Fernando Pariente
(NPG 1997-05-40)
Il 1995 era stato dichiarato «Anno della tolleranza». Il mondo convulso in cui viviamo diventa ogni giorno più piccolo e, di conseguenza, sempre più complesso. Progressivamente ci troviamo a vivere sempre più stretti nello spazio di una Terra che i nuovi mezzi di comunicazione rendono ogni giorno più piccola. La tolleranza è quindi una necessità impellente.
«This is a wonderful world»
Una delle attrazioni più famose del parco creato da Walt Disney a Anahein, Los Angeles, in California, che è stato riprodotto successivamente in diverse parti del mondo, è quella che porta il nome «This is a wonderful world», «Questo è un mondo meraviglioso». Lo spettatore si accomoda in una imbarcazione, che è il modo più piacevole di lasciarsi andare, è sommerso in un ambiente musicale di cori quasi-celesti, contempla, lungo le vie che scorrono placidamente intorno, lo spettacolo meraviglioso di una grande varietà di paesaggi, personaggi, costumi regionali e melodie appartenenti alle culture di tutto il mondo conosciuto. È una versione idilliaca della diversità della razza umana. La realtà non risulta sempre di un colore così rosa.
Oggi è fondamentale educare nella tolleranza e alla tolleranza perché viviamo in una società plurale che tenderà a diventare sempre più plurale.
Senza analizzare in profondità l’ambiente che ci circonda, sono già chiaramente visibili questi sintomi di pluralità che interessano diversi aspetti della persona. Alcune volte sono relazionati con il modo di essere: razze e gruppi umani; altre volte con il modo di pensare: filosofia e visione politica della società; il modo di sentire: esperienza della sessualità da una prospettiva eterosessuale, omosessuale o di vocazione verso il celibato; o le credenze: religiosità o assenza di essa, professione di religioni distinte o di differenti confessioni religiose. Esempi di tutte queste diversità plurali si incontrano in ogni nazione europea: in effetti non siamo una società omogenea.
Comunque, a parte queste differenze di base, con le quali nasciamo e che sono al di fuori delle nostre scelte, ne esistono ancora altre che man mano acquisiamo utilizzando la nostra libertà di scelta di pensieri e criteri. Ritroviamo tali differenze ai livelli più diversi: di concezioni di vita, in materia religiosa, politica di scelte partitiche o di uso del tempo libero, a livello affettivo e sessuale. In alcune occasioni di più, in altre di meno, comunque sempre siamo destinati a convivere con persone con radici, principi, costumi e gusti molto differenti dai nostri.
Le nostre radici sono intolleranti
L’educazione presuppone sempre una gerarchia di valori, nel senso che si dà più importanza a determinati principi, a determinate abitudini ed usanze e a determinate esperienze rispetto ad altre. Partendo da questa gerarchia di valori educativi ci impegniamo affinché gli adolescenti e i giovani li assimilino e vivano allo stesso modo in cui viviamo noi. Non sempre formuliamo in modo esplicito la nostra gerarchia di valori, però anche se non lo confessiamo, i nostri valori sono alla base di quello che riteniamo sia importante trasmettere alle nuove generazioni.
La tolleranza non è stata sempre un valore «quotato» nella gerarchia dei valori in generale, e ancora meno nella nostra particolare situazione storica. La tolleranza è una scelta strategica rispetto alla quale i poteri politici e religiosi prendono ed hanno preso nel corso della storia decisioni che non sempre sono servite alla sua promozione. I valori formano costellazioni e sistemi nei quali si gerarchizzano, alcuni prevalgono sugli altri e l’acquisizione di questi ultimi viene subordinata ai primi. Il nostro passato, ancora piuttosto recente, subordinava la tolleranza a altri valori che sembravano alla società del tempo più fondamentali. L’uniformità di fedi e di opinioni sembravano per la convivenza, più importante della tolleranza.
Se volgiamo lo sguardo indietro ci troviamo di fronte ad avvenimenti storici e strategie collettive che sono risultate molto poco tolleranti: la nostra storia offre abbondanti esempi e modelli di intolleranza.
Questa riflessione non vuole essere un mero esercizio di masochismo antisolidale con la propria storia. No, non si tratta di questo; si tratta di qualcosa di più positivo: di richiamare l’attenzione sulla difficoltà particolare di educare nella tolleranza, perché le orme del passato possono continuare impercettibilmente a impregnare gli aspetti nascosti, meno coscienti del presente. La nostra attuale costellazione di valori può ancora appartenere alla sfera degli ideali sognati, rimanere adagiata sul terreno delle intenzioni, senza scendere mai nell’arena della vita reale. L’abitudine a secoli di intolleranza può aver lasciato tracce di atteggiamenti intolleranti che non siamo in grado di riconoscere.
