Giovani, lavoro e...



    Stefano Lupi

    (NPG 2000-05-7)


    Marco ha ventiquattro anni: a venti ha preso il diploma magistrale e a ventuno lavorava in una società di software. Mentre lo racconta sorride consapevole dell’incongruenza e poi spiega quanto gli piacesse da sempre avere a che fare con i bambini e quanto si fosse divertito a frequentare una scuola quasi del tutto femminile. E allora il software? Il sorriso si attenua e il racconto segue per un po’ le circonvoluzioni del mondo delle supplenze tanto attese e raramente arrivate. Comunque poche rispetto al suo bisogno di lavorare. Cercare la strada dell’insegnamento significava non poter prendere nessun impegno definitivo con altri lavori nell’attesa che quel benedetto telefono squillasse. Una vita che aveva potuto sostenere per poco, sempre lacerato da un latente senso di colpa nel sacrificare le necessità economiche della casa al suo desiderio esagerato.
    Poi un’occasione, un corso d’informatica e l’approdo nella società di software, un lavoro che non aveva mai preso in considerazione neppure lontanamente. Così il vero lavoro era stato farsi piacere questa nuova attività tanto lontana dai suoi gusti e da quello che Marco continua a considerare il suo vero talento.
    Sembra sereno quando sostiene che il lavoro oggi, quando capita, non si può rifiutare anche se risulta distante anni luce dalla nostra aspettativa. Che non è questo un momento in cui sia possibile investire tempo per la professione che si vorrebbe fare perché di tempo non ce n’è. Che la cosa più giusta da fare è investire gli anni di studio in corsi che conducano verso i settori ancora aperti nel campo del lavoro. E che evidentemente era scritto che lui facesse l’informatico pur essendo un insegnante. Sembra sereno anche quando cade nella rete dei forse: forse se a casa non fosse servito il mio aiuto, forse se avessi avuto più tenacia... forse...
    Nonostante tutto, restano i nipoti.
    Giovanna ha venti anni e una maturità scientifica nuova nuova. Quando le domandi cosa farà da grande non esita un attimo: il veterinario. E prima che tu possa obiettare lei stessa precisa che non è minimamente spaventata dalla lunghezza del piano di studi che pure la terrà lontana dal mondo del lavoro in un momento tanto cruciale e difficile. In famiglia non c’è bisogno che lei lavori e il suo sogno vuole viverselo tutto. È ferma nel credere che una seria fatica e delle indiscutibili qualità siano sufficienti per arrivare dove si vuole, senza bisogno di altro. Inoltre non ha nessun interesse a seguire come si evolva il mercato dell’occupazione, lei tanto farà il veterinario.
    Il lavoro è questo per Giovanna: la realizzazione di se stessa e di tutti i suoi sogni diventati realtà. Non potrebbe mai farcela – dice – a svolgere un’attività che non ama solo per lo stipendio alla fine del mese. Sarebbe una sorta di morte civile: la morte di tutte le sue aspirazioni che non possono assolutamente essere trapiantate su un altro mestiere che non sia appunto il medico degli animali, come lei stessa parafrasa con tenerezza. Ci vorrà pure un motivo profondo, che parta dal cuore, per alzarsi tutte le mattine e impegnare tanto della propria giornata all’interno di un ufficio, di uno studio, piuttosto che fuori all’aria aperta. Per questo lei sarebbe pronta a lottare con le unghie e con i denti. Tentare di spiegarle che a volte è la vita a scegliere per noi, è del tutto inutile. Non sembra neppure sfiorata dall’idea che il futuro potrebbe andare diversamente, che magari c’è qualche altra cosa che la aspetta dietro l’angolo.
    La vita per Giovanna è dritta e il futuro distinto all’orizzonte. Per quale motivo e con quale coraggio disilluderla?
    Ci pensa Carla, la sua migliore amica, diversa come il giorno dalla notte. Carla ha preso il diploma di ragioniera e ha fatto un lungo e serio corso di computer. Conoscenze pratiche e utili e un pizzico di cultura perché è sempre importante mettere quattro parole insieme. Il lavoro lo ha trovato subito perché la richiesta di ragionieri è ancora alta. Forse a tempo perso cercherà di fare l’università, magari economia e commercio. Intanto però lavora. Non era più possibile chiedere i soldi in casa anche se in casa non mancano. I vestiti, le scarpe, il cinema, il regalo al fidanzato tutto con i soldi di papà come i bambini piccoli. C’era assolutamente bisogno d’indipendenza economica per crescere. Il valore dei soldi si impara solo quando sei tu a guadagnare quelli che spendi, sostiene sicura. E poi in un futuro due stipendi in una casa sono meglio di uno, garantiscono un minimo di tranquillità. Il problema delle faccende di casa e i figli li risolverò insieme con il mio fidanzato. Sarà una collaborazione efficinte.
