Schede e documenti su «Educare alla responsabilità sociale»



    (NPG 1993-01-97)


    Scheda 1
    ASPETTI FONDAMENTALI DEL BENE COMUNE

    Vanno certamente considerati come elementi del bene comune le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani. Però quei valori e quelle caratteristiche non esauriscono il contenuto del bene comune. Il quale nei suoi aspetti essenziali e più profondi non può essere concepito in termini dottrinali e meno ancora determinato nei suoi contenuti storici, che avendo riguardo all'uomo, essendo esso un oggetto essenzialmente correlativo alla natura umana.
    In secondo luogo quello comune è un bene a cui hanno diritto di partecipare tutti i membri di una comunità politica, anche se in grado diverso a seconda dei loro compiti, meriti e condizioni. I poteri pubblici quindi sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza preferenza per alcuni cittadini o per alcuni gruppi di essi, come insegna il nostro predecessore Leone XIII. «Né in veruna guisa si deve far sì che la civile autorità serva all'interesse di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti». Però ragioni di giustizia e di equità possono talvolta esigere che i poteri pubblici abbiano speciali riguardi per le membra più deboli del corpo sociale, trovandosi esse in condi zioni di inferiorità nel far valere i loro diritti e nel perseguire i loro legittimi interessi.
    Ma qui dobbiamo richiamare l'attenzione sul fatto che il bene comune ha attinenza a tutto l'uomo: tanto ai bisogni del suo corpo e alle esigenze del suo spirito. Per cui i poteri pubblici si devono adoperare ad attuarlo nei modi e nei gradi che ad essi convengono; in maniera tale però da promuovere simultaneamente, nel riconoscimento e nel rispetto della gerarchia dei valori, tanto la prosperità materiale che i beni spirituali.
    I princìpi sopra indicati sono in perfetta armonia con quanto abbiamo esposto nella Mater et magistra: il bene comune consiste «nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona».
    Ma gli esseri umani, composti di corpo e di anima immortale, non esauriscono la loro esistenza né conseguono la loro perfetta felicità nell'ambito del tempo. Per cui il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del loro fine ultraterreno ed eterno.
    (La pace in terra, 1963, n. 23).

    Scheda 2
    DIRITTI E DOVERI IN RECIPROCITÀ

    I diritti naturali testé ricordati sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile.
    Il diritto, ad esempio, di ogni essere umano all'esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto ad un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; e il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità, in vista di una conoscenza della medesima sempre più vasta e profonda.

    Reciprocità di diritti e di doveri fra persone diverse
    Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto.
    Infatti ogni diritto fondamentale della persona trae la sua forza morale insopprimibile dalla legge naturale che lo conferisce, e impone un rispettivo dovere.
    Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l'altra.

    Nella mutua collaborazione
    Gli esseri umani, essendo persone, sono sociali per natura.
    Sono nati quindi per convivere e operare gli uni a bene degli altri. Ciò domanda che la convivenza umana sia ordinata, e quindi che i vicendevoli diritti e doveri siano riconosciuti ed attuati; ma domanda pure che ognuno porti generosamente il suo contributo alla creazione di ambienti umani, in cui diritti e doveri siano sostanziati da contenuti sempre più ricchi.
    Non basta, ad esempio, riconoscere e rispettare in ogni essere umano il diritto ai mezzi di sussistenza: occorre pure che ci si adoperi, secondo le proprie forze, perché ogni essere umano disponga di mezzi di sussistenza in misura sufficiente.
    La convivenza fra gli esseri umani, oltre che ordinata, è necessario che sia per essi feconda di bene.
    Ciò postula che essi riconoscano e rispettino i loro vicendevoli diritti ed adempiano i rispettivi doveri, ma postula pure che collaborino tra loro nelle mille forme e gradi che l'incivilimento acconsente, suggerisce, reclama.

    In attitudine di responsabilità
    La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi consapevolmente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall'esterno. Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse.
    (La pace in terra, 1963, n. 12-15).

    Scheda 3
    PROMUOVERE IL BENE COMUNE

    Dall'interdipendenza sempre più stretta a poco a poco estesa al mondo intero deriva che il bene comune - cioè l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione in maniera più piena e agevole - oggi diventa sempre più universale, investendo diritti e doveri che riguardano l'intero genere umano. Pertanto ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell'intera famiglia umana.
    Contemporaneamente, cresce la coscienza della dignità della persona umana, superiore a tutte le cose, e i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili. Occorre, perciò, che siano rese accessibili all'uomo tutte quelle cose che sono necessarie a condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l'abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, all'educazione, al lavoro, al buon nome, al rispetto, alla conveniente informazione, alla possibilità di agire secondo la retta norma della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in materia religiosa.
    L'ordine sociale, pertanto, e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, giacché l'ordine delle cose deve essere subordinato all'ordine delle persone e non viceversa, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Quell'ordine è da sviluppare sempre più, è da fondarsi sulla verità, edificarsi sulla giustizia, esser vivificato dall'amore; deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà. Per raggiungere tale scopo si deve lavorare al rinnovamento della mentalità e a intraprendere vaste trasformazioni sociali.
    (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 1966, n. 26).