Gli educatori devono tenere ben presente questa circostanza per prendere coscienza della necessità di rafforzare gli strumenti educativi della tolleranza, perché i segni della intolleranza sono ancora presenti nel tessuto della nostra cultura comune e della nostra memoria storica.
Educare alla tolleranza presuppone educare nella tolleranza
Educare non significa informare sulla validità e sulla bontà di un principio, né tantomeno dimostrare che questo principio risulta imprescindibile per il funzionamento della società, e neppure convincere che si tratta di un principio necessario affinché la società possa continuare ad esistere. Educare vuol dire ottenere che le persone scelgano liberamente di essere in un determinato modo, ovvero che facciano proprio un sistema di valori e che adeguino in modo efficace la propria condotta.
Educare nella tolleranza significa lottare per rompere molti tabù che sono fortemente radicati nella coscienza sociale. L’unico obiettivo dell’educare nella e alla tolleranza è di ottenere che le persone siano tolleranti.
Questo tema è importante specialmente ai giorni nostri e nelle nostre condizioni perché esistono diversi fattori che alimentano la tentazione del radicalismo, che rappresenta il cammino opposto a quello della tolleranza. Da una parte si trova la realtà storica di una nazione che è costituita da diverse regioni; dall’altra la circostanza, anch’essa storica, di essere immersi in un processo di decentralizzazione e di consolidamento delle autonomie locali che porta a rafforzare i caratteri differenti, più che a conciliarli. Però, d’altra parte c’è la cultura generalizzata della competitività come garanzia della efficacia, che ci porta a considerare l’altro sempre come un avversario che noi dobbiamo cercare in ogni modo di superare. Ci muoviamo nella dicotomia di voler educare con fedeltà alla propria realtà e alle proprie radici, di essere parte del proprio ambiente e fedeli ad esso; allo stesso tempo desideriamo preparare i giovani ad affrontare un avvenire nel quale il successo sarà il risultato di una lotta, non desideriamo trasformarli in falliti, dobbiamo allenarli per la vita reale e, inoltre, desideriamo che siano tolleranti. E come se questo fosse poco, e nonostante gli educatori e le nostre aspettative, continuerà ad esercitare la propria influenza anche un ambiente informativo nel quale dominano la violenza e alcune attività del tempo libero quali la televisione e il cinema, che si occupano di portare questa situazione fino a limiti estremi inconcepibili.
Corriamo evidentemente il rischio di spianare il cammino ad una educazione a due livelli: quello teorico che rimarrà nel limbo dei principi, uno dei quali sarà la tolleranza, e quello pratico, che corrisponderà al terreno della vita reale.
In questa come in molte altre cose esiste soltanto un modo per ottenere un risultato efficace: la reiterazione convinta di atti di tolleranza, un’educazione agli atteggiamenti.
La ripetizione di decisioni che vanno in una stessa direzione consolida l’identificazione del valore sul quale esse poggiano e si trasforma pian piano in quello che Bloom chiamava «caratterizzazione», integrazione di un valore in quello che abitualmente chiamiamo modo di essere di una persona. La ripetizione di comportamenti tolleranti finisce per incorporare la tolleranza come un tratto della propria pesonalità.
STRATEGIE PER EDUCARE NELLA TOLLERANZA
Scendere dai grandi principi alle «banalità» della vita quotidiana
Percorrendo le strade dei discorsi non si arriva mai molto lontano. È necessario approfittare dei piccoli fatti di tutti i giorni per riuscire a modificare delle condotte abituali. In questo senso l’educatore che educa soltanto in classe non dispone di molte possibilità. L’aspetto formale della disciplina inaridisce la possibilità di un comportamento spontaneo, mentre quello di cui si ha bisogno è cogliere all’improvviso i comportamenti più spontanei.
Il divertimento, il gioco, le escursioni sono i momenti più propizi per l’educatore per osservare il comportamento dei ragazzi. A livello di bambini la tolleranza si misura, per esempio, con la capacità di accettare i compagni di gioco con i loro limiti, nell’accogliere i meno dotati fisicamente per praticare un qualche sport, nel comportamento che si adotta con bambini diversi.
