Luigi Pati
(NPG 1997-08-39)
Anche per la ricerca COSPES la famiglia è una chiave di lettura importante dell’intera problematica adolescenziale. La famiglia, pure considerata in una concezione sistemica e quindi di rapporti tra varie istituzioni e tra le istituzioni e l’adolescente, si presenta come luogo privilegiato per la costruzione dell’identità dell’adolescente.
Qui toccherò fondamentalmente due punti. Il primo riguarda alcune considerazioni sull’educazione in generale e sull’educazione familiare in specie, considerazioni che poggiano sulla lettura della ricerca. Il secondo punto tocca talune questioni di pedagogia familiare, direttamente derivanti dalla ricerca.
Svecchiare l’educazione
Quanto alle considerazioni sull’educazione in generale, e quindi sull’educazione familiare, faccio un’osservazione globale: sino ad ora, nell’accostamento alle varie età di sviluppo, è prevalsa una impostazione di tipo psicologico. Lo sviluppo della persona è stato inteso come qualcosa di lineare: posto un certo patrimonio, poste determinate possibilità, lo sviluppo risulta lineare.
La ricerca COSPES dà ragione di un’idea pedagogica, e cioè che accanto ai bisogni evolutivi è indispensabile, sotto l’aspetto pedagogico, prendere in seria considerazione il tema dei compiti educativi, ossia il nesso esistente tra ciò che il soggetto è e la prospettiva verso cui lo si vuole orientare.
Abbiamo bisogno, sotto l’aspetto pedagogico-educativo e soprattutto della pedagogia familiare, di rilevare una serie di compiti educativi adeguati all’età dell’adolescenza, indicare alcuni punti verso cui tendere nell’educazione. Tenendo conto che abbiamo a che fare con un’adolescenza che si coniuga sempre più con la tarda-adolescenza, si pone in maniera forte il tema della progettualità pedagogica. Un genitore con un figlio intorno ai 25-30 anni di età non può pretendere di educare in maniera standardizzata, né d’altro canto si può accontentare di trasformare la propria abitazione in pensione o albergo.
Il rapporto genitori-figli, se non si pone in una prospettiva di educazione lungo tutto l’arco della vita, corre il rischio di frammentarsi in una serie di interventi scoordinati e inefficaci.
In virtù dei dati ricavati dall’indagine vengono enucleate alcune idee su come rivitalizzare o ripensare in maniera forte l’educazione.
Da parte mia aggiungo che, per poter parlare del rapporto tra adolescenza ed educazione familiare, è necessario spendere qualche parola sulla esigenza di una nuova concezione di educazione.
Ancora oggi siamo ancorati ad una concezione dell’educazione un po’ vecchia, elaborata a tavolino. La ricerca COSPES offre la possibilità di mettere in luce tre specifiche esigenze, da prendere in seria considerazione in campo educativo.
La prima attiene alle modificazioni intervenute nel campo della formazione delle nuove generazioni. È un dato acquisito ormai, a livello educativo, l’indispensabilità di promuovere non identità vecchie, che somiglino agli adulti, bensì nuove identità sulla base di precisi valori. Identità cioè capaci di arricchire, attraverso processi di interscambio, il rapporto intergenerazionale. Ho l’impressione che a tutt’oggi manchino proposte adeguate: non abbiamo cioè la possibilità di fare riferimento a indicazioni precise per aiutare i genitori, gli educatori, nella identificazione delle vie, sia contenutistiche che metodologiche. Soprattutto mancano le modalità adeguate per impostare la relazione educativa, che aiutino gli educatori a rivisitare i loro rapporti educativi. Un contributo in questa direzione può venire dall’approfondimento dei compiti educativi riferiti ai diversi stadi evolutivi della persona.
La seconda esigenza concerne le modificazioni in atto circa l’andamento educativo delle varie istituzioni: famiglia, scuola, associazioni formali e di tempo libero, gruppi ecclesiali. Chi ha un po’ di esperienza di queste realtà, sa benissimo che sono tutte in crisi, o perlomeno in una fase di transizione. Se andiamo ad interrogarci sul perché di questa situazione di crisi, pur nel recupero attuale di alcuni di questi organismi, troviamo che uno dei motivi più importanti sia di tipo pedagogico: ossia mancherebbe una fondazione pedagogica dell’educazione familiare, scolastica, ecclesiale, di gruppo.