    Giovanna disapprova in modo evidente e Carla la prende in giro. Farai pure la veterinaria – le dice – ma una famiglia quando la metti su? Quando gli altri diventano nonni? Oppure paga tutto mamma?!
    Una famiglia? Giovanna si arrabbia. Possibile che il problema si ponga solo se è una donna ad avere aspirazioni di carriera? Fin quando erano gli uomini ad averne andava tutto bene perché tanto c’erano le donne che mandavano avanti casa e famiglia!
    Carla ride: tanti discorsi poi quando si innamora allora ne riparliamo! Davvero diverse come il giorno e la notte.
    Francesca e Federico invece stanno per partire. Andranno lontano, probabilmente l’Australia. Non hanno idee chiare su quello che vorrebbero fare ma sanno per certo che l’Italia gli va troppo stretta. Un mercato del lavoro falsato dove il merito e le potenzialità non hanno alcuna influenza se non per pochi illuminati. Anche per fare i mestieri più elementari vengono richieste competenze che neanche il Presidente della Repubblica e senza tenere conto che il livello della scuola italiana non permette assolutamente simili preparazioni. Le remunerazioni poi sono veramente risibili rispetto appunto alle caratteristiche richieste. Ci leggono divertiti il bando di concorso per un posto di documentarista alla Camera dei deputati. Ruolo di certo importante e difficile, ma per svolgerlo queste sono le richieste: diritto civile, diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto comunitario, diritto e procedura parlamentare, politica economica, storia d’Italia dal 1861 ad oggi, utilizzo di programmi di videoscrittura, foglio di calcolo e gestione di basi dati, la conoscenza di una lingua straniera che permetta una discussione orale dopo l’ascolto di un brano in lingua riguardante problematiche di tipo socio-politico-economico. I due ragazzi ridono e noi con loro. Probabilmente neanche il ministro degli Esteri raggrupperebbe insieme tutte queste conoscenze. Il concorso poi è per diplomati come se in Italia esistessero percorsi scolastici in grado di dare questa preparazione. In effetti sembra un assurdo. Allora conoscendo molto bene due lingue e avendo una dimestichezza profonda dei sistemi informatici hanno deciso di andare all’estero dove le competenze vengono premiate e ci sono reali possibilità non solo di costruire una carriera degna delle proprie potenzialità ma anche di realizzare progetti senza perdersi in interminabili labirinti burocratici e politici.
    Nessuna esitazione nell’abbandonare casa, parenti, amici, le radici della propria vita?
    Federico sembra più tranquillo, dice di essersi sempre sentito cittadino del mondo e insiste che non essere disposti a spostarsi lontani da casa per lavorare è un atteggiamento oggi del tutto incredibile. Flessibilità ed elasticità sono le parole d’ordine che hanno definitivamente accantonato il concetto di posto fisso, nonostante le insistenze di alcuni nostalgici condannati però a vivere male e ai confini del mondo moderno. È veramente incredibile che ci sia ancora qualcuno che preferisce fare il disoccupato a Lecce piuttosto che l’operaio a Udine.
    Invece Francesca esita un momento a rispondere che la decisione presa non è detto sia per sempre e che grazie alle nuove possibilità di comunicazione la situazione non è quella dei nostri nonni emigranti, si è certamente lontani ma non poi così separati da casa. Del resto i vantaggi sono innegabili: i paesi stranieri spesso permettono una specializzazione che in Italia è difficile poter acquisire: se scuole quotate esistono, sono aperte però a pochi e non sempre ai più bravi. Dice che dopo qualche anno passato fuori, quando si torna in Italia, si è più considerati di prima, molto di più e si può aspirare ad un posto importante saltando qualche gradino della gavetta, che a volte risulta infinita. La sensazione è piuttosto che voglia convincere se stessa e non noi.
    Gianni invece ha cominciato a fare l’elettricista che aveva appena quattordici anni. Un diploma di terza media strappato con i denti e poi di corsa dietro il papà con un mestiere che, se ben avviato, garantisce una vita più che dignitosa.
    Sono oramai sette anni che lavora ed è diventato veramente bravo. Nessun rimpianto: tanto la scuola a cosa serve? – si domanda. Dopo aver imparato le battaglie di Napoleone e la data di nascita di Leopardi cosa ti cambia nella vita? I problemi sono altri: il lavoro, i soldi per mangiare, una famiglia. La cultura? Meglio l’esperienza e quella si fa sul campo, entrando in contatto con tanta gente e affrontando ogni giorno le difficoltà e i problemi di un’attività di lavoro artigianale e gestita da te. Non esistono superiori che hanno responsabilità al tuo posto e che per questo ti dicono cosa devi fare e come. Il capo sei tu, tue le responsabilità ma nessuno ti dà ordini. E poi sapere di elettricità, fare un impianto con le proprie mani, collegare fili non è cultura anche questo? E non è mille volte più utile che scrivere poesie? I miei amici, ancora nelle università a studiare, non hanno idea di quello che sia il mondo e la vita vera. Fanno molto dal punto di vista teorico, ma la pratica, quella non si impara sui libri e ciò che li aspetta fuori dalle loro aule è una giungla dove si corre tutti contro tutti, senza pietà. Prima ci si abitua a questo e meglio è.
