Dialogo sul giubileo



    Stefano Lupi

    (NPG 2000-04-04)


    Francesco: Scusate il ritardo, ragazzi, ma ormai è impossibile muoversi per Roma anche con il motorino. Sensi unici che cambiano ogni giorno, cantieri che ieri non c’erano e oggi sono misteriosamente apparsi dal nulla, strade che avrebbero dovuto essere aperte da giorni e che invece con molta probabilità non lo saranno neanche tra anni… Una tale confusione che la mattina quando arriva l’ora di mettersi in viaggio verso il lavoro, i romani sono già al massimo dello stress solo al pensiero di quello che incontreranno. E poi la folla, folla ovunque, in qualunque giorno della settimana. E tutto questo perché? Per il Giubileo. In televisione, sui giornali, a scuola non si parla di altro da mesi e io ancora non sono riuscito a trovare qualcuno che mi spieghi in parole povere in cosa consista, quale sia il suo significato e se è realmente indispensabile che provochi tutto questo caos.
    Gabriella: Hai ragione, Francesco, oltretutto sai benissimo che io sono assolutamente fuori da ogni concezione religiosa della vita e del mondo, però che nel Duemila ci sarebbe stato il Giubileo non è stato un segreto rivelato solo all’ultimo minuto. Tutti lo sapevano e avrebbero potuto organizzarsi per tempo. Il governo, il sindaco, il presidente della regione e quello della provincia, le autorità coinvolte nella gestione dell’evento sembrano quasi essere state stupite: guarda chi c’è!? Il Giubileo!
    Francesco: Ma il governo e il sindaco e tutti gli altri cambiano continuamente. Come si sarebbe potuto organizzare in modo coerente e sistematico un evento tanto complesso nell’alternarsi di giunte e commissioni governative e nel continuo gioco politico dove è sottinteso che al gruppo arrivato dopo non piacerà mai la decisone presa dal gruppo arrivato prima. Il problema per me è un altro: nel millennio in cui la gente, senza alzarsi dalla sedia nello studio, grazie alle meraviglie del progresso tecnologico, parla ai propri amici che abitano al di là dell’oceano, perfino guardandoli negli occhi, perché c’è stato bisogno di questo movimento di masse? Non sarebbe stato più bello che ognuno decidesse di viverlo a casa sua, con i suoi cari magari collegato in mondovisione per gli avvenimenti più importanti?
    Gabriella: Io non sono neanche riuscita a capire ogni quanto viene festeggiato il Giubileo.
    Lorenza: Forse posso aiutarti. Credo che all’inizio si festeggiasse ogni cinquanta anni, poi si è deciso ogni venticinque. Qualche volta per varie ragioni queste scadenze non sono state rispettate e infine ci sono quelli detti straordinari.
    Per noi ebrei il tempo si snoda con un ritmo settenario, quindi è molto importante il settimo giorno della settimana, l’anno sabbatico ogni sette anni e l’anno giubilare che viene celebrato dopo che sono passati per sette volte sette anni: quindi il cinquantesimo dopo quarantanove anni. Spero di essere stata chiara, ma non dovrebbe essere difficile.
    Carlo: Ragazzi, forse state dimenticando che il Giubileo non è una cosa qualunque: suscita forti emozioni nel cuore di centinaia di migliaia, anzi di milioni di persone. È vero che tutti erano così presi da questo evento che hanno trascurato di spiegare soprattutto a noi giovani cosa stessa succedendo, però per mia fortuna il mio professore di religione qualcosa ha tentato di spiegarla in classe e vi assicuro che è una festa davvero suggestiva.
    Francesco: Ecco bravo, Carlo, raccontaci un po’.
    Carlo: Il Giubileo è prima di tutto una grande festa per i cristiani. Essi avendo ricevuto la remissione dei peccati scoprono un nuovo modo di stare insieme e un nuovo modo di vivere nell’universo in cui sono nati.
    Gabriella: Va bene, ma perché la festa proprio a Roma? Cosa debbo pensare che la festa valga soltanto per quelli che vengono a Roma? Agli altri niente festa e niente remissione dei peccati?
    Lorenza: Veramente credo che all’inizio la città scelta per la festa fosse Gerusalemme e poi, dopo averla persa, i cristiani abbiano scelto Roma come punto di riferimento per tanti motivi: perché è la sede del Papa, perché ci sono tante memorie e chiese e reliquie di apostoli e martiri, le catacombe, perfino il Colosseo! È come se noi un giorno litigassimo e non ci vedessimo più per un bel po’ di tempo. Poi qualcuno prendesse l’iniziativa e con un giro di telefonate decidessimo di rincontrarci tutti a casa di Francesco per fare la pace. Perché casa di Francesco? Magari perché è la casa dove ci incontrammo la prima volta, oppure perché è quella più vicina a tutti. Insomma i motivi possono essere tanti e nessuno: l’importante è che abbia un significato per noi che dobbiamo rappacificarci. E se qualcuno non dovesse venire non è che non verrebbe compreso nella nuova amicizia, però credo che abbia certamente perso qualcosa d’importante.
    Roberto: Ma i peccati non mi vengono perdonati ogni volta che mi confesso? Quale differenza c’è?
    Carlo: Penso che il nostro esame di coscienza debba essere più profondo e riguardare le responsabilità non solo verso i peccati piccoli o grandi che commettiamo nella quotidianità, ma anche verso i grandi mali che affollano il mondo e dei quali siamo tutti, ognuno nel proprio piccolo, responsabili.
    Non basta non aver mai ucciso nessuno se poi con il nostro comportamento e la nostra indifferenza permettiamo che milioni di bambini muoiano di fame in una parte tanto vasta del mondo.