Non ci è data sino ad ora la possibilità di asserire in che cosa si differenzia l’educazione familiare rispetto a quella di gruppo, in che cosa deve specificarsi l’educazione nei gruppi ecclesiali rispetto alla scuola. Un esempio lampante, è dato dall’insegnamento della religione: ciò che fa la Chiesa lo deve fare anche la scuola, e lo deve fare pure la famiglia?
C’è l’esigenza di una nuova fondazione pedagogica che chiarisca la specificità di ciascuna istituzione rispetto alle altre; questo anche per uscir fuori dalla tradizionale genericità della proposta educativa. Una delle preoccupazioni principali dovrebbe consistere proprio in questo: enucleare in maniera forte il tema pedagogico sia della differenziazione dei contenuti che della differenziazione dei metodi. I contenuti, e quindi gli obiettivi educativi della famiglia, non possono essere uguali a quelli della scuola, della Chiesa, dei gruppi. La metodologia va calibrata in riferimento sia all’ambito istituzionale che ai soggetti educatori.
La terza esigenza generale riguarda le modificazioni da suscitare nel rapporto tra contesto, ambiente e istituzioni educative per adolescenti: c’è la necessità di assegnare agli adolescenti spazi di protagonismo. Avendo dato più rilievo alla realtà patologica dell’adolescenza, si è privato l’adolescente di spazi di protagonismo. L’offerta è stata spesso di tipo unidirezionale. Acquista corpo l’intuizione pedagogica del sistema formativo integrato, nel quale dare spazi di protagonismo all’adolescente.
I compiti della famiglia
Di fronte a queste esigenze, la famiglia, luogo educativo primario in costante interazione con l’ambiente, si deve riattrezzare. In certo qual modo, l’interrogativo che possiamo proporre è questo: alla luce dell’indagine COSPES cosa deve fare la famiglia?
Cadremmo senza dubbio in un grossissimo errore se assegnassimo tutte le responsabilità ai genitori. Questi non possono essere considerati in maniera isolata, ma vanno visti alla luce dei rapporti sistemici al suo interno e nell’ambiente. E d’altra parte bisogna uscire da un equivoco di fondo: la famiglia è da considerare ancora originale e insostituibile sotto l’aspetto educativo? Se non si dà una risposta a questa domanda, si rischia di girare a vuoto. È necessario assumere piena consapevolezza a livello socio-politico-culturale, oltre che scientifico, che la famiglia, pur nei suoi vari livelli di disagio esistenziale, pur nel suo modularsi secondo forme e modalità criticabili, permane sempre come l’ambito privilegiato per la costruzione dell’identità delle nuove generazioni. Alla famiglia allora spettano dei compiti importanti.
Fare da filtro culturale
L’azione della compagine domestica è nell’adolescenza ancor più indispensabile per la sua capacità di svolgere opera di filtro e di mediazione rispetto alle molteplici suggestioni che provengono dall’ambiente.
Gli adolescenti, e la ricerca lo mette in evidenza, subiscono gli influssi del contesto ambiente. Ma l’adolescente non può essere considerato solamente come colui che subisce l’influsso del contesto ambiente, ma anche come colui che interviene, agisce, incide sul contesto ambiente con una serie di interventi, quali i nuovi modi di comportamento, i nuovi linguaggi, ecc. Da ciò emerge la grande responsabilità educativa della famiglia, cioè quella di attrezzare l’adolescente di filtri e strumenti culturali.
Molto spesso le lamentele dei genitori vertono sui figli che fanno da cassa di risonanza del contesto ambiente: i propri figli risentono dell’influsso della televisione, dei giornali, del gruppo dei pari. La famiglia deve essere valorizzata nella sua opera di filtro e mediazione culturale attraverso il recupero di quel tessuto di valori che si è sfilacciato e di cui proprio gli adolescenti richiedono il recupero. Sono soprattutto quelli fra i diciassette e i diciannove anni che pongono, in maniera precisa, questa domanda di senso. E le risposte di senso non possono essere come un cappotto di valori, esteriore al soggetto come una corazza; dovrebbero invece essere delle griglie valoriali attraverso cui il soggetto si adatta alla società in maniera creativa, filtrando i dati ambientali.
Sostenere la tensione all’autonomia
Un secondo compito che ne deriva riguarda la reciprocità educativa.