    Scheda 4
    SUPERARE L'ETICA INDIVIDUALISTICA

    La profondità e rapidità delle trasformazioni esigono con più urgenza che nessuno, disattento al corso delle cose e intorpidito dall'inerzia, indulga a un'etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, contribuendo al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini. Vi sono di quelli che, pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia in pratica vivono sempre come se non si curassero affatto degli obblighi sociali. Anzi molti, in vari Paesi, tengono in poco conto le leggi e le prescrizioni sociali. Non pochi non si vergognano di evadere, con tanti sotterfugi e frodi, alle giuste imposte o agli altri obblighi sociali.
    Altri trascurano certe norme della vita sociale, ad esempio le misure igieniche, o le norme stabilite per la guida dei veicoli, non rendendosi conto di mettere in pericolo, con la loro incuria, la vita propria e quella degli altri.
    Sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell'uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali. Infatti, quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi degli uomini superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo intero. E ciò non può avvenire se i singoli uomini e i loro gruppi non coltivano in se stessi le virtù morali e sociali e non le diffondono nella società, cosicché sorgano uomini veramente nuovi e artefici di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina.
    (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 1966, n. 30).

    Scheda 5
    LE REGOLE DELLA LIBERTÀ

    La risposta spontanea alla domanda: «Che cosa significa essere libero?» è la seguente: libero è colui che può fare solo ciò che vuole senza essere impedito da una costrizione esteriore e che gode, di conseguenza, di una piena indipendenza. Il contrario della libertà sarebbe così la dipendenza della nostra volontà da una volontà estranea.
    Ma l'uomo sa sempre ciò che vuole? Può tutto quello che vuole? Limitarsi al proprio io e separarsi dalla volontà altrui è conforme alla natura dell'uomo? Sovente la volontà di un momento non è la volontà reale, e nel medesimo uomo possono coesistere voleri contraddittori. Ma, soprattutto, l'uomo si scontra con i limiti della propria natura: vuole di più di quanto non possa. Così l'ostacolo che si oppone al suo volere non viene sempre dal fuori, ma dai limiti del suo essere. Appunto per questo, pena la sua distruzione, l'uomo deve imparare ad accordare la sua volontà con la sua natura.

    Verità e giustizia, regole della libertà
    Inoltre, ogni uomo è orientato verso gli altri uomini ed ha bisogno della loro convivenza. Solo imparando ad accordare la sua volontà a quella degli altri in vista di un vero bene, egli farà l'apprendistato della rettitudine del volere. È, dunque, l'armonia con le esigenze della natura umana che rende umana la volontà stessa. In effetti, questa richiede il criterio della verità ed una giusta relazione con la volontà altrui. Verità e giustizia sono così la misura della vera libertà. Quando si allontana da questo fondamento, l'uomo, scambiando se stesso per Dio, cade nella menzogna e, anziché realizzarsi, si distrugge. Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell'io e nell'assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone. Ma perché tali legami siano possibili, ciascuno deve essere personalmente vero.
    La libertà non è libertà di fare qualsiasi cosa: è libertà per il Bene, nel quale solo risiede la felicità. Il Bene è, quindi, il suo scopo. Di conseguenza, l'uomo diventa libero nella misura in cui accede alla conoscenza del vero, e questa conoscenza - e non altre forze quali che siano - guida la sua volontà. La liberazione in vista della conoscenza della verità, che sola diriga la volontà, è condizione necessaria per una libertà degna di questo nome.

    Una libertà di creatura
    In altri termini, la libertà, che è padronanza interiore dei propri atti ed autodeterminazione, comporta immediatamente una relazione con l'ordine etico. Essa trova il suo vero senso nella scelta del bene morale e si manifesta, quindi, come affrancamento dal male morale.
    Con la sua azione libera l'uomo deve tendere verso il Bene supremo attraverso i beni conformi alle esigenze della sua natura ed alla sua vocazione divina.
    Esercitando la sua libertà, egli decide di se stesso e forma se stesso. In questo senso l'uomo è causa di sé, ma è tale in quanto creatura e immagine di Dio. Questa è la verità del suo essere che manifesta, per contrasto, quanto di profondamente erroneo è nelle teorie, che credono di esaltare la libertà dell'uomo o la sua «prassi storica», facendo di esse il principio assoluto del suo essere e del suo divenire.

