere al carattere miracoloso per capire come lo Spirito di Dio opera nella storia. Egli è presente nei diversi linguaggi e umanizza l'uomo come creatore di intelletto, di sapienza e di senso.
Il mistero della redenzione
Una rinnovata visione della creazione offre anche la possibilità di una nuova interpretazione del mistero della redenzione. Tradizionalmente interpretata come restaurazione della natura umana decaduta, la redenzione rischiava di mettere fuori giuoco il contributo dell'uomo. In una visione statica l'unica vera storia sembrava quella dell'iniziativa riparatrice da parte di Dio, e l'uomo rimaneva sempre peccatore. La redenzione sembrava giocarsi sopra le teste degli uomini.
Senza modificarne il senso, il mistero della redenzione può essere interpretato in una maniera più vicina alla mentalità odierna dell'uomo come attore della storia. Anzitutto l'evento salvifico di Cristo può essere considerato come un'iniziativa che ha la sua fonte in Dio nel progresso della storia dell'umanità. Gesù instaura l'etica tipica del Vangelo che, nonostante innegabili forme di disconoscimento dell'uomo nella storia del cristianesimo, è diventata la base del riconoscimento effettivo di ogni persona umana, ormai espresso attraverso l'idea generale dei diritti dell'uomo. Inoltre Gesù instaura una religione unica e specifica che, attraverso la fede monoteistica, libera Dio dai suoi legami con la comunità terrestre che sono tipici, ad esempio, delle religioni mitiche.
Il Dio rivelato da Gesù Cristo è, nello stesso momento, Dio «universale» dell'intera umanità e del cosmo e Dio «personale» di ogni uomo. Gesù è stato nella storia liberatore dell'uomo e liberatore di Dio dagli interessi religiosi dell'uomo. Tale liberazione dà al mondo anche la sua legittima autonomia. In una visione dinamica sull'umanità, Gesù, rivelatore del Padre, può essere compreso come una redenzione divina. In tale maniera si integra la fede nella creazione, la visione storica e la fede in Gesù Cristo.
In questa prospettiva si inserisce anche realisticamente la redenzione dal peccato personale, collettivo e strutturale che consiste nella volontà perseverante di promuovere e restaurare, secondo la parola di Gesù e nella forza dello Spirito Santo, l'autentica umanità e il rapporto con Dio.
L'ESPERIENZA RELIGIOSA E CAMMINO DI FEDE
Oggi, in ambienti cristiani, la parola «esperienza» ha invaso il linguaggio religioso, proprio in un tempo in cui si avverte un disinteresse per gli aspetti dogmatici e istituzionali della religione. Anche in contesto di spiritualità sono di moda espressioni quali «far esperienza», «esperienza religiosa», «esperienza del sacro», «esperienza della trascendenza», persino «esperienza di Dio». Nel passato si annunciava il messaggio cristiano nella predicazione e nella catechesi, senza preoccuparsi del tutto dell'aspetto «esperienziale». Oggi si crede di poter raggiungere, assicurare e verificare la fede in Dio e la sua pratica, appoggiandosi su esperienze. Pastori e catechisti si rendono conto della difficoltà di proposta cristiana per l'uomo d'oggi. Molti credono di poter individuare in esperienze «esistenziali» o «interiori» un'agevole strada per l'incontro con Dio e per l'appropriazione della fede. Le esperienze dovrebbero quasi garantire la fede stessa e i più importanti elementi del suo contenuto.
