Jean-Marie Glé
(NPG 1993-02-46)
L’indifferenza religiosa è oggigiorno un dato di fatto massiccio che segna l'itinerario di fede di molti cristiani. In questo breve studio vorremmo mostrare che i cristiani hanno tutto da guadagnare in un incontro vero, riflesso con essa. Non solamente non c'è nulla da temere nel vivere questo incontro, ma esso rappresenta veramente un'esperienza valida e anche di purificazione per colui che vuole vivere la propria fede attento ai molteplici incontri della vita quotidiana, proprio per essere oggi uomo o donna radicato in questa fine del ventesimo secolo.
A questo scopo mostreremo anzitutto che l'indifferenza è un fatto sociale, massicciamente diffuso in Occidente. Poi cercheremo di focalizzare più da vicino questa realtà.
Infine, ci interrogheremo sull'atteggiamento di fede cristiana che nasce dall'incontro con indifferenza e indifferenti. In altri termini, vogliamo riflettere sulla domanda: in cosa consiste l'incontro con quelli che apparentemente non parlano e non dialogano? Strada facendo, saremo nell'obbligo di porre delle domande che la teologia fondamentale tratta in maniera classica; noi non cerchiamo, tuttavia, di trattarle in forma tecnica.
Soprattutto questa domanda: esistono persone per le quali il desiderio di Dio sarebbe completamente spento, cancellato? Cosa dire loro? Quali domande solleva questa situazione per i cristiani e per la Chiesa?
Tentiamo di avvicinare questo universo dell'indifferenza religiosa analizzando i motivi del suo sviluppo e i cammini della fedeltà all'esperienza di Dio in questo mondo in crescita.
UNA SOCIETÀ PLURALISTA
Come tutte le forme di credenza e non-credenza, l'indifferenza nasce e si sviluppa nel cuore dei dinamismi sociali, culturali ed ecclesiali della nostra modernità. Essa non esiste in realtà che dentro una società e una cultura viva allo stadio della modernità.
Questo concetto di modernità è di uso difficile. Vi è correlata una costellazione di concetti, di fantasmi, di realtà, le une più complesse delle altre. Ci si può comunque intendere: quando si parla di modernità, si evocano delle rotture che hanno segnato l'inizio di una storia: rottura dell'uomo con la natura, rotture politiche, rotture nella maniera di pensarsi come soggetto della storia...
Tra i tratti della modernità, uno in particolare si impone: l'emergenza di una società pluralista e democratica che permette l'organizzazione di uno spazio pubblico di discussione nel quale qualsiasi soggetto può essere dibattuto, sia esso un soggetto etico, politico, religioso... Ora, questo spiega, come vedremo, il fatto che ci siano dei fenomeni di indifferenza
Tentiamo di centrare meglio quello che è una società pluralista incominciando con l'evocarla. Sul piano politico, JeanJacques Rousseau è una buona guida: «L'uomo nasce libero e dovunque porta i ferri», constata già fin dalla prima frase del «Contratto sociale».
L'argomento consiste nel «trovare una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i beni di ogni associato, e per la quale ognuno, che si unisce con tutti gli altri, obbedisce comunque solamente a se stesso e rimane libero come lo era in precedenza».
Rousseau traccia così un modello nelle relazioni tra gli individui e la società, e l'autonomia dei comportamenti diventa una sua linea direttrice privilegiata. Molto presto appare che il pluralismo è allora un altro tratto della modernità. E per esempio l'evoluzione dello Stato francese verso uno Stato laico ha in effetti condotto la società alla costituzione di uno spazio pubblico di discussione. La laicità, nella sua forma migliore, non permette semplicemente una coesistenza, ma un confronto dei diversi modi di pensiero. In tal modo, la società moderna è pluralista almeno in questo senso, che in essa si incontrano e si confrontano tutte le posizione di pensiero che pretendono di proporre un'interpretazione globale della società. Nessuno arbitra questo dibattito in linea di principio; lo Stato veglia responsabile semplicemente perché esso non fuoriesca dai quadri prefissati.
In una società pluralista, tecniche, economie, culture, rapporti con il Terzo Mondo, religioni, educazione, sono soggetti di dibattito, di confronti.
