Francesca Busnelli
(NPG 1995-06-76)
Il «lavoro di rete» evoca ovviamente l'immagine della rete; rete come filo, cordone che collega diversi nodi. I nodi possono essere grandi o piccolissimi, il filo di acciaio o di cotone o di altro materiale; la rete può essere a maglie larghe o strette.
Il pescatore ha più reti, adeguate ai pesci che deve pescare: meglio grosse se vuole che i pesci piccoli possano sfuggire, meglio strette per gli altri. Il contadino usa reti diverse per proteggere le galline dalle volpi o il granaio dai ladri.
Il muratore ha una rete per liberare la pozzolana dai sassi ed una per passare la sabbia fine.
Rete quindi significa tante cose, evoca immagini diverse e contrastanti: di protezione (aiuto) o di caccia (offesa).
In ogni caso il filo che collega i nodi, in tutte le reti è lo stesso che li costituisce: le reti dei pescatori, dei contadini, ecc. non sono fatte di elementi separati; si tratta di un unico filo che ad intervalli regolari si annoda su se stesso.
Le reti nel sociale
Le reti, nell'accezione che se ne fa nel sociale, sono invece composte da elementi diversi: il filo che collega i nodi è di un «materiale» (ma a sua volta composto di più elementi), i nodi sono di altri «materiali» anche molto diversi, non solo dal filo, ma tra di loro.
Queste diversità creano una complessità particolare che cercheremo di spiegare. Altra cosa che si cercherà di mettere in evidenza è che parlare di reti «nel sociale» non è qualcosa che riguarda solo il mondo dei servizi pubblici, ma coinvolge necessariamente le associazioni, i gruppi, tutto quel privato sociale che in qualche modo opera per lo sviluppo, la promozione e la prevenzione delle situazioni di bisogno e delle situazioni cosiddette «a rischio». Chiunque voglia intervenire a diversi livelli, sia pur con le proprie necessarie specificità nel mondo del sociale, non può non confrontarsi con il concetto di intervento di rete e non può esimersi - a rischio della validità del proprio intervento - dall'inserirsi nelle «reti» relazionali ed istituzionali di cui fa parte la persona con la quale e per la quale si lavora.
Definizioni
Come in molti altri casi è necessario partire da alcune definizioni del concetto di cui stiamo parlando, non tanto per assumerle come buone in quanto tali, ma per avere dei metri di confronto ed eventualmente individuare quelle che si pensa di poter condividere o darne ulteriori specifiche legate alla propria operatività. Una definizione usuale del lavoro di rete nel sociale lo vede come «l'integrazione e la mobilitazione (elementi del filo) dei servizi (i nodi) con le forze vive del territorio (altri nodi) attorno al problema di una persona, una famiglia, un gruppo, ecc.».
In un'altra definizione dovuta a Franco Ferrario, si fa riferimento all'insieme degli interventi o delle connessioni di risorse e delle strategie tese a produrre concatenazioni di relazioni significative, ai processi di crescita che si attivano all'interno delle stesse risorse, finalizzati, nel loro complesso, al miglioramento del livello di benessere delle persone e della collettività».
Quindi nel sociale la rete è un concetto positivo di aiuto, di sostegno e di promozione; gli elementi che la compongono, che abbiamo chiamato i nodi e il filo, hanno le loro radici nell'etica sociale; infatti i nodi, ossia i servizi pubblici o privati che siano, hanno come presupposto una società attenta ai bisogni dei cittadini e un'organizzazione sociale coerente con questa attenzione.
Il filo, abbiamo detto, deve essere composto da più elementi, ciascuno dei quali è a sua volta anche un presupposto radicato nell'etica sociale:
- la volontà (dei nodi) di collegarsi e collaborare tra di loro;
- la capacità d'integrarsi e perciò la disponibilità a confrontarsi ed eventualmente ad accettare critiche e valutazioni;
- l'attenzione al cittadino inteso come persona nella sua globalità e portatore di diritti;
-il superamento delle separatezze istituzionali;
- l'organizzazione necessaria per sostenere quanto detto sopra.
L'attenzione al cittadino, il valore della persona, sono propri dei servizi che (anche se spesso funzionano male) esistono proprio per questi motivi; se sono o dovrebbero essere propri dei servizi pubblici, tanto più devono essere il presupposto fondamentale di qualunque tipo di intervento da parte del privato sociale e del volontariato in particolare.