Occorre cautela nel leggere subito e senza le necessarie gradazioni la fede e la spiritualità cristiana in chiave di esperienza (religiosa). Avendo tra le religioni uno statuto del tutto speciale, la religione cristiana è innanzitutto una risposta a Dio che si è rivelato nel tempo storico. La risposta è un atto di fede. La formulazione «Io credo in Dio», che sta alla base della spiritualità, è unica nella storia delle religioni. Si crede nella rivelazione e nell'azione che Dio compie mediante e in Gesù di Nazaret, che si manifesta pieno dello Spirito di Dio, ossia come il Cristo. Di più, esperienze umane non possono garantire pienamente la fede del cristiano, nemmeno il suo atteggiamento spirituale. La mancanza di esperienze non è di per sé un segno di assenza della fede. Ciononostante ci si può aspettare che l'incontro tra esperienze umane e messaggio di Dio conduca a certe esperienze di fede, ad una appropriazione personale della parola nell'esistenza concreta. Molte cosiddette esperienze «religiose» non raggiungono altro che il mistero dell'esistenza, il cui carattere trascendente è molto relativo e in cui manca la parola di vita che il Dio di Gesù Cristo e della tradizione biblico-cristiana rivolge all'uomo. Sono esperienze «esistenziali» o «profonde» ricche, ma non garantiscono automaticamente un rapporto con Dio e non assicurano una vita spirituale «cristiana». Se tali esperienze, anche profonde, non sono confrontate con la parola di Dio, restano sempre nella sfera dell'umano e delle realtà mondane. La «fede» cristiana, accettazione del dono di Dio e risposta al suo messaggio che non sgorga dall'intimo dell'uomo solo, avrà sempre un lato di oscurità e non è mai garantita da sole esperienze. Se Dio è veramente Dio, la sua parola per l'uomo avrà sempre un aspetto di alterità, e chiederà sempre di rischiare un «salto». Le rapide identificazioni della fede con esperienze distruggono l'alterità e l'aspetto strutturante della fede e così il vero messaggio nuovo del Vangelo. L'appropriazione della fede e di una spiritualità autentica sarà spesso, soprattutto nel contesto attuale, un cammino lungo e tortuoso, non mai garantito solo da esperienze.
D'altra parte, le esperienze della natura o della vita umana, esperienze esistenziali di amore, di fiducia, di stima, di impegno... possono aprire l'uomo al sacro, all'esperienza che la realtà va al di là di ciò che si raggiunge tramite la razionalità. Esse sono indispensabili per poter cogliere nel suo pieno significato la parola di Dio. Ma esse diventano soltanto esperienze «di fede», esperienze spirituali nel senso cristiano, nel contesto dell'annuncio e dell'ascolto della parola di Dio e della formazione religiosa con essi collegata. Tali esperienze del sacro sono realtà con cui la fede può significativamente congiungersi. Le esperienze di umanità e di vita costituiscono così il fondamento su cui costruire un eventuale rapporto con Dio. Ma gli eventuali «accenni spirituali cristiani» che alcuni sembrano scoprire in esse non si presentano con un carattere di immediata evidenza, come è il caso in altre religioni che possiedono una più generica immagine di Dio. Ci sono anche coloro che stabiliscono un facile accordo tra esperienza e fede, chiamando, ad esempio, il sacro o il mistero trascendente immediatamente «esperienza di fede». Invece di cercare queste forme di accordo, dovremmo progettare una spiritualità che integri fede e esperienza. Questo processo di integrazione è un elemento essenziale di una spiritualità per oggi.
Molteplici possono essere i motivi della segnalata fame di esperienza nel cristianesimo recente. Innanzitutto la tradizione dogmatica è diventata per molti un corpo estraneo, difficilmente collocabile nella vita concreta o nella visione storica del mondo. Molti hanno difficoltà a capire il senso dei contenuti della fede. Ci si lagna della quasi totale ignoranza religiosa dei giovani, anche di quelli che si dichiarano esplicitamente cristiani. Di più, a molti oggi le verità di fede danno l'impressione di un racconto astratto e irreale. Il magistero della Chiesa viene generalmente percepito come un'istanza autoritaria, che impone la sua volontà e il suo potere. D'altra parte c'è, qua e là, un nuovo interesse per un cristianesimo con scarsi contenuti prescrittivi, spogliato dei suoi aspetti dogmatici o per una religiosità «a libera scelta».
Credere in Dio, per molti, significa semplicemente: sapersi accettati, affrontare fiduciosamente la vita, aver fiducia nell'uomo, in un mondo migliore... in breve, in tutto ciò di cui l'uomo può fare esperienza. Molti vedono Gesù come un mistico che comunica la sua saggezza o la sua esperienza religiosa speciale. Nel migliore dei casi Gesù è considerato testimone di una dignità umana nobile e dell'esperienza del sacro al di dentro del mistero della vita umana.