Abituare la persona a convivere con altri con qualità differenti
La politica attuale di integrazione delle persone portatrici di handicap può essere molto positiva per questo scopo. Però è necessario che si metta in moto un vero processo di integrazione di questi con gli altri compagni e compagne. Il beneficio sarà reciproco, se si riesce ad avere una accoglienza pienamente integratrice, nonostante gli altri bambini siano consapevoli delle differenze: rispettare cioè le differenze, rispettare i ritmi differenziati nell’apprendimento, accogliendo allo stesso tempo la persona. Anche se a volte è difficile, un risultato davvero positivo consisterebbe nel fatto che i bambini, gli adolescenti e i giovani siano capaci di comprendere a fondo la situazione, in modo che la convivenza con loro provochi nelle persone portatrici di handicap soltanto esperienze gratificanti, senza riflessi dolorosi né frustranti da sottovalutazione o ridicolo.
La convivenza con persone differenti per altri motivi (persone di altre regioni, nazionalità o razze) è anch’essa estremamente utile. Molte delle diffidenze che si risvegliano tra gruppi di persone diverse sono determinate da una mancanza di conoscenza reciproca. Si respingono stereotipi e deformazioni che a volte non quadrano con la realtà; ciò che non si conosce tende ad ingrandirsi per effetto della immaginazione; i cattivi sono molto più cattivi quando non posseggono un volto e degli occhi con i quali il nostro sguardo possa incrociarsi. Se conviviamo con delle persone, le vediamo nella loro totalità, con le loro ombre, le loro luci e i loro chiaroscuri. Le virtù equilibrano maggiormente i difetti e l’insieme risulta più umano.
La funzione dell’educatore consiste nell’ottenere l’integrazione del gruppo nel suo complesso. La tendenza naturale di bambini, adolescenti e giovani può spingerli a riunirsi per affinità, senza considerare la possibile emarginazione dei diversi. L’educatore deve inventare delle strategie di integrazione del gruppo che siano appropriate ad ogni circostanza, per ottenere una integrazione nel gruppo che comprenda tutti i componenti con naturalezza e senza tensioni.
Far riflettere il giovane sui propri comportamenti
L’osservazione minuziosa dei comportamenti delle persone è molto importante. È necessario individuare dall’inizio anche i più piccoli indizi di atteggiamenti intolleranti o particolaristi. Tuttavia la strategia della «predica» non è un buon sistema per porvi rimedio. E non è neppure conveniente che si riceva un giudizio di censura da parte dell’educatore. Quello che bisogna fare è aiutare il giovane affinché valuti i propri atteggiamenti distanziandoli da se stesso, come se non fosse lui il protagonista. Per questo vale la pena adottare tecniche di Role Playing, trasformare in scene rappresentate dal proprio gruppo situazioni nelle quali cambino le circostanze, ma si presentino sempre gli stessi problemi che minacciano il gruppo.
Dopo la rappresentazione, deve essere il gruppo a valutarne i risultati e a riflettere su quali sarebbero stati i comportamenti ideali o le raccomandazioni che si potevano offrire ai personaggi fittizi. In qualunque modo bisogna evitare che qualcuno si risenta e ancor meno si senta condannato. In tal modo si spiega l’importanza della osservazione preventiva dell’educatore per arrivare a individuare i problemi attraverso gli indizi prima ancora che i propri ragazzi si rendano conto della loro esistenza.
Creare ambienti nei quali sia possibile praticare la tolleranza
In tutti i processi la cornice adeguata è un ambiente idoneo alla crescita. L’atmosfera deve invitare a vivere la tolleranza. In particolare uno degli obiettivi fondamentali che hanno celebrazioni come gli Anni Internazionali, è di contribuire alla creazione di queste atmosfere speciali attraverso campagne e la moltiplicazione dell’informazione.
L’incontro con persone che vivono civilmente le proprie differenze e peculiarità contribuirà alla creazione di questo clima. La relazione cordiale tra distinte filosofie e modi di intendere la vita in uno stesso ambiente può essere più efficace per ottenere questi risultati di quanto non sia la uniformità di pensiero e di credenze.
È possibile comunque rafforzare l’ambiente di apertura tollerante anche invitando ad un incontro sul tema con la maggiore frequenza possibile persone di distinte ideologie e tendenze; organizzando conferenze di personaggi politici di partiti differenti, tavole rotonde o dibattiti.