    La chiamata del Creatore
    Creando l'uomo libero, Dio ha impresso in lui la sua immagine e la sua somiglianza. L'uomo avverte la chiamata del suo Creatore nell'inclinazione e nell'aspirazione della sua natura verso il Bene e, ancora di più, nella Parola della Rivelazione, che in Cristo è stata pronunciata in modo perfetto. Gli è stato così rivelato che Dio l'ha creato libero, perché potesse, mediante la grazia, entrare in amicizia con Lui e partecipare alla sua Vita.

    Una libertà partecipata
    L'uomo non ha la sua origine nella propria azione individuale o collettiva, ma nel dono di Dio che l'ha creato. Questa è la prima confessione della nostra fede, che viene a confermare le intuizioni più alte del pensiero umano
    La libertà dell'uomo è una libertà partecipata, e la sua capacità di realizzarsi non è in alcun modo soppressa dalla sua dipendenza nei confronti di Dio. È esattamente la caratteristica dell'ateismo quella di credere ad un'opposizione irriducibile tra la causalità di una libertà divina e quella della libertà dell'uomo, come se l'affermazione di Dio significasse la negazione dell'uomo, o come se il di Lui intervento nella storia rendesse vani i tentativi di questi. In realtà, è da Dio ed in rapporto a Dio che la libertà umana prende senso e consistenza.

    La scelta libera dell'uomo
    La storia dell'uomo si sviluppa sul fondamento della natura che egli ha ricevuto da Dio, nel libero perseguimento dei fini verso cui lo orientano e lo portano le inclinazioni di questa stessa natura e della grazia divina.
    Ma la libertà dell'uomo è limitata e debole. Il suo desiderio può rivolgersi a un bene apparente: scegliendo un falso bene, egli vien meno alla vocazione della sua libertà. L'uomo, col suo libero arbitrio, dispone di sé: egli può fare ciò in un senso positivo o in un senso distruttivo.
    Ubbidendo alla legge divina, impressa nella sua coscienza e ricevuta come impulso dello Spirito Santo, l'uomo esercita la vera padronanza di se stesso e realizza così la sua vocazione regale di figlio di Dio. «Mediante il servizio di Dio egli regna». L'autentica libertà è «servizio della giustizia», mentre invece la scelta della disubbidienza e del male è «schiavitù del peccato».

    Liberazione temporale e libertà
    Partendo da questa nozione di libertà, si precisa la portata della nozione di liberazione temporale: si tratta dell'insieme dei processi, che mirano a procurare e a garantire le condizioni richieste per l'esercizio di un'autentica libertà umana.
    Per se stessa, dunque, la liberazione non produce la libertà dell'uomo. Il senso comune, confermato dal senso cristiano, sa che la libertà, anche quando è soggetta a condizionamenti, non è tuttavia distrutta. Anche uomini, che pur subissero terribili costrizioni, potrebbero riuscire a manifestare la loro libertà e a mettersi in cammino per la loro liberazione.
    Un processo di liberazione portato a termine può solamente creare delle condizioni migliori per l'esercizio effettivo della libertà. Proprio per questo una liberazione che non tenga conto della libertà personale una di quelli che combattono per essa, è in partenza condannata all'insuccesso.
    (Libertà, giustizia e liberazione, 1986, n. 2531).

    Scheda 6
    INTERDIPENDENZA E SOLIDARIETÀ

    Nel cammino della desiderata conversione verso il superamento degli ostacoli morali per lo sviluppo, si può già segnalare, come valore positivo e morale, la crescente consapevolezza dell'interdipendenza tra gli uomini e le Nazioni. Il fatto che uomini e donne, in varie parti del mondo, sentano come proprie le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani commesse in Paesi lontani, che forse non visiteranno mai, è un segno ulteriore di una realtà trasformata in coscienza, acquistando così connotazione morale.
    Si tratta, innanzitutto, dell'interdipendenza, sentita come sistema determinante di relazioni nel mondo contemporaneo, nelle sue componenti economica, culturale, politica e religiosa e assunta come categoria morale. Quando l'interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta, come atteggiamento morale e sociale, come «virtù», è la solidarietà.
    Questa, dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti o di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano quella brama del profitto e quella sete del potere, di cui si è parlato. Questi atteggiamenti e «strutture di peccato» si vincono solo - presupposto l'aiuto della grazia divina - con un atteggiamento diametralmente opposto: l'impegno del bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a «perdersi» a favore dell'altro invece di sfruttarlo, e a «servirlo» invece di opprimerlo per il proprio tornaconto.
    L'esercizio della solidarietà all'interno di ogni società è valido, quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone. Coloro che contano di più, disponendo di una porzione più grande di beni e di servizi comuni, si sentano responsabili dei più deboli e siano disposti a condividere quanto possiedono. I più deboli, da parte loro, nella stessa linea di solidarietà, non adottino un atteggiamento puramente passivo o distruttivo del tessuto sociale ma, pur rivendicando i loro legittimi diritti, facciano quanto loro spetta per il bene di tutti. I gruppi intermedi, a loro volta, non insistano egoisticamente nel loro particolare interesse, ma rispettino l'interesse degli altri.
    (La sollecitudine sociale della chiesa, 1987, n. 38-39).