Si vede apprezzare una teologia che stima di più gli aspetti umani della fede e di Gesù. Ma identificare la fede con esperienze esistenziali rapidamente designate «religiose» sembra molto problematico, perché tale identificazione tocca il nucleo stesso della fede cristiana.
L'esperienza si riferisce ad una maniera di percezione, che ha la sua origine nell'affettività del soggetto, mentre la fede trae la sua origine dall'ascolto di una parola che non proviene direttamente dall'uomo. Lo spostamento attuale dalla fede verso l'esperienza religiosa implica un compito speciale per una spiritualità che vuole essere «cristiana», in cui il cristianesimo viene ridotto ad una «religiosità senza Dio» o a mere esperienze religiose.
Riconosciamo l'importanza dell'esperienza profondamente umana, ma senza farla coincidere con una esperienza di fede. L'esperienza della natura, ad esempio, è importante nella prospettiva tanto della fede nella creazione quanto anche del culto cristiano. Ma il vero problema della spiritualità «cristiana» sta nel fatto che l'esperienza deve allargarsi nella direzione della fede, e che questo non si fa automaticamente. La fede richiede un certo salto, cioè una risposta personale ad una offerta, risposta mai assicurata immediatamente o interamente da un'esperienza. La fede può diventare esperienza soltanto a posteriori, sulla base della fiducia data gratuitamente.
L'esperienza di fede presuppone l'integrazione tra messaggio cristiano ed esperienza umana. Essa si realizza nell'incontro tra un movimento ascendente e un movimento discendente. Il movimento ascendente parte dall'esistenza umana, quello discendente parte dal messaggio di Dio. La visione storica del mondo, tipica tanto del cristianesimo quanto della coscienza dell'uomo di oggi, può costituire la mediazione nello scambio e nell'integrazione tra esperienza e fede.
Tutto ciò che l'uomo sperimenta nella sua esistenza storica e che può diventare segno del mistero divino o del sacro, la natura, l'amore umano... può essere assunto (linea ascendente) in un movimento orientato verso Dio. L'esperienza più profonda che motiva e spinge l'uomo è quella della tensione tra piacere e bisogno, tra felicità e desiderio, tra mondo in divenire e coscienza di impossibile realizzazione definitiva.
In questa stessa coscienza storica si pone l'annuncio del messaggio cristiano (linea discendente), quello ad esempio della risurrezione e della glorificazione di Cristo e del compimento escatologico dell'uomo e della storia. Chi è reso già capace di meravigliarsi del mondo e della vita umana può anche credere nella novità della glorificazione di Gesù e del compimento escatologico dell'uomo e del mondo, offerta da Dio. L'annuncio della glorificazione presuppone un atteggiamento di fede che non è ancora esperienza. La prospettiva della glorificazione può diventare «esperienza di fede» a condizione che le parole della fede ricevano in parte senso dall'esistenza umana e possano dare un plusvalore al senso già sperimentato dell'esistenza.
INTERIORITÀ E MENTALITÀ UTILITARISTICA
L'uomo moderno si considera l'attore principale della storia e del futuro. Questa coscienza indubbiamente nutre in lui un senso utilitaristico. Come attore «in prima persona» egli è impegnato in tanti progetti, spingendo in alto le sue capacità di rendimento e di prestazione. Tramite lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie ne è seguita la complessità e la funzionalità della società moderna: strutture e sistemi che devono assicurare servizi e benessere a ogni livello della vita. Creata per liberare l'uomo da tante forme di minaccia, la società però è diventata spesso un luogo di alienazione e di isolamento. All'uomo sfugge in gran parte il potere di frenare l'evoluzione delle forze che egli ha messo in azione e che si sviluppano persino contro l'obiettivo per cui sono state create.