Predicare attraverso l’esempio
Quasi tutti i valori devono contagiarsi. Non è una questione di insegnamento, né di apprendimento: è una questione di imitazione e di contagio. Con la tolleranza succede lo stesso. Chi la predica deve procedere con l’esempio. Anzi non fa nessuna differenza se non la predica, basta che la pratichi. Bisogna essere tolleranti in gruppo, tolleranti con l’inquieto e con il disadattato; tollerante con colui che sa molto e si considera un furbo e con colui che sa poco. Bisogna sempre mantenere il controllo dei nervi e non lasciarsi trasportare dall’ira, dalla intemperanza o dalla collera. È necessario distinguere molto bene tra gli atti e le persone che li compiono. Gli atti possono essere soggetti a correzione, le persone devono sempre essere scrupolosamente rispettate.
Gli occhi inquisitori dei ragazzi sono sempre addosso all’educatore e scoprono le sue reazioni più impercettibili. La tolleranza non può essere il belletto che nasce da un proposito fugace, perché col tempo la natura di ognuno finisce per prendere il sopravvento.
Deve essere, al contrario, un sentimento profondo che scaturisce da una convinzione radicata e si manifesta in modo naturale nei comportamenti di ogni giorno.
Con eccessiva frequenza ci vediamo costretti a manifestare giudizi su comportamenti ed opinioni degli altri. Questi giudizi possono riferirsi a persone vicine o molto lontane dal nostro ambiente, a persone del nostro tempo o appartenenti alla storia. Il modo in cui noi emetteremo i nostri giudizi rivelerà continamente la nostra capacità di tolleranza e servirà di modello ai giovani per la formulazione dei loro giudizi.
Ampliare la scala dei valori
La tolleranza non può essere un valore che si esaurisce in se stesso. Il nostro ideale di convivenza sociale non può limitarsi ad un modello che elogi soltanto il rispetto verso gli altri, niente altro.
A volte può dare l’impressione che l’obiettivo che si vuole raggiungere sia quello che tutti rispettino il territorio altrui per salvaguardare il proprio e che gli altri non molestino. Il risultato di questo atteggiamento sarebbe una società individualista nella quale ogni persona si isolerebbe e eviterebbe qualunque confronto con gli altri cercando unicamente la propria tranquillità. Tutto sarebbe una questione di egoistica tranquillità.
In realtà il valore della tolleranza è qualcosa di più profondo di questo, perché si inserisce in una catena di valori che si complementano mutuamente. Essere tollerante implica professare un profondo rispetto per tutte le persone come elemento di base per arrivare a un rispetto generale dei diritti degli altri, qualunque essi siano. Partendo da questo però nasce un nuovo livello che arricchisce il quadro, e che non può mancare, se si desidera che la costellazione di valori sia completa. Mi riferisco alla solidarietà.
La tolleranza non è fine a se stessa, ha bisogno del complemento della solidarietà per acquistare un senso completo.
Denunciare i casi di intolleranza
Probabilmente qualcuno starà pensando a questo punto che stavo per dimenticarmi di menzionare la cosa più importante: condannare i numerosi casi di intolleranza dei quali siamo testimoni nel nostro mondo. Parlare della intolleranza di cui sono oggetto i negri in Sud Africa o negli Stati Uniti; l’intolleranza di alcuni ebrei o quella dei fondamentalisti islamici o quella ancora delle teste rasate di una qualunque città europea.
No, non stavo dimenticandomene, ma ho voluto lasciare questo aspetto per ultimo, perché mi sembra il meno importante.
Va bene riflettere sui tanti casi di flagrante intolleranza che riempiono ogni giorno le pagine dei giornali; ciò contribuisce a rendere più acuta la propria sensibilità rispetto a questi problemi, però non credo che serva molto a modificare i propri comportamenti di ogni giorno.
Quanto più grande è il problema, e più lontano dal nostro quotidiano, tanto più noi ci poniamo sul piano degli spettatori che contemplano il mondo crudele da una finestra, colpiti da un poco a livello superficiale del risentimento, però senza arrivare a profonde commozioni interiori che predispongano a modificare la nostra condotta di vita.
I problemi che appaiono sui giornali restano sempre problemi di altri, che, nel peggiore dei casi, hanno l’effetto boomerang di farci credere che noi siamo migliori: non siamo razzisti, né fondamentalisti, né fanatici... i cattivi sono sempre gli altri.
Denunciare le cose che colpiscono gli altri risulta facile, però è molto più efficace scoprire gli indizi di questi stessi atteggiamenti in noi e nel nostro ambiente.