    Scheda 7
    TUTTI RESPONSABILI DI TUTTI

    Per animare cristianamente l'ordine temporale, nel senso detto di servire la persona e la società, i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla «politica», ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. Come ripetutamente hanno affermato i Padri sinodali, tutti e ciascuno hanno diritto e dovere di partecipare alla politica, sia pure con diversità e complementarietà di forme, livelli, compiti e responsabilità. Le accuse di arrivismo, di idolatria del potere, di egoismo e di corruzione che non infrequentemente vengono rivolte agli uomini del governo, del parlamento, della classe dominante, del partito politico; come pure l'opinione non poco diffusa che la politica sia un luogo necessario di pericolo morale non giustificano minimamente né lo scetticismo né l'assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica.
    È, invece, quanto mai significativa la parola del Concilio Vaticano II: «La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l'opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità».
    Una politica per la persona e per la società trova il suo criterio basilare nel perseguimento del bene comune, come bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, bene offerto e garantito alla libera responsabile accoglienza delle persone, sia singole che associate: «La comunità politica - leggiamo nella Costituzione Gaudium et spes - esiste proprio in funzione di quel bene comune nel quale essa trova piena giustificazione e significato e dal quale ricava il suo ordinamento giuridico, originario e proprio. Il bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni della vita sociale, con le quali gli uomini, le famiglie e le associazioni possono ottenere il conseguimento più pieno della propria perfezione».
    Inoltre, una politica per la persona e per la società trova la sua linea costante di cammino nella difesa e nella promozione della giustizia, intesa come «virtù» alla quale tutti devono essere educati e come «forza» morale che sostiene l'impegno a favorire i diritti e i doveri di tutti e di ciascuno, sulla base della dignità personale dell'essere umano.
    Nell'esercizio del potere politico è fondamentale lo spirito di servizio, che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere «trasparente» o «pulita» l'attività degli uomini politici, come del resto la gente giustamente esige. Ciò sollecita la lotta aperta e il deciso superamento di alcune tentazioni, quali il ricorso alla slealtà e alla menzogna, lo sperpero del pubblico denaro per il tornaconto di alcuni pochi e con intenti clientelari, l'uso di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere aumentare ad ogni costo il potere.
    I fedeli laici impegnati nella politica devono certamente rispettare l'autonomia rettamente intesa delle realtà terrene, così come leggiamo nella Costituzione Gaudium et spes: «E di grande importanza, soprattutto in una società pluralistica, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa, e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori. La Chiesa, che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata da alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana». Nello stesso tempo - e questo è sentito oggi come urgenza e responsabilità - i fedeli laici devono testimoniare quei valori umani ed evangelici che sono intimamente connessi con l'attività politica stessa, come la libertà e la giustizia, la solidarietà, la dedizione fedele e disinteressata al bene di tutti, lo stile semplice di vita, l'amore preferenziale per i poveri e gli ultimi. Ciò esige che i fedeli laici siano sempre più animati da una reale partecipazione alla vita della Chiesa e illuminati dalla sua dottrina sociale. In questo potranno essere accompagnati e aiutati dalla vicinanza delle comunità cristiane e dei loro Pastori.
    Stile e mezzo per il realizzarsi d'una politica che intenda mirare al vero sviluppo umano è la solidarietà: questa sollecita la partecipazione attiva e responsabile di tutti alla vita politica, dai singoli cittadini ai gruppi vari, dai sindacati ai partiti: insieme, tutti e ciascuno, siamo destinatari e protagonisti della politica. In questo ambito, come ho scritto nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis, la solidarietà «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».
    La solidarietà politica esige oggi d'attuarsi secondo un orizzonte che, superando la singola nazione o il singolo blocco di nazioni, si configura come propriamente continentale e mondiale.
    Il frutto dell'attività politica solidale, da tutti tanto desiderato ma pur sempre tanto immaturo, è la pace. I fedeli laici non possono rimanere indifferenti, estranei e pigri di fronte a tutto ciò che è negazione e compromissione della pace: violenza e guerra, tortura e terrorismo, campi di concentramento, militarizzazione della politica, corsa agli armamenti, minaccia nucleare. Al contrario, come discepoli di Gesù Cristo «Principe della pace» (A 9,5) e «Nostra Pace» (Ef 2,14), i fedeli laici devono assumersi il compito di essere «operatori di pace» (Mt 5,9), sia mediante la conversione del «cuore», sia mediante l'azione a favore della verità, della libertà, della giustizia e della carità, che della pace sono gli irrinunciabili fondamenti.
    Collaborando con tutti coloro che cercano veramente la pace e servendosi degli specifici organismi e istituzioni nazionali e internazionali, i fedeli laici devono promuovere un'opera educativa capillare destinata a sconfiggere l'imperante cultura dell'egoismo, dell'odio, della vendetta e dell'inimicizia e a sviluppare la cultura della solidarietà ad ogni livello. Tale solidarietà, infatti, «è via alla pace e insieme allo sviluppo». In questa prospettiva i Padri sinodali hanno invitato i cristiani a rifiutare forme inaccettabili di violenza, a promuovere atteggiamenti di dialogo e di pace e ad impegnarsi per instaurare un ordine sociale e internazionale giusto.
    (I fedeli laici, 1988, n. 42).