Nella riproposizione dei temi educativi familiari, dobbiamo muovere dalla prospettiva relazionale ed evolutiva. Soprattutto perché ad essa si collega in modo inequivocabile il tema della reciprocità educativa, e quindi della tutela dell’autonomia delle singole identità nel cammino comune, scandito da ben precisi valori. Specialmente nell’età dell’adolescenza i figli, pur in una posizione di scambio con i genitori, vanno sostenuti nella loro tensione verso la conquista dell’indipendenza.
Adolescenza vuol dire un po’ morire per la famiglia. La questione si pone dunque così: o la reciprocità si trasforma in tensione verso l’autonomia, altrimenti la presenza si trasforma in dipendenza dalla famiglia, soprattutto in un contesto sociale, come quello di oggi, che incentiva alla dipendenza.
Accogliere i suggerimenti dei figli
L’ultima considerazione riguarda l’ambiente domestico come spazio educativo che si modifica in forza dei suggerimenti offerti dai membri adolescenti, mossi dai loro valori ispiratori.
Con questo si intende dire che i figli adolescenti necessitano di essere percepiti dalla famiglia come un’occasione per vivere una propria adolescenza, poiché anche in questo si manifesta il rapporto di reciprocità e di scambio.
Il figlio adolescente non è una disgrazia, ma è una occasione per la famiglia a rivedere e ridefinire una propria identità educativa e quindi procedere alla conquista di nuove modalità educative: avere un figlio adolescente può e deve voler significare, per la famiglia, potersi avvantaggiare di nuove possibilità di crescita al di là di qualsiasi interpretazione patologica dell’età adolescenziale.
Questioni di pedagogia familiare
Passando al secondo punto, ossia a talune questioni di pedagogia familiare, faccio rilevare che la ricerca COSPES pone uno stretto nesso fra educazione familiare e processo di crescita adolescenziale. Vita scolastica, religiosa e di gruppo, rapporti di amicizia e impiego del tempo libero, manifestazioni di disagio e di disadattamento o di devianza... tutto si correla al modello educativo familiare.
Quali sono le conseguenze di questa impostazione nell’ambito della riflessione pedagogica?
Formazione permanente dei genitori
Una prevale su tutte: la formazione permanente dei genitori. Mai come in questo periodo storico si vanno diffondendo le scuole per genitori e la necessità di un approfondimento delle tematiche pedagogico-educative. Alla base di questo c’è un’avvertenza fondamentale: di fronte ad una società sempre più complessa e problematica l’unica arma rimasta alla famiglia è quella educativa. Una delle poche certezze rimaste ai genitori sta nel bisogno educativo: ciò li responsabilizza, ma provoca spesso ansia sul come educare. Di qui la tendenza a rivolgersi al cosiddetto esperto in educazione. L’esperto può certo dare suggerimenti e indicazioni, può aiutare a dirimere dubbi e problemi, ma l’evento educativo interpella i genitori in maniera diretta. Su questo si fonda l’esigenza di formazione permanente.
Lo stile relazionale
La ricerca COSPES mostra bene che, di fronte ad una famiglia rinunciataria, incline a disinteressassi della proposta di valori-guida, è urgente rivalutare l’assunzione di uno stile educativo familiare con il quale coltivare, nei soggetti adolescenti, atteggiamenti di responsabilità. Oggi si va opportunamente affermando a livello familiare il dialogo. Però va chiarito che lo stile educativo democratico non comporta la negazione dell’autorità parentale. L’adolescente deve misurarsi con il senso del limite, che è anche il limite dell’esperienza e l’esperienza del divieto.
La rivisitazione del tema dello stile relazionale dovrebbe essere fatta soprattutto considerando l’adolescente come un Giano bifronte, come soggetto ambiguo che, paradossalmente, ama i contrari: e ciò esige anche la necessità che ci si scontri con il tema del limite esperienziale che, guarda caso, oggi manca, specie in ordine all’educazione sessuale. L’esperienza del limite non può essere solo di tipo esterno, posto al soggetto, ma deve suscitare la disponibilità ad accettare il limite morale, in questa fase adolescenziale.
Il rapporto genitori-figli
Per quanto riguarda il rapporto genitori figli, la ricerca COSPES, mette in evidenza una cosa interessante. Da essa emergono tre categorie di genitori: i genitori attenti e solleciti, i rigidi e quelli che si autopropongono.