    Quando sente dire che spesso si studia perché il lavoro altrimenti è più difficile da trovare e che lui è stato di certo facilitato dal fatto che suo papà avesse già un’attività avviata, Gianni si fa scuro in volto e la sua opinione è chiara ancor prima di parlare. Troppi a studiare e dopo basta avere un diploma per montarsi la testa e non essere più disposti a fare quelli che oramai in molti considerano lavori di secondo piano. Spesso ha sentito dire nel suo ambiente di lavoro ma anche fuori che alle richieste di operai, artigiani, commessi, personale di pulizie le risposte sono rarissime perché avendo un titolo di studio si pensa di avere anche il diritto ad un lavoro più qualificato. Allora evidentemente quella del disoccupato è una professione migliore che l’operaio.
    Per Gianni non ci sono dubbi: il lavoro serve per poter vivere nel modo più agiato possibile e se poi qualche soddisfazione arriva, magari un impianto fatto ad opera d’arte, meglio. Non ci sono sogni da trasformare in realtà né la famosa «realizzazione di se stessi» che lui stesso parlando dice di mettere tra virgolette e storce il naso: robetta da gente senza piedi per terra.
    Raffaele quando si parla di lavoro ha una sorta di buio nello sguardo.
    La sensazione che oggi prende sempre più spazio – dice – è che si debba necessariamente sacrificare il proprio talento e le proprie aspirazioni a meno che non si nutra la voglia di investire nell’inseguimento di questi tutto il resto. Noi giovani dobbiamo crescere preparati. Per fare ciò che si vuole forse si deve andare lontano. Sposarsi tardi. Magari rinunciare a dei figli. Sembra niente, qualche privazione da sopportare si deve sempre mettere in conto. Ma saranno queste le rinunce sane da fare? È così strano sentire la voglia di avere dei figli prima di avere le tempie brizzolate? È così strano il desiderio di restare vicino ai propri cari? Ed è così normale che ci si avvii verso una società dove oggi il lavoro è a Milano e domani potrebbe essere a Dublino? E le proprie radici? C’è veramente qualcuno convinto che un uomo disposto a vivere ora qui ora lì, senza porto, inseguendo solo il proprio lavoro, ci guadagni in salute emotiva? Chi sarà stato il primo a confondere le forti radici dell’amore – per un padre o per un paesaggio – con dei vincoli che immobilizzino come catene?
    Raffaele si fa domande e non trova le risposte e neppure qualcuno che possa aiutarlo a trovarle.
    Allora continua. Chi vuole andare che vada pure. Ogni uomo possiede ali che lo conducono su alture dove nessun altro potrebbe arrivare. Ma chi non vuole? Chi cerca un’altra dimensione per la propria esistenza? Potrebbe non esserci spazio. Tutti omologati su un movimento che non conosce ritmo ma solo vortici senza freno.
    Oggi più che mai per il maggior numero delle professioni, il tempo del lavoro non ha alcun tipo di convergenza, alcun tipo di sintonia con il tempo della vita. A rimetterci sono quasi sempre gli affetti.
    Non voglio figli che già dormono quando i genitori rientrano e che dormono ancora quando i genitori riescono. Non voglio una donna da incontrare stanco e imbruttito intorno ad una tavola alla sera, mentre gli occhi si chiudono sul piatto. Non voglio dei vecchi genitori trascurati mentre i sensi di colpa mi spingono ancora più lontano.
    Qualcuno dice: ma si lavora solo cinque giorni. Già, il sabato e la domenica dovrebbero essere lunghi quanto il resto della settimana perché si possa fare tutto quello che non c’è stato tempo di fare prima. E qualcosa e qualcuno resta fuori per forza. Se porti i bambini in bicicletta perché c’è bel tempo e vai a trovare i tuoi suoceri, restano fuori i tuoi genitori, tuo fratello che non vedi da mesi, tua cognata che ha un nuovo bimbo, per non parlare dei tuoi migliori amici che reclamano almeno una fotografia recente, tua moglie che sono anni che vorrebbe vedere non Parigi o New York ma Perugia (da Roma neanche due ore di autostrada, cioè quasi lo stesso tempo che impiega tutte le mattine per andare a lavoro a venti chilometri da casa), e così via.
    Vorrei essere un uomo non un acrobata in un circo dove il lavoro sembra fagocitare la vita, il sole, l’amore, la voglia di fare, tutte le mie energie.
    Auguri Raffaele, Gianni, Carla, Giovanna, Francesca, Federico, Marco.