Molti cristiani denunciano in maniera moralistica la complessità della vita e il carattere alienante della società moderna, ma si rendono poco conto della frequente impossibilità di cambiare volontaristicamente le realtà storiche, economiche e sociali. Non si può vivere fuori da questa società complessa, che per un altro verso ha contribuito a una reale liberazione dell'uomo.
Per avere un impatto sulla vita concreta, la proposta spirituale dovrà essere attenta a educare un senso critico nei confronti della mentalità della società moderna: senso critico verso l'uomo che, da una parte, desidera sfruttare al massimo il benessere che gli offre la civiltà (desiderio di potere), ma che, dall'altra, si ribella contro le esigenze e gli oneri che la stessa società gli propone (desiderio di libertà). La vita cristiana deve confrontarsi con questi desideri utopistici di potere e di libertà. L'educazione del senso critico della fede sembra più complicata in un mondo in cui il tessuto sociale della società civile non è più cristiano e in cui la religione cristiana è costretta a vivere nella sfera privata. Ma la privatizzazione della religione non è un fatto di per sé allarmante. Molto dipende dalla maniera in cui i cristiani reagiscono nei confronti di questo fenomeno. Una certa libertà nei confronti delle funzioni pubbliche e delle istituzioni sociali non toglie necessariamente alla religione la sua forza e il suo vigore.
La spiritualità del futuro dovrà dunque rendere l'uomo capace di capovolgere criticamente i suoi desideri utopistici (di potere e di libertà) e di liberarli. Si notano già qua e là forme di resistenza contro l'ideologia del progresso e contro l'eccessivo spirito di funzionalità. Che il progresso abbia reso possibile una reale libertà, pochi lo negano. Ma lo stesso fenomeno ha anche confinato l'uomo nella sfera del privato e dell'anonimato. Si notano, soprattutto nel mondo giovanile, tentativi di evasione e di fuga verso un mondo sognato, una fame di rapporti semplici con gli altri o con la natura. Nella società funzionale e utilitaristica lo spazio privato e personale della vita sta riprendendo molto valore. Lo si nota nell'intimità ricercata, nel fiorire di tante nuove forme di terapie, professionali o meno: esperienze che devono assicurare all'uomo uno spazio interiore per diventare se stesso, per costruirsi la sua identità attraverso l'espressione e il dialogo. Molti devono cercare lo spazio in istituti specializzati perché la cultura e spesso anche la Chiesa trascura troppo la dimensione dello spazio interiore e il valore dei rapporti personali.
Per avere un influsso reale, il profilo spirituale che i cristiani vivono e presentano dovrà rendersi capace di integrare il desiderio dell'uomo ma, nello stesso tempo, di confrontarlo con le sue contraddizioni interne. In questo contesto si può attirare l'attenzione su nuovi modi di vivere la «rinuncia» e l'«interiorità», due assi della spiritualità tradizionale che nel contesto mutato assumono un significato diverso.
Rinuncia e interiorità religiosa vanno di pari passo. La rinuncia (o l'ascesi) era diventata spesso una prassi di disprezzo nei confronti del mondo e del corpo. L'accento sul carattere peccaminoso dell'uomo, sul suo bisogno di redenzione e sulla dimensione escatologica della vita avevano accentuato tale atteggiamento. Oggi la rinuncia può ricevere un significato nuovo nel mutato
contesto di vita: rinunciare ai desideri utopistici di libertà, di piacere e di felicità, che la cultura moderna nutre nella fantasia dell'uomo. La rinuncia diventa anche accettazione dei limiti delle possibilità, tanto personali quanto collettive.
Occorre utilizzare tutte le possibilità per migliorare le condizioni di vita.
Ma allo stesso tempo occorre anche riconoscere l'incapacità di fondo di superare il carattere bisognoso della vita. Solo una vera accettazione dei limiti offre la liberazione interiore per il godimento reale di quanto offrono la vita e il mondo. La capacità di godimento aiuta l'uomo al riconoscimento del mondo come volto di Dio.
