Jürgen Habermas
(NPG 1995-06-65)
Fino a metà degli Anni '80 la storia sembrava essersi cristallizzata: i giochi sembravano fatti, nulla di veramente straordinario doveva più prodursi. Poi la storia si è rimessa in movimento, ha accelerato e si è persino imballata. Nuovi problemi mettono a soqquadro le antiche prospettive. E, quel che è più importante, aprono anche un futuro a partire dal quale noi percepiamo di nuovo delle alternative d'azione.
In questo riavviamento della storia si possono individuare due movimenti che - insieme con altri, come quello dell'immigrazione - hanno a che vedere con la questione del rapporto fra cittadinanza e identità nazionale. L'unificazione tedesca, l'emancipazione degli Stati dell'Europa orientale e centrale dalla tutela sovietica e i conflitti nazionalistici che dilaniano tutto l'Est europeo conferiscono un'inattesa attualità al problema del futuro dello Stato-nazione. L'unificazione degli Stati europei, con la censura rappresentata dall'apertura del mercato comune nel '93, mette in luce il rapporto dello Stato-nazione con la democrazia: le procedure democratiche proprie degli Stati-nazioni restano disperatamente in ritardo rispetto all'integrazione economica realizzata a livello sovrannazionale. Questi due temi gettano nuova luce sui complessi rapporti fra cittadinanza e identità nazionale.
Gli esempi delle società pluriculturali, come la Svizzera e gli Stati Uniti, mostrano che una cultura politica in cui possono radicarsi i principi costituzionali non presuppone alcuna origine etnica, linguistica e culturale comune a tutti i cittadini. Una cultura politica liberale ha come unico denominatore comunque un «patriottismo costituzionale» che affina nello stesso tempo una sensibilità per la differenza e l'integrità delle diverse forme di vita che coesistono in una società multiculturale.
Anche in un futuro Stato federale europeo gli stessi principi giuridici dovranno essere interpretati in base al prospetto delle differenti tradizioni nazionali, delle differenti storie nazionali. Ogni tradizione particolare andrà messa in rapporto con tutte le altre in modo da essere integrata in una cultura costituzionale europea-occidentale e sovrannazionale. Un ancoraggio particolaristico di questo genere non toglierebbe per nulla alla sovranità popolare e ai diritti dell'uomo il loro significato universalistico. Ma, se anche non deve necessariamente radicarsi nell'identità nazionale di un popolo, la cittadinanza democratica esige tuttavia, nonostante la pluralità culturale, la socializzazione degli individui in una cultura politica comune.
La concezione repubblicana classica - quella dell'integrazione politica cosciente di una comunità di liberi e eguali - è manifestamente troppo concreta e troppo semplice per potersi applicare alle condizioni moderne, soprattutto se si considera una nazione o, più in generale, una comunità etnicamente omogenea e legata da una tradizione comune. Fortunatamente il diritto è un medium che autorizza una rappresentazione più astratta dell'autonomia del cittadino. Oggi la sovranità popolare si è ritirata nelle procedure di una formazione più o meno discorsiva dell'opinione e della volontà. Mi riferisco a una rete di flussi comunicativi che deve tuttavia essere organizzata in modo tale da poter vincolare l'amministrazione pubblica a premesse razionali e da poter sottomettere allo stesso modo il sistema economico (senza con ciò arrecare pregiudizio alla sua logica) a esigenze sociali e ecologiche.
Ci troviamo di fronte a un modello di democrazia deliberativa. Un modello siffatto non riposa più sulla rappresentazione della totalità sociale come macrosoggetto, ma come flusso di discorsi che si sgranano in maniera anonima. La risposta alle attese normative si riporta all'infrastruttura di uno spazio pubblico politico che è alimentato da sorgenti spontanee.
I diritti politici alla partecipazione ormai possono rappresentarsi soltanto nella prospettiva d'una integrazione e d'una influenza esercitata dentro uno scambio di comunicazioni pubbliche: scambio informale, non organizzabile nella sua totalità e supportato da una cultura politica liberale e ugualitaria. Inoltre le deliberazioni all'interno degli organi decisionali devono restare permeabili ai temi, ai valori e ai contributi che affluiscono da uno spazio pubblico informale.
Solo se si sviluppasse una simile interazione tra il formarsi dell'opinione e della volontà all'interno delle istituzioni, da una parte, e le comunicazioni pubbliche informali dall'altra, la cittadinanza potrebbe oggi significare qualche cosa di più che l'aggregazione degli interessi prepolitici degli individui e il godimento di diritti concessi in modo paternalistico. Queste e altre analoghe constatazioni ci autorizzano a essere prudentemente ottimisti quanto al futuro sviluppo europeo. Non siamo condannati a rassegnarci prima del tempo.
L'apertura del mercato comune europeo stimolerà una maggiore mobilità orizzontale e una moltiplicazione dei contatti fra le differenti nazionalità. Inoltre l'immigrazione dall'Europa dell'Est e dal Terzo Mondo aumenterà la disomogeneità culturale delle nostre società. E questo susciterà certamente tensioni sociali. Se trattate in modo produttivo, queste tensioni possono però promuovere una mobilitazione politica che darà un impulso a movimenti sociali di tipo nuovo (come il movimento pacifista, quello ecologista o quello femminista) che si formano già ora all'interno degli Stati- nazioni. Nello stesso tempo si accresce la pressione di certi problemi per cui non esistono più soluzioni se non coordinate a livello europeo. In queste condizioni si potrebbero costituire rapporti di comunicazione all'interno di spazi pubblici di dimensione europea, che formerebbero un contesto favorevole tanto per i parlamenti delle regioni che si unissero, quanto per un parlamento europeo le cui competenze fossero state rafforzate.
Finora la politica della Cee in quanto tale è stata molto di rado una posta importante nella discussione politica interna agli Stati membri. In avvenire, però, si potrebbe assistere al differenziarsi, da un lato, delle culture nazionali e, dall'altro, di una cultura politica comune. Le élites culturali e i media avranno un ruolo importante. A differenza degli Stati Uniti, un patriottismo costituzionale europeo deve riallacciarsi a principi giuridici universalistici unici a partire da prospettive differenti, impregnate dalle vicende storiche nazionali. La Svizzera fornisce l'esempio di come una identità politica condivisa possa distinguersi dagli orientamenti culturali delle differenti nazionalità.
In questo contesto il nostro compito non è tanto di tornare a assicurarci sulle nostre origini comuni nell'Europa medievale, quanto di sviluppare una nuova coscienza politica europea che corrisponda al ruolo del continente nel XXI secolo. Finora la storia ha raccordato una sola possibilità agli imperi che si sono fatti e disfatti. Questo vale tanto per gli imperi dell'antichità, quanto per quelli degli Stati moderni come il Portogallo, la Spagna, l'Inghilterra, la Francia e la Russia. L'Europa sembra sfuggire alla regola, dal momento che oggi le è offerta una seconda possibilità. Tuttavia questa possibilità non si potrà più sfruttare adottando una politica di potenza d'altri tempi, ma facendo proprie alcune premesse universali, e cioè la ricerca di una comprensione reciproca con altre culture e la cura di apprendere qualche cosa di esse.

