Storie di vita vera
Enzo Pappacena
(NPG 1996-06-39)
Tra gli uliveti che costeggiano la strada, in lontananza, di tanto in tanto si intravede Nico, un ragazzo bruno con gli occhi neri, grandi e profondi. Ha 16 anni e da 6 fa il pastore.
Nico vive con l'anziana madre nel quartiere più squallido della città in una casa divorata dalla povertà. Fuori la porta lo sguardo si perde nella immensa distesa di agrumeti, il mare biondo che tonifica l'economia locale producendo ricchezza per miliardi e miliardi l'anno.
Il ragazzo conduce al pascolo ogni mattina il gregge del suo padrone percorrendo chilometri in una campagna che per lui non ha segreti e ogni giorno che passa è uguale a tutti gli altri. Nico non conosce la festa e a Natale e a Pasqua è sempre lì, nei campi col gregge.
Trascina la sua giovanissima età assieme alle pecore tra la polvere e il fango e gli sterpi. Nico vive senza far rumore ai margini di una città che non si è ancora accorta di lui.
Tagliato fuori da tutto, egli vive con pochi sogni e molti ricordi. Sì, i ricordi di un tempo che oggi rallentano i suoi passi e gli riscaldano il cuore. «Vieni Nico, oggi ti insegnerò a riconoscere tante pianticelle», gli diceva il papà portandolo nel loro piccolissimo uliveto nei pomeriggi allietati dal sole primaverile. «Nascoste nella terra - gli spiegava suo padre - vi sono le radici di ogni pianta e sono importantissime perché grazie ad esse le piante si nutrono e vivono». Nico era felice. Lo ascoltava rapito e, senza lasciargli la mano, accarezzava i ciuffi d'erba e raccoglieva i fiori.
Ma i ricordi alcune volte fanno male e Nico pensa spesso a quel giorno, il più triste della sua vita; aveva appena nove anni. Al tramonto, di ritorno dalla campagna, il papà improvvisamente si ferma e si siede su di una grossa pietra. Il cuore gli batte forte e il respiro diventa pesante. Nico allora ha paura e, abbracciandolo, comincia a piangere. L'anziano uomo capisce che la vita gli sta scivolando via: gli rimane soltanto il tempo per un'ultima carezza, la più dolce per il suo bambino. Poi trova la forza di un sorriso per non impaurirlo. Ma non fa neanche in tempo a pronunciare il suo nome che si accascia su se stesso mentre Nico, stringendolo al petto, urla disperatamente per chiedere aiuto.
Con la morte del padre si spegnevano tutti i sogni del piccolo: il tempo dell'infanzia era irrimediabilmente finito.
Abbandona subito la scuola: è solo un bambino ma deve cercarsi un lavoro per vivere. Indossa, così, dapprima la tuta del meccanico, poi aiuta i muratori ed infine non trova di meglio che diventare pastore per avere un guadagno minimo ma immediato. Un lavoro duro, che tiene Nico lontano da casa dall'alba al tramonto.
Col passare degli anni nulla è cambiato. Anzi per Nico è aumentato il lavoro e la paga molto bassa, poco più di 400 mila lire al mese, è l'unico reddito della piccola famiglia da quando la mamma si è ammalata. E negli ultimi tempi poi le spese sono aumentate per il matrimonio della sorella che lui stesso ha accompagnato all'altare.
Ma Nico, sfruttato dal suo padrone come una delle sue capre, non pensa mai di arrendersi e ogni giorno sfida la vita. E anche se il freddo dell'inverno gli spacca la pelle delle mani, il ragazzo è sempre lì in campagna col gregge, lontano dai coetanei, dai giochi e dall'adolescenza.