La proposta spirituale di oggi dovrebbe contribuire a smascherare e demistificare i sogni utopistici. Essa deve offrire all'uomo, tra ricerca di piacere e aggressiva conquista del mondo, un aiuto concreto a fare il duro lavoro di verità su se stesso e allo smascheramento delle sue illusioni. La verità richiede un'attitudine di umiltà, cioè di rinuncia all'impresa temeraria nei confronti della realtà.
Ma la spiritualità cristiana è più che saggezza umana requisita dal lavoro di verità; essa riempie la saggezza con un contenuto mistico, interiore, personale. Riempiendola di tale contenuto, essa risponde al desiderio profondo dell'uomo, cioè salvaguarda la vita umana dal suo assorbimento. L'attuale privatizzazione toglie alla religione molto del suo potere nella sfera pubblica. Ma allo stesso tempo essa gli offre la possibilità di riscoprire il suo nucleo centrale e di offrire all'uomo deluso quello che egli desidera di più: il riconoscimento del proprio Io da parte di Dio, il Dio personale di Gesù Cristo.
SPIRITUALITÀ E INTEGRAZIONE
Essere una personalità equilibrata, pienamente realizzata è un sogno affascinante per l'uomo d'oggi; per constatarlo, basta vedere la mole di pubblicazioni in campo psicologico e pedagogico nonché certe proposte di spiritualità. Secondo queste ultime, la salvezza annunciata dalla religione cristiana deve riempirsi di un nuovo contenuto: l'integralità, l'autorealizzazione, l'unità. In effetti, l'idea dell'uomo «salvato» suggerisce quella dell'uomo totale, integrato e realizzato. Una religione di salvezza avrebbe dunque come scopo quello di sanare l'uomo da quanto lo ferisce e lo umilia, e di restaurare e promuovere la sua integrità umana. Sembra dunque di primaria importanza trovare il giusto equilibrio tra l'uomo in ricerca della sua integrità e il messaggio cristiano che in Gesù Cristo annuncia e realizza la salvezza dell'uomo e del mondo come un «dono gratuito» da parte di Dio.
Come contribuisce la salvezza offerta da Dio in Gesù all'integrità dell'uomo e del mondo? Come ci si immagina un cristiano con la fede integrata?
L'integrazione tocca innanzitutto la sfera della vita culturale e sociale. Dal cristianesimo, con la sua vocazione universale, ci si aspetta che possa unificare i valori di tutte le culture e persino di tutte le religioni. Il mondo di oggi, in via di unificazione, svela paradossalmente innumerevoli differenze culturali, personali e religiose, ed è lacerato da grandi dissidi. Questo mondo richiede necessariamente un principio di unità. Si attende che il cristianesimo sia in grado di offrire questa unità ricercata. L'idea dell'integrazione e della salvezza, appena indicata, si inserisce in questo movimento.
Ci si aspetta anche che la spiritualità cristiana faciliti l'unità e l'integrazione a livello personale. Vivendo in un mondo in cui tante esperienze e tanti (non-)valori sono in concorrenza, la persona in preda della frammentarietà è ridotta facilmente ad una somma di personalità parziali. Sarebbe un compito della spiritualità cristiana offrire alla persona questa necessaria unità, che è la condizione della salute psichica e della piena realizzazione di sé. La complessità della problematica appena descritta ci costringe a limitarci a qualche elemento di risposta. La domanda rivolta alla spiritualità concerne il modo in cui essa può offrire il suo contributo per vivere autenticamente nella frammentarietà e nelle contraddizioni che caratterizzano il contesto concreto della vita degli uomini.
L'integrazione a livello culturale e sociale
Con la sua vocazione universale la fede cristiana in linea di principio permette all'uomo di creare unità tra gli interessi e i valori umani e religiosi delle diverse culture e religioni. Tuttavia, tale unità non si realizza secondo un modello teorico e astratto. C'è solo unità in quanto il cristiano partecipa già alla vita di Dio e al suo piano salvifico per il mondo. Mentre nella fede egli sa che in Dio tutto ha un senso e che, nel futuro escatologico, l'unità si manifesterà in Lui, in nessun modo il credente può immaginare come sarà concretamente il mondo unificato e il compimento della storia.
