La generazione degli svuotati



    Umberto Galimberti

    (NPG 1997-05-61)


    Non abbiamo occhi, non abbiamo schemi di lettura per capire qualcosa dei ragazzi degli anni Novanta, quelli compresi tra i 14 e i 24 anni, nonostante questa generazione sia stata studiata, classificata, vivisezionata da istituti di ricerca come mai era capitato ad altre generazioni di giovani. Di loro si parla come del «pianeta degli svuotati», dove il progetto ha il respiro di un giorno, l’interesse la durata di un’emozione, il gesto non diventa stile di vita e l’azione si esaurisce nel gesto.
    La passione imprecisa non sa se aver legami con il cuore o con il sesso e non riesce a decidere con chi dei due entra in intensa relazione. L’aggressività non sa se scatenarsi su di sé o sugli altri e l’ira di un giorno è subito cancellata da una notte nella cui vigilia si celebra l’eccesso di una vita oltre la misura concessa, in quella gioiosa confusione dei codici fino al limite dove è il codice della vita a confondersi con quello della morte.
    L’Istat ci dice che in Italia tra gli under 21 il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incidenti automobilistici che, solo per un differente livello di coscienza, possiamo tener distinti dai suicidi veri e propri. In ogni caso questi sono quattromila all’anno di cui il 60 per cento nell’età compresa tra i 15 e i 30 anni.
    Un suicida su dieci raggiunge il suo obiettivo al secondo tentativo come Walter e Samuele, due bravi ragazzi di 17 anni che nel maggio di quest’anno la fanno finita con l’ossido di carbonio del tubo di scappamento di quel di Desio in Brianza, senza che in famiglia, a scuola, o tra gli amici traspaia qualcosa del loro mal di vivere. Un amico comune riferisce che talvolta in casa dell’uno o dell’altro si discuteva delle ragioni che spingono l’uomo a vivere. Non devono averne trovate molte.
    Ai nove milioni di ragazzi italiani compresi tra i 14 e i 24 anni Stefano Pistolini dedica il suo libro Gli sprecati (Feltrinelli). Grazie a Dio, Pistolini non è un sociologo, né uno psicologo, non ha conosciuto i ragazzi perché li guardava da una cattedra, ma perché li frequentava quando giocava a pallacanestro, quando faceva il chitarrista punk e ora quando cura i pop festival internazionali e gli spazi serali su Rai Stereo Uno e su RaiTre.
    Una cultura giovanile guardata dall’interno, non con gli occhi statistici del sociologo, quelli tortuosi dello psicologo, quelli appannati e disinteressati dell’insegnante, ma con quella partecipazione che è tanto più strana perché si esprime all’interno di quella tribù giovanile che ha nella non-partecipazione forse il suo tratto più distintivo.
    È una tribù che ha un basso livello di autoconsiderazione, una sensibilità gracile, introversa, indolente, un’inerzia provocata da un’eccessiva esposizione agli influssi della televisione, un’unica preoccupazione: procurarsi un’incredibile quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo l’assoluta insignificanza del proprio peso epocale. Di qui le frequenti fughe nel mito, il mimetismo nella ricerca neppur troppo spasmodica di un’identità venata dalla nostalgia relativa all’impossibilità di reperire radici proprie, il tutto condito con un acritico consumismo, reso possibile da un’inedita disponibilità economica che, per interesse o per snobismo, questi giovani neppure utilizzano, perché le cose sono a disposizione prima ancora di averle desiderate.
    E così a questa tribù del malessere viene «attribuita una valenza di mercato prima che di identità». Su di essa si buttano le nuove aree di profitto che hanno fatto proprie le istanze stilistiche, comportamentali ed espressive tipiche della condizione psichica di questa generazione che la pubblicità, la produzione dell’abbigliamento, le agenzie di viaggio e l’industria del divertimento hanno decodificato molto meglio di quanto non abbiano fatto le statistiche sociologiche, le analisi psicologiche del profondo, la cultura devitalizzata della scuola dove molti insegnanti neppure si accorgono che quei giovani, che sono ogni giorno sotto i loro occhi appannati, non avvertono più alcuna corrispondenza tra quanto si apprende in classe e quanto si intravvede dalle finestre dell’aula.
    Al di là dei vetri c’è l’America la cui «scoperta è questione di mesi per qualsiasi ragazzino del pianeta. Il tempo di essere svezzato, di appropriarsi delle categorie del discernimento e l’America diventa uno stato mentale». A questo punto comincia quell’emigrazione verso il modello americano da parte di legioni di adolescenti, teen-agers e ventenni che porta a quell’omologazione planetaria che Pier Paolo Pasolini denunciava come il rischio maggiore per le generazioni future che, deprivate delle specificità locali ormai umiliate, sarebbero rapidamente entrate in crisi di identità.
    E così la gioventù di tutto il mondo, senza particolari sforzi, per il solo fatto di entrare in un McDonald’s, nonostante la deprimente prospettiva alimentare, diventa un satellite della cultura popolare statunitense che, trascinando con sé interi procedimenti esistenziali, si diffonde a pioggia come una necessità vitale al di sopra dei livelli minimi di sopravvivenza.
    E da qui prende avvio quella «morte felice» della propria specificità per imboccare quella strada a senso unico che compensa la carenza di identità con la sicurezza concessa dall’appartenenza alla tribù, fuori dalla quale resta solo la solitudine dell’anonimato sociale, dove si annidano baratri insuperabili in ordine alla comunicazione che il rumore assordante della discoteca non riesce a colmare. Nascono allora quelle malinconie che hanno abbandonato il tono del tumulto per frequentare le stanze della rassegnazione. E nei giovani meno autentici, neppure un attimo di disperazione, perché non si dà disperazione là dove la speranza si è da tempo congedata.
    Le parole degli adulti, siano essi educatori, psicologi, insegnanti, esperti, genitori dicono, ordinate, l’ordine della vita, ma gli adulti ormai, abbandonati dalla memoria della loro adolescenza, peraltro inutile per capire questa adolescenza, inseguono quella comunicazione impossibile in cui è la loro ansia di esprimersi e, con essa, la loro ormai pienamente raggiunta incapacità a capire.
    Archiviata con la troppo facile gioia di tutti la generazione dei giovani dal pugno chiuso, perdendo così anche la speranza di Koan di poter sperimentare cosa diventa una mano quando il pugno si apre, oggi ci troviamo con la generazione degli «abbastanza» che, secondo la relazione sui giovani italiani realizzata dall’Eurisko nel 1994: «Vanno abbastanza d’accordo con i genitori, che concedono loro abbastanza libertà e hanno abbastanza voglia di diventare adulti», ma non troppo in fretta. Nessun progetto per il futuro, anche perché non ci sono «abbastanza» opportunità, nessun ideale da realizzare, anche perché non ce ne sono di «abbastanza» coinvolgenti.
    E così tra i 20 e i 30 anni, quando massima è la forza biologica, emotiva e intellettuale, i nostri giovani vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l’identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l’autostima deperisce. Ma che ne è di una società che fa a meno dei suoi giovani?
    È solo una faccenda di spreco di energie o il primo sintomo della sua dissoluzione? Forse l’Occidente non sparirà per l’inarrestabilità dei processi migratori, contro cui tutti urlano, ma per non aver dato senso e identità, e quindi per aver sprecato le proprie giovani generazioni. (La Repubblica)