È la definizione stessa proposta dalla società pluralista: i valori non sono fissati una volta per tutte: essi sono sottomessi a dei confronti, ai dibattiti delle forze presenti nella società.
IL MILITANTE E L'INDIFFERENTE
Se la nostra società è costituita da dibattiti, sono due gli attori tipici della discussione che risaltano: il militante e l'indifferente. Il militante si investe personalmente di una causa, si impegna al suo servizio, cerca di farla trionfare e incontra colui che la critica, la rifiuta o la nega, ma che non è meno militante.
Compare allora un secondo attore tipico, colui che non prende parte al dibattito: l'indifferente. Il militante cerca di convincerlo: non incontra avversario, ma qualcuno al quale la causa non interessa, che non ne parla. Egli incontra un silenzio, al meglio qualcuno che rispetta la sua causa, ma che è altrove.
Se la società pluralista apre uno spazio pubblico di discussione, si incontrano in questo modo tre personaggi concreti: i due militanti e l'indifferente alla causa. I primi due in qualche modo hanno la stessa posizione, pure su fronti diversi; l'indifferente gioca arretrato, non prende parte a un dibattito che gli rimane estraneo. I suoi interessi sono altrove. Egli può essere più o meno simpatizzante su questo dibattito, ma può anche considerarlo inutile e vano.
Ognuno lo può constatare: una società pluralista nella quale le proposte, i dibattiti sono numerosi, svariati, contraddittori, generano ineluttabilmente dei fenomeni di indifferenza. Il gran numero di discussioni proposte non obbligano a delle scelte? Se mi interessassi a tutto, non sarei completamente frastornato?
Ognuno deve operare una selezione e bisogna decidere: scelgo tale causa e mi ci impegno, ne discuto con coloro che hanno fatto la mia stessa scelta. Alle altre cause, invece, mi ci interesso più o meno da vicino, o anche mi lasciano indifferente. Questa selezione è ragionevole, è condizione di vita per non venire sommersi.
Sono molteplici gli esempi che illustrano la necessità di fare delle scelte, di gerarchizzare le cause per le quali possiamo militare. Questo padre di famiglia di quattro figli, impiegato di banca, non può essere militante di tutte le cause che gli stanno a cuore: eletto al consiglio comunale della sua città, egli non può allo stesso tempo rappresentare il suo partito al consiglio regionale. Lavorando con la Caritas, lo hanno contattato persone che si impegnano per le missioni e per Amnesty International...
È difficile alle volte resistere alla dispersione, soprattutto quando le pressioni sono al contempo forti e amichevoli. E poi c'è anche la moglie, i figli, i lavori casalinghi, lo sport per mantenere la forma, il necessario relax...
Questo modo di affrontare il tema dell'indifferenza ha il merito di mostrare come questo fenomeno è radicato nei dinamismi sociali e culturali di oggi. Tuttavia un'obiezione viene immediatamente a galla. A procedere in questo modo, non si mette tutto sullo stesso piano? L'interesse per la moda, il football, la politica, le nuove tecnologie, la lotta centro il razzismo, la religione? Questi dibattiti possono essere gerarchizzati? Ce ne sono di più importanti di altri? Certi saranno inevitabili e altri secondari?
Questa obiezione trova una soluzione teorica semplice: certo, occorre gerarchizzare le cause. Questa riformulazione delle domande ci permette di osservare che l'indifferenza generale o assoluta non esiste concretamente: non incontriamo mai nessuno per il quale gli esseri e le cose sono assolutamente indifferenziati: nulla avrebbe più valore, rilievo, tutto si appiattirebbe totalmente nel grigiore, nella monotonia.
Trattando dell'indifferenza, limiteremo in tal modo la riflessione agli itinerari di quelli per i quali c'è un minimo di scelta, decisione, selezione dei centri di interessi, più o meno intensi, e indifferenza a certe cause.
Se il problema dell'indifferenza è in effetti legato ad una società pluralista, società di differenziazione, dove non ci si può interessare a tutto quello che è proposto, è altrettanto vero che l'indifferenza religiosa pone un problema specifico: l'indifferente non dialoga, non dice nulla o poco di quello di cui discutono i cristiani. Le questioni religiose, almeno quelle che il cristiano comprende ed enuncia, non l'interessano. Questo silenzio rende difficile una descrizione dell'indifferenza religiosa, e l'analisi è difficile da centrare.