    Scheda 8
    LE «REGOLE» DELLA CONVIVENZA

    Gli uomini, per la loro natura sociale, costituiscono non un semplice aggregato d'individui, ma una comunità di persone nella quale i bisogni e le aspirazioni di ciascuno, gli eguali diritti e i simmetrici doveri, si collegano e si coordinano in un vincolo solidale, ordinato a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune.
    Ciò implica l'affermazione di «regole di condotta», connaturale al concetto medesimo di società, che non soltanto rispecchiano giudizi di valore universalmente riconosciuti, ma presiedono al corretto svolgimento dei concreti rapporti tra gli uomini, equilibrando le individuali libertà e orientandole verso la giustizia. Senza tali regole, una società libera e giusta non può esistere.
    Se mancano chiare e legittime regole di convivenza oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l'arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire.
    La «legalità», ossia il rispetto della pratica delle leggi, costituisce perciò una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.
    D'altra parte le leggi devono corrispondere all'ordine morale, poiché se il loro fondamento immediato è dato dall'autorità legittima che le emana, la loro giustificazione più profonda viene dalla stessa dignità della persona umana che storicamente si realizza e si esprime nella società, anzi dalla condizione creaturale dell'uomo, per cui vindice della sua dignità non è semplicemente lo Stato, ma Dio stesso.
    Per questo la Rivelazione parla di una derivazione dell'autorità da Dio, e di conseguenza del valore e del limite delle leggi umane. Gesù ricorda a Pilato che egli non avrebbe alcun potere su di lui se non venisse dall'alto. San Paolo scrive che non esiste autorità se non proviene da Dio, sicché chi si ribella ad essa si contrappone a lui.
    Questa obbedienza si estende anche ai contributi, alle tasse.
    Per la stessa ragione una legge umana può o addirittura deve essere contestata se contraddice il suo fondamento ultimo, per cui gli apostoli Pietro e Giovanni esclamano davanti al Sinedrio: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui giudicatelo voi stesso» (At 4,19).
    Il rispetto della legalità è chiamato ad essere non semplice atto formale, ma un gesto personale che trova nell'ordine morale la sua anima e la sua giustificazione.
    Ciò spiega come la caduta del senso della legalità può avere radici diverse, che vanno dal modo di gestire il potere e di formulare le leggi al senso della solidarietà tra gli uomini e alla loro moralità.
    Così la responsabilità di eventuali cadute del senso di legalità è da attribuirsi non solo a coloro che ricoprono posti e funzioni nelle istituzioni pubbliche, ma anche a tutti i cittadini, sia pure con rilevanza diversa a seconda dei ruoli sociali che rivestono. La promozione e la difesa della giustizia è un compito di ogni cittadino, che, radicandosi nella coscienza e nella responsabilità personale, non può essere delegato ad alcuni soggetti istituzionalmente preposti a specifiche funzioni dello Stato.

