Parigi ‘97: un punto di vista «altro»



    (NPG 1998-05-08)


    Cara NPG,
    tutti scrivono sulla giornata dei giovani a Parigi! Tanti si pongono come esperti e osservatori qualificati, soprattutto se appostati sul palco della messa in scena.
    E perché non pubblicare anche questa «esperienza altra» di Parigi, se ci sta a cuore conoscere più in profondità la realtà complessa di un’esperienza anche da punti di vista diversi?
    E il modo di un narrare diverso di Parigi ve lo offre uno che vive al Sud, e che Parigi l’ha vissuta con lo zaino in spalle in compagnia dei giovani.
    Mi convinco sempre più che vivere al Sud significa sempre più spesso imparare a vedere le cose «a rovescio», perché vivere al Sud è misurare e «verificare» i trionfi apparenti e le epopee che vengono esaltate «al centro» a partire dalla periferia.
    E chi è alla periferia della festa... si sa, riesce a coglierne le smagliature e soprattutto la ricaduta a distanza, una distanza sufficiente per non lasciarsi irretire dalle sirene.
    Quando siamo tornati da Parigi... abbiamo sentito la gente raccontare di Parigi come di un’esperienza accaduta in «un altro mondo», diverso rispetto a quello che avevamo vissuto.
    Ci siamo immediatamente accorti che la gente, non importa a quale livello, che non era stata protagonista diretta della giornata mondiale dei giovani, l’aveva vissuta essenzialmente come «un evento massmediale». Parigi è stata, e continua solamente ad essere, quello che i media hanno rappresentato e raccontato dal loro punto di vista.
    E tale si sta fissando nella memoria collettiva.
    Parigi non è la fatica di dormire otto giorni per terra, il disagio di una sola doccia per cento persone, la quotidianità delle file, i kilometri a piedi da Longchamp fino al centro di Parigi, appositamente programmati dalle autorità cittadine quale sorpresa finale nel pomeriggio della grande kermesse, dopo 30 ore di spossatezza.
    No, Parigi è stata la realtà massmediale che le TV di tutto il mondo hanno appositamente costruito e confezionato. Un pacchetto di spettacolo planetario riuscito.
    È vero, dal palcoscenico assicurato dei vari appuntamenti straripava vitalità, danza, fantasia giovanile, espressività canalizzata e ben ripresa e gestita! Anche questo c’era a Parigi, perché negarlo?
    Scusate, nessuno si è mai chiesto cosa girava «dietro le quinte»?
    Nessuno è interessato a sapere quanto, dietro la patina delle veline televisive e delle riprese grondanti euforia e nevrosi di massa, si celava di «non detto»; di «non filmato», di appositamente non mirato da alcun obiettivo? Anche questo fa parte della giornata della gioventù!
    Anche questo fa parte del quotidiano sommerso e negato dai giganti che decidono la rappresentazione del mondo; ma questo, è chiaro, non fa spettacolo, anzi, può dare fastidio.
    C’è un luogo dove possano essere raccolte le voci diverse e fuori dal coro?
    Perché Parigi della gioventù è stata anche altro, che non è bene rimuovere.
    Parigi è stata esperienza di «essere sempre gli ultimi e perciò di rimanere tali».
    Parigi è stata anche esperienza di non trovare nessuno ad accoglierti.
    Parigi è stata rivelazione che «il sud resta sempre sud» anche nella chiesa.
    Parigi è stata esperienza che se si è in tanti... si hanno più diritti dei pochi.
    Parigi è stata per noi esperienza che per certi signori francesi i giovani italiani andavano considerati nient’altro che «massa giovanile di manovra».
    Parigi significava cinque kilometri a piedi per la catechesi quotidiana, quando dietro l’angolo c’era il bus che poteva condurti.
    Parigi è stata l’assenza della voce di profeti capaci di parlare ai giovani durante le catechesi.
    Parigi ha significato che per le diocesi ricche e potenti d’Italia c’erano i primi posti, per quelle piccole e povere del sud... le rimanenze.
    Parigi è stata l’esperienza di arrivare alle 17, perdersi in un labirinto di superstrade chiuse, giungere alle due di notte ad un indirizzo sconosciuto e non trovare nessuno.
    Parigi è stata anche vivere esperienze di massa senza poter ascoltare alcunché, senza vedere nulla, e ritrovarsi esclusivamente numero che fa massa televisiva, senza sapere cosa sta accadendo un kilometro più avanti.
    Parigi è stata anche ritrovarsi abbandonati dagli ospitanti alle 23 in un bosco, perché lì lo scenario sembrava il più adatto alla celebrazione penitenziale!
    Parigi è stata scoprire che c’è ancora chi conta di più e chi meno, anche nella chiesa di Dio...
    Naturalmente nella beata incoscienza di tanti.
    Parigi è sentirti escluso dalla festa e scoprire che nessuno se ne accorge, di te.
    Parigi è scoprire che in certi momenti, quando lo spettacolo massmediale è al suo clou, non contano più le persone, i bisogni dei singoli, le esigenze irrinunciabili di ciascuno, anche di sopravvivenza... perché lo spettacolo di massa nega l’esistenza dei singoli, nega i loro bisogni e i loro diritti inculcabili. Parigi è anche questo!
    Ma alla fine i giovani di oggi si rivelano meravigliosi e sorprendenti. Si adattano a tutto. Riescono a cogliere il lato positivo delle cose, riescono sempre a trovare un aspetto di avventura da vivere e a cui aggrapparsi come ostriche. I giovani, nonostante tutto questo, sono rimasti entusiasti: della città, di un’esperienza in un paese straniero, dell’avventura nella metropoli articolata tra maratone di metro ed esplorazione di luoghi esotici e mitici. Infatti anche i giovani a Parigi erano incantati dalla immagine fantasmatica di Parigi!
    Esserci stati... significava per loro aver avuto per una volta accesso «alla grande follia», aver toccato con mano il fascino della metropoli del desiderio e della trasgressione.
    Per questo... essi erano disposti a tutto. A sopportare e ad essere schiacciati.
    Come un gigantesco rito collettivo, dove la messa in scena visibile nasconde la scena invisibile, risposta segreta e tacita alle profondità del desiderio di ciascuno.
    È questo il modo di educare alla coscienza il desiderio giovanile?
    Sono proprio indovinate a questo scopo le iniziative di massa che stordiscono la coscienza individuale anziché esaltarla?
    Cosa ci sta a cuore maggiormente nella pastorale giovanile di oggi? Quali solo le sue priorità strategiche a livello di obiettivi?
    Siamo proprio convinti che l’esperienza di massa sia il veicolo per far crescere la responsabilità verso l’altro e la vita? Ci vuole proprio questo per far loro varcare la soglia dell’esperienza religiosa? Non c’è proprio di meglio?
    Cosa di fatto resta nel profondo del vissuto e dell’esperienza giovanile alla fine di queste esperienze?
    Perché la riflessione su Parigi ‘97 non può essere l’occasione per verificare le linee di una PG che faccia spazio davvero agli ultimi, superi le logiche e le strategie di potere, sia meno superficiale e più attenta alle persone, ai singoli, a quegli aspetti marginali e non certo pubblicizzati, che invece sono gli indicatori di una qualità pastorale?
    Perché non aprire un dibattito a più voci su di una PG che davvero riscatti i giovani dall’alienazione per aprirli all’alterità?
    E l’appuntamento sempre più vicino di Roma 2000 non dovrebbe coglierci impreparati!
    Un «prete povero» e i giovani di una regione ultima