Il collegamento in rete aggiunge l'attenzione alla globalità, la considerazione che la persona/cittadino è «una» anche se molteplici sono i suoi problemi o complessa è la situazione in cui vive. La rete si fa carico di tutto l'insieme; i singoli servizi, le singole iniziative possono (e rischiano quasi inevitabilmente di) frammentarlo.
Un po' di storia
Il concetto di lavoro integrato non è nuovo nei servizi sociali; nel servizio sociale professionale, lavorare con la persona, la sua famiglia e il suo contesto, mobilitando le più diverse risorse in un unico processo di aiuto, è un fondamento antico e perenne.
Il lavoro con la rete o per le reti (spiegheremo in seguito la differenza) aggiunge altre cose ed è relativamente più recente. Esso si allaccia alla evoluzione storica dei servizi, delle politiche sociali che li sostengono, delle metodologie professionali d'intervento.
Si è passati da un tipo di intervento centrato sul rapporto diretto tra persona e professionista, intervento abitualmente contenitivo e con un rapporto con il territorio molto limitato (anni '50-'60 perché assai scarsi erano i servizi territoriali, essendo l'organizzazione dell'assistenza basata su enti nazionali), alla graduale evoluzione di questa concezione, alla nascita dei servizi decentrati sul territorio, fino al sempre maggior coinvolgimento della persona stessa, delle sue relazioni familiari ed amicali, delle risorse del territorio (dovuto sia a trasformate concezioni teoriche sulle modalità di intervento, sia alle diverse possibilità dello Stato Sociale in quanto tale). In questa evoluzione sempre maggiore importanza e dignità hanno assunto i servizi del privato sociale come necessaria fonte di risorse per lo sviluppo della persona in stato di bisogno. Si può dire che il passaggio dagli enti nazionali (struttura verticistica dell'assetto istituzionale dei servizi) ai servizi territoriali, ha posto anche ai professionisti l'esigenza di un diverso rapporto con l'utenza, concretamente vista non solo nel suo contesto relazionale ed ambientale, ma anche nel contesto istituzionale.
La considerazione separata dei problemi diversi presenti in una stessa situazione è diventata palesemente concettualmente anacronistica (anche se ancora nei fatti continua ad essere perpetuata) ed era necessario inventare i modi per evitarla, attutirla o ricomporre in unità i vari pezzi.
La rete come una delle modalità per questa ricomposizione non ha inventato la collaborazione interprofessionale, né l'integrazione tra servizi, che in qualche modo e misura sono sempre esistite, ma ha dato a queste due modalità di lavoro un supporto metodologico significativo. Inoltre in questi ultimi anni, il forte sviluppo del volontariato e del privato sociale ha arricchito la quantità e qualità dei servizi disponibili per i cittadini, ponendo però agli enti pubblici il problema di conoscerne esattamente capacità e potenzialità.
Nello stesso tempo anche i cittadini possono avere difficoltà a conoscere questi servizi del volontariato e del privato sociale perché sono spesso piccoli, con un campo d'azione limitato, con modalità di accesso particolari, a volte ideologicamente caratterizzati.
Creare una rete che collegasse tutto ciò è diventato quasi indispensabile.
Tipologie di rete
Occorre a questo punto chiarire che la rete non è un collegamento universale tra tutti i servizi e le risorse esistenti, ma un collegamento mirato a specifiche situazioni. La rete per le tossicodipendenze è diversa da quella per gli anziani, o da quella per gli ex detenuti, o da quella per i giovani.
Esistono servizi, strutture, che per la loro natura polifunzionale fanno parte di tutte le reti (es. il servizio sociale comunale di base), altri che fanno parte di una sola rete. Occorre chiarire inoltre che le reti non sono solo sociali; una distinzione classica considera le reti; familiari/primarie/istituzionale/sociali.
- Reti familiari sono quelle intrecciate nell'ambito parentale; reti primarie quelle che coinvolgono parenti, amici, a volte il vicinato e alcune strutture del quotidiano, tipo la scuola.
Le reti primarie e le reti familiari sono informali e piuttosto fluide; si aprono e si chiudono su certi componenti (es. il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media) e sono «gestite» dalle famiglie.
Una famiglia può essere anche molto ricca di reti ed una poverissima (famiglia emarginata). La consapevolezza da parte della persona dell'appartenenza a reti familiari e primarie è elemento di notevole rassicurazione: dà infatti i propri confini, dà un senso di sicurezza.
