Un consumo individuale di mass-media



    Pier Cesare Rivoltella

    (NPG 1997-08-36)


    Platone chiude il Fedro con un mito, il mito di Theuth, che in questi ultimi tempi ha valicato gli interessi esclusivi degli studiosi di filosofia antica per diventare icona efficace di quanto succede nel momento in cui una nuova tecnologia comunicativa subentra ad un’altra, culturalmente dominante fino a quel momento.
    Nel caso di Platone la tecnologia comunicativa dominante è l’oralità, la nuova tecnologia che le subentra è la scrittura. Ora, Platone, pur essendo già figlio, senza saperlo, della scrittura (analisi e sintesi, di cui la sua dialettica consta, sono operazioni mentali impossibili dentro una cultura orale!) prende appassionatamente le difese dell’oralità. A noi non interessa in questa sede esaminare analiticamente quali siano gli argomenti che a questo scopo egli porta in gioco. Ci limitiamo ad individuarne uno soltanto che costituisce, a mio parere, l’approccio ideale al problema dovendo interpretare i dati della ricerca COSPES: il rapporto media-educazione in età adolescenziale.
    Dice dunque Platone: «E una volta che un discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non importa nulla, o non sa a chi deve parlare e a chi no» (Fedro, 275, D-E). Platone ha colto l’intima essenza della scrittura, cioè la frattura che essa comporta tra il luogo fisico e il luogo sociale della comunicazione: prima dell’avvento della scrittura i due luoghi concidono, non c’è comunicazione se non nella compresenza fisica di chi parla e di chi ascolta; dopo l’avvento della scrittura, invece, chi parla e chi ascolta possono comunicare (luogo sociale) anche se non sono entrambi presenti (luogo fisico).
    Certo questo fatto comporta un indubbio vantaggio: la possibilità di contrarre i tempi e le distanze potenziando le possibilità di comunicazione dell’uomo. Ma la scrittura presenta anche un limite considerevole: quello di «rotolare» indiscriminatamente nelle mani di tutti, senza possibilità di controllo sui modi e sul carattere del suo consumo!
    Proviamo ad attualizzare il pensiero di Platone: «E una volta che un programma televisivo sia stato trasmesso, arriva sullo schermo di tutti, sotto gli occhi di coloro che sono in grado di vederlo e così pure sotto gli occhi di coloro ai quali non importa nulla, e non sa a chi deve mostrarsi e a chi no».
    Cosa significa? Significa che il medium è il messaggio, significa che la televisione, la radio, i new media, trasformano l’ambiente reale e simbolico nel quale si vive. Per restare al caso della televisione, è evidente come essa, per il semplice fatto di esserci, spiazzi il lavoro educativo della famiglia. In età pretelevisiva era la famiglia a decidere i tempi nei quali fornire al figlio certe informazioni (pensiamo all’iniziazione sessuale del maschio o alle informazioni che la madre forniva alla figlia in relazione alla comparsa della prima mestruazione – «sei diventata donna!»); con l’avvento della televisione questo controllo parentale sulla crescita del figlio non è più possibile, perché spesso essa mostra – e in maniera eloquente – le stesse cose molto prima che i genitori ritengano sia venuto il momento di dirle.
    È questo il punto di vista da cui cercherei di valutare i risultati della ricerca circa i mass media. Il punto di vista, più che dei mezzi, dell’ambiente che essi concorrono a produrre; più che dei media, con i loro contenuti, del medium, con il suo modo di modellare comportamenti e cultura! Detto in altre parole, ciò che di più interessante mi sembra i dati facciano emergere, non è cosa «passi» nell’adolescente dei programmi che vede o della musica che ascolta, ma come la televisione, la musica, i giornali, modifichino i loro comportamenti.

    Provo ad evidenziarlo con una serie di rilievi.
    1. Il dato relativo a chi legge le stesse cose degli altri familiari (l’88%) e a chi possiede più di un televisore in casa (l’84,4%) si equivalgono. Un contrasto interessante perché dichiara la coesistenza, in generale, all’interno del campione, del massimo di conformismo con il massimo di autonomia: «vedo quello che voglio, ma leggo quello che leggono gli altri».
    2. Provando ad interpretare il dato sarei tentato di dire che la televisione, ma anche la musica (l’86,7% del campione afferma di ascoltare solo quello che preferisce) presentano un consumo individuale perché sono affrancate dal luogo: televisione e musica sono completamente a disposizione dell’adolescente che ne fa l’uso che più gli pare opportuno (il «dominio» della televisione lo leggo nel senso di una consapevolezza del controllo strumentale che su di essa si può esercitare).
    3. In questa prospettiva il computer enfatizzerebbe addirittura questa disponibilità del mezzo, un mezzo che, tra l’altro, consente di creare un luogo altro, virtuale, molto più personalizzato di quello (almeno per ora) non interattivo della musica e della televisione. La ragione che spiega il perché solo il 46,3% del campione dichiari di usarlo con piacere va cercata nella sua penetrazione sociale, in Italia ancora non elevatissima per ragioni economiche e di resistenze culturali.
    4. La stampa, a differenza dei media di cui abbiamo appena detto, non solo non è automaticamente disponibile per l’adolescente, ma sfugge anche a quella possibilità di lettura veloce e fortemente personalizzata da essi autorizzata. Ecco, forse, perché si legge quello che già c’è in famiglia.
    5. A livello di comportamenti indotti la giustificazione mi sembra si possa trovare nel dato, interessantissimo, secondo cui il 66,2%, guardando la televisione, «gira canale finché non trova qualcosa che gli va». Indice, questo, di una fruizione in certo senso libera (non dipendenza da certi programmi) ma sicuramente anche superficiale, disattenta, incapace di selezionare l’attenzione e di mantenere la concentrazione a lungo.
    6. Non fa eccezione a questa lettura il dato relativo alla frequenza della discoteca (33,7%) che attesterebbe un tipo diverso di consumo, selettivo, deliberato e legato ad un «luogo» rigido e determinato dove occorre recarsi. Il problema, qui, non è di consumo di media, ma di ricerca di risposte ad altri bisogni: evasione, trasgressione, socializzazione.

    Quale conclusione si può trarre dall’emergere di questi elementi?
    L’adolescente vive il consumo di media in termini strettamente individuali, non lo considera un’occasione di socializzazione ma piuttosto un motivo di relax o di passatempo, è sicuro e consapevole del proprio controllo sulla tecnologia. Nel fare questo non si rende perfettamente conto, a mio avviso, che proprio quel consumo distratto ed apparentemente «sotto controllo» può finire per condizionare tempi e ritmi della sua attenzione, orientare visivamente la sua struttura cognitiva, predisporlo al conformismo. Proprio come Platone, nel momento in cui ne prende distanza, l’adolescente non capisce di essere già posseduto dai media.
    Quale spazio, allora, per l’intervento educativo?
    A mio parere il problema non è di reagire ai contenuti, di neutralizzare i possibili effetti dei programmi, ma di prendere atto delle mutate condizioni del nostro ambiente comunicativo. I media non sono qualcosa di cui possiamo o non possiamo servirci, ma l’ecosistema socio-culturale in cui viviamo. Rispetto ad una simile prospettiva l’educazione realmente «altra» rischia di essere quella della scuola.
    Uno dei compiti per il futuro mi sembra possa essere proprio la riduzione di questa alterità, lo sforzo di mettere la scuola in condizione di parlare gli stessi linguaggi, riconquistando quella capacità di incidere culturalmente sull’oggi che pare purtroppo aver smarrito.