Intervista a Guy Lescanne a cura di Nando De Nuccio
(NPG 1996-02-41)
Domanda. Lei è conosciuto anche presso il pubblico italiano per i suoi studi sugli adolescenti e in particolare per il libro «Da 15 a 19 anni. Giovani allo scoperto» (Ancora 1994). Con questo libro lei certamente ha in mente non solo gli adolescenti francesi, ma quelli dell'Europa occidentale, che vivono la medesima condizione socioculturale della postmodernità. Allora, come si sono evoluti in questi ultimi anni i giovani?
Risposta. Non vorrei sembrare scortese, ma desidero anzitutto contestare la formulazione della domanda. Ormai da tempo gli studiosi lo hanno capito, benché siano ancora facili generalizzazioni e tentativi di fare un calderone di analisi. «I» giovani non esistono! Esistono «dei» giovani e giovani molto diversi tra loro. Diversi per età e per sesso, diversi per categoria socio-culturale e socio-professionale dei loro genitori, e per le loro storie familiari e sociali. Diversi per le loro culture e per i loro sentimenti di appartenenza o meno a un collettivo più grande, come una religione o una nazione. Ogni giovane è unico. Generalizzare a proposito della gioventù di oggi vuol dire darci l'illusione di poterla meglio comprendere. Ed è una condanna a non capir nulla. Per contro, appassionarci per la particolarità di ogni giovane, di ogni gruppo di giovani, vuol dire offrirci degli strumenti per capire, per capire ciò che vi è di buono nella loro diversità. In effetti si può, a tale riguardo, parlare di «corrent». Allora è possibile oggi ritrovare delle correnti, dei modi di vivere e di pensare, che sottolineano in modo diverso tutta una generazione. Ed è a questo tipo di lavoro che mi sono impegnato insieme ad una équipe di ricercatori da circa vent'anni. Questo lavoro ci ha permesso di mettere in evidenza quelle evoluzioni che lei ha richiamato nella sua domanda.
D. Allora senza generalizzare sulla «gioventù di oggi», quali «correnti» ha constatato, e in particolare, per storicizzare il discorso, quali sono i nuovi problemi che hanno fatto seguito all'apertura verso est e alla crisi delle ideologie in occidente?
R. Sono colpito dal numero di giovani francesi - il mio lavoro per il momento è su questi - che, in modi diversi, esprimono un sentimento di essere «confrontati» ad una complessità crescente. Complessità del politico, complessità del religioso, complessità dell'economico, complessità del sociale, complessità dell'etico. L'apertura delle frontiere, la caduta dei muri aprono il campo a un'ulteriore accentuazione della esplosione dei riferimenti. Ascoltando i giovani nella loro diversità, non si può non esser colpiti da una varietà di espressioni che esprimono la sensazione di una moltiplicazione di possibilità, spesso legata ad un sentimento di distruzione. Ora, un tale sentimento è accentuato, proprio nel contesto della «crisi delle ideologie», da ciò che io chiamo una «sopravvalorizzazione della tolleranza».
D. Ci può far capire meglio?
R. Spero di non essere frainteso in quanto dirò. Un gran numero di persone, ad oriente come ad occidente, al Nord come al Sud, nella chiesa come altrove, soffrono oggi di forme crescenti di settarismo e per uscirne, o almeno per invertire il processo, puntano su una forma di «eccesso di tolleranza», cercando di minimizzare alcune sofferenze o alcune lotte che vengono dalla diversità. Ma c'è ancora tanta strada da fare per giungere al punto di accogliere le differenze come una possibilità e come una ricchezza.
Per contro la «sopravvalorizzazione» della tolleranza non serve in alcun modo al raggiungimento di un tale obiettivo, al contrario. Quando si parla della possibilità che ognuno possa avere la propria parte di verità, che ha certamente il diritto di dire ciò che vuole e di agire come meglio gli sembra, che insomma le opinioni e le attitudini degli uni e degli altri sono relative, quando insomma tutto è ritenuto valido, e sembra che non ci siano più validi punti di riferimento, ognuno è allora continuamente rinviato alla propria soggettività. Per pensare, scegliere e credere, ciascuno dovrà trovare in se stesso, e solo in se stesso, l'energia necessaria per decidere. Ognuno è costretto a ritornare su di sé e alle volte violentemente alla propria solitudine. Ora per un buon numero di giovani, ma anche adolescenti e adulti, una tale situazione è spesso molto pesante. Essa può anche essere intollerabile.
D. Certo la mancanza di riferimenti e di appoggi è grave, soprattutto per i giovani, e sovente porta al suicidio. Ma spesso sono proprio i giovani che apparentemente non sono soli a scegliere questa tragica soluzione finale.