La luce della fede non fornisce una conoscenza segreta per la quale si potrebbe immaginare la fase definitiva del mondo. La storia rimane sempre una avventura aperta in cui la nostalgia di qualunque compimento sognato sarà sempre ostacolata dalla realtà. A livello dell'intelligenza e dell'esperienza, non si può sapere né vedere come si presenterà tale unità.
Che cosa ha da offrire la spiritualità a un mondo che segue sempre più strade autonome e diverse? Quale è il suo contributo efficace alla costruzione e all'unificazione di un mondo in una sempre crescente pluralità e diversità? Ecco uno dei maggiori problemi di molti cristiani, giovani e non giovani, che si unisce alla domanda spesso sentita: a che cosa serve realmente la fede?
Da un punto di vista umano è difficile dare una risposta ben precisa a tale domanda. La difficoltà non è tipica del nostro tempo. L'influsso reale del cristianesimo nella storia è stato sempre discreto e piuttosto nascosto. Solo dopo i fatti, spesso dopo secoli, si è potuto vedere come essa ha offerto un contributo indispensabile alla formazione di certi valori della società. Tale affermazione sembra essere ancora più vera nella situazione odierna. L'efficienza del messaggio cristiano nel mondo è innanzitutto un dato di fede, non subito di statistica o di esperienza verificabile. Essa sfugge sempre in gran parte a indagini e a osservazioni.
L'integrazione a livello personale
Si può richiedere, a livello personale, dalla proposta cristiana un aiuto per l'integrazione dei diversi aspetti e valori umani? La spiritualità cristiana deve mettersi al servizio della integrazione della personalità? Oggi molti programmi, corsi, incontri, curriculi di formazione... si concentrano su questa sintesi. È necessaria questa integrazione? Produce realmente il cristiano perfetto, integrato, armonico, realizzato, oggi ricercato anche da molti?
La risposta non può che essere offerta per gradi.
1) L'atteggiamento teso all'integrazione corre il rischio di concentrare il credente prevalentemente su se stesso. Invece di orientarsi verso Dio, egli si piega su se stesso. Preoccupato per l'integrazione, egli è alla ricerca di una immagine gratificante di se stesso e inevitabilmente ingannato dal fascino narcisista. La persona guarda se stessa nello specchio dietro il quale Dio e gli altri scompaiono. L'integralità sognata e desiderata cerca inevitabilmente di presentare a se stesso e agli altri un'immagine perfetta. Colui che si paragona con altri scopre necessariamente delle differenze che si rivelano sempre come mancanze. Ogni mancanza ed ogni imperfezione fa soffrire. Nel tentativo di paragonare se stesso con altri si sviluppa una intolleranza interiore contro l'imperfezione. Nella realtà concreta però non esiste una vera personalità se non nell'individualità, cioè nella coscienza delle sue mancanze e delle differenze dagli altri. Ma di più, non esiste un vero rapporto vissuto con Dio e con gli altri che nel riconoscimento dei limiti e delle differenze. Proprio perché l'uomo non è perfetto, integro, totale, salvo... egli conserva un'apertura agli altri e a Dio e può aprirsi al dialogo e all'incontro. La coscienza di non essere integrale è proprio la condizione stessa che può nutrire il desiderio di Dio e che permette di amare il Dio di Gesù Cristo che rivela agli uomini un'altra forma di integrità, al di là di quella sognata narcisisticamente, quella della croce, del dare la vita per gli altri. Nel perseguire senza requie l'integrità personale, l'uomo corre il rischio di chiudere se stesso nella continua ricerca della sua perfezione personale. La vera spiritualità cristiana consiste sempre nel tentativo di spostare se stesso dal proprio centro personale. Essa è dell'ordine dell'amore, che è sempre desiderio e godimento dell'altro, proprio partendo dall'imperfezione di se stesso. L'amore è disponibilità che «riceve» l'integrità come un dono dall'altro. Questo vale altrettanto per il rapporto uomo-Dio.
