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    Un’offerta terapeutico-educativa



    Il centro italiano di solidarietà di Roma

    A cura di Antonella Tirelli

    (NPG 1998-07-11)


    Il Ce.I.S è una libera associazione di volontari promossa da Don Picchi a Roma alla fine degli anni ’60 per rispondere ai problemi di emarginazione e di disagio giovanile con una particolare attenzione alla tossicodipendenza.
    Nella filosofia che ispira l’azione del Ce.I.S, il «Progetto Uomo», è insita la volontà di adattare continuamente l’offerta di servizio al bisogno della persona.
    Per questo, fin dai suoi inizi, il Ce.I.S ha progressivamente differenziato la propria offerta terapeutica-educativa disegnando modelli di intervento il più possibile flessibili e personalizzati: tra questi l’animazione socio-culturale.
    Un’équipe di operatori, formati dal compianto E. Limbos, offre servizi di animazione e giochi terapeutici. Questi servizi sono inseriti all’interno delle diverse strutture del Ce.I.S, nelle circoscrizioni del territorio, presso programmi per anziani e nelle scuole.
    Gli animatori si occupano di animazione con fini ludici, con fini formativi e con fini di prevenzione per chi vive in particolari condizioni di disagio sociale, o rivolta a persone coinvolte in problematiche di dipendenza.
    È difficile oggi precisare il metodo dell’animazione.
    C’è una grande varietà di imprecisati interventi chiamati «animazione»: in campo sociale, pedagogico, nel tempo libero e negli ultimi anni in campo turistico.
    Pensare all’animazione come metodo sia di prevenzione che di risposta al disagio lo rende ancora più difficile.
    Abbiamo sperimentato che l’animazione, grazie alla sua flessibilità ed elasticità, permette e aiuta l’incontro, lo stare insieme in ambienti e realtà diverse.
    Questo metodo rende possibile il contatto con i bisogni più veri, con la base dei problemi. Li evidenzia e permette di liberarli, facendo abbassare le difese e trasformando spazi di disagio in spazi creativi, di speranza, di gioco.
    È quello che avviene nei nostri «laboratori di animazione», dove concretamente si è visto che anche a partire da situazioni inizialmente difficili è possibile iniziare ad aprire percorsi alternativi, nuovi e di cambiamento.
    L’obiettivo è alto: il cambiamento, la qualità nelle relazioni e nella vita quotidiana.
    L’animazione è l’oasi dove si può stare insieme, giocare, dove l’incontro con l’altro è vissuto come un’opportunità e non necessariamente come una minaccia.

    Ma cosa intendiamo per «animatore»?

    Sembra che mai come nella nostra epoca si sia tanto intensamente e decisamente manifestato il bisogno di formare degli animatori, delle persone capaci di stimolare, incitare, infondere energia. Persone non «nate dal caso», ma preparati a svolgere la loro funzione.
    Per capire veramente il ruolo dell’animatore si deve risalire alla radice del termine. Anima in latino vuol dire spirito, cuore. Animare vuol dire dare la vita ad un gruppo, farlo uscire dall’immobilismo. Un animatore stimola, incita, si mette in discussione.
    Per noi l’animatore è un avventuroso, è un agente di cambiamento, capace di provocare dei mutamenti, di rimettere in discussione modelli e abitudini consolidate nel tempo.
    Le persone spesso sono prigioniere di certi modi di fare, non consapevoli dei loro atteggiamenti. Si comportano in un certo modo, reagiscono alle situazioni senza porsi dei perché. È facile allora essere manovrati dal mercato e seguire le varie mode.
    Penso alla scarsa sensibilità dei giovani, all’aumento del tempo libero, alla noia, alle ingiustizie sociali, allo sbriciolamento della società globale: dove si pensa che nessuno resterà più per tutta la vita isolato in una situazione professionale unica, ma sarà obbligato ad integrarsi in varie équipe di lavoro, con obiettivi e funzioni diverse dipendenti dai bisogni della comunità.
    È molto probabile che l’uomo sarà costretto a porsi in relazione con un gran numero di suoi simili e di conseguenza il «saper essere» assumerà una notevole importanza.

    In questi casi l’animatore cosa può fare?

    Può fornire al gruppo strumenti per vedere e migliorare i propri atteggiamenti nelle varie circostanze. Può aiutare le persone a tirar fuori le proprie potenzialità. Utilizzando, prevalentemente, un approccio non-direttivo.
    Una tecnica che spesso usiamo nelle nostre attività è la «messa in situazione», che consente ai membri del gruppo di osservare con più lucidità i propri modi di fare e quelle degli altri. Partendo da questa consapevolezza ciascuno può divenire protagonista del proprio cambiamento. È un modo per allenarsi a reagire, a cercare alternative, magari con un po’ di creatività.
    Nel mondo di oggi è importante imparare ad adattarsi alle nuove situazioni per non subirle. L’animatore deve sapere come dialogare con una persona, come comprenderla, come aiutarla senza imporre le sue verità.
    In altre parole, l’animazione non consiste in un generico fare qualcosa, ma ha qualcosa a che vedere con il saper stare con la persona.
    Molti ritengono che sia sufficiente leggere un libro o ascoltare una lezione per formare un animatore. È fondamentale invece la formazione pratica: far sperimentare concretamente ai futuri animatori i diversi aspetti della loro attività e successivamente dare spazio a brevi spiegazioni e soprattutto alle loro domande.
    L’obiettivo della formazione dovrebbe essere triplice:
    – far acquisire una certa padronanza nel campo delle tecniche educative e socio-culturali;
    – far scoprire l’importanza della relazione nell’animazione dei gruppi e i mezzi per migliorarla;
    – contribuire al personale sviluppo del futuro animatore dandogli l’occasione di arricchire il suo bagaglio sociale, culturale e umano.
    Riassumendo le fasi: sapere, saper fare, essere, saper essere, saper far fare.
    Gli animatori dovrebbero inoltre presentare determinate caratteristiche tra le quali: creatività, adattamento, un tipo di relazione centrata sul gruppo e sull’individuo, competenza, maturità, integrazione con l’ambiente, una fondamentale attitudine all’ascolto, al dialogo e al lavoro di équipe, una visione prospettica delle situazioni e dei problemi.
    Nella formazione di un animatore, come del resto nella vita, bisogna ricordare che tutti hanno il diritto di commettere errori per poter migliorare.

    Conclusione

    Quello che ci ha spinto ad utilizzare l’animazione socio-culturale nella nostra esperienza è credere che la promozione dell’uomo, la ricerca di relazioni più umane, di ambienti più vivibili, una maggiore capacità di comunicare, di star bene con se stessi e con gli altri non possono fermarsi alla lotta contro la droga.
    Queste attività danno la possibilità di imparare, di scoprire, di sorprendermi, di migliorarmi. Come diceva Limbos: «Siamo tutti in cammino verso un ideale, anche se sappiamo che non riusciremmo mai a raggiungerlo completamente: sarebbe terribile non aver più nulla da desiderare.
    Inoltre finché si è disposti a cambiare non si invecchia».



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