    Non basta non aver rubato mai neanche uno spillo, se mentre noi ci godiamo le nostre vacanze tanto desiderate in qualche isola con le palme e la sabbia dorata, in alcuni paesi neanche tanto lontani famiglie numerose e denutrite vivono in case di fango.
    Facciamo veramente del tutto per combattere queste ingiustizie, per cancellare le disuguaglianze sociali ed economiche? Francamente non credo.
    Allora a pensarci, il significato del Giubileo che mi sembra più forte, quello che mette in un angolo e pone in discussione tutto di noi è questo: chiedere perdono di non preoccuparsi tanto del bene dell’umanità e dell’universo quanto dell’agio del nostro piccolo mondo.
    Francesco: Dunque la porta di cui tutti hanno parlato e che il Papa ha aperto la notte di Natale voleva essere un segno di accoglienza, ospitare gli altri nella nostra casa, la nostra disponibilità a vivere il mondo in un altro modo, abbracciandolo stretto non per smania di possesso ma per amore.
    Avviene come se tutti gli uomini si promettessero l’uno con l’altro di non essere più ciechi, di mettere al primo posto le persone e non l’avidità e il desiderio di essere i soli padroni di ciò che li circonda.
    Carlo: Bravo, Francesco: ospitare gli altri. Ricordati che questo vale anche per i pellegrini che poi provocano il caos del quale ti stavi lamentando prima. Accoglienza e pazienza per queste persone che spinte dallo stesso scopo che tanto ti ha entusiasmato si sono messe in viaggio perché sapevano di avere una specie di appuntamento silenzioso con quanti sentono la stessa spinta. La voglia di dirsi e dire agli altri: proviamoci. Ecco perché tutti insieme e tutti a Roma. Ecco perché, come ti domandavi prima, questo spostamento di masse.
    Roberto: Finalmente ho capito! Si apre una porta perché noi si esca dal nostro piccolo angolo di privilegi e ci si assuma la responsabilità dell’infinito universo che abbiamo cercato di ignorare nelle sue lacrime.
    Si apre una porta perché quell’universo trovi accoglienza nei nostri cuori e qualcuno provi ad asciugare quelle lacrime.
    Insomma, se ho capito, la porta chiusa divide e rende soli. La porta aperta dà vita a inesauribili possibilità di comunicazioni e a innumerabili tentativi.
    Carlo: Come se tra noi non ci fossero più padroni ma solo ospiti, l’uno ospite dell’altro, l’uno che accoglie l’altro soprattutto perché a sua volta è stato accolto.
    Tutti uguali, visto che tutti siamo ospiti di un mondo che Dio ci ha donato e che non è di nessuno ma è di tutti.
    Nessuno di noi possiede niente del mondo. Nessuno di noi ha comprato nulla dell’universo.
    Non esiste nessun tipo di proprietà privata del cielo e della terra. Se tutto ci è stato donato, perché anche noi non donare?
    Gabriella: Lorenza, anche voi di religione ebraica caricate l’evento di tutti questi significati?
    Lorenza: In effetti nella religione ebraica, durante il Giubileo, la terra veniva fatta riposare perché l’uomo potesse liberarsi dalla presunzione di credere che era il suo lavoro a renderlo ricco e non il dono gratuito di quella terra da parte di Dio; venivano rimessi i debiti e il mio rabbino si è trattenuto molto nello spiegarci sociologicamente (con la barba che aveva assomigliava a Carlo Marx!) il perverso meccanismo che allarga la forbice tra poveri e ricchi, indebitando sempre di più coloro che sono già pieni di debiti: sia individui che popoli; i terreni venivano restituiti agli antichi proprietari per interrompere un processo a causa del quale chi è ricco accumula sempre di più e chi è povero finisce per morire di fame; venivano liberati gli schiavi perché nessuno può privare nessuno della propria dignità e soprattutto perché, come diceva Carlo, l’uomo, che ha ricevuto tutto in regalo, non può possedere nulla, figuriamoci se può essere il padrone di un altro uomo.
    Gabriella: Certo sarebbe bello, Carlo, che veramente tutti fossero mossi da questi sentimenti. In realtà, se devo essere sincera, penso che per tanti è stato solo un pretesto per venire a Roma approfittando degli sconti sui viaggi organizzati. In mezzo a tutta quella folla a quanti realmente interessa questo tipo di messaggio e non invece la soddisfazione di poter dire: io c’ero? Sono certa che se intervistassimo a caso le comitive di pellegrini che vanno visitando le chiese più importanti della città e inseguono il Papa ovunque vada, veramente pochissimi sarebbero in grado di spiegare perché è importante che anche loro siano lì e in molti risponderebbero che hanno sempre desiderato di vedere il Papa, punto.
    Francesco: Per non parlare poi degli interessi economici che si nascondono tra le pieghe della devozione: biglietti da pagare, alberghi che rincarano i prezzi e commercianti che si sfregano le mani. Devo dire che pensando a questo, l’evento perde un bel po’ del suo fascino.
    Carlo: Ragazzi, non siamo noi che possiamo investigare nella coscienza di nessuno. Fino a qualche minuto fa non ci eravamo mai sinceramente preoccupati di mettere insieme qualche idea su questo avvenimento, traendo magari con più consapevolezza delle conclusioni, giusto per capire. Per fortuna che è arrivato Francesco innervosito dal traffico, altrimenti avremmo vissuto, come stranieri, assolutamente inconsapevoli di quello che ci accadeva intorno.
    Speriamo che anche chi è venuto per motivi diciamo più mondani, si fermi un attimo a riflettere come è accaduto a noi, e si senta catturare da sentimenti più spirituali. Non sarà comunque un problema nostro giudicarlo.