    Carissimo,
    non entro in merito alle singole affermazioni della tua presa di posizione, lucida, seria e icastica, che fanno emergere il disagio di molti contrattempi organizzativi, che abbiamo affrontato assieme. Ricordo la notte del vostro arrivo in Francia e le telefonate concitate che ci siamo fatti fino alle 2 di notte. Io da una parte che cercavo di metterti in contatto con il comitato francese, tu dall’altra che tentavi di orientare il bus su altre traiettorie di avvicinamento a Parigi. Io a cercare un alloggio in centro a Parigi, fatto saltar fuori in 10 minuti, dall’altra l’intimazione francese di non utilizzare quell’alloggio, che ancora oggi non so perché è rimasto vuoto tutto il tempo successivo. In seguito il mio ricatto nei loro confronti di contattarti entro cinque minuti, la sequenza successiva di appuntamenti guardando la cartina della zona in cui vi trovavate e infine il rendez vous. Per voi poi l’adattamento in un alloggio deprimente in Francia alle 2 di notte dopo aver percorso in più di 24 ore tutta l’Italia e la Francia, e per me un’altra mezz’ora per andare a 25 Km da Parigi per l’alloggio e la mattina dopo di nuovo in centro alle 7 per una intervista alla RAI. Mi dilungo a ripercorrere quei momenti per dirti che c’eravamo dentro tutti al massimo della tensione perché i giovani si sentissero di qualcuno, indipendentemente, forse troppo, dall’efficienza.
    I fatti più importanti su cui invece mi sento invitato a riflettere sono per me:

    1. Se i giovani quando cancellano il ricordo di infiniti disagi e sofferenze di una esperienza come quella di Parigi stiano facendo una operazione di stordimento della coscienza individuale o invece, come pare a me, stiano cercando anche a costo di sacrifici per noi impensabili, una esperienza di comunione, di vita, e, perché no?, di fede. Le testimonianze che io ho raccolto sono più per questa seconda ipotesi. Le ho lette sui tabloid di Avvenire, che non erano sicuramente fatti scrivere apposta o spurgati da censure. Le ho sentite per tutta Italia negli incontri di progettazione del dopo Parigi, col catechismo dei giovani alla mano. Il dolore più grande di molti è di non essere potuti entrare a Longchamp, di non aver concluso l’attesa e il cammino con una festa. Ha sorpreso molto anche me, che, per il posto che avevo, ho avuto la sventura di sentire non solo le tue peripezie, ma anche quelle di tutti gli altri, che i giovani il giorno dopo si siano dimenticato degli enormi disagi, spesso anche incomprensibili. A loro bastava aver vissuto con tanti altri «la festa dell’esserci». Non la chiamerei diversamente questa attrazione verso i grandi raduni giovanili. La caricheranno poi di tanti altri motivi, di ricerca, di fede... ma sicuramente è voglia di fare la festa dell’esserci, del toccare con mano, dell’immergersi in qualcosa di nuovo, di unico, di irripetibile, di coinvolgente, capace di sforare una vita vissuta spesso col pilota automatico inserito, con dentro tutto quel che uno sogna, cerca, intuisce sia umanamente che religiosamente. Ho dormito nel sacco a pelo, questa volta all’ilot 19 rosa, come sempre da Denver a Bologna compresa, proprio per capire il senso e la necessità dei giovani di vivere «la festa dell’esserci». La mia domanda allora è un’altra. Come mai i giovani fanno tanti sacrifici per vivere questa festa? È solo alienazione o è riprendersi ciò che l’isolamento, la solitudine, l’insignificanza in cui sono costretti a vivere vieta loro di avere? In questa festa dell’esserci c’è una Pasqua che si può celebrare? Potremmo oggi fare a meno, nel mondo globalizzato in cui viviamo, di queste esperienze? Leggevo in questi giorni come in altri tempi precedenti ai nostri, ma non troppo lontani, hanno fatto consistere la festa dell’esserci in marce oceaniche di soldati.
    Oggi sono meglio consumate nei concerti rock, con lo sconquasso di trasgressione e di droga che si portano dietro. Abbiamo deciso allora anche noi di metterci a rincorrere i concerti rock? Spero di no, ma se ci interessiamo dei giovani occorre cogliere anche questi grandi movimenti di popolo che superano la quotidianità dei rapporti faccia a faccia, questa domanda di esserci e portarla alla Pasqua. Sicuramente abbiamo ancora tantissima strada da fare.

    2. L’altro problema che va affrontato è il dopo Parigi.
    I giovani tornano entusiasti e trovano comunità parrocchiali che non riescono a orientare l’entusiasmo. Hanno intuito che è bello essere chiesa, ma nessuno li aiuta a vederne il volto quotidiano nella vita di sempre. A dire il vero alcuni tornano con le idee chiare e non mollano più. Ridanno vita a quello che hanno provato, con scelte impegnative personali, con servizi generosi alla comunità, con la vita di gruppo. Potrei elencarti le molte diocesi italiane che hanno legato la data di nascita della pastorale giovanile al ritorno dalle giornate mondiali e dalle visite del papa alle città italiane.
    Certo occorre inserire la Giornata Mondiale della Gioventù in un progetto che ha un prima e un dopo: le energie per affrontare progettualmente l’impresa ci sono state. Avevamo circa 7.000 adulti educatori (preti, suore, religiosi, laici) tra i giovani: uno ogni 14!

    3. Il problema forse, a mio avviso, più insoluto, è quello di superare le logiche di potere e l’attenzione ai singoli, a partire dai più poveri. Ci sarebbero tanti altri episodi da aggiungere ai tuoi. Una strada di soluzione l’abbiamo e va approfondita. Credo che si debba aumentare il più possibile lo spazio delle relazioni personali dei giovani che vi partecipano. Ciò porta alcune conseguenze:
    * La Giornata mondiale ha bisogno di non essere ridotta ai quattro giorni conclusivi, peggio ancora al week end, ma deve poter essere preceduta da gemellaggi, capaci di far incontrare le persone, i giovani e le famiglie, le etnie, le lingue, le diverse situazioni di vita. Questa volta 10.000 italiani sono stati tre giorni nelle diocesi di Francia e li ho trovati tutti entusiasti, più sicuramente di Longchamp e Parigi. Si sono portati a casa le grandi emozioni, ma soprattutto le tante relazioni e in esse le tante risorse nuove di vita.
    * La regia dei grandi eventi non deve essere affittata alle TV, e di conseguenza alle orchestre, ai cori, ai maestri di camera, ma restituita ai giovani. Su questo ti do perfettamente ragione, perché sia a Parigi, sia a Bologna mi sono reso conto una volta di più di quanto poco contano i giovani, ma anche i vescovi, in questi eventi.
    A questo riguardo mi resta un dubbio però, dopo che ho visto la videocassetta di Loreto e ho sentito la gioia di Lituani, Spagnoli, Bosniaci coinvolti nei collegamenti che quella notte hanno unito l’Europa che aspettava e tifava per la pace. È possibile chiedere ai giovani che lancino questi messaggi al mondo con il mezzo televisivo, per incidere sul modello culturale imperante della superficialità? Che prezzo devono pagare? Lo devono pagare tutto loro? È proprio necessario usarli come clack o come scenografia? Ci si risponde spesso che la TV ha le sue leggi. Siamo sempre alle solite: anche l’economia, anche la politica, anche la scuola. Avevamo iniziato dopo Loreto un dibattito ad alti livelli su questo tema. Sarebbe bene riprenderlo, perché siamo solo agli inizi.
    Ti ringrazio della lettera che è molto importante anche perché siamo già al sesto incontro di preparazione per la Giornata Mondiale del 2000 e i problemi che tu poni sono già emersi varie volte.
    Con amicizia
    Domenico Sigalini