Vite negate



    Storie (di vita vera)

    Enzo Pappacena

    (NPG 1995-06-60)

    Maria, 35 anni, madre di 7 figli, al sesto mese di gravidanza: «Sarà una bambina - dice sorridendo -; mio marito vuole chiamarla Rosaria». Poi, quasi per giustificarsi, aggiunge: «È Dio che ce li manda!».
    Due stanze in affitto con pochi mobili addossati ad una sola parete per far posto ai numerosi lettini; la luce entra nella sola cucina dal portoncino che dà sulla strada.
    «Viviamo con pochi soldi - dice Maria -, quelli che mio marito riesce a guadagnare lavorando alla giornata. I nostri figli sono tutti piccoli ed hanno tanto bisogno...».
    Leggo negli occhi di questa giovane madre una dignitosa stanchezza che non riesce a nascondere tra quei lunghi capelli neri, ora in disordine ma un tempo motivo di vanto e di sogni.
    Una bimba scalza dall'aria curiosa, la più piccola delle sorelline, mi guarda dall'uscio di casa: mi sorride e quando la chiamo mi salta sulle ginocchia e comincia a giocare con i miei occhiali. Francesca è il suo nome, frequenta l'asilo e vi rimane fino a sera.
    Nicola ha 13 anni ed è il più grande; ha abbandonato la scuola alla quinta elementare: la strada è ormai la sua maestra. Mi dice che vuole imparare un mestiere e che poi da grande «prenderà» la terza media serale.
    Come un piccolo ometto Andrea sta seduto dall'altra parte del tavolo con le braccia conserte: ha i capelli ricci e il viso un po' pallido. «Ha degli strani sfoghetti sul collo - interviene preoccupata la mamma - e la sera a volte gli viene la febbre!». La rassicuro impegnandomi ad accompagnarlo al più presto da un medico per una visita specialistica. Intanto lui, silenzioso, ci ascolta e pensa. Ma chissà cosa pensa! I giocattoli negati? Le gite in montagna mai fatte? Una bicicletta rossa con le ruote grandi e il cambio automatico?
    Ha solo otto anni, ma per lui è già tempo di essere grandi!
    Col cuore segnato lascio la casa che ha bisogno di tutto. Mi avvio nel vicolo stretto, tra gli umili panni stesi ad asciugare. «Tornerò presto... - penso tra me - farò certamente qualcosa... informerò... e poi...». Pensieri confusi di un'anima che si interroga.
    Ecco la città diseredata e disperata, la città che langue, la città dimenticata, la città che non ha voce. Ecco i suoi bambini traditi ed ingannati da quel meschino egoismo che ci rende distratti e responsabili di vite negate. Ecco i poveri che trovano sterile accoglienza solo nelle nostre parole ma non nel nostro impegno e nel nostro cuore. Ecco la città che muore. Ed ecco le nostre vite inutili!