Nonostante ciò, formuliamo l'ipotesi che si incontrano due tipi di indifferenza: l'indifferenza «da disgregazione» e l'indifferenza da «impegno professionale», che ora brevemente presentiamo.
L'INDIFFERENZA DA DISGREGAZIONE
L'espressione «indifferenza da disgregazione» è una categoria costruita per analogia con il concetto sociologico di «disgregazione della società». Il soggetto non coglie più gli orientamenti, i movimenti profondi della società, della Chiesa. La vita è troppo pesante perché egli rialzi il capo ogni giorno.
Si possono collocare sotto questa categoria diversi gruppi di donne e di uomini. I vecchi militanti anzitutto. Le tappe della nostra storia recente, gli anni Settanta per esempio, hanno preteso degli impegni schiaccianti. Era il tempo dei militanti, delle ideologie, delle «religioni secolari». I militanti hanno perso molte delle loro forze senza che si siano realizzati i risultati previsti. Il fallimento delle grandi utopie, di questi grandi progetti, la crisi, portano a restringere gli interessi su obiettivi più modesti. Arriva dunque la stanchezza.
Certi cristiani rientrano dentro questo processo. Le grandi speranze sulla Chiesa, sul suo avvenire, sulla possibilità di agire nel mondo sono andate deluse, in particolare dopo il Concilio Vaticano II.
Da allora, certuni che originariamente erano «impegnati » sono restii di fronte alla militanza religiosa per paura di essere irreggimentati. Essi possono certamente conservare un certo interesse per il Vangelo, la figura di Gesù, la liturgia, o certe emozioni religiose, però per le questioni che li impegnano nella loro libertà, essi tentennano, sia che si astengano sia che si pongano nettamente a distanza. Alle volte essi vanno a cercare altrove, in un'altra confessione, cristiana o non, nello yoga, zen, induismo, «New Age», elementi che permettono loro di ricomporre il loro universo.
Ricordiamo tuttavia che i cristiani non sono in maggioranza dentro questo tipo di indifferenza. Spesso, la dimensione religiosa è quasi del tutto estranea alle persone di questo universo. Il cristianesimo, nel quale molti sono cresciuti, appare loro troppo particolare. Nessuna delle religioni è il riferimento globale, e ciò non esclude che abbiano comunque una qualche credenza. Essere felici, significa una vita semplice ad ogni istante, cercare in se stessi l'accordo, il libero sviluppo della persona. Ognuno deve lasciare che la propria personalità si sviluppi, la qual cosa non esclude naturalmente una certa apertura agli altri: così che amarsi, aiutarsi reciprocamente sono parte della qualità di vita. Le organizzazioni politiche, i sindacati, proprio come tutte le strutture religiose, sembrano rappresentare dei pericoli per l'autonomia semplice che uno ricerca. La possibilità stessa di una trascendenza è contestata. La verità ognuno può trovarsela da sé dentro di se stesso.
Con questo tipo di indifferenza, abbiamo disgregazione di un universo religioso e sociale, e ricomposizione attorno all'individuo, al suo benessere, alla ricerca del suo equilibrio. L'individuo diventa il valore dominante, in un'atmosfera rilassata e simpatizzante. Il resto cade nel regno dell'indifferenza.
L'INDIFFERENZA DA IMPEGNO PROFESSIONALE
All'altro polo di questo mondo dell'indifferenza, incontriamo quella che si può chiamare un'indifferenza da impegno professionale. L'uomo è distratto nella sua ricerca di senso proprio per la serietà di quello che fa. Queste due immagini di indifferenza non sono comunque totalmente disgiunte.
In questo mondo che conosce così tanti sconvolgimenti dovuti a sviluppi e rotture di ogni tipo, e dove a molti vengono a mancare crudelmente i punti di riferimento, delle nuove vie si vanno aprendo, piene di promesse e di cose inattese. Prendiamo l'informatica. Si tratta di una tale conquista da parte dell'uomo, che diventa capace di trasformare la vita della società. Questa disciplina assorbe facilmente i suoi attori in una complessità che appassiona e che mette in gioco l'intelligenza, senza per questo porre questioni alla morale o al senso dell'esistenza.
