Jorge Luis Borges
(NPG 2000-01-02)
Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei miei libri sacri o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole di un uomo non già specchi
inconsapevoli dello spirito.
Io che sono l’È, il Fu, il Sarà.
Accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bimbo gioca con ciò che è prossimo
e misterioso;
io volli giocare con i miei figli.
Stetti tra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo,
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza.
Questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza e la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi miei videro quello che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò che è terso, ciò che è arido, quanto è dispari e scabro,
il sapore della sete,
il peso di un metallo su una palma,
la voce umana, il suono dei passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto grido degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
ne sarà almeno un riflesso.
Dalla mia eternità cadono segni.
Altri non questi, che è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore
di quella bottega di falegname.