R. Certo, «apparentemente» pochi giovani soffrono di solitudine. Sono stato molto colpito, nell'ultima ricerca che ho fatto, da ciò che rappresenta in effetti la prima inquietudine dei giovani dai 20 ai 30 anni: la solitudine (cf Guy Lescanne: 20-30 ans, des jeunes adultes à la découverte, Desclée de Brower-Panorama, Paris 1994). Infatti, ancora più che la disoccupazione, più che gli incidenti e le malattie, compreso l'aids, abbiamo riscontrato che la solitudine sia ciò che esprime la paura con un'intensità profonda.
Ricollego queste riflessioni al discorso di prima. Quando tutto è pensabile, tutto è vivibile, ci si trova soli per scegliere di vivere e di pensare. È qui uno dei fattori che possono spiegare l'aumento drammatico dei suicidi tra le giovani generazioni. Ma vorrei allargare il discorso. La sopravvalutazione della tolleranza, che rinvia ognuno troppo esclusivamente a se stesso, può suscitare diverse reazioni.
In un mondo percepito come complicato, dove i punti di riferimento sono esplosi, si può scegliere di «esplodersi» per avere il sentimento, molto sovente illusorio, di possedere ciò che ci sfugge: trovare una fragile unità con ognuno dei frammenti provocati dall'esplosione dei significati. In questo contesto Dio può benissimo rappresentare un significato tra gli altri, riconosciuto o lasciato secondo l'umore dell'istante... un «insignificante» in più.
In un mondo che troppo frequentemente rinvia ognuno alla sola verità soggettiva che ha dentro di sé, un buon numero di giovani, stufi di dover pensare, scegliere o credere da soli, rischiano di riporre tutto in gruppi o persone che propongono di pensare, scegliere o credere al posto loro. Si attua così una specie di «deriva settaria», di cui le sette non sono le uniche manifestazioni. Chi offre un «prestito per pensare» non sono però solo i guru. Complice di un tale fenomeno può senz'altro essere anche una certa immagine di Dio, specie quando egli è presentato come colui che ha tutte le risposte o le soluzioni al posto dell'uomo. In effetti di fronte ad un mondo «scoppiato», che non offre sufficiente solidità per assumere una libertà d'uomo, tale immagine di Dio può ancora esser privilegiata come una sicurezza necessaria per quanto delimitante, una sicurezza alla quale aggrapparsi per resistere.
Mi sembra che questo tratto culturale della sopravvalorizzazione della tolleranza può benissimo essere collegata con quello che Giovanni Paolo II chiama «la crisi del soggetto della verità»: una visione che è tutt'uno con un'etica individualista per la quale ognuno si trova confrontato con la sua propria verità.
D. E dunque come si può porre l'educatore davanti a tali atteggiamenti?
R. Egli deve cogliere tale situazione non come degli errori o un allontanamento del senso comune, ma piuttosto come dei gridi, maldestri forse, dei giovani che cercano di trovare il senso della loro vita. Credo che possiamo parlare, senza fare generalizzazioni precipitose, di generazione tanto straordinariamente passionale quanto fragile, e tanto profondamente generosa quanto manipolabile.
È importante allora mettersi sullo stesso cammino dei giovani di oggi. Ora, che ci piaccia o meno, si constata che uno dei tratti sconcertanti di un certo numero di giovani, è che essi sottopongono il loro giudizio e il loro modo di vivere al loro «sentire» o meno. Essi dicono più spesso «sento» piuttosto che «so». E la sensibilità sembra essere un passaggio obbligato per andare avanti, più lontano nel loro cammino. Si potrebbe parlare di loro come di una «generazione epidermica».
Ora, noi adulti, spesso e volentieri, siamo scettici di fronte agli entusiasmi degli adolescenti; spesso poi siamo diffidenti di fronte ad una sensibilità che ci appare troppo invadente, troppo pervasiva. Sappiamo infatti quanti giovani possono essere manipolati quando si toccano le loro «corde sensibili». Ma ogni educatore che non vuole precludersi il dialogo e la possibilità di incontro con i giovani, dovrebbe essere capace di convertire questa diffidenza in una prudenza che ci invita ad accoglierli come sono, senza restare sulla difensiva e senza permettere che di conseguenza questo loro atteggiamento isoli noi educatori. Passare dalla diffidenza alla prudenza mi sembra sia passare dal «malinteso» al «dialogo». Allora io propongo di accogliere questa sensibilità come un'offerta e una possibilità in più.
Certo, si tratta di una chance fragile, ma è anche una chance molto reale, che apre delle possibilità nella misura in cui si tratti di un «passaggio verso».
Ognuno di noi può constatare che un buon numero di giovani non imparano ad andare avanti se non ne viene toccata la loro sensibilità. Al contrario invece, quando un insegnante, un educatore «attracca bene», quando la «corrente» passa, quando si sentono nel riparo del gruppo, quando la musica delle parole e degli atteggiamenti pare loro suonare nel modo giusto... una strada si apre o, curiosamente, la soggettività diventa meno soffocante.