Il successo che si ottiene in un nuovo campo di azione genera indifferenza rispetto alla vita concreta della gente e al suo avvenire, a meno che questo avvenire non ne dipenda. Quali rapporti sono ravvisabili tra il difficile linguaggio evangelico sempre da riprendere, e le attività e iniziative sempre da inventare, tra l'impegno nella professione e la ricerca di senso?
Una tale indifferenza da impegno professionale mi sembra temibile perché essa risulta da una possibile vittoria dell'uomo sulle cose. Il «dominio sulla vita», impegno attuale di certi biologi, sembra lasciare da parte delle realtà umane essenziali come la sofferenza, l'imprevedibilità della vita, mentre al contempo è impegnata verso un dominio sulla morte che a tutti appare né impossibile né intollerabile.
In un modo certamente di più basso profilo, la moto, lo sport, la musica, i giochi, la cultura dei divertimenti possono anche avere questo ruolo di interesse principale e allontanare i suoi adepti da ogni preoccupazione di fondo, avvicinandosi così a quella che abbiamo prima chiamato l'«indifferenza da disgregazione».
L'ATTEGGIAMENTO DEL CRISTIANO
Meditando sull'indifferenza, abbiamo finora cercato di individuare il suo luogo di emergenza: una società pluralista. Abbiamo visto come questa società genera militanti e indifferenti rispetto a delle cause, e che non c'è nessuno in assoluto che sia indifferente a tutto. Le due forme di indifferenza considerate sono intimamente unite. Nel relazionarsi a questo modo, quale può essere l'atteggiamento del cristiano che cerca di vivere la sua fede attento ad ogni incontro umano?
Certamente non per prima l'esperienza della parola. Cosa dire a colui che non parla né ricambia? Siamo di fronte a questa esigenza: riconoscere la dignità e la grandezza di colui che è persino «negazione». Non dobbiamo questo tipo di presenza ad ogni uomo dal quale abbiamo qualcosa da ascoltare? Portiamo dunque l'offerta di qualche passo senza parola, noi che amiamo così tanto parlare dei nostri scopi e dei nostri fini. Camminiamo semplicemente insieme.
È ovvio che qualunque tentativo di riconquista, qualunque impegno di circoscrivere l'altro e, se possibile, di convincerlo a sposare il nostro punto di vista, è destinato a fallire. È giocoforza allora interrogarci sul nostro atteggiamento. Come posso cambiare il mio sguardo su me stesso e sull'altro perché rimangano concreti ed effettivi la fede e l'ordine di valori che professo? Siamo spontaneamente portati a pensare che per l'indifferente c'è una possibilità di credere come noi crediamo. D'altronde la verità, il senso non si impongono già da loro stessi e non splendono forse di una luce che la «buona fede» deve pur un giorno riconoscere?
Questo modo di ragionare di «conquista dell'altro» ormai non è più da prendere in seria considerazione. La libertà ha la precedenza, perlomeno nel senso elementare che ogni essere umano è centro di iniziativa differenziandosi così da quello che è oggetto di iniziativa o di interesse. In questo modo ognuno fa le sue scelte, a partire da se stesso, dagli interessi: la moto, la famiglia, l'informatica, Dio o un insieme che uno si organizza come crede. Di fatto, può sembrare che si rinchiuda in un interesse particolare (l'informatica per esempio) e imponga il silenzio a tutto il resto. Da quel momento, non ci sono più dati irriducibili che esigono l'assenso della libertà. Di più ancora, questo modo di concepire la libertà acquista tutta la sua dimensione nella relazione interumana. Se comunicazione e dialogo sono figure moderne della verità, esse indicano al cristiano che deve vivere il seguente paradosso: non posso lasciare nessun uomo al di fuori della mia cura o interesse senza attentare al mio comportamento di credente, anche se egli manifesta la sua mancanza di interesse per ogni gesto di fede. Giudicherò della mia fede in funzione dell'atteggiamento che essa mi suggerisce nei confronti degli altri uomini, e in particolare nei confronti di quelli che manifestano un disinteresse all'apparenza invincibile nei riguardi di questa fede. Questo atteggiamento conduce anche a rifiutare qualsiasi particolarizzazione, qualsiasi privatizzazione dell'esperienza di credente. Se sono fedele a quello che ho appena enunciato, non ho la possibilità di segregarla a certe zone della mia esistenza. Allora la verità non è più un valore al quale aderisco astrattamente; essa è un atto, essa è un «fare». In questo contesto è illuminante l'intuizione di Saint Just che colui che ama suo fratello appartiene alla verità.