    Le condizioni per un'autentica legalità
    Perché la vita sociale si possa sviluppare secondo autentici princìpi di legalità sono necessarie alcune condizioni, come:
    - l'esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che, temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo, antepongono il bene comune agli interessi particolari;
    - la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
    - la stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;
    - l'applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono;
    - l'efficienza delle strutture sociali che consentono a tutti, senza bisogno di protezioni particolari, l'attuazione dei propri diritti, in modo da evitare la beffa di una proclamazione di diritti cui non segue l'effettivo godimento;
    - l'attenzione privilegiata agli interessi giusti e meritevoli di tutela legislativa di coloro che a motivo della loro debolezza non hanno né la voce per rappresentarli, né la forza per imporli alla considerazione degli altri;
    - la necessità che i vari poteri dell'organizzazione statuale non sconfinino dai loro ambiti istituzionali e che la loro funzione di reciproco controllo non sia elusa mediante collegamenti trasversali tra coloro che vi operano, perché appartenenti a partiti, o a gruppi di pressione o di potere, o peggio ad associazioni segrete.
    (Educare alla legalità, 1991, n. 2-3).

    Scheda 9
    LA RICERCA DEL BENE COMUNE

    Un secondo fattore, legato intimamente al senso della legalità, è la ricerca del bene comune. Questo costituisce il fine dell'organizzazione di ogni società.
    Secondo l'insegnamento del Concilio Vaticano II: «Il bene comune della società, che è l'insieme di quelle condizioni di vita sociale grazie alle quali gli uomini possono conseguire il loro perfezionamento più pienamente e con maggiore speditezza, consiste soprattutto nel rispetto dei diritti e dei doveri della persona umana». La ricerca del bene comune si fonda nel riconoscimento della pari dignità di ogni uomo della sua originaria dimensione sociale, per la quale tutti gli uomini sono tra loro interdipendenti e sono pertanto chiamati a collaborare al bene di tutti.
    La rivelazione e la fede cristiana offrono motivazioni e risorse originali per la ricerca del bene comune. La certezza di Dio, Creatore, Padre e Salvatore di ogni uomo, il riconoscimento della libertà personale, nell'accoglienza del dono della fede, l'affermazione della responsabilità di ogni uomo verso gli altri uomini, con l'intensità propria della carità evangelica, fanno della ricerca del bene comune da parte del cristiano una doverosa espressione della fraternità umana universale.
    Il bene comune si presenta perciò come meta e impegno che unifica gli uomini al di là della diversità, dei loro interessi, e che esige la cura che ogni cittadino deve avere per la legge, la cui finalità è precisamente di proteggere e di promuovere concreto bene di tutti.
    Si oppongono perciò alla ricerca del bene comune, e quindi al senso della legalità, non solo l'egoismo individuale, ma anche le situazioni economico-sociali nelle quali si sono solidificati ingiustizie, ossia le cosiddette strutture di peccato, che favoriscono gli interessi solo di alcuni a danno degli altri uomini Inoltre, come difficoltà particolare dei nostri tempi, si deve registrare anche il grande pluralismo di idee e di convinzioni, che riguarda gli stessi valori fondamentali della vita e che origina una società frammentata da progetti sociali e politici profondamente diversi e radicali in prospettiva di valori assai differenti e contrastanti.
    Questi ostacoli possono aggravare il senso di sfiducia nello Stato e legittimare quel rifugio nel privato, che cerca dalle istituzioni solo vantaggi e si difende da esse quando chiedono il pagamento dei costi. Analoga sfiducia e rinuncia di fatto a perseguire il bene comune sono presenti nel tentativo di superare i conflitti con la stessa logica che li genera, quella cioè della contrapposizione della lotta per far prevalere con tutti i mezzi il proprio punto di vista e l'interesse individuale.
    In questo contesto sociale e culturale la ricerca del bene comune, quale anima e giustificazione del principio di legalità, esige contemporaneamente una più ampia e capillare diffusione del senso della solidarietà tra gli uomini, una maggiore vigilanza in ambito morale e legislativo perché non si costituiscano dei monopoli di potere e soprattutto una decisa e sistematica educazione delle coscienze per il superamento di mentalità privatistiche ed egoistiche. A questo compito educativo la Chiesa si sente direttamente impegnata in forza della sua missione pastorale, perché sa con certezza che soltanto l'accoglienza della piena verità sull'uomo può portare al vero bene comune.
    (Educare alla legalità, 1991, n. 12).