- Reti istituzionali sono quelle che collegano enti e servizi per lo più pubblici, a volte con il supporto legislativo (es. il DPR 448 che chiama i servizi territoriali a collaborare con gli organi della giustizia nell'ambito dei procedimenti penali), a volte con la formalizzazione d'intese, convenzioni, accordi di programma.
- Reti sociali sono quelle che collegano enti e servizi pubblici anche con le risorse del privato sociale e del volontariato; anche queste sono spesso sostenute da accordi formali come le convenzioni, i progetti, ecc.
Deve essere chiaro che né la legge né un'intesa creano reti, ma ne costituiscono un supporto a volte indispensabile; la rete si costituisce con quel filo di cui prima si è parlato che è composto di collaborazione, attenzione al cittadino, ecc.
Analogamente non basta avere dei parenti o tante relazioni amicali, per essere in una rete; fra tutti questi punti (nodi) occorre un legame (filo) speciale che è la volontà di collegarsi, di essere uniti e solidali.
Lavoro di rete
Per gli operatori del sociale, lavorare con le reti esistenti è impegnativo, faticoso, ma molto produttivo. Invece di avere un semplice rapporto duale (qui il problema, là la risposta) con le situazioni di bisogno, viene attivato un processo di responsabilizzazione allargata (presa in carico) che coinvolge vari soggetti, familiari, istituzionali, sociali. Per uno stesso problema possono essere responsabilizzate reti diverse, e quindi per l'operatore si moltiplicano i rapporti professionali necessari; non solo, ma questi rapporti vanno collegati, come vedremo, in un progetto organico. A volte le reti non ci sono (ci sono solo i servizi separati), ed allora la responsabilità diventa quella di attivare le reti. In altri termini si può lavorare con le reti e per le reti.
Anche se nei servizi pubblici gli operatori sociali hanno una responsabilità istituzionale nell'attivazione di reti, queste possono essere attivate da qualunque soggetto di buona volontà.
Senza scavalcare/deresponsabilizzare i servizi pubblici, l'avvio di una rete può essere iniziativa del volontariato, del privato sociale, di una cooperativa.
Il passaggio concettuale e metodologico dalla risposta-prestazione alla risposta-processo di aiuto, impegna gli operatori (pubblici e non) a lavorare per progetti. Il progetto è frutto di una rete, ma anche stimolo/occasione per la sua costituzione.
Lavorare per progetti
Lavorare per progetti vuol dire avere per qualunque problema individuale o familiare, come per qualunque situazione collettiva problematica, un approccio globale che tenga conto delle varie componenti del problema. Tale approccio ha alcune caratteristiche, che in realtà sono anche dei necessari presupposti:
- guarda alla centralità della persona (anche quando si tratta di una situazione collettiva, l'obiettivo è sempre il bene dei soggetti che la vivono);
- chiama i singoli attori dei servizi alla corresponsabilità nella risposta, che deve essere funzionale ed ottimale rispetto alle esigenze per le quali viene attivata;
- postula una programmazione mirata degli interventi che preveda momenti di verifica;
- richiede un continuo controllo delle competenze degli operatori e degli enti;
- presuppone la possibilità di cambiamenti «in itinere» e di formazione degli operatori legata a tali cambiamenti.
Il progetto inoltre individua le classi di servizi da coinvolgere (per esempio servizi socio-assistenziali di base) e spe cifica gli interventi ai diversi livelli (territoriale, strutture residenziali, ecc.).
Il progetto è un lavoro collettivo che non elimina né attutisce le responsabilità di ciascuno, ma le coordina, in una logica di connessioni.
In assenza di reti precostituite il lavoro per progetti ne stimola la costituzione. Lavorare per un progetto, infatti, implica il progettare una rete adeguata.
Progettare una rete
Abbiamo già detto che l'iniziativa può essere di chiunque con l'attenzione a non scavalcare competenze ed esautorare responsabilità.
La prima fase riguarda il collegamento dei vari soggetti che ai vari livelli partecipano al progetto; collegamento come fatto funzionale, ma soprattutto come scelta etica della priorità del bene (da raggiungere in comune) di chi vive una situazione problematica.