Questa attenzione alla verità in atto e verso l'altro, chiunque egli sia, non ci spinge tuttavia alla perdita della cultura, alla dimenticanza della riflessione e alla noncuranza. Certo essa non è anzitutto e soprattutto introspezione; il cristiano, come tutti gli altri, può entrare in dialogo con gli altri solamente se sta bene con se stesso. Non ci può essere una relazione vera se sto in atteggiamento di difesa o di conquista. La differenza che è condizione di incontro sarebbe allora differenza che esclude e non differenza creatrice di relazioni.
Interrogarci sul nostro atteggiamento vuol dire giungere a meditare sulla dimensione di gioia e di felicità nelle nostre esistenze. La mia fede è una decisione di libertà personale che mi stabilisce in una felicità reale? Il Dio che conosco suscita la mia libertà? Come? Finalmente, cerco veramente di vivere nel suono della felicità che fa eco attraverso tutto il Vangelo e che giunge fino a noi?
VIVERE UN'INDIFFERENZA POSITIVA?
Quest'atteggiamento che mette in opera comunicazione, libertà, gioia, feli cità, ci ha portato a ridefinire la nozione stessa di indifferenza.
Di solito (e, in maniera minore, in queste riflessioni) il discorso sull'indifferenza religiosa non è esclusivamente negativo?
Ma non bisogna forse intuirvi qualcosa nell'ordine di un atteggiamento spirituale fecondo per la nostra vita?
San Ignazio di Loyola, ad esempio, non ha forse scritto: «Bisogna presupporre che ogni buon cittadino deve essere più pronto a salvare le intenzioni del prossimo che a condannarle»? E all'inizio degli «Esercizi Spirituali» nel «Principio e fondamento» egli ci invita a renderci indifferenti ad ogni cosa creata (...) in tal modo che non desideriamo, in quanto a noi, salute più che malattia, ricchezza più che povertà, vita lunga più che vita breve, e così per tutto il resto: ma che desideriamo e scegliamo unicamente quello che ci conduce soprattutto al fine per il quale siamo stati creati».
Cosa significa per noi un tale atteggiamento spirituale?
Questa indifferenza non è il silenzio di cui abbiamo parlato, ma una presa di distanza in rapporto alle nostre appartenenze, alle nostre scelte e decisioni, non perché dubitiamo o esitiamo, ma perché l'in contro di due libertà viene assieme al rifiuto di qualunque differenza che esclude.
La coppia «credenti/non-credenti», per esempio, merita di essere relativizzata, cioè ri-situata in un contesto di relazioni. Il credente è troppo facilmente opposto al non-credente, quale che sia la maniera con la quale chiamiamo quest'ultimo: non credente, uno che non ha credo, credente in altro, miscredente, distante... Allora, cosa si constata concretamente? Ogni credente, per quanto sia radicato nella sua fede, non è esente da pensieri e comportamenti che contraddicono questa stessa fede e, per questa via, partecipa alla non-credenza. Io proclamo, per esempio, che la fede è aperta a qualsiasi dialogo; e dunque, quante esclusioni di tutti i generi porto in me e pronuncio! E in più, questo individuo che classifico come non-credente, ha egli pure delle credenze. L'accoppiata «credente/non-credente» dunque non è definita come può sembrare. Se si sa trovare un'indifferenza positiva (indifferenza nel senso ignaziano) in rapporto a questa opposizione, si può allora instaurare una vera alterità, e questa indifferenza permette dialogo e azione; si può stabilire una vera comunicazione.
