Vogliamo diventare tutti stupidi?



    Enzo Bianchi

    (NPG 1996-03-31)


    Da tempo si denuncia l'involgarimento del gusto, l'imbarbarimento dei modi, la mediocrità e la rozzezza (quest'ultima è, secondo Robert Musil, «la prassi della stupidità») che hanno invaso ogni ambiente della nostra società. Il clima di «leggerezza» in cui viviamo è ormai per molti un'insostenibile pesantezza. E' un clima che deteriora e compromette la qualità della vita personale e collettiva, l'«io» e il «noi».
    A questo appiattimento acritico su modelli culturali spesso importanti, a questa cultura dell'apparire ampiamente dominante rispetto alla cultura dell'essere non sembra sia possibile opporre nessuno sforzo educativo, sicché l'involgarimento del pensare dilaga purtroppo tra la gente, nel popolo, a tal punto da impedire che questo sia il soggetto della responsabilità capace di condurre a una democrazia sempre più compiuta. Così invece anche il popolo può essere usato e venir degradato a «massa di manovra» e la volontà popolare può giungere a chiedere un «unto», un «inviato» che le dia la sensazione di essere soggetto agente.
    L'autentica qualità della vita, invece, suppone e prepara il senso della responsabilità e, forse, la crisi che viviamo conosce anche un aspetto, tutt'altro che irrilevante, che possiamo definire come «crisi del senso di responsabilità». Due ambiti mi sembrano significativi per mostrare la gravità di tale crisi: il primo è il fenomeno di esproprio dell'interiorità a cui oggi assistiamo nella società delle immagini che tutto esteriorizza. Recentemente c'è chi parla di «colonizzazione dell'interiorità per fini speculativi» e giunge a chiedersi: «Senza lo spazio dell'interiorità in cui rifugiarci e maturare la ribellione, che cosa ci potrà sottrarre all'arbitrio del tiranno?».
    Il secondo è il senso di inattualità che sembra avere oggi, nella società tecnicistica e informatizzata, il problema dell'educazione, della trasmissione del sapere. Il sapere sembra entrare sempre più in spirali di mercificazione e di commercializzazione, e qualche teorico del postmoderno afferma: «L'antico principio secondo il quale l'acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso» (François Lyotard).
    Ma certo occorrerebbe interrogarsi sul perché si punti tanto sull'economico e non a sufficienza sulla preparazione della vita, e sul perché nell'educazione i valori vitali siano sempre più ridotti. Ma su questi due punti si gioca la responsabilità personale: verso se stessi e verso gli altri.
    Quale libertà infatti è possibile senza vita interiore, senza capacità critica, senza autonomia di pensiero? Si tratta di assumere la responsabilità della propria unicità e irripetibilità, di correre il rischio della libertà, evitando di rifugiarsi negli slogan o nel conformismo. Quale futuro è possibile senza l'assunzione della responsabilità educativa, senza farsi «trasfusori di memoria» nei confronti di chi viene dopo di noi? «L'educazione è il punto in cui si decide se noi amiamo abbastanza il mondo per assumere la responsabilità, anzi, per salvarlo dalla rovina che sarebbe inevitabile senza il rinnovamento costituito dai giovani e dai nuovi venuti» (Hannah Arendt). Interiorità ed educazione: entrambe le realtà hanno una rilevantissima valenza politica.
    Si tratta di assumere il coraggio di dire «io» per poter dire «noi». Fuori di questa responsabilità, che altro non è se non l'assunzione dell'umanità e della storia come nostro «compito», c'è solo lo spazio per una dimissione di fatto che non possiamo chiamare con altro nome che «stupidità».
    L'aveva ben capito Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano impiccato dai nazisti il 9 aprile 1945 (esattamente cinquant'anni fa: anche per questo ne faccio memoria!) per aver partecipato a un complotto per eliminare Hitler. Le sue parole, che traggo da un suo scritto anteriore all'arresto e inserito in Resistenza e resa, raccolta di scritti e lettere dal carcere, sono di estrema eloquenza e forza: «Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con forza..., ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere... e quando sia impossibile sfuggire a essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all'attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio... La stupidità rappresenta certamente un difetto che interessa non l'intelletto, ma l'umanità di una persona... In determinate circostanze gli uomini vengono resi stupidi, ovvero si lasciano rendere tali... Qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell'uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell'atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane - ad esempio quelle intellettuali - ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall'ostentazione di potenza, l'uomo viene derubato dalla sua indipendenza interiore e rinuncia così ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano... La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l'inizio della sapienza (Salmo 111, 10), dice che la liberazione interiore dell'uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l'unica reale vittoria sulla stupidità. Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall'atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o nella autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini».
    Queste parole di Bonhoeffer conservano una grande attualità: la stupidità può essere all'orizzonte della nostra vita nella polis una dominante, a breve termine anche vincente, ma ognuno assuma la propria responsabilità e coraggiosamente, nelle difficoltà, nel silenzio, nella riflessione e nella fatica si opponga all'urto dell'arroganza dei filistei.

    (Liberal, 2/95)