Il collegamento fa crescere la consapevolezza delle responsabilità di tutte le componenti della società verso il bene dei suoi membri. La Carta Costituzionale che sancisce il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli di «ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3), è un richiamo forte alla corresponsabilità di tutte le componenti dello Stato per lo sviluppo del bene comune. Il monito costituzionale richiama tutti gli Enti e le strutture (nonché i cittadini singoli o associati) al dovere della solidarietà e della collaborazione.
Legarsi in rete non è certo l'unico modo per esprimere solidarietà e collaborazione, ma è un modo importante, valido soprattutto per affrontare il disagio delle fasce più deboli della popolazione. Nelle fasi successive c'è la scelta del coordinatore del progetto, dei referenti negli enti, l'eventuale definizione di un accordo o protocollo d'intesa che specifichi il senso e i limiti della rete, nonché metodo e strumenti.
Una rete deve infatti avere strumenti comuni di lavoro, non solo per facilitare l'operatività integrata, ma affinché nella loro stessa attivazione costituiscano una importante occasione di confronto. Ne citiamo alcuni;
- la banca dati;
- le cartelle integrate sui casi;
- la documentazione di lavoro;
- i verbali di incontri e riunioni come memoria delle riflessioni comuni e come veicolo della loro socializzazione;
È doveroso ricordare quanto sia difficile da affrontare tutto il problema della documentazione comune; è facile parlarne più che riuscire a realizzarla, tanto più se chi si deve mettere insieme sono enti del pubblico e del privato: pensiamo alle schede delle risorse come parte della banca dati o come strumento autonomo.
Tutti i nodi della rete concordano ed elaborano una scheda sulla quale raccogliere i dati illustrativi delle risorse (es. di una casa famiglia, di un gruppo di volontariato, di un day hospital): prima bisogna saper elaborare una scheda funzionale, poi bisogna saperla arricchire (aggiornare) con tutti i dati tratti dal- l' esperienza.
Non basta per esempio dire che una casa famiglia ha 8 posti per ragazzi maschi tra i 15 e i 18 anni; bisogna conoscere le caratteristiche degli operatori, sapere per quali tipi di ragazzi è più adatta, quali sono i tempi medi di permanenza, cosa ne è dei soggetti usciti, se e quali legami mantengono con gli operatori, ecc.
La scheda non è una fotografia della situazione, ma un film, ossia uno strumento dinamico che permette di valutare l'idoneità di una risorsa per una certa situazione. La scheda quindi raccoglie successi ed insuccessi.
Tutta la documentazione richiede tempo e disponibilità (la preoccupazione del nero su bianco) e nel ritmo pressante del lavoro è facile crearsi alibi per non documentare. Una rete invece pog gia su documenti: li costruisce, li aggiorna, li socializza. In questo modo una rete può fare cultura, facilitare la via al sorgere di altre reti e così divenire essa stessa promotrice di solidarietà.
Altre considerazioni
Fin qui gli aspetti più tecnici, legati a quel mondo, il mondo delle istituzioni pubbliche, nel quale il metodo di lavoro sociale è nato e dove esso trova il primo e principale riferimento.
Ma al di là delle conoscenze «teoriche», come può e deve farsi interrogare il mondo del privato sociale, il mondo dell'associazionismo e dell'impegno nella solidarietà?
Come sempre la prima indicazione è quella dell'essere accanto alle istituzioni, per stimolarle ed in alcuni casi sostenerle nel loro spesso difficile compito.
Accanto a ciò l'invito è quello di riflettere sul metodo, sull'approccio «di rete», per aprirsi all'altro.
Sappiamo quanto non sia facile né scontato lavorare con gli altri, sappiamo quanta diffidenza regna da una parte (i servizi) e dall'altra (il non profit) rispetto alle reali possibilità di integrare il proprio lavoro.
Spesso il rischio del non profit è quello del guardarsi solo al proprio interno, quasi dello «scegliersi le persone con cui lavorare» per non avere brutte sorprese.
Tra gli ostacoli che vanno superati c'è quello di una nuova moda di vedere le cose, c'è quello del doversi andare a cercare e creare i collegamenti con il mondo esterno, c'è il coraggio del superare la gelosia e i settorialismi.
Se, come si è detto, per i servizi pubblici il lavoro di rete è un lavoro necessario e quasi di routine, per il mondo delle associazioni, della solidarietà, per coloro che lavorano - magari da anni - con i giovani sul territorio, il lavoro di rete è qualcosa che va acquisito e «digerito».