UN CAMMINO DI CONVERSIONE
L'indifferenza massiccia invita così a vivere la conversione in tutti i sensi della parola. Conversione dell'intelligenza e conversione del cuore, quando la leggiamo alla luce di questa indifferenza positiva della quale abbiamo appena delineato il principio.
Per la presenza dell'indifferenza, siamo tutti chiamati ad uno sforzo di cultura personale, di conoscenza di queste altre persone, perché, a meno che non si chiudano nel mutismo, esse comunque parlano. Esse raccontano delle loro azioni e delle loro angosce, senza riferimento a dei perché o ad un senso. Ma in che lingua, con l'aiuto di quale cultura si esprimono? Dobbiamo imparare le lingue e le culture nelle quali queste persone dicono le loro esperienze per poter comprendere con esse ciò che per loro è importante e interessante, come Paolo ad Atene (At 17).
Ripensare la nostra fede in questo modo, è farlo con interesse e passione per gli esseri umani che ci sono conosciuti e sconosciuti. La dimensione dell'altro, concreto, inatteso, fa scricchiolare le nostre certezze. Ricercatori di senso, agnostici, che vivono nell'indifferenza religiosa, o cristiani aperti, cristiani preoccupati di identità, di dottrine... viviamo tutti un rapporto forte verso l'avvenire. Nessuno di noi conosce con precisione cosa sarà domani, né sul piano individuale né sul piano della società e della Chiesa. L'avvenire è sempre un'incognita che si accoglie. Lode e ringraziamento, riferiti o no a Dio, sorgono li dove l'uomo mostra di rischiare il tutto per tutto, quando di fronte alla novità e alla speranza, o di fronte al tragico della storia e della sofferenza di tante e tante rotture, si ritrova a cantare un avvenire possibile precisamente perché non ne è il padrone.
Qui si gioca, da un punto di vista cristiano, il fatto di essere testimoni di un appello senza misura, rivolto ad ognuno di noi e a tutti, che sorpassa i confronti generosi, i dialoghi pieni di senso o di pazienza, vicino a quelli che sono indifferenti. Il male provoca, l'avvenire dà meraviglia, difficili da ascoltare e misteriosi, o espliciti e significatori. Là il credente «aperto» si decide o no a essere fedele all'esperienza di Dio per quello che percepisce come appello tra gli uomini: appello che rinnova perché non si tratta di rispondere a delle domande, ma di essere «là», di vivere la condizione di testimone.
QUESTIONI ULTIME
Invitare così alla conversione, all'«indifferenza positiva» provocherà forse qualche resistenza. Non è forse un po' troppo affrettato? Non ci sono comunque delle domande ultime, come la morte, la vita, Dio, l'assoluto, il senso, che ogni essere umano deve porsi un giorno, pena il non accedere alla sua umanità? Un uomo può esistere se lascia spirare dentro di sé il desiderio di Dio? Se bisogna selezionare tra gli interessi che la società propone per non venire schiacciati, non ci sono dibattiti, questioni particolari, quelli che la religione e la filosofia si accollano tradizionalmente, di cui la gente non può fare a meno e che, per questo motivo, si qualifica spesso come ineludibili?
Una certezza rimane irremovibile nelle coscienze: l'uomo è mortale. Quale che sia la forma che prende, il rapporto con la morte è spesso vissuto con angoscia. E questo tanto più che nessuno è in grado di comunicare con la propria morte, ma ne vive qualche cosa con la morte dei vicini, degli amici.
Si sa anche che la morte è all'origine dei primi riti umani conosciuti. Se le diverse proposte offerte dalla società a dominante tecnica tentano di mascherare queste inquietudini, come anche le convinzioni e le credenze, queste non possono allora apparire nuovamente nei momenti di gioia, di gratificazione, o di fronte al tragico dell'esistenza? Questa è la riflessione che si è alle volte tentati di fare per comprendere l'indifferenza religiosa.
Queste osservazioni che spesso sono state fortemente criticate non sono fuori posto come sembra, se non altro per il fatto che si incontrano effettivamente delle persone in certe occasioni di gioia (matrimonio, nascita, per esempio) o di sofferenza (la morte di un parente) rimettono in questione le grandi domande religiose.
