Galassia donna. Rapporto da Pechino



    Mariarosa Frigerio

    (NPG 1996-03-28)


    Insieme alle delegazioni governative e diplomatiche, hanno raggiunto Pechino dai quattro angoli della terra, dall'Uganda alla Papua Nuova Guinea, dal Perù alla Svezia, uomini e soprattutto donne per parlare a nome dei milioni di bambine e donne barbaramente uccise dalle guerre, ridotte alla povertà da un'economia ingiusta, obbligate al silenzio da leggi inique, violentate nel corpo e nella mente, offese nella dignità, mercificate dai mass media.
    Questi uomini e queste donne, circa 30.000, di cui, secondo le statistiche, 4.000 giovani sotto i trent'anni, non hanno trovato posto a Pechino; il potere, lo Stato cinese, ritenendoli troppo pericolosi ha preferito confinarli a 50 km dalla capitale, lontano dalla Conferenza dei governi, lontano da Piazza Tienanmen, dove si palesava la possibile organizzazione di una manifestazione antigovernativa (ovviamente non si è verificato nulla di tutto ciò, anche perché il controllo da parte della polizia segreta e non, era così vigile e presente, che la piazza sembrava pronta ad accogliere più una parata militare, che delle pacifiche manifestanti), lontano dai mass media che, ovviamente, dovendo scegliere se documentare il Forum delle ONG oppure la Conferenza hanno optato in larga parte per quest'ultima, per il momento istituzionale, ed hanno preferito raccontare del Forum solo le difficoltà logistiche e non le verità scomode, che chiamavano in causa anche loro, Grande Fratello dei nostri tempi.

    Un rifiuto all'impegno?

    Si sono dunque incamminate verso Pechino anche molte giovani, ma forse non tante quante ci si aspettava o meglio si sperava. Durante un incontro i pochi partecipanti europei presenti all'incontro hanno sottolineato innanzitutto la scarsa partecipazione delle giovani europee, mettendola in relazione a problemi di carattere economico. Difficilmente le giovani e i giovani hanno a disposizione fondi sufficienti per coprire la partecipazione ad incontri di questo tipo, e soprattutto molto spesso non sono a conoscenza delle varie sponsorizzazioni offerte dagli enti internazionali. Alcuni sottolineavano proprio come l'informazione sulle varie possibilità offerte ai giovani da parte dell'ONU e della Comunità europea, solo per citare due dei casi più macroscopici, non raggiunge gli interessati e resta circoscritta agli «addetti ai lavori».
    Concordo, ma solo in parte, con quest'analisi della situazione. Se da un lato è vero che l'informazione non è ben pianificata, dall'altro è anche vero che tra i giovani l'interesse suscitato da questo tipo di incontri sembra essere notevolmente scemato. Essi non sembrano essere più interessati a progetti a lungo termine. L'individualismo sempre più esasperato, una mancata voglia o forse più esattamente la paura di incontrare l'altro, di uscire dalla rassicurante sfera della cerchia familiare, dai tranquilli e noti riferimenti della vita quotidiana fanno prevalere tra i giovani la categoria della «difesa a riccio», rispetto a quella dell'impegno all'interno delle proprie comunità. La paura di chi è altro da noi, di mettersi in gioco, di schierarsi in prima linea compromettendo se stessi produce atteggiamenti inquietanti di rifiuto. Eppure i giovani presenti a quell'incontro sottolineavano come la lista delle urgenze che scuotono le nostre tranquille esistenze si allunghi sempre di più: la corsa alle armi e il loro commercio clandestino, la destinazione di ingenti fondi per l'apparato bellico, il potere sempre più incontrollabile, perché caratterizzato da accordi transnazionali, delle grandi lobby del potere economico, la crescente povertà soprattutto tra le donne, i debiti dei paesi del Terzo Mondo, ecc.
    Questo atteggiamento di rifiuto ad impegnarsi, ad essere presenti e vigili nella vita comunitaria, comunque non caratterizza solo i giovani, ma la maggior parte degli abitanti del «vecchio continente», ormai stanca ed impaurita, che stenta a rendersi conto dell'enorme ricchezza in termini di idee, proposte, esperienze di vita e slancio verso il futuro che può venire dai cosiddetti paesi del terzo mondo, da quelle folle immense di uomini e donne che bussano alle sue porte sempre più numerosi.
    La maggior parte delle relatrici del Forum provenivano proprio da quei paesi: dall'Africa centrale, dall'Asia, in particolar modo India e Thailandia. Lì le donne, giovani o anziane che siano, sembrano veramente più capaci, più forti nella lotta per imporsi e per difendere i loro diritti. Forse perché le urgenze con cui devono confrontarsi quotidianamente non solo scuotono le loro coscienze, ma minacciano la loro stessa esistenza.
    Se anche da quei paesi la partecipazione giovanile non è stata molto nutrita, si può dire che in questo caso una delle cause principali è stata identificata nel rifiuto dell'ONU come istituzione mondiale. Gli ultimi interventi dell'ONU e delle sue agenzie nelle zone interessate da tensioni particolarmente gravi quali la Somalia sono stati disastrosi. L'ONU sembra spesso intervenire a caso perché impreparato, senza conoscere realmente la situazione e i delicati equilibri che sottintendono la vita di quelle aree geografiche. Esso viene visto come uno strumento in mano alle potenze occidentali e non come un organismo, equamente rappresentativo di tutti gli stati membri, al servizio della pace. Anche perché, dicevano i giovani presenti, pace non è solo la cessazione di ogni tipo di conflitto, pace è la garanzia di tutti i diritti umani e civili, è restituire dignità alla persona nella sua interezza.