Certo, riconoscere il posto della sensibilità, e in un certo senso riconoscerle il suo giusto posto, vuol anche dire permetterle di prendere meno posto.
D. Non è un paradosso?
R. Una soggettività fortemente interiorizzata ha bisogno di esprimersi per non implodere. C'è dunque la necessità di uno spazio per l'oggettività della parola che ne rende ragione. E spazio pure per un'altra parola: l'oggettività delle conoscenze e delle riconoscenze, l'oggettività delle contestazioni, delle correzioni, l'oggettività dei punti di riferimento proposti e delle azioni da intraprendere insieme ad altri.
Dare espressione alla sensibilità vuol dire porla in primo piano e insieme metterla a distanza. Il che significa insieme il rispetto intelligente della sensibilità degli adolescenti, l'accoglienza non condiscendente del loro modo di esprimersi, la critica pertinente di ciò che una tale capacità di sentimento ha in sé come possibilità di apertura e come rischio di chiusura.
Un bel numero di atteggiamenti importanti da apprendere per chi vuole intraprendere un cammino con loro sulle strade odierne di Emmaus. Vi sono dei modi un po' grossolani di incontrare gli adolescenti che li costringono alla chiusura; ve ne sono certamente altri che li rispettano e che contribuiscono a liberare la loro capacità di pensare, di scegliere, di credere.
D. Alcuni luoghi che i giovani frequentano sembrano avere questa capacità di accogliere empaticamente e insieme di far pensare. Lei certamente conosce Taizé, che attira un gran numero di giovani da tutto il mondo. Al di sotto di questo bisogno di incontro e di espressione, possiamo parlare di sete del religioso?
R. Gli incontri a livello mondiale o anche solo nazionale, i pellegrinaggi, la frequentazione di monasteri da parte di un certo numero di giovani sono altrettanti segni, anche se hanno la loro parte di ambiguità, di una sete di uscire dalla solitudine, di essere «legati» ad altri, all'«altro». Ma non corriamo troppo. Questi «altri» non sono necessariamente i fratelli nella fede e nella comunità ecclesiale.
Questo «altro» non è necessariamente Gesù Cristo o il Padre che Lui rivela. V'è ancora del cammino fare. Per andare in questa direzione un educatore credente imbocca la strada del cammino pedagogico di Dio stesso, che non disdegna, come dice la Bibbia, d'essere seducente e attirante, di coinvolgere totalmente persone o gruppi, di «toccare» quelli che incontra, non certo per bloccarli ma per liberarli.
Non si tratta di edulcorare le esigenze evangeliche, di lasciar credere che la croce sia un cammino facoltativo della vita: la notte e il deserto sono passaggi spesso necessari.
Occorre solo non cercare di mascherare la forza seducente e esigente delle Beatitudini con dei propositi restrittivi, o non dare più posto al divieto che alla chiamata, o non offrire liturgie dove il rispetto dei rituali non accoglie più la vita, o non pretendere che il nostro desiderio di insegnare prevarichi sulla disponibilità necessaria al dialogo.
Certo, quando si parla di croce non vengono in mente tenerezza, gioia e entusiasmo liberatorio.
Ma tutto ciò sta troppo nel cuore dell'Evangelo per non farci scoprire, insieme agli adolescenti, questa parte così manifesta del volto di Dio. Volto di colui che si dà per essere amato, e che libera le capacità d'amore di coloro che sono stati creati a sua immagine e somiglianza.
Con ciò non sto enunciando un qualche percorso o metodo pedagogico, ma invito a intraprendere, per quanto possiamo giovani ed adulti insieme, un cammino di fede dove Dio si fa scoprire toccando la nostra sensibilità e richiamando la nostra intelligenza e le nostre capacità di agire.
Non è strano allora che gli adolescenti possano essere per un certo verso «maestri» in questo cammino spirituale, permettendoci di riscoprire con loro i tratti del volto di Dio che non sappiamo più contemplare.
Maria, a modo suo, ha indicato il cammino: l'incontro con Dio l'ha profondamente toccata nella sua sensibilità umana e materna. Una volta «toccata» da Dio, lei ha cercato di capire, ha fatto delle domande, ma non ha aspettato di capire tutto per aver fiducia e seguire Colui che l'aveva sedotta.
Oggi alcuni giovani, come noi, e in modo diverso da noi, sono sedotti da Dio. Si rivolgono a quelli che li accompagnano per essere aiutati a render conto il più intelligentemente possibile di questa seduzione, per discernere insieme a loro come non confondere il loro sentimento con lo Spirito Santo, per cercare insieme come la loro soggettività ha bisogno di esser confrontata con l'oggettività di una Parola che spiazza, di una Chiesa che conferma. È importante operare con competenza certo, ma anche con l'umiltà di Maria e di molti altri che hanno rischiato la loro vita su una parte di indicibile.