    Scheda 10
    OBBEDIENZA ALLA LEGGE E OBIEZIONE DI COSCIENZA

    Un problema particolare che oggi si pone di fronte ad una cultura della legalità è quello dell'obiezione di coscienza.
    Come conciliare il dovere dell'obbedienza alla legge con l'obiezione di coscienza? La riserva del giudizio di coscienza non può condurre a vanificare ogni imperatività della legge?
    Occorre affermare innanzitutto che l'obiezione di coscienza si radica non nell'autonomia assoluta del soggetto rispetto alla norma e tanto meno nel disprezzo della legge dello Stato, ma nella coerente fedeltà alla stessa fondazione morale della legge civile. L'obiezione di coscienza, infatti, di fronte ad una legge dello Stato attesta il valore prioritario della persona e della sua giusta libertà, afferma la necessità che ogni norma civile sia coerente con il valore morale e richiama a tutti, e in primo luogo ad ogni cristiano, che bisogna ubbidire a Dio piuttosto che gli uomini
    L'obiezione di coscienza è, dunque, qualcosa di estremamente serio, avendo il suo fondamento nello stesso modo di pensare l'uomo, la sua dipendenza da Dio e il suo rapporto con lo Stato e con le sue leggi. Si collega ad una precisa antropologia personalistica, rifiuta ogni concezione totalizzante dello Stato, punta decisamente sull'intima connessione tra legalità e moralità e assume una connotazione morale, anzi religiosa. In questo senso la forma più alta di obiezione di coscienza nella tradizione cristiana è stata quella dei martiri, i quali hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Dio in contrasto con la legge degli uomini
    L'obiezione di coscienza, fondata sulla dignità e sulla libertà della persona, «è un diritto nativo e inalienabile, che gli ordinamenti civili della società devono riconoscere, sancire e proteggere: diversamente si rinnega la dignità personale dell'uomo e si fa dello Stato la fonte originaria e l'arbitro insindacabile dei diritti e dei doveri delle persone».
    È necessario poi osservare che l'obiezione di coscienza si configura in maniera diversa in uno Stato totalitario e in uno Stato democratico.
    Il primo pretende dai cittadini un'adesione totale della coscienza alla legge, non concedendo né spazi per convincimenti diversi da quelli di coloro che detengono il potere, né la possibilità di prefigurare una diversa soluzione legislativa dei problemi della società.
    Il secondo, lo Stato democratico, non impone un'adesione incondizionata alle regole fissate dall'autorità, ma lascia al cittadino la possibilità di riflettere e di esprimere liberamente le proprie obiezioni sulla realtà legislativa per un'eventuale modifica della mentalità comune e della stessa legislazione.
    Viene così riconosciuta la possibilità di sottrarsi ad alcuni dettati della legge, qualora la coscienza del singolo cittadino, non per semplice personale capriccio, ma per un giustificato motivo etico, ritenga di obbedire a scelte diverse. In tal modo lo Stato riconosce di non poter essere totalizzante, non solo perché non chiede un'adesione incondizionata della coscienza del singolo alla legge, ma anche perché non esige da tutti e in tutti i casi lo stesso comportamento esteriore, quando questo dovesse costringere il soggetto a contravvenire a quei doveri ai quali si sente obbligato per motivi inalienabili di eticità [...].
    L'obiezione di coscienza, comunque, si motiva solo quando è in gioco una ragione etica imprescindibile per il soggetto. Infatti l'ordinamento giuridico non può affidarsi alla psicologia varia di singoli soggetti portati talvolta a vedere una crisi di coscienza laddove questa non è in realtà chiamata in causa, trattandosi soltanto di opinioni del tutto personali: diversamente l'ordinamento giuridico si dissolverebbe in miriadi di posizioni, nelle quali diverrebbe impossibile la stessa convivenza sociale.
    Egualmente l'ordinamento giuridico non può tener conto del semplice dissenso di un cittadino ad una legge dello Stato, della quale non comprende il significato e il valore. L'obbedienza alla legge, se non si vuole un'anarchia basata su di un individualismo sfrenato, può e deve essere pretesa, quando non contraddice alle oggettive e fondamentali esigenze della coscienza, nel senso sopra ricordato, e comunque tenendo ben presente che non è compito dello Stato stabilire norme di coscienza, dal momento che il cristiano non accetta uno Stato etico.
    Infine l'ordinamento giuridico non può accettare neppure quella forma di obiezione che è stata chiamata «obiezione ipotetica»: questa non tende ad affermare un valore etico e religioso, ma solo a negare un certo modello sociale e, pertanto, si basa solo su ideologie diverse da quelle accolte dall'ordinamento vigente.
    L'ordinamento giuridico deve essere vigilante e scoraggiare chi, ricorrendo all'obiezione, tende in realtà non a salvaguardare la coscienza e i suoi valori, ma solo a tutelare la propria comodità o, peggio ancora, interessi di casta o di corporazione.
    Solo l'obiezione di coscienza rettamente intesa e sollevata, e talvolta anche riconosciuta dall'ordinamento giuridico, proprio perché rispettosa dei fondamentali valori morali della persona, non diminuisce ma rafforza il senso della legalità: la legge civile non può essere un'imposizione violentatrice della coscienza; dev'essere, invece, uno strumento reale di crescita umana dei singoli e della società.
    (Educare alla legalità, 1991, n. 14).

