(NPG 1996-05-54)
Dopo un ciclo di sviluppo in cui il processo di modernizzazione è stato accompagnato dall'elevamento dei livelli di istruzione e dalla maturazione di quella cultura scientifica e tecnologica, civica e sociale, che ha consentito la transizione verso il modello industriale, la tensione per la promozione e la valorizzazione delle risorse culturali del paese risulta allentata.
Compiuta la prima fase di modernizzazione, la cultura non è più oggetto di investimenti e di attenzione sociale.
Nei decenni scorsi, le politiche per la scolarizzazione hanno visto un impegno che ha consentito per molti aspetti il recupero del ritardo accumulato. Ma con la fine degli anni Ottanta assistiamo al manifestarsi di segnali di flessione, se non addirittura di recessione. E tale fenomeno non può essere liquidato con il progressivo avvicinamento ai livelli di saturazione, ma è l'indice di un effettivo fenomeno di disimpegno - collettivo oltre che istituzionale - nei confronti dell'istruzione. L'investimento formativo comincia ad essere considerato non più redditizio. Studiare non paga, e finisce per investire in formazione chi non dispone di altre occasioni di promozione sociale: le donne, ancora penalizzate dal mercato del lavoro, e le regioni del Mezzogiorno, che presentano un ritardo di sviluppo di circa vent'anni rispetto ai livelli di scolarità del nord ed una crisi occupazionale che non offre alternative.
Nelle aree, invece, in cui lo sviluppo economico e la domanda di lavoro hanno raggiunto livelli più elevati, la propensione alla scolarità risulta in declino, indice di una correlazione inversa e di un rapporto quasi concorrenziale tra benessere e opportunità economiche e occupazionali da una parte, e istruzione dall'altra.
La flessione dell'investimento individuale e collettivo nella formazione non fa che rispecchiare d'altra parte una crisi di valore della cultura, e se la cultura non è più oggetto di motivazione e di interesse sociale come in passato, ciò è dovuto innanzitutto al fatto che essa non è più vista come veicolo di mobilità sociale. I processi educativi vengono percepiti come inutili rispetto alle opportunità lavorative. Confrontando la redditività e la spendibilità dei diversi titoli di studio sul mercato del lavoro (tav. 1), si deduce che la speranza di occupazione dei giovani con diversi livelli di qualificazione scolastica all'uscita del sistema formativo è sostanzialmente equivalente: la probabilità di trovare un lavoro e i tempi medi di attesa per i giovani che hanno investito in una istruzione superiore risultano infatti poco premianti. Particolarmente critica è la spendibilità dei titoli intermedi, dal momento che la quota percentuale di diplomati della scuola secondaria che risultano occupati è addirittura inferiore a quella relativa ai licenziati della scuola media.
Del resto la redditività immediata dei titoli di studio e il vantaggio competitivo che nel breve periodo può offrire l'istruzione sul versante lavorativo, risultano fattori determinanti nelle aspirazioni e nelle aspettative delle giovani generazioni, le quali tendono ad attribuire valore strumentale all'istruzione. Una recente indagine del Ministero della Pubblica Istruzione descrive, in proposito, una popolazione giovanile fortemente attratta e condizionata nei comportamenti scolastici dalle opportunità lavorative e dalle prospettive immediate di guadagno: oltre la metà degli studenti della scuola secondaria sarebbe infatti propensa a svolgere un lavoro manuale, non corrispondente alla propria preparazione, in cambio di un guadagno immediato (55,9%), solo un terzo (36,6%) ritiene la propria preparazione scolastica adeguata all'inserimento nel mondo del lavoro, e circa un quarto degli intervistati (22,4%) pensa di iscriversi all'università solamente in attesa di trovare una occupazione.

Simili atteggiamenti valoriali nei confronti dell'istruzione si riflettono in misura evidente nella crisi di vocazione scolastica dei giovani: la propensione a continuare gli studi dopo il conseguimento del titolo dell'obbligo è diminuita ed il tasso di passaggio alle secondarie è sceso dal 91,2% dell'anno scolastico 1993-'94 al 90,8% del 1994-'95. Ugualmente, la quota di giovani che si immatricola all'università è passata dal 39,6% al 38,2% nell'ultimo anno, mentre i percorsi di istruzione superiore continuano a rimanere fortemente esposti al rischio di interruzione e di dispersione delle energie e delle risorse impegnate.
Le scelte formative, sia individuali che collettive, presuppongono dunque un atteggiamento progettuale che sembra avere ceduto il passo ad un miope opportunismo, caratterizzato dal disinteresse per forme di investimento con utilità sociale e personale indiretta e differita nel tempo, rispetto alle finalità immediate.
Tale propensione a ridurre l'investimento formativo trova, del resto, una corrispondenza sullo stesso versante istituzionale, dove l'istruzione e la ricerca scientifica e tecnologica vengono penalizzate da ragioni di economicità. Con la Finanziaria del 1996 si è previsto un taglio dei finanziamenti destinati ai diplomi universitari - che erano stati istituiti proprio per offrire la possibilità di una uscita intermedia maggiormente professionalizzante - pari ad oltre il 20% rispetto al budget del piano triennale precedente, ed una riduzione dei fondi destinati ai progetti di ricerca di circa il 10%.
Il calo di motivazione nei confronti dell'istruzione non è, dunque, che sintomo manifesto di un generale processo di svalutazione della cultura e della crescente propensione a risparmiare sui processi formativi - considerati un costo - per consumare le risorse e le opportunità immediatamente disponibili.

(Rapporto Censis 1995)