2) La ricerca esplicita dell'integrità personale assomiglia a quella della propria perfezione, che conduce facilmente alla tirannia psicologica del perfezionismo. Nella sensazione dolorosa di essere imperfetta, la persona si preoccupa di non perdere niente, di conoscere e di sapere tutto, di avere tutto.
Ma nessuno è perfetto; nessuna situazione è integra, nessuna cultura è completa o integrale. La ricerca dell'integrità e della perfezione diventa allora un dovere ossessionante, che assorbe invano le forze migliori della persona. Nel contesto attuale, l'uomo è facilmente preda della tentazione di volere essere tutto e di voler avere tutto. Desidera riempire la sua vita con tutti i valori. Questo atteggiamento provoca un'inquietudine e un'agitazione che impedisce di essere disponibile nei confronti di Dio e degli altri. Le grandi figure spirituali, i santi e le sante, che hanno lasciato una traccia nella storia, non si sono preoccupate della idea della loro integrazione spirituale. Il loro scopo invece era la fedeltà radicale a se stessi e a Dio, in un atteggiamento profondo di fede, speranza e carità.
3) Da valutare positivamente nell'idea dell'integrazione è l'apertura a nuove forme di fede nonché a nuove vie che conducono l'uomo a Dio e lo fanno partecipare alla vita divina. Orientato verso Dio e senza preoccupazione per la propria immagine, l'uomo diventa più libero di vivere la vita cristiana così come egli è e può diventare: uomo di una certa cultura, di uno specifico contesto storico-culturale, capace di scoprire nuove realtà. L'antropologia contemporanea ha messo in rilievo l'essere psichico e corporeo dell'uomo. Il corpo è lo strumento affettivo ed effettivo dei rapporti con gli altri e con il mondo. Il corpo è anche lo strumento nei rapporti con Dio. Il senso del corpo si esprime nell'attenzione per nuove forme di meditazione, di preghiera e di celebrazione. Nella spiritualità tradizionale l'abnegazione del corpo aveva un ruolo importante; l'ascesi doveva aiutare l'uomo a mettere il corpo a servizio della volontà di Dio. Oggi tale sublimazione si realizza spesso in un'altra maniera. La cultura odierna si ispira ad un atteggiamento diverso: prendere cura del corpo simbolico e integrarlo nell'esperienza degli altri e della fede. Le giovani generazioni sono particolarmente sensibili a questa dimensione.
4) Una spiritualità che integri la pluriformità delle culture e degli interessi umani si costruisce a partire del senso ecclesiale. Nessuno può integrare tutti i valori offerti dalla fede cristiana. La vera integrazione si realizza nell'intera Chiesa. Sembra una bella illusione credere che l'Europa debba integrare completamente i valori di una spiritualità orientale, che la spiritualità del monaco debba integrare quella del cristiano impegnato nel campo sociale o educativo e viceversa. Al contrario, i cristiani devono sviluppare un senso di Chiesa come corpo mistico, che pur essendo composto da membri differenti e complementari, esiste come unità. Per il credente la vera integrazione consiste nel fatto che egli è in verità colui che è realmente, e che è capace di rallegrarsi per quello che gli altri sono. Questa spiritualità «estroversa» prende atto che sono molte le dimore nella casa del Padre. La ricerca diretta dell'integrazione significa invece coltivare una spiritualità «introversa». Rifiutare di mettere se stesso al centro invece significa non volere essere come gli altri, scoprire la propria strada personale e unica, sapendo che quella dell'altro è diversa, e che l'intero Corpo di Cristo è costituito da molti, proprio nella differenza dei membri. Una tale spiritualità non preoccupata di se stessi prenderà necessariamente cura dell'altro e del mondo. Essa si svilupperà anche in atteggiamenti di celebrazione della gloria di Dio, presente nello splendore della natura ma anche nel potere dello Spirito di Dio che parla tante lingue, che ispira tante forme diverse di vita e che anima tanti modelli di cultura umana.
Tale spiritualità dell'unità nella differenza nutre anche la speranza e la fiducia che Dio condurrà a compimento l'umanità e la comunità della Chiesa.