Nel rapporto con gli adolescenti il genitore non può svolgere un ruolo fondato sull’approvazione del comportamento, perché molto spesso il genitore dissente, anzi deve dissentire dal comportamento del figlio. L’elemento forte che deve essere alla base del rapporto è la capacità del genitore di non venire mai meno all’atteggiamento di accettazione del figlio; ossia l’accettazione dell’adolescente come persona con cui interagisce, con cui dialoga e con cui è chiamato sempre, pur nella diversità delle scelte compiute, a mantenere aperti i confini e i contorni del dialogo. Dalla ricerca COSPES appare che le ragazze mantengono un rapporto più stretto con le madri; in genere sono i padri che latitano, che, specie nei confronti dell’adolescente maschio, chiudono i portoni del dialogo.
Dalle scuole per genitori emerge l’incapacità loro a distinguere tra approvazione del comportamento e accettazione dell’adolescente. Questo è un grosso problema.
Modalità comunicative e dialogo
Un’altra suggestione concerne le modalità comunicative. È un tema classico della riflessione pedagogica sulla famiglia, ed oggi acquista maggior spessore. Con gli adolescenti la famiglia si apre spesso al dialogo, ma rimane un dialogo di grande superficialità, assai frequentemente non affonda le radici in questioni profonde. È senza dubbio un dialogo molto più aperto, rispetto al passato: sono cambiate le modalità di rapporto, ma manca di contenuti forti. Basti pensare, per esempio, alla problematica della sessualità, che gli adolescenti risolvono, quasi sempre, al di fuori dell’ambiente familiare. Ne è una prova significativa la trasmissione della De Filippi: il dialogo con i genitori si mantiene su una dimensione di superficialità, mentre con il gruppo, il modello esterno, riesce ad affrontare livelli più profondi.
Le modalità empatiche analogiche introducono il tema della pedagogia preventiva, ossia dell’intervento che sa anticipare e cogliere determinati problemi attraverso capacità comunicative non verbali: è l’intuizione empatica che sollecita a coltivare il dialogo con i figli.
Dall’indagine inoltre appare che gli adolescenti sono ben predisposti verso i modelli degli adulti: è un dato di fatto, estremamente interessante. Essi percepiscono i modelli educativi adulti come elementi positivi, capaci di rispetto e di partecipazione emotivo-affettiva, e addirittura, in caso di situazioni critiche continuano a fare riferimento ai genitori, preferendoli al gruppo di amici. Da ciò deriva la necessità pedagogica di favorire forme interpersonali di rapporto con i figli attraverso cui coltivare sia il dialogo profondo, che attrezzare i figli di griglie di lettura della realtà, con senso critico.
Il distacco familiare
Circa il distacco familiare, è evidente la tendenza degli adolescenti a guadagnare livelli sempre più consistenti di indipendenza dalla famiglia. Ne sono un sintomo significativo i problemi connessi con i temi dei permessi, degli orari, delle esperienze affettivo-sessuali. E la famiglia deve contraddistinguersi come luogo di sostegno e di alimentazione affettiva: mentre asseconda il legittimo desiderio di autonomia dell’adolescente, al tempo stesso lo rassicura nel naturale bisogno di poter periodicamente attingere alla fonte dei legami affettivo-familiari.
La significativa indagine condotta da Massa con il suo gruppo di Milano ci dà ragione di questo fatto: gli adolescenti esprimono il bisogno dell’affetto familiare con questa frase: «avrei preferito che mio padre mi picchiasse, anziché lasciarmi fare quello che ho fatto». Questo dice che il distacco familiare deve essere bilanciato dalla forte disponibilità verso il bisogno affettivo dei figli.
Individuazione educativa
Gli anni tra i quattordici e i diciannove sono contrassegnati da evidenti differenze tra mondo maschile e femminile. Sbaglieremmo evidentemente se standardizzassimo l’adolescenza come se fosse di un solo genere: oltre ai segmenti evolutivi ci sono grandissime differenze tra maschi e femmine per quanto concerne l’intesa con i genitori, la collaborazione familiare, la corresponsabilità in ordine ad alcuni problemi dell’esistenza, la maturazione intellettuale ed emotiva. Dai dati emerge una esigenza: quella di riscoprire il tema dell’educazione alle differenze sessuali, anche se si presta a qualche equivoco interpretativo. Va comunque affrontato considerando la diversità degli interventi educativi.
A conclusione: l’indagine COSPES sull’adolescenza offre la possibilità di procedere al recupero educativo della famiglia in una prospettiva di ampio respiro. Un recupero educativo che, mentre deve soppesare in maniera conveniente l’odierno dilatarsi del tempo in famiglia, deve altresì essere considerato nella prospettiva dell’educazione permanente dei genitori.