    Organizzare la speranza

    Personalmente (è la mia prima partecipazione ad un evento di questo tipo) ho vissuto l'incontro molto da osservatrice, tentando di cogliere una visione globale della straordinaria galassia femminile.
    Mi sono molto interrogata sull'identità delle partecipanti: la maggior parte di esse rappresentava un'élite di donne, emancipate, con una approfondita preparazione culturale. Queste donne erano arrivate lì per dar voce, rappresentare e studiare nuove strategie per tutte le donne, colte ed analfabete, ricche e povere, cittadine delle metropoli ed abitanti dei villaggi, che non potevano essere presenti lì ad Huairou.
    Sono davvero riuscite queste donne a guardare il mondo attraverso gli occhi delle sorelle meno fortunate e soprattutto ad agire ed operare in nome delle stesse? In teoria sì: tutti i punti dell'agenda sono stati discussi tentando di trovare nuove e più efficaci vie operative e presentando le esperienze positive già esistenti. Ma come non avvertire un senso di malessere quando quelle stesse donne che fino a cinque minuti prima avevano discusso di ecologia e di difesa dell'ambiente, uscendo dalla sala delle assemblee si lasciavano alle spalle, sul pavimento, cartacce e lattine di Coca-Cola semivuote? Quando quelle stesse donne albanesi, così impegnate a raccontare sulla navetta che le riportava in albergo il loro impegno per la promozione dei più deboli, delle loro lotte, dei loro successi, insultavano con parole pesanti ed estrema arroganza una ragazza cinese, una volontaria, solo perché la navetta era in ritardo ed il servizio non garantiva dunque lo standard a cui erano abituate. Negli occhi ricolmi di lacrime di quella ragazza, che come tutti gli altri volontari si era alzata alle 4.30 quella mattina (la maggior parte dei volontari, 100.000 secondo i dati ufficiali, dormiva per terra nelle scuole) e sarebbe dovuta restare, lì, ferma a quella fermata d'autobus, sotto la pioggia battente, ad aiutare noi, le sorelle del Forum, fino a notte inoltrata, ho visto stupore, dolore, e mi sono vergognata per quelle donne. Mi sono rattristata per l'atteggiamento di scontro e di rifiuto reciproco tra le donne islamiche progressiste e le integraliste iraniane, figure nere e solitarie nella folla multicolore del Forum. L'aiuto e il sostegno non lo si concretizza con la critica sterile, ma con la costruzione di ponti di dialogo, con l'assunzione di una mentalità di cambio, con un grosso sforzo su noi stesse per andare incontro alle altre donne; non con la sicurezza di essere dalla parte della ragione, ma con il desiderio di unire le nostre forze perché certi valori sono comuni a tutte. «L'arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio» (U. Eco) contribuiscono solo alla creazione di barriere sempre più insormontabili che non tornano a giovamento di nessuno. Per quanto riguarda proprio la religione e le donne, credo che uno dei dati salienti di questo Forum sia stata l'invisibilità delle cattoliche, presenti sì, ma in modo disorganizzato e senza un'identità precisa.
    Manca ancora una presa di coscienza forte di quanto sia importante il contributo che offriamo alla Chiesa e nella Chiesa. Non sappiamo valorizzare il nostro apporto gratuito all'interno di movimenti, associazioni, gruppi. E' vero che operiamo in una struttura fondamentalmente patriarcale, ma è altrettanto vero che noi come donne non abbiamo il coraggio di far sentire la nostra voce, quasi avvertissimo un senso di disagio nel rivendicare il nostro posto al sole. Questo è sbagliato: il cristianesimo alle origini era contraddistinto da una profonda uguaglianza e comunione tra uomo e donna. Non sono forse delle donne le prime testimoni della Resurrezione di Gesù e le annunciatrici della buona novella ai discepoli radunati?
    Noi, l'altra metà del cielo, lavoriamo con impegno e passione, ma ancora non lavoriamo insieme. Questo è il vero problema. Ci ignoriamo reciprocamente, pur stimandoci a vicenda. Se le esperienze non sono condivise, se le notizie non sono fatte circolare, la voce di noi donne cattoliche non verrà mai udita, e molta della ricchezza della nostra opera andrà sprecata.
    «Ci sono pagine stupende su cui si è riversata la speranza, ma ancora non ci sono esecutori all'altezza della situazione. Il terrore che saltino all'aria sistemi consolidati di potere fa da freno alla fantasia, sterilizza i germi del rinnovamento, e crea degli assurdi gap tra le mete intraviste e i cortili del pianto. Se c'è una conversione che dobbiamo chiedere alle nostre comunità è proprio quella di essere capaci di liberare la speranza, di saperla organizzare...» (Tonino Bello).