Pur col massimo rispetto per questi atteggiamenti, non possiamo tuttavia appoggiarci ad essi per proseguire la riflessione. Questo discorso non permetterebbe di prendere sul serio la parola degli agnostici e il silenzio degli indifferenti. Noi ci ripiegheremmo sulla posizione di verità dei credenti che non tengono conto della verità dell'altro e che si situano soprattutto in rapporto a loro stessi. È questo anche il caso in cui si oppongono le generazioni le une alle altre, dicendo per esempio: «Ora c'è molta indifferenza da parte dei giovani, ma quando avranno esperienza, essi torneranno naturalmente alla fede cristiana».
Molte domande si sollevano a questo punto. Tanto per cominciare: il bisogno religioso esaurisce la fede in Dio? Il tragico dell'esistenza e le gioie della vita possono invitare al riconoscimento, come possono anche proiettare in un immaginario che produce idoli. Ora, questi atteggiamenti non hanno granché a vedere con la fede in un Dio che «vale di per sé». Tutti conoscono la critica del Dio «tappabuchi». In più, oggi, il problema dell'utilità sociale della religione è alle volte la porta d'accesso per un'autentica esperienza di Dio. La religione, cristiana o non, può essere accolta in nome di qualcosa di diverso dal suo proprio contenuto di verità? Sarebbe rispettoso di Dio il fatto che ci serviamo del concetto che di lui ci siamo forgiati per imporre un ordine alla società che ha dei dubbi sulle proprie finalità?
Questa domanda ci conduce a reinterrogarci su quello che denominiamo «religione» e «questioni ultime». Quando delle donne e degli uomini si dichiarano non- credenti, indifferenti, come esprimono queste questioni ultime? Gli agnostici non ne imprestano forse spesso la formulazione e la problematica ai credenti, principalmente alla Chiesa cattolica e alla sua storia, anche se essi non si possono decidere a concludere negativamente o positivamente? Ma per gli indifferenti le formulazioni e le problematiche dei cristiani non vanno bene, senza che per questo tali quesiti siano loro del tutto estranei. I loro interessi non sono questi, e non è semplicemente una questione di abbigliamento. Le parole dei non-credenti e il silenzio degli indifferenti prendono forse tutto o parte del loro senso a partire dalle parole dei credenti che essi conoscono o che credono di conoscere. In altre parole, la non-credenza e l'indifferenza sviluppano i loro discorsi e i loro atti in rapporto alla religione dominante o maggioritaria.
Queste posizioni sono chiaramente espresse nelle molteplici inchieste dedicate all'indifferenza religiosa. Spesso si esprime un sospetto nei riguardi di Dio, accusato di gelosia nei confronti della nostra libertà, considerato come un rivale, o anche come colui che ci priva della nostra libertà.
LA QUESTIONE DI DIO SOTTESA ALLA PROBLEMATICA...
Eppure, questo modo di ragionare è anche un po' povero. I non credenti hanno pure delle credenze. Rischiamo un'ipotesi. Con l'allentamento delle istituzioni religiose e l'eclissi dei grandi «racconti» (per noi, in Europa, specialmente il marxismo e il cristianesimo) che permettevano alla gente di raccontarsi, di «recitare» la loro storia e dunque di orientarsi, il gran numero e la complessità dei problemi sorti all'interno del nostro universo tecnico hanno lasciato il posto a mille credenze diverse, sogni, movimenti di saggezza e ricerca spirituale assolutamente inedite, che non hanno mire universali, ma sono delle piccole sintesi frammentarie sufficienti per il quotidiano. Sette, yoga, zen, astrologia, predizione, senza dimenticare la «New Age», sono delle tracce di ricerca di un modo di vivere nella società moderna che rimanda ognuno al proprio autonomo giudizio alla propria interiorità. Il riutilizzo dei vecchi riti cristiani può facilmente ritornare prepotente come attaccamento alla tradizione ancestrale. Il latino, i vecchi ornamenti, l'incenso, certi offici permettono di appagare il bisogno arcaico di relazione con il sacro. Il battesimo, per esempio, è richiesto per abitudine, o ancora «per non avere delle storie», mentre invece esso si propone di «aprire una storia».