    Scheda 11
    LIBERTÀ E RISPETTO DEI DIRITTI DEGLI ALTRI

    Leggendo l'Enciclica (Rerum Novarum, n.d.r.) in connessione con tutto il ricco Magistero leoniano si nota come essa indichi, in fondo, le conseguenze sul terreno economico-sociale di un errore di più vasta portata. L'errore - come si è detto - consiste in una concezione della libertà umana che la sottrae all'obbedienza alla verità e, quindi, anche al dovere di rispettare i diritti degli altri uomini. Contenuto della libertà diventa allora l'amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore che conduce all'affermazione illimitata del proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia.
    Proprio questo errore giunse alle estreme conseguenze nel tragico ciclo delle guerre che sconvolsero l'Europa e il mondo tra il 1914 e il 1945.
    Furono guerre derivanti dal militarismo e dal nazionalismo esasperato e dalle forme di totalitarismo, ad essi collegate, e guerre derivanti dalla lotta di classe, guerre civili ed ideologiche. Senza la terribile carica di odio e di rancore, accumulata a causa delle tante ingiustizie sia a livello internazionale che a quello interno ai singoli Stati, non sarebbero state possibili guerre di tale ferocia, in cui furono investite le energie di grandi Nazioni, in cui non si esitò davanti alla violazione dei diritti umani più sacri, e fu pianificato ed eseguito lo sterminio di interi popoli e gruppi sociali. Ricordiamo qui, in particolare, il popolo ebreo, il cui terribile destino è divenuto simbolo dell'aberrazione cui può giungere l'uomo, quando si volge contro Dio.
    Tuttavia, l'odio e l'ingiustizia si impossessano di intere Nazioni e le spingono all'azione solo quando vengono legittimati ed organizzati da ideologie che si fondano su di essi piuttosto che sulla verità dell'uomo. La Rerum novarum combatteva le ideologie dell'odio ed indicava le vie per distruggere la violenza ed il rancore mediante la giustizia. Possa il ricordo di quei terribili avvenimenti guidare le azioni di tutti gli uomini e, in particolare, dei reggitori dei popoli nel nostro tempo, in cui altre ingiustizie alimentano nuovi odi e si delineano all'orizzonte nuove ideologie che esaltano la violenza.
    (Nel centenario della Rerum Novarum, 1991, n. 17).

    Scheda 12
    PER UNA CULTURA DELLA VERITÀ E DELLA RESPONSABILITÀ VERSO L'UOMO

    Tutta l'attività umana ha luogo all'interno di una cultura e interagisce con essa. Per un'adeguata formazione di tale cultura si richiede il coinvolgimento di tutto l'uomo, il quale vi esplica la sua creatività, la sua intelligenza, la sua conoscenza del mondo e degli uomini. Egli, inoltre, vi investe la sua capacità di autodominio, di sacrificio personale, di solidarietà e di disponibilità per promuovere il bene comune. Per questo, il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell'uomo, ed il modo in cui questi si impegna a costruire il proprio futuro dipende dalla concezione che ha di se stesso e del suo destino.
    È a questo livello che si colloca il contributo specifico e decisivo della Chiesa in favore della vera cultura. Essa promuove le qualità dei comportamenti umani, che favoriscono la cultura della pace contro modelli che confondono l'uomo nella massa, disconoscono il ruolo della sua iniziativa e libertà e pongono la sua grandezza nelle arti del conflitto e della guerra.
    La Chiesa rende un tale servizio predicando la verità intorno alla creazione del mondo, che Dio ha posto nelle mani degli uomini perché lo rendano fecondo e più perfetto col loro lavoro, e predicando la verità intorno alla redenzione, per cui il Figlio di Dio ha salvato tutti gli uomini e, al tempo stesso, li ha uniti gli uni agli altri, rendendoli responsabili gli uni degli altri. La Sacra Scrittura ci parla continuamente di attivo impegno per il fratello e ci presenta l'esigenza di una corresponsabilità che deve abbracciare tutti gli uomini. Questa esigenza non si ferma ai confini della propria famiglia, e neppure della Nazione o dello Stato, ma investe ordinatamente tutta l'umanità, sicché nessun uomo deve considerarsi estraneo o indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia umana.
    Nessun uomo può affermare di non essere responsabile della sorte del proprio fratello (cf Gn 4,9; Le 10,29-37; Mt 25,31-46)! L'attenta e premurosa sollecitudine verso il prossimo, nel momento stesso del bisogno, oggi facilitata anche dai nuovi mezzi di comunicazione che hanno reso gli uomini più vicini tra loro, è particolarmente importante in relazione alla ricerca degli strumenti di soluzione dei conflitti internazionali alternativi alla guerra.
    Non è difficile affermare che la potenza terrificante dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la Terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare le conseguenze di un conflitto.
    (n. 51).