Gli indifferenti partecipano sotto un qualche aspetto all'uno o all'altra di queste credenze. L'individualismo, che è insieme personalizzazione massimale del sé e narcisismo, si serve di tutto quello che trova alla sua portata per realizzarsi Massimizzare il benessere, essere attenti a non essere macinati dalla società presente non fa rientrare nei calcoli nessun criterio di verità o nessun giudizio etico, ma suppone che si possa far fronte alle contingenze e al tragico della vita.
Così, si possono riutilizzare dei frammenti o dei lembi di religioni di ogni tipo per conservare qualche appoggio e far fronte per esempio alla contingenza della vita, al dolore e alla malattia. O allo stesso modo un approccio scientifico o pseudoscientifico dell'ignoto possono essere chiamati in causa; e così mescolare computer e astrologia, coniugare dati della cosmologia e onnipresenza di uno spirito anonimo. sono delle situazioni che talvolta oggi si possono incontrare.
La nozione di religione come la vedono i cristiani, e cioè ricerca dell'assoluto, di un senso o di una verità, è profondamente estranea agli adepti di queste correnti. Così i cristiani possono sentirsi sprovveduti di fronte a una tale situazione. L'universalità della religione non appare più come dato incontestabile del nostro mondo e la questione di Dio non può essere posta oggigiorno da chiunque e dovunque.
Per concludere
Al termine di questo percorso che ci ha portato a riflettere sui luoghi di emergenza dell'indifferenza religiosa (la società tecnologica pluralista), a scoprire due tipi di indifferenza e ad interrogarci sull'atteggiamento della fede cristiana che ci sembra richiesta nella nostra cultura, ci sia permesso dire qualcosa di più chiaro sull'atteggiamento dei cristiani di fronte a e con tanti indifferenti.
Quando dei cristiani sono impegnati a fondo nell'incontro con degli indifferenti (è il caso il cui il problema li tocca in maniera vitale), la ricerca si interiorizza nell'indicare una sensibilità che si è risvegliata e accentuata in loro, un rispetto che è diventato qualcos'altro che un procedimento o un preambolo, un'esigenza vera della loro umanità e anche della loro fede. Essi ammettono allora che questo è un atteggiamento che richiede un lungo cammino
Già permetterselo fa questione. Essi si domandano anche se è in contraddizione con il loro desiderio o il loro dovere di condividere una fede che li illumina e li rende felici. Certo, essi possono ammirare i passi segreti di Dio nella coscienza di tanti agnostici e indifferenti. Lo affermano a Dio nella preghiera quando evocano «gli uomini dei quali tu solo conosci la fede», ma lo dicono anche ai loro fratelli indifferenti? Questo interrogarsi è importante e produce frutti. Fa esistere Dio nel cuore stesso dell'incontro. Conduce ad interrogarsi. L'immagine che l'indifferente si è fatto di Dio e che i cristiani spesso conoscono male, renderà il loro intento esatto o accettabile? Possono essi pretendere di possedere un mezzo assicurato per discernere il lavoro di Dio fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito? E se questo intento mirava di fatto a rassicurarsi? Non è l'indizio di una «ricerca di fede tranquilla»? È sicuro che sia possibile dialogare su questa base che mette il cristiano nella certezza e che insieme elude, pretendere di riferirsi ad essa, il segreto più misterioso che si vive, quando un uomo indica Dio per affermarlo o negarlo, o quando non ne parla più?
Per terminare, possiamo rischiare una considerazione che inglobi il tutto? Quando c'è un autentico incontro tra persone e non invece lo si subisce, allora si attua davvero un modo di essere umano, permettendo che vengano espresse diverse maniere di dire la questione della verità e di viverne pienamente. È per questo che il tema della libertà è così importante. Ne va di mezzo la libertà in atto, che non si definisce da qualcosa di esteriore ad essa, ma che è un certo modo di situarsi nell'esistenza. In altre parole, in questo tipo di incontro è dato riflettere se oggi è possibile vivere una fede, un credo, una non-credenza, un'indifferenza o un ateismo, in maniera non dogmatica, e cioè che non sia preoccupata a dismisura delle proprie rappresentazioni.
Studio dal dossier «Péripéties de la vie de foi» in Lumen vitae, 46 (1991)
(La traduzione dal francese è di Beatrice Ring